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Javier Cercas: sono fanaticamente europeista

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 18, 2013

Javier Cercas con Bruno Arpaia

Javier Cercas con Bruno Arpaia

In Spagna è da poco uscito il suo nuovo libro Le leggi della frontiera dedicato alla gioventù bruciata del dopo Franco. E con romanzi immaginifici ma anche di forte impatto politico, è diventato negli ultimi vent’anni uno degli autori, non ancora cinquantenni, più letti ed amati in Europa. Tanto che il festival Dedica,  lo scorso marzo, lo ha eletto assoluto protagonista di due settimane di incontri, letture, mostre, convegni a Pordenone. Mentre la rassegna romana Libri Come lo ha invitato a parlare di Europa degli scrittori. «Sono un fiero europeista» racconta di sé lo scrittore e docente di letteratura spagnola all’Università di Girona. «Capisco che la gente sia infuriata oggi, che dica: “Basta, facciamo un referendum sull’Europa!”. Ma penso sia un errore. Beninteso – precisa Cercas ( in arrivo al Salone del libro di Torino) – io non sono d’accordo sulla fisionomia che ha assunto l’Europa come unione di mercati… Io sono per l’austerità, ma non sono per la morte delle persone. Ma l’ Europa è l’unica utopia ragionevole che abbiamo inventato. Io non so quanti anni ha lei, ma io sono nato nel 1964 e la mia è la prima generazione europea senza guerra. Abbiamo la possibilità di preservare la democrazia, di preservare il welfare e possiamo farlo solo se siamo uniti a livello europeo mentre avanzano colossi come la Cina, l’India, il Brasile. È troppo facile dire che è tutta colpa di Bruxelles. Non cerchiamo un nemico esterno. La Spagna da sola non può fare niente, non lo può fare l’Italia, neanche la Germania da sola può fare nulla. Per questo sono fanaticamente europeista.

Nel frattempo i populismi crescono in Europa. Che cosa ne pensa?

Il populismo ha preso piede in Francia. In Spagna è latente, c’è in Grecia e in Italia. Non sono così esperto da poter entrare nello specifico, ma mi interessa molto l’Italia e leggo quel che dicono i giornali… Non so come si possa votare Berlusconi dopo gli ultimi vent’anni. Proprio non lo capisco. Posso capire la furia, il malessere di tante persone che hanno votato Cinque stelle. Però se uno è ammalato non credo che vada a cercare uno sciamano, cerca un medico. Assisto a tutto questo con grande inquietudine, vediamo cosa succede. Dopo Soldati di Salamina (Guanda, 2004), che ha avuto una quarantina di edizioni, sono usciti in Spagna molti romanzi sulla guerra civile.

Questo flusso di narrazioni ha aiutato l’elaborazione della memoria collettiva, specie da parte dei più giovani?

E’ difficile per me dirlo. Ma i “saggi” dicono di sì. Prima di Soldati di Salamina era stato scritto molto sulla guerra civile. Ma è vero che in quel romanzo è stato visto l’inizio di un modo diverso di affrontare la vicenda del conflitto. Ha coinciso con l’inizio di un lavoro di elaborazione da parte della nostra generazione che è nata dopo la guerra, che non ne aveva mai parlato. E credo sia vero che da lì è cominciato un movimento di recupero della memoria storica. Che poi ha portato anche ad una legge. Ma il problema è che non è stata fatta bene. Zapatero è partito con belle intenzioni ma non ha portato a compimento il suo lavoro. Alla fine della dittatura franchista in Spagna ci fu un patto dell’oblìo.

Vede delle analogie con quanto è accaduto in Italia dopo Mussolini?

Si possono rintracciare delle analogie. Ma resta il fatto che la dittatura di Franco è durata ben quarant’anni, fino al 1975: un periodo assai più lungo. E poi il fascismo non ha avuto una dimensione davvero internazionale, anche se è stato molto importante, una vera tragedia, per l’Italia. Quanto avete pagato l’amnesia che ha caratterizzato il dopo Franco? Devo ammettere che non ho una cattiva idea della transizione dalla dittatura alla democrazia. Soprattutto dopo aver scritto Anatomia di un istante (Mondadori e poi Guanda) il libro successivo rispetto a Soldati di Salamina.

Il libro in cui raccontava gli istanti drammatici del tentativo di colpo di Stato del 23 febbraio 1981 in Spagna?

Sì quando il colonnello Tejero entrò armato in parlamento a Madrid. Ho cercato di raccontare quel momento cruciale, quando fischiavano le pallottole e tutti cercavano riparo mentre solo il primo ministro Adolfo Suàrez, il tenente generale Gutiérrez Mellado e il segretario del partito comunista Santiago Carillo, rimanevano seduti ai loro posti a sfidare il golpe. Non è stato facile per me scrivere quel libro. Raccontare i “nudi fatti” è sempre darne un’interpretazione. Fino a quel momento sopravviveva un patto politico fra la sinistra e la destra. Il partito comunista guidato da Santiago Carrillo (che era il nostro Berlinguer, come sapete erano amici) decise che era molto più importante costruire la libertà e la democrazia che fare giustizia. Io non giudico quella decisione. Ma ovviamente c’è stato un prezzo da pagare per tutto questo.E che avremmo dovuto pagare, non dico immediatamente dopo il franchismo, ma almeno qualche anno dopo. Ma così non è stato: un Paese civilizzato non può permettersi di avere centomila morti non identificati. Questo non è accettabile. Quando Zapatero è andato al potere doveva cercare una soluzione, rapidamente. Invece disse che non c’erano i soldi. La questione rimase irrisolta per una questione di denaro! Poteva essere l’ultima ferita della guerra da curare. Zapatero non l’ha fatto. E ha voluto utilizzare tutto questo politicamente. Non è corretto. Vicende così tragiche non si usano; si risolvono e basta.

Il suo nuovo romanzo Le leggi della frontiera che uscirà ad aprile in Italia per Guanda affronta un altro momento importante della storia spagnola: il dopo Franco, il periodo della sua generazione. Quanto c’è di autobiografico? E quanta invenzione?

Tutti i romanzi, a mio avviso, sono autobiografici. Ma non in senso stretto. Questo nuovo libro, per esempio, racconta la storia di un giovanotto di estrazione borghese che si unisce ad una banda criminale come ce n’erano tante in quegli anni. Ma io non ho mai fatto parte di una gang di quel tipo. Mi piacerebbe poter dire di aver avuto un passato così “avventuroso”, ma non mi è capitato. Ciò che voglio dire con questo è che non racconti mai direttamente la tua vicenda in un romanzo. Ma scrivi ogni romanzo con la tua esperienza, con le tue ossessioni, con tutto quello che hai letto e vissuto. In questo senso scrivere un romanzo è tradurre la tua esperienza particolare in qualcosa di universale. Scrivere narrativa è fare del particolare l’universale. Questa è la letteratura.

La prima parte del suo nuovo romanzo si sviluppa nel 1978, c’è un nesso con Anatomia di un istante?

Comincia nel 1978 e, nella seconda parte, arriva fino ai nostri giorni . Ed è vero che la prima parte si può leggere come “l’altra faccia”di Anatomia di un istante che raccontava la transizione dalla dittatura alla democrazia dal punto di vista della politica alta. Ne Le leggi della frontiera racconto quello stesso passaggio ma dal punto di vista personale e sentimentale. Alla fine potrei dire che questo nuovo romanzo è una lunga e complessa storia d’amore. E potrebbe sembrare autobiografico. Il protagonista del libro è un ragazzotto che assomiglia a me da tutti punti di vista. Lui vive dove vivevo io, nella stessa città, frequenta la stessa scuola dove andavo io. La sua esperienza, almeno nella prime pagine, è simile alla mia, ma come dice Milan Kundera ogni personaggio di un libro è un io ipotetico, una possibilità di me stesso non realizzata. Come Cervantes che un giorno si alzò dal letto e si chiese cosa succederebbe se io invece di trovarmi in mezzo alla battaglia di Lepanto fossi un uomo che non si è mai spostato dal suo paesino e ha passato tutta la vita a leggere libri di cavalleria? Così cominciò ad immaginare Don Chisciotte. Ma Cervantes non è solo Don Chisciotte. Lui è tutti i personaggi del libro. Perché l’autore si dissolve nel romanzo. In questo senso Le leggi della frontiera è un libro autobiografico e tutti i libri sono autobiografici.

Scrivere un romanzo è un po’ come fare uno strip tease al contrario, lei ha scritto in uno dei saggi contenuti nel volume La verità di Agamennone (Guanda, 2012)…

Esattamente. Lo scrittore comincia nudo, ha dalla sua solo la sua esperienza. Pagina dopo pagina poi si veste di immaginazione. Come ha detto, per primo, Mario Vargas Llosa. Nei suoi primi romanzi giocava molto con l’ironia, con la metaletteratura, un aspetto che l’avvicinava a uno scrittore come Roberto Bolaño. Quella fase è terminata? Non avverto una cesura. Quando ero giovane mi ha molto influenzato Italo Calvino. Ancora oggi penso che sia stato un grandissimo scrittore. Ma il mio percorso è opposto. Lui ha cominciato come scrittore realista, attento alla storia e alla fine aveva una narrazione postmoderna, fantastica, giocosa. A me è accaduto l’inverso. Ho cominciato con la metaletteratura, con l’ironia, e poi mi sono interessato alla storia e alla politica. Ma non ci sono in me due scrittori diversi. Sono sempre lo stesso autore. Forse il fatto che io abbia una visione diversa della storia e della politica ha una relazione diretta con quei miei inizi più formalisti, più ludici. Ho sempre pensato che l’ironia sia essenziale al romanzo. Quando non è puro intrattenimento è una forma di conoscenza. Per tornare a Cervantes, Don Chisciotte è in parte comico, ridicolo e in parte tragico. L’ironia può comprendere due cose allo stesso tempo. È straordinaria da questo punto di vista. Tutti i miei romanzi hanno un’ironia che porta a una visione complessa della realtà. Ad una visione antidogmatica.

Per tratteggiare meglio questa realtà polisemica le è necessario il castigliano?

È la mia lingua, non ho potuto scegliere. Ci sono degli autori che scelgono una propria lingua, come fecero Nabokov, Conrad, Beckett ma sono casi speciali. Io posso scrivere in catalano. La tradizione catalana è magnifica, è bellissima, ma al fondo non è la mia lingua. Ma c’è anche altro: quando ho iniziato a scrivere c’era una grande fioritura di autori latinoamericani. La lingua spagnola nella seconda metà del Novecento ha recuperato la centralità nella narrativa internazionale. I miei “padri” sono stati Borges, Garcia Marquez, Vargas Llosa, Rulfo, grandissimi scrittori. Io non sono uno scrittore spagnolo, sono uno scrittore in spagnolo. E poi la lingua è sì importante, ma più importante è il linguaggio. Uno scrittore ha sempre due tradizioni: una è la lingua in cui scrive, il suo strumento, e l’altra è la tradizione universale. Queste sono le due ruote del carro, altrimenti non cammina. Per me ci sono autori italiani importanti, ma anche nordamericani e sudamericani più di tutti. Posso essere più vicino a un autore di qualcuna di queste tradizioni e fare una scelta d’elezione, sentendomi più vicino a un autore svizzero, per dire, che a uno spagnolo. Perché no?

( intervista di Simona Maggiorelli, dal settimanale left)

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Nel segno del genio

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 12, 2011

Duecento opere di Picasso in Palazzo Blu a Pisa. Dal 15 ottobre una grande retrospettiva apre finestre inedite ( in Italia) sulla sua opera grafica e sulla produzione più politica dell’artista spagnolo che in Sogno e menzogna di Franco stigmatizzò il regime in un crescendo di invettiva

di Simona Maggiorelli

Picasso, Le-chant-des-morts,1948

«Picasso non fu mai un pittore astratto» dice Claudia Beltramo Ceppi curatrice della mostra Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso che, si apre il 15 ottobre in Palazzo Blu a Pisa e realizzata in collaborazione con i musei Picasso di Barcellona, di Antibes e di Malaga. «Non è mai stato un pittore astratto se per astrazione s’intende cancellazione e perdita di rapporto con la realtà», precisa la storica dell’arte.

Del resto Picasso stesso, rivendicando una pittura che va oltre la superficie delle cose per coglierne il senso nascosto, annotava: «dipingo quello che gli altri dicono di vedere ma che non vedono». E altrove aggiungeva: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto».

Con una poetica che rompe radicalmente con gli schemi razionali della prospettiva rinascimentale e con ogni idea di armonia e bellezza classica, Picasso attraversò tutti i generi, ricreando con segno dirompente, originalissimo, una lunga tradizione pittorica. Poco più che ragazzino aveva avuto il coraggio di abbandonare il realismo virtuosistico delle prime prove da enfant prodige a Malaga. Per aprirsi a una ricerca che, nei primi anni del Novecento, e in modo del tutto inaspettato, lo avrebbe portato alla rivoluzione cubista. Ed è proprio questa sorprendente capacità picassiana di cambiare continuamente pelle, insieme al suo sapere guardare in profondità il reale, il solido asse tematico su cui Beltramo Ceppi ha costruito il percorso di questa antologica che, nei nuovi spazi espositivi sul lungarno pisano, resterà aperta fino al 29 gennaio.

Pablo Picasso

Una mostra che porta in Italia oltre duecento opere del genio spagnolo fra dipinti, ceramiche, disegni e importanti serie di litografie e acqueforti, senza dimenticare un’ampia selezione di libri illustrati da Picasso. «Quando ho cominciato a lavorare su progetto di questa esposizione  mi sono accorta che proprio questo aspetto della sua opera era fra i meno noti in Italia» racconta la curatrice, responsabile anche del catalogo Giunti Gamm che accompagna la retrospettiva. Da qui l’idea di provare a radunare la serie completa della Suite Vollard (1939) composta di 99 fogli e nota come uno dei punti più alti dell’opera grafica di Picasso. Dalla sequenza in drammatico chiaro-scuro emergono così le figure di una personalissima mitologia picassiana popolata di fauni, centauri e Minotauri. «Vista nel suo insieme l’opera si presenta come uno straordinario e complesso diario iconografico dal segno fortemente onirico di cui – ricorda Beltramo Ceppi – si può trovare un precedente solo nei Capricci di Goya pubblicati nel 1797 con il titolo Sueños».

Accanto alla riproposizione integrale della Suite, un altro obiettivo raggiunto della mostra in Palazzo Blu è la raccolta e la presentazione delle tredici acqueforti realizzate da Picasso nel 1931 per l’edizione illustrata de Le Chef-d’œuvre inconnu di Balzac che fu pubblicata da Vollard. Casualmente, nel 1937 l’artista spagnolo si trovò a vivere nel palazzetto del Seicento tra rue des Grands-Augustins e il lungosenna omonimo in cui Balzac aveva ambientato il suo racconto sul pittore Frenhofer, amico di Poussin, ma a differenza del maestro del classicismo seicentesco, sdegnoso di ogni mimesi e alla continua ricerca di una forma nuova e sempre sfuggente.

«Un racconto che esercitava una suggestione fortissima su Picasso» ricostruisce Beltramo Ceppi sulla scorta delle testimonianze di Brassaï, «tanto da dedicargli una importante serie di opere che sviluppano il rapporto fra il pittore e la modella». Ma nelle acqueforti ispirate dal racconto di Balzac compaiono anche drammatiche riletture del tema della corrida, qui intesa come rappresentazione drammatica e civile della condizione del popolo spagnolo sotto Franco. Mentre alcune litografie come Taureau et cheval già rimandano a immagini di tori e cavalli de pique come le ritroveremo poi in Guernica.

Picasso, Guernica, particolare

Dopo l’adesione di Picasso alla resistenza antifranchista, il governo della Repubblica, come è noto, gli chiese di dipingere un’intera parete del padiglione spagnolo all’Esposizione universale di Parigi del ‘37. Fu così che proprio nell’atelier di rue des Grands Augustins, dopo il drammatico bombardamento di Guernica in cui persero la vita migliaia di civili, Picasso dipinse l’omonimo quadro. Un’opera forse non geniale come le Demoiselles d’Avignon con cui nel 1907 Picasso inaugurò la stagione cubista ma che resta comunque un cardine nella lunga carriera del pittore spagnolo e il segno più popolare del suo impegno antifascista. Anche per la presa di posizione insolitamente diretta con cui Picasso (che era solito far parlare le sue opere piuttosto che rilasciare dichiarazioni) annunciò il suo intento dipingendo Guernica: «Il conflitto spagnolo è la lotta della reazione contro il popolo, contro la libertà. Tutta la mia vita di artista – dichiarò Picasso in quella occasione -, non è stata altro che una lotta continua contro la reazione e contro la morte dell’arte. Come si potrebbe pensare per un solo momento che io possa essere d’accordo con i reazionari e con la morte?».

E in una mostra che si propone di ripercorrere tutta la carriera di Picasso dal 1901 al 1970 con una particolare attenzione al Picasso più engagé, un’opera come Guernica non poteva essere trascurata. «Non potendo averla in prestito per ovvi motivi mi sono posta il problema di come riuscire ad evocarne la presenza, senza scendere di livello» confessa Beltramo Ceppi. Da questa esigenza è nata l’idea di proporre alcuni disegni preparatori di Guernica di modo che, in sequenza, permettano allo spettatore di “entrare” nella fucina creativa di Picasso, leggendone in filigrana le intuizioni, i rapidi cambi di rotta, i ripensamenti. «L’obiettivo è quello di far conoscere al pubblico come lavorava. Gli schizzi e i disegni permettono di seguire il processo creativo, di seguire il formarsi e precisarsi dell’immagine sulla carta. Cosa che del tutto impossibile con le tele perché Picasso le ridipingeva continuamente e a occhio nudo non si vede il precedente».

E continuando a fare ricerche ad ampie raggio nei “dintorni” di Guernica la mostra pisana ha il merito di riportare in primo piano anche Sogno e menzogna di Franco , una composizione di acqueforti progettate da Picasso nel 1937 per finanziare la Repubblica di Spagna che stava combattendo contro le milizie di Franco. «In due giorni – ricostruisce Beltramo Ceppi – picasso realizzò la prima lastra e parte della seconda, raffigurando il futuro dittatore come un mostro , impegnato nelle azioni più spregevoli». Colpiscono in particolare le scene in cui Franco prega circondato da un filo spinato, «ma appare significativa anche la scena in cui il dittatore prende a picconate un’opera d’arte. In un passo del testo che accompagna le immagini- racconta la curatrice – Picasso evoca grida di bambini e di donne denunciando le atrocità franchiste in un crescendo di invettiva grafica e poetica che sembra preannunciare Guernica». Parole che nella mostra compariranno riprodotte nella grafia originale di Picasso, «in rosso sangue», accanto a brani de Le Chant des morts, il libro che nel 1948 Picasso pubblicò in collaborazione con Pierre Reverdy.

da left-avvenimenti

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