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Ladri di bambini

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 19, 2012

Il regime di Francisco Franco in Spagna rapiva i figli dei partigiani per darli a famiglie vicine alla dittatura. Si parla di oltre 30mila neonati rapiti. E venduti con l’aiuto della Chiesa

di Simona Maggiorelli

Gerarchie ecclesiastiche fedeli al regime di Franco

All’inizio della dittatura franchista fu ideato e usato come strumento di repressione politica. Il regime toglieva i neonati alle madri sospettate di idee socialiste, anarchiche o repubblicane per darli a famiglie vicine al regime, politicamente e religiosamente “corrette”. Secondo Francisco Franco questo era un modo per impedire che il virus della rivoluzione si diffondesse. Così la prassi di rubare i bambini ai partigiani si consolidò in Spagna negli anni Quaranta  e Cinquanta. Per proseguire poi ben oltre la caduta del regime e la morte di Franco, avvenuta nel 1975.

Poi questa prassi criminale diventò un business per un’ampia rete di istituti religiosi e apparati di Stato. E talmente redditizio e così radicato da continuare indisturbato durante la cosiddetta transizione democratica “morbida”.
L’ideologo dell’operazione per conto del dittatore Franco fu Antonio Vallejo Naiera, uno psichiatra militare che teorizzava la superiorità della “razza ispanica” e il diritto a sottomettere quelle “inferiori”, come erano ritenuti “los rojos” (i rossi) antifascisti. Il braccio armato del traffico criminale furono le insospettabili suore di ospedali ed enti cattolici. In cambio di denaro erano loro a stilare falsi certificati di morte dei neonati da mostrare alle madri naturali prima di da affidarli, sotto falso nome, ad altre famiglie.

I bambini rubati furono almeno 30mila. Lo ha stimato il giudice Baltasar Garzon che per primo nel 2009 ha avviato un’indagine (poi archiviata) sui desaparecidos del franchismo. Una cifra confermata dagli studi di Randy Ryder, storico di origini catalane che vive ad Austin negli Usa. È anche lui una delle tante vittime. Sua madre era sterile e suo padre, Rudolph Ryder, prima di morire ha detto di aver versato 5mila dollari alla clinica di San Ramon di Malaga per avere un bimbo in adozione. Ryder ha fatto ricerche minuziose in particolare sul Patronato di Sainte Paul. Questa istituzione religiosa fra il 1944 e il 1954 ha fornito al ministero di Giustizia franchista circa 31mila neonati per rispondere ad ordini di adozione di famiglie fedeli al regime. Si trattava di figli di militanti repubblicani, provenienti da 258 ospedali diversi.
I responsabili, dunque, sono ben conosciuti. Le dimensioni dello scandalo molto meno. Secondo le associazioni iberiche impegnate nella ricerca dei “niños robados”, non si può escludere che il numero delle adozioni illegali possa essere dieci volte superiore a quello calcolato da Garzon: si parla di circa 300mila vittime vendute fino agli anni Novanta inoltrati. Per fare piena luce sulla vicenda, il fascicolo è stato riaperto nella seconda metà del 2011. In base alle prime verifiche tuttora in corso su un migliaio di casi, Antonio Barroso Berrocal, il presidente di Anadir (che ha fondato una speciale banca dati del Dna e riunisce centinaia di possibili vittime: genitori, figli, fratelli) ha osservato di recente che la Spagna è stata per decenni una sorta di  «supermercato mondiale» della compravendita di neonati. Durante il regime clericofascista di Franco e anche oltre, numerosi «cittadini stranieri sono venuti per comprare neonati in forma illegale», dice Berrocal. Ma il traffico «si è sviluppato soprattutto nel Paese, con la complicità di medici, infermiere, suore, levatrici e forze di polizia. Solo in alcuni casi i compratori venivano ingannati, dicendo loro che i bimbi erano figli abbandonati, di prostitute o di tossicomani».

E non è l’unica testimonianza. Negli ultimi anni anche i media spagnoli hanno cominciato ad occuparsi di questa inaccettabile tratta di esseri umani. E sono state decine e decine le storie che sono venute finalmente alla luce. Anche grazie a programmi tv come la versione spagnola di “Chi l’ha visto?”. Suscitando una forte indignazione nella parte nell’opinione pubblica. Specie quella più laica. Adesso anche intellettuali e scrittori cominciano a far sentire la propria voce. Fra questi anche autori popolari come Almudena Grandes. L’autrice de Le età d Lulù è stata di recente a Torino, ospite del Salone del libro di Torino che ha scelto la Spagna come Paese ospite. Il 12 maggio ha  presentato in fiera il suo ultimo libro, Inés e l’allegria (Guanda), un romanzo storico che ricostruisce alcuni episodi poco noti della resistenza spagnola e il ruolo fondamentale che vi ebbero le donne. Incontrandola, l’accento del colloquio è subito caduto su questa vicenda tristemente simile a quella dei desaparecidos e degli hijos (figli) rapiti dalle milizie fasciste durante l’ultima dittatura argentina.
«La Spagna ha molti primati. Noi abbiamo sperimentato tutto per primi- commenta ironica la scrittrice -. Compreso questo sistema violento adottato poi dalla dittatura argentina. Purtroppo, quasi tutto l’orrore del XX secolo è cominciato da noi». Chi teorizzò questo sistema agghiacciante? «Con psichiatri e medici compiacenti il regime franchista decise che il marxismo era un gene. E che era il gene del male. Per questo andava estirpato dai bambini fin dalla nascita. Dicevano che bisognava salvarli dal contagio marxista e socialista. Con questo pensiero – continua la scrittrice – cominciarono a strappare i figli alle partigiane, alle donne che avevano in mariti in clandestinità, per fiaccarli anche togliendo loro gli affetti». Dunque un’operazione pianificata a tavolino? «Gli uomini di Franco presero una decisione lucida, dal loro punto di vista scientifica, certamente sistematica» sottolinea la Grandes. E aggiunge: «Ancora dopo la guerra nelle carceri femminili rubavano i figli alle prigioniere politiche, se un bimbo si ammalava lo portavano in infermeria e non tornava più. Alla madre dicevano che era morto. Addirittura il regime aveva aperto un carcere speciale per le donne che allattavano in modo da avere sotto controllo loro e i loro bebé».

Quanto al traffico di adozioni illegali che divenne lucroso affare per enti “benefici” e religiosi fino dagli anni Settanta. «Già, partigiane in età fertile non ve n’erano più tante -commenta sarcastica Grandes -così hanno cominciato ad attingere ad altre fonti: donne sole, ragazze madri, disagiate. Medici e suore si approfittavano dell’anello più debole della società. Erano persone sole, senza gli strumenti necessari per portare avanti una protesta e opporsi a questo orrore. Chi si sentiva dire da un medico o da un prete che il proprio figlio era morto, pur sospettando la menzogna non aveva nessuna possibilità di replica, di agire o di reagire. Non bisogna dimenticare poi- conclude la scrittrice – che il regime aveva imposto un tale terrore che nessuno osava parlare». Sotto la dittatura, la consegna al silenzio e la paura era d’obbligo. Nessuno per decenni ha avuto il coraggio di denunciare. Ma negli ultimi anni testamenti e confessioni hanno cominciato ad aprire una breccia nel muro di omertà. Ci sono genitori adottivi che hanno rivelato di aver avuto bambini da istituzioni religiose, con falsi certificati di nascita. Coperti dalla legge del 4 dicembre del 1941 che permetteva di registrare con un diverso nome i figli di prigionieri, esiliati e clandestini. Alcune suore hanno confessato il proprio ruolo in organizzazioni di carità che in verità vendevano bambini rapiti. Altre come suor Maria Gomez Valbuena, imputata di 260 casi di bambini spariti, in tribunale a Madrid lo scorso 14 aprile si avvalsa della facoltà di non parlare. Sul quotidiano El Pais ha fatto molto scalpore il caso di una donna, Liberia Hernandez, che da anni cercava la propria madre naturale. Arturo Reyes, invece, ha scoperto la verità in occasione di uno spostamento dei resti di quello che credeva suo figlio al cimitero andaluso di Cadix. Una cosa simile è accaduta a Francesca Pinto. In Andalusia, a poco a poco, sono stati documentati 300 casi analoghi. Per l’opinione pubblica è stato uno choc. Ne è nata una spontanea raccolta di firme per la riapertura immediata delle fosse comuni. C’è poi il caso di una suora di clausura che ha inaspettatamente rotto il suo lunghissimo silenzio a 73 anni, rivelando un traffico di neonato avvenuto per anni nel reparto maternità di una clinica di Tenerife. Si è scoperto così che la capillare organizzazione criminale ha continuato a funzionare a pieno regime fino alla fine degli anni 70, vendendo decine di migliaia di bambini. Ma la legge sull’amnistia varata nel 1977 ha messo tutto a tacere. Impedisce ancora oggi di rendere giustizia alle vittime. Nel 2008 le associazioni delle vittime hanno chiesto al governo socialista guidato da Josè Luis Zapatero di metterla in discussione, ottenendo inspiegabilmente un netto rifiuto.

Suor Maria Gomez Valbuena

Al termine del mandato di Zapatero sono tornate alla carica con il suo successore, il conservatore Mariano Rajoy, sollecitando l’avvio di un’inchiesta parlamentare. Incassando anche in questo caso un secco no. Per tutta risposta, le vittime hanno deciso di cambiare strategia e di accendere i riflettori sulla vicenda attraverso una grande manifestazione pubblica che si è tenuta a Madrid il 27 gennaio scorso davanti agli uffici del procuratore generale dello Stato. La Spagna fiaccata dalla crisi economica ha reagito tiepidamente dopo una iniziale fiammata dei media che hanno dato risalto alla notizia dando nuovamente voce ai “survivors”. A persone come Carmen, per esempio, che ha passato 42 anni a cercare una sorella, nata cinque minuti dopo di lei nell’ospedale Donnell di Madrid, noto anche come clinica del Generalissimo Franco. Alla madre era stato detto che la sua seconda bambina era morta. «Ai giornalisti e a tanti lettori piacciono sempre queste storie che “sentimentalizzano” l’ingiustizia; il rapimento di poveri bambini è un bell’argomento per riempire le pagine dei giornali e per riempirci di santa indignazione» sentenzia amaro lo scrittore spagnolo José Ovejero, anche lui a Torino per presentare il suo ultimo libro Come sono strani gli uomini (Voland).

«Certamente è una tragedia – precisa Ovejero -, una delle molte provocate per un regime che considerava gli oppositori come non-persone. I franchisti si sentivano in diritto di impiccare uomini e donne che non la pensavano come loro, allo stesso modo ritenevano giusto prendersi i loro figli. Secondo questa logica è anche una buona azione perché così li sottraevano alle cattive influenze dei loro genitori. Esattamente la stessa folle dinamica si è verificata in Cile ed in Argentina con Pinochet e la dittatura dei militari». Sullo sfondo di questa immane tragedia spagnola c’è un’ulteriore analogia con quanto accaduto in America latina: la parte attiva, raramente denunciata e indagata a fondo, delle istituzioni cattoliche nelle azioni criminali intraprese dai regimi fascisti ai danni di donne e bambini. «Chiesa cattolica e fascismo sono alleati naturali in Spagna» commenta lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón, che in alcuni romanzi (editi  in Italia da Marcos y Marcos) ha indagato a fondo la storia spagnola e gli orrori del nazifascismo. «La collusione del regime di Franco con la Chiesa sono ben note e, per fortuna, sono state studiate: durante la dittatura, la religione è stata una pietra miliare nell’educazione morale e ideologica degli spagnoli. Spagna franchista e cattolicesimo non solo andarono a braccetto, ma, a rigor di termini, sono la stessa cosa. Per quanto possa sembrare aberrante, rapire bambini faceva parte della logica feudale che ha “guidato” il nostro Paese dal 1939 al 1975. Inoltre la destra spagnola ha sempre avuto una visione estremamente materialista, pragmatica, della propria funzione politica: la Spagna è semplicemente un suo possedimento. Da questa base perché allora non prendere i figli dei “rojos” per rallegrare le case di famiglie imparentate con il regime?».

da left-avvenimenti

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Antifascismo per natura

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 3, 2012

Al Salone del libro di Torino Paola Soriga presenta il suo romanzo d’esordio che riaccende la memoria della lotta partigiana

di Simona Maggiorelli

Avrei voluto scrivere un romanzo forte e contundente su i nostri giorni. Ma ho capito che per raccontarli dovevo prendere una diversa strada». Così si racconta Paola Soriga, autrice di Dove finisce Roma (Einaudi), romanzo che riaccende la memoria della lotta partigiana. Toccando indirettamente punti nevralgici del presente. A cominciare dal razzismo verso i migranti.

 Dove finisce Roma, va detto subito, è un libro colto, nutrito di appassionate letture di Morante, di Calvino, e soprattutto di Fenoglio. Ma si direbbe scritto tutto d’un fiato, come un torrente fresco di scrittura che d’un tratto sgorghi da un’esigenza profonda. Anche se la giovane scrittrice ci racconta che ha avuto una lunga gestazione, a noi continua a suonare come se fosse stato scritto senza staccare mai la penna. In una prosa viva e vitale che scorre via senza argini di punteggiatura, con passaggi rapidi da un punto di vista all’altro, in una polifonia di voci su cui leva, schietta, quella di Ida: la protagonista dodicenne del romanzo, arrivata a Roma via mare da una Sardegna che sembra lontana di secoli. Come tanti emigranti, Ida approda nella capitale per stare vicina alla sorella, sposata di fresco, sperando di trovare un lavoro «in una casa perbene». Ma Paola Soriga non rivela subito questi particolari della storia che si dipanerà come un romanzo di formazione al femminile. L’autrice ci fa incontrare la sua forte e dolce Ida in medias res, con un incipit che ci fa capire il perché degli esergo “rubati” a due poetesse come Wislawa Szymborska e a Antonella Anedda:

«Da due giorni non arrivava nessuno. Da due giorni soltanto il rumore dei topi e il suo fiato, che a volte si fa forte di paura e denti stretti e attenti, e acqua che gocciola, da qualche parte».

Nella grotta dove si è rifugiata, scappando dai fascisti, Ida canta a voce bassa per vincere la paura. Canta e le sembra di sentire l’odore del mare sulla pelle. Canta e, nel buio si accendono memorie di quando era al Paese, e tra lei e sua madre c’era un «silenzio della stessa condensa del sugo». «Non si dovrebbe mai partire con il cuore litigato» dice Ida tra sé. Ma poi la mente della giovanissima staffetta partigiana corre a quella volta che «dall’angolo opposto di via del Plebiscito le era venuto incontro un ragazzino che senza fermarsi le aveva detto ce stanno li fascisti scappa e lei l’aveva guardato un momento, quel momento sospeso dell’imprevisto in cui si deve agire in fretta e ragionare poco».

E’ una lingua viva e icastica, quella di Paola Soriga. Una lingua letteraria vivificata dal romanesco e da accenti sardi. Che zampilla fra anacoluti come fossero sassi che, invece di bloccarla, le danno la spinta. Una lingua fortemente poetica. E non poteva essere altrimenti dacché Paola prima di cimentarsi con la prosa ha sempre scritto versi, «quasi di nascosto». Questo stesso romanzo d’esordio, che è già un caso letterario, «è nato da un verso che poi si è fatto racconto», ammette. Una lingua prismatica, parole dense di senso, le erano necessarie per dire che «l’antifascismo è per natura», ma anche per raccontare quel tumulto di emozioni che accompagnano il farsi donna della ragazzina Ida che intanto ha incontrato Antonio. Per dire «quelle emozioni mai sentite dentro l’inguine e nel cuore… il distacco dalla famiglia, dalle sorelle, da Dio».

L’appuntamento:

Paola Soriga presenta Dove finisce Roma con la partigiana Marisa Ombra, che per Einaudi ha appena pubblicato il libro Libere sempre il 4 maggio a Roma, in un incontro Semplicemente libere. Confronto fra generazioni dalla Resistenza (in Palazzo Valentini, dalle 17.30) e poi al Salone del libro di Torino l’11 maggio.

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La forza di un pensiero libero

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 16, 2009

A venticinque anni dalla sua morte, a Regalbuto e a Firenze, due convegni dedicati all’attualità del socialismo di Riccardo Lombardi

di Simona Maggiorelli

Riccardo Lombardi

Riccardo Lombardi

ll 18 settembre di venticinque anni fa moriva uno storico padre della sinistra italiana, Riccardo Lombardi. Un leader antifascista dalla statura politica alta e coerente che all’indomani della liberazione aveva assunto l’incarico di prefetto di Milano proprio per il suo impegno nella resistenza e nel partito d’azione (che gli costò il carcere e la lesione di un polmone per le botte dei fascisti). Ma anche un politico che seppe rinnovarsi dando un’impronta laica e aprendo la sinistra socialista al rapporto con i giovani.

Forse anche per questa sua ricerca continua – oltreché per la sua intelligenza critica e sempre scomoda per l’establishment – fu tenuto ai margini del Psi. Di fatto Lombardi (che non amava le poltrone) non occupò mai troppo a lungo cariche di potere. Fu per poco tempo ministro nel primo governo De Gasperi e direttore de L’ Avanti per brevi periodi, mal digerito, anche lì, perché non cercava alleanze con i comunisti. Con un neologismo si diceva «a-comunista» per dire che non era anti-comunista né filo-comunista, ricorda l’nviato Agi Carlo Patrignani, che quando non aveva ancora vent’anni militò nella corrente lombardiana e, dopo lunghe ricerche, sta ultimando un importante libro di ricostruzione storica e biografica su Lombardi. per le edizioni L’Asino d’oro.

Di lui intanto, il giornalista romano ci offre un breve e appassionato ritratto: «Brillante uomo politico, onesto, eretico, solitario, Lombardi coltivò l’utopia di una società socialista, quella “che riesce riesce a dare a ciascun individuo la massima possibilità di decidere della propria esistenza e di costruire la propria vita” cercando di legare insieme quello che il comunismo non aveva saputo fare: libertà, uguaglianza e giustizia sociale».

E dell’originalità della proposta lombardiana il 18 settembre Patrignani, insieme al leader radicale Marco Pannella, all’economista Andrea Ventura, Giorgio Ruffolo e a molti altri parla al convegno che il Comune di Regalbuto, con l’adesione del presidente della Repubblica Napolitano, dedica al suo illustre cittadino (che in provincia di Enna nacque il 16 agosto del 1901 per trasferirsi poi a Milano, completando gli studi di ingegneria al Politecnico). Una originalità che si legge già nella sua adesione alle battaglie Radicali per la legge sul divorzio, per la cancellazione delle norme fasciste del codice Rocco e via di questo passo, fino alla battaglia sull’aborto, su cui ebbe maggiori esitazioni, ma non opposizioni come larga parte del gruppo dirigente dell’allora partito comunista.

Ma anche nella sua visione dell’economia, ricorda Andrea Ventura, ricercatore di Economia politica all’Università di Firenze: «Perché tentò di fare una “forza socialista dell’autonomia” che non fosse né sulla sponda dell’accordo con i cattolici né allineata sulle posizioni del Pci». Ma interessante è anche l’interpretazione che dette al concetto marxista di alienazione. «Vide chiaramente che nelle società socialiste il superamento dell’alienazione non si era realizzato. Bisognava pensare una economia che non fosse schiacciata sul liberalismo né orientata sul marxismo». Inoltre, aggiunge Ventura, «intuì che non conta solo la soddisfazione dei bisogni elementari ma anche di ciò che oggi chiameremmo esigenze e che riguardano i rapporti umani. La sua era una visione dell’uomo non meccanicistica, non appiattita  sull’economicismo».

carlo patrignani

carlo patrignani

Dell’attualità del pensiero di Lombardi, nella mattinata del 18 settembre si parla anche al Consiglio regionale della Toscana. Fra i relatori, oltre a Valdo Spini, l’accademico dei Lincei Michele Ciliberto che così sintetizza il suo pensiero: «Lombardi è stato uno dei più eminenti personaggi della storia repubblicana e del movimento operaio italiano per quattro motivi: è riuscito ad avere uno sguardo lucido e disincantato sull’Urss quando uomini come Nenni e Morandi erano chiusi in un orizzonte ottuso, acritico e subalterno a Stalin; ha saputo individuare il ruolo dello Stato nelle società moderne ripensando la lezione di Keynes; ha insegnato a una intera generazione a guardare al mondo in modo libero e autonomo senza lasciarsi opprimere dalla tradizione, dall’abitudine, dalla passività al senso comune. Ha saputo liberarsi dalle eredità dei cattivi maestri e dal peso di esperienze tanto tragiche quanto miserabili . “I ricordi sono turpi”, disse una volta e in questa aspra battuta – conclude il professore – c’è il sigillo di un’eticità che non è usuale nel nostro infelice Paese».

da left-avvenimenti 18 settembre 2009

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