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Nel segno del genio

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 12, 2011

Duecento opere di Picasso in Palazzo Blu a Pisa. Dal 15 ottobre una grande retrospettiva apre finestre inedite ( in Italia) sulla sua opera grafica e sulla produzione più politica dell’artista spagnolo che in Sogno e menzogna di Franco stigmatizzò il regime in un crescendo di invettiva

di Simona Maggiorelli

Picasso, Le-chant-des-morts,1948

«Picasso non fu mai un pittore astratto» dice Claudia Beltramo Ceppi curatrice della mostra Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso che, si apre il 15 ottobre in Palazzo Blu a Pisa e realizzata in collaborazione con i musei Picasso di Barcellona, di Antibes e di Malaga. «Non è mai stato un pittore astratto se per astrazione s’intende cancellazione e perdita di rapporto con la realtà», precisa la storica dell’arte.

Del resto Picasso stesso, rivendicando una pittura che va oltre la superficie delle cose per coglierne il senso nascosto, annotava: «dipingo quello che gli altri dicono di vedere ma che non vedono». E altrove aggiungeva: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto».

Con una poetica che rompe radicalmente con gli schemi razionali della prospettiva rinascimentale e con ogni idea di armonia e bellezza classica, Picasso attraversò tutti i generi, ricreando con segno dirompente, originalissimo, una lunga tradizione pittorica. Poco più che ragazzino aveva avuto il coraggio di abbandonare il realismo virtuosistico delle prime prove da enfant prodige a Malaga. Per aprirsi a una ricerca che, nei primi anni del Novecento, e in modo del tutto inaspettato, lo avrebbe portato alla rivoluzione cubista. Ed è proprio questa sorprendente capacità picassiana di cambiare continuamente pelle, insieme al suo sapere guardare in profondità il reale, il solido asse tematico su cui Beltramo Ceppi ha costruito il percorso di questa antologica che, nei nuovi spazi espositivi sul lungarno pisano, resterà aperta fino al 29 gennaio.

Pablo Picasso

Una mostra che porta in Italia oltre duecento opere del genio spagnolo fra dipinti, ceramiche, disegni e importanti serie di litografie e acqueforti, senza dimenticare un’ampia selezione di libri illustrati da Picasso. «Quando ho cominciato a lavorare su progetto di questa esposizione  mi sono accorta che proprio questo aspetto della sua opera era fra i meno noti in Italia» racconta la curatrice, responsabile anche del catalogo Giunti Gamm che accompagna la retrospettiva. Da qui l’idea di provare a radunare la serie completa della Suite Vollard (1939) composta di 99 fogli e nota come uno dei punti più alti dell’opera grafica di Picasso. Dalla sequenza in drammatico chiaro-scuro emergono così le figure di una personalissima mitologia picassiana popolata di fauni, centauri e Minotauri. «Vista nel suo insieme l’opera si presenta come uno straordinario e complesso diario iconografico dal segno fortemente onirico di cui – ricorda Beltramo Ceppi – si può trovare un precedente solo nei Capricci di Goya pubblicati nel 1797 con il titolo Sueños».

Accanto alla riproposizione integrale della Suite, un altro obiettivo raggiunto della mostra in Palazzo Blu è la raccolta e la presentazione delle tredici acqueforti realizzate da Picasso nel 1931 per l’edizione illustrata de Le Chef-d’œuvre inconnu di Balzac che fu pubblicata da Vollard. Casualmente, nel 1937 l’artista spagnolo si trovò a vivere nel palazzetto del Seicento tra rue des Grands-Augustins e il lungosenna omonimo in cui Balzac aveva ambientato il suo racconto sul pittore Frenhofer, amico di Poussin, ma a differenza del maestro del classicismo seicentesco, sdegnoso di ogni mimesi e alla continua ricerca di una forma nuova e sempre sfuggente.

«Un racconto che esercitava una suggestione fortissima su Picasso» ricostruisce Beltramo Ceppi sulla scorta delle testimonianze di Brassaï, «tanto da dedicargli una importante serie di opere che sviluppano il rapporto fra il pittore e la modella». Ma nelle acqueforti ispirate dal racconto di Balzac compaiono anche drammatiche riletture del tema della corrida, qui intesa come rappresentazione drammatica e civile della condizione del popolo spagnolo sotto Franco. Mentre alcune litografie come Taureau et cheval già rimandano a immagini di tori e cavalli de pique come le ritroveremo poi in Guernica.

Picasso, Guernica, particolare

Dopo l’adesione di Picasso alla resistenza antifranchista, il governo della Repubblica, come è noto, gli chiese di dipingere un’intera parete del padiglione spagnolo all’Esposizione universale di Parigi del ‘37. Fu così che proprio nell’atelier di rue des Grands Augustins, dopo il drammatico bombardamento di Guernica in cui persero la vita migliaia di civili, Picasso dipinse l’omonimo quadro. Un’opera forse non geniale come le Demoiselles d’Avignon con cui nel 1907 Picasso inaugurò la stagione cubista ma che resta comunque un cardine nella lunga carriera del pittore spagnolo e il segno più popolare del suo impegno antifascista. Anche per la presa di posizione insolitamente diretta con cui Picasso (che era solito far parlare le sue opere piuttosto che rilasciare dichiarazioni) annunciò il suo intento dipingendo Guernica: «Il conflitto spagnolo è la lotta della reazione contro il popolo, contro la libertà. Tutta la mia vita di artista – dichiarò Picasso in quella occasione -, non è stata altro che una lotta continua contro la reazione e contro la morte dell’arte. Come si potrebbe pensare per un solo momento che io possa essere d’accordo con i reazionari e con la morte?».

E in una mostra che si propone di ripercorrere tutta la carriera di Picasso dal 1901 al 1970 con una particolare attenzione al Picasso più engagé, un’opera come Guernica non poteva essere trascurata. «Non potendo averla in prestito per ovvi motivi mi sono posta il problema di come riuscire ad evocarne la presenza, senza scendere di livello» confessa Beltramo Ceppi. Da questa esigenza è nata l’idea di proporre alcuni disegni preparatori di Guernica di modo che, in sequenza, permettano allo spettatore di “entrare” nella fucina creativa di Picasso, leggendone in filigrana le intuizioni, i rapidi cambi di rotta, i ripensamenti. «L’obiettivo è quello di far conoscere al pubblico come lavorava. Gli schizzi e i disegni permettono di seguire il processo creativo, di seguire il formarsi e precisarsi dell’immagine sulla carta. Cosa che del tutto impossibile con le tele perché Picasso le ridipingeva continuamente e a occhio nudo non si vede il precedente».

E continuando a fare ricerche ad ampie raggio nei “dintorni” di Guernica la mostra pisana ha il merito di riportare in primo piano anche Sogno e menzogna di Franco , una composizione di acqueforti progettate da Picasso nel 1937 per finanziare la Repubblica di Spagna che stava combattendo contro le milizie di Franco. «In due giorni – ricostruisce Beltramo Ceppi – picasso realizzò la prima lastra e parte della seconda, raffigurando il futuro dittatore come un mostro , impegnato nelle azioni più spregevoli». Colpiscono in particolare le scene in cui Franco prega circondato da un filo spinato, «ma appare significativa anche la scena in cui il dittatore prende a picconate un’opera d’arte. In un passo del testo che accompagna le immagini- racconta la curatrice – Picasso evoca grida di bambini e di donne denunciando le atrocità franchiste in un crescendo di invettiva grafica e poetica che sembra preannunciare Guernica». Parole che nella mostra compariranno riprodotte nella grafia originale di Picasso, «in rosso sangue», accanto a brani de Le Chant des morts, il libro che nel 1948 Picasso pubblicò in collaborazione con Pierre Reverdy.

da left-avvenimenti

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Il collezionista di bambine

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 19, 2010

Passato alla storia come libro per l’infanzia, Alice nel paese delle meraviglie era in realtà l’esca con cui il reverendo Dodgson – alias Lewis Carroll – adescava le sue vittime. Lo racconta in un libro la scrittrice e avvocato siciliana che da anni si occupa della difesa di minori

di Simona Maggiorelli

Lewis Carroll Alice Liddell

«Caro Signore, mi è balenato, dopo che ci siamo separati in strada ieri sera, che forse lei è il proprietario di una certa “Ruth Mayhew” che Mrs Arnold e altri amici mi hanno detto che dovrei fotografare. Se così fosse la giornata è di una bellezza così inconsueta che mi arrischio a proporre che lei o Mrs Mayhew la portino qui. Mi capita di avere del tempo libero e sarò in casa alle 2 e un quarto o alle 3, ma più vicini al mezzodì, migliore la luce…». Così il reverendo Charles Lutwidge Dodgson – più noto con lo pseudonimo Lewis Carroll – scriveva in una lettera inviata il 29 novembre del 1878 da Christ Church (il collegio maschile di Oxford dove insegnava matematica) al padre di una bambina che avrebbe voluto come modella. In altre missive chiedeva a genitori compiacenti di poter «prendere in prestito» le loro figlie per portarle nel piccolo mondo a parte del suo laboratorio di fotografia.

Uno studio che si era fatto costruire ad hoc a latere della sua abitazione e che, agli occhi delle piccole ospiti, doveva sembrare una wunderkammer, una camera delle meraviglie zeppa com’era di giocattoli, di bambole semoventi e di bauli di costumi di scena. Qui l’autore di Alice delle meraviglie metteva in atto tutte le sue strategie per arrivare a poter fotografare le bimbe nude in pose da adulte oppure vestite da reginetta, piccola geisha, damina o in altri abiti esotici. Ogni volta promettendo, da uomo a uomo, al pater familias di non andare oltre i limiti pattuiti. Una contrattazione che il reverendo Dodgson faceva per posta con un linguaggio freddamente razionale, mettendo i nomi delle bambine fra virgolette, quasi quei segni grafici fossero asettici guanti bianchi per afferrarle. Poi lo scrittore avrebbe pensato a ricompensare le madri regalando alle figlie copie rare e autografate della sua Alice nel paese delle meraviglie, da ostentare in società.

Fin qui la parte di verità che si può ricostruire attraverso i diari di Dodgson-Carroll e i rari documenti sopravvissuti alla censura operata dal nipote dello scrittore inglese che, alla sua morte nel 1898, si premurò di cestinare le testimonianze più scabrose. Oltre la superficie della storia documentabile di recente si è avventurata, con sensibilità, la scrittrice Simonetta Agnello Hornby, dedicando all’attività di fotografo di Lewis Carroll il libro Camera oscura, pubblicato dall’editore d’arte Skira. Un romanzo breve quanto folgorante nel ricostruire l’uso e l’abuso che si faceva delle bambine nella società vittoriana, puritana e sessuofoba, dove a 13 anni si poteva essere date in sposa a uomini maturi. Ma anche un libro che si segnala per il preciso e inquietante ritratto psicologico del padre di Alice. Che dopo una giovinezza da esteta con brame di scalata sociale, alla morte del padre, tornò all’ordine seguendone le orme, nonostante fra i due ci fosse stato un rapporto difficilissimo.Così il balbuziente reverendo Dodgson, appartato e serissimo a scuola, viveva una doppia vita, frequentando recite per bambini e altri luoghi dove poter incontrare nuove «amichette». Le disillusioni della vita, le amarezze, le incomprensioni che lo avevano spinto a isolarsi quasi completamente diventavano «delizie» quando Carroll poteva puntare il suo obiettivo su un’Alice in carne e ossa, fissando sulla carta fotografica quelli che lui definiva «indicibili momenti trascorsi in amabile intimità». Già il fotografo e studioso d’arte, Brassaï, in un saggio del 1970 aveva raccontato che il reverendo Dodgson era capace di «infiniti maneggi per impadronirsi di una ragazzina. Le spiava nelle strade, nei giardini pubblici, in treno, nelle gare di tiro con l’arco, nelle feste massoniche e, soprattutto, nei teatri londinesi per bambini». «Ligio al suo clan – aggiungeva Brassaï – le sceglieva di preferenza tra le figlie dei suoi “colleghi” a Oxford… quel timido professore di matematica osava le più incredibili audacie per conquistare una nuova ninfetta, sollecitava gli amici per farsi introdurre nella sua famiglia, era capace di ogni sorta di stratagemmi». La sua esca più riuscita, come si accennava, era proprio quel romanzo che nella storia della letteratura non solo inglese è entrato come libro per l’infanzia. E mentre in Inghilterra in contemporanea con l’Alice cinematografica di Tim Burton è uscita la biografia apologetica In the Shadow of the dreamchild di Karoline Leach (tradotta in italiano da Castelvecchi) in cui si sostiene che «Carroll era una persona normale con normalissimi gusti sessuali, socievole e interessato al teatro», sulla strada aperta da Gianna Sarra con il romanzo Il collezionista e la farfalla (Nutrimenti, 2006), Simonetta Agnello Hornby ha il coraggio di affrontare, attraverso il registro della finzione narrativa, la terribile violenza psicologica che Carroll esercitava sulle bambine che finivano nella sua trappola coperta da fini artistici.

Così, in questo ficcante libricino fornito di apparato fotografico e di un’importante sezione di documenti, la scrittrice siciliana che da trent’anni lavora a Londra come avvocato difendendo minori fa precipitare il lettore nella mente malata del reverendo Dodgson, mostrandone, pagina dopo pagina, la fredda lucidità nell’adescare sempre nuove «bambine-amiche», incurante della distruzione che provocava in loro. Usando magistralmente gli strumenti della narrazione per essere il più fedele possibile alla psicologia del suo personaggio, colta per intuizione. Poi rientrando nei panni usuali della donna di legge nell’appendice biografica del libro Agnello Hornby si chiede: Chi era il vero Charles Dodgson? «Come il padre ecclesiastico – ricostruisce la scrittrice a margine del romanzo – Dodgson junior perdeva il senso dell’umorismo dinanzi a innocue allusioni sulla Bibbia». L’inventore di Alice nel paese delle meraviglie era un bigotto, che faceva molta elemosina agli orfanotrofi (sic!), un uomo – aggiunge – che benché dichiarasse al figlioccio di essere un uomo appagato e felice, nei diari rivela un animo mangiato dai sensi di colpa e un corpo esaurito dalle notti insonni, in cui non riusciva a frenare pensieri ossessivi. Insomma – conclude Agnello Hornby- Charles Dodgson – Lewis Carroll era quello che si dice un vero dr Jekyll e mr Hyde».

Intervista a Agnello Hornby: «pedofilia, un crimine inaccettabile»

Da trent’anni come avvocato, la scrittrice siciliana Agnello Hornby è un questi giorni in Italia per partecipare al Festival del diritto di Piacenza e per presentare il suo nuovo romanzo La monaca (in uscita il 29 settembre per Feltrinelli), «un libro – racconta a left – in cui avrei voluto tracciare due storie parallele: su una ragazza islamica costretta al matrimonio e su una ragazza  europea, in particolare siciliana, costretta allo stesso passo. Poi però questa seconda vicenda mi ha preso la mano. La Monaca, potremmo dire, è un libro nato… da un mio errore.
E La camera oscura, come è nato?
Da un lunghissimo lavoro di studio e di ricerca su documenti originali. Benché sia un romanzo breve, mi ha richiesto molto impegno. Tutte le parole che Dodgson-Carroll pronuncia nel libro sono sue, ovvero, sono tratte dai suoi scritti.
Come si spiega la compiacenza dei genitori che in una società vittoriana e puritana, gli affidavano le figlie?
Purtroppo c’era una connivenza, cosciente o meno. Ed ha molte risonanze nel presente. Pensiamo a come è stato coperto lo scandalo pedofilia nella Chiesa. Ma anche al fatto che in un Paese come l’Inghilterra quasi ogni scuola privata registra casi di pedofilia. Da avvocato ho potuto constatare quale distruzione provochi questo crimine su un bambino. Perdipiù l’adulto violenta approfittando di una posizione di potere e di fiducia. E i pedofili vanno proprio a cercare di infilarsi in quelle istituzioni dove sanno che troveranno dei minori. è davvero perverso.

da left-avvenimenti del 4 settembre 2010

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La rivoluzione della forma

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 9, 2009

Nella mostra Picasso – Cézanne il dialogo a distanza di due artisti, protagonisti della svolta culturale che avvenne nel passaggio dall’Ottocento al Novecento

di Simona Maggiorelli

Cézanne Bagnanti

Cézanne Bagnanti

«Il rapporto di Picasso con Cézanne è un dialogo infinito, cominciato molto presto e proseguito fino alla morte dell’artista spagnolo», racconta Bruno Ely, direttore del musée Granet di Aix-en Provence dove, fino al 27 settembre, è aperta una rassegna dedicata ai due maestri. «Un dialogo che Picasso, di 42 anni più giovane, aveva  cominciato in gioventù durante il primo periodo espressionista e poi aveva continuato in quello rosa. Per arrivare poi alla svolta cubista e alle Demoiselles d’Avignon, un’opera che non sarebbe mai esistita senza le Grandi bagnanti di Cézanne». Per non dire, prosegue Ely, del Picasso collezionista (a cui la mostra dedica una sezione). «Picasso aveva acquistato tre opere importanti come Vista dall’Estaque, Le bagnanti e Château noir, fra le più belle a mio avviso del maestro di Aix.  Alla fine degli anni Cinquanta, poi, con la sua compagna Jacqueline  decise di trasferirsi nel castello di Vauvenargues. Scherzando diceva di essersi comprato la montagna Sainte Victoire in originale».

Strano personaggio Picasso. Lui che rivendicava di non avere padri in arte, diceva che Cézanne era stato «il suo unico e solo maestro», ammettendo di aver passato anni a studiare i suoi quadri, diventandone uno dei massimi conoscitori (così nei dialoghi con Brassaï). Temperamento e carattere diversissimo dal suo, Picasso riconosceva al pittore di Aix una ricerca che nessuno aveva mai fatto, una rivoluzione delle forme, che inaugurava una nuova strada nell’arte, fuori dalla mimesi della natura, aprendo la rigida gabbia razionale della prospettiva rinascimentale a una diversa profondità e a una pluralità di punti di vista.
Nel suo appartato studio di Aix-en Provence, Cézanne aveva dedicato tutto se stesso a questa ricerca di un diverso modo di rappresentare la realtà,  per come appariva all’artista. «Lavorava solo, senza allievi, senza ammirazione da parte della sua famiglia, senza l’incoraggiamento di giurie», annotava il filosofo Maurice Merleau-Ponty ne Il dubbio di Cézanne (in Senso e non senso, Il Saggiatore). E non mancarono gli attacchi feroci: pittura da «bottinaio ubriaco» scriveva nel 1905 un critico francese, mentre l’“amico” Zola  parlava di lui come di «un genio abortito». Invecchiando, lo stesso Cézanne cominciò a  pensare che la novità della sua pittura potesse essere dovuta solo a un «disordine della vista».

Nella lunga e variata sequenza di quadri che Cézanne dedicò alla Saint Victoire che svetta su Aix en Provence, invece, andò ben oltre il lavoro degli impressionisti che cercavano il vedere istantaneo, il flash, la piattezza dell’istante. Ma ancor più chiaramente si mosse nella direzione opposta a quella intrapresa da Monet che arriverà a dissolvere ogni forma nel colore. Inconsapevolmente (come ha notato per primo Merleau-Ponty) Cézanne arrivò a rappresentare sulla  tela il primo formarsi della visione come immagine indefinita che emerge dal progressivo aggregarsi di macchie di colore. è lo stesso processo della visione quello che Cézanne cerca di rappresentare. In questo modo introducendo nel quadro la durata, un tempo interiore specificamente umano.

Dopo di lui la pittura non avrebbe più potuto essere mera, accademica, registrazione del dato oggettivo o trascrizione di un ricordo cosciente. L’arte, per essere davvero tale, doveva essere creazione di immagine, a partire da una propria, personalissima, elaborazione dei rapporti con gli altri, a partire da un vissuto interiore. Picasso, forse più di ogni altro artista delle avanguardie storiche, intuì l’importanza di questa svolta. «Ciò che lo avvicinava particolarmente a Cézanne – nota ancora Bruno Ely – è che entrambi avevano trovato una propria visione in maniera antidogmatica, senza dipingere opere a tesi». E se su questa strada di “apertura all’irrazionale” anche Van Gogh e Matisse (seppur su piani diversi) avevano fatto un proprio originale percorso, a mettere in particolare sintonia Picasso con Cézanne fu il fatto che il maestro di Aix aveva realizzato la sua rivoluzionaria svolta attraverso una ricerca sulle forme più che sul colore.Detto altrimenti, anche se sommariamente, ad attrarre l’attenzione di Picasso sulle potenti nature morte di Cézanne fu il modo in cui lui trattava la forma-colore. Nei suoi quadri pesche e oggetti acquistano una straordinaria solidità e forza volumetrica, mentre la prospettiva ortogonale lascia il posto a un complesso intersecarsi di piani che si aprono e si chiudono in profondità.

Ma ancor più Picasso amava certi suoi ritratti in cui la figura di madame Cézanne, quella del figlio, oppure l’immagine apparentemente comune di due giocatori a carte appaiono sottilmente deformate, sfuggenti a una logica di proporzioni e misure, acquistando così un’espressività e un significato più allusivo e complesso. Picasso ne era rimasto colpito quando vide la retrospettiva che il Salon d’Automne dedicò a Cézanne nel 1907, a un anno dalla sua morte. Ma già nei primissimi del Novecento, appena arrivato a Parigi dalla Spagna, Picasso aveva cominciato a riflettere e a lavorare su quanto Cézanne aveva dipinto, ma anche annotato a latere nei quaderni: affermazioni come «la natura è all’interno» trovavano una particolare risonanza in Picasso che tentava di passare dalla deformazione onirica tipica delle inquiete figure del periodo blu alla violenta scomposizione cubista. Una scomposizione della figura che lasciava intravedere un’immagine fin lì invisibile. Linee spezzate e vertiginose che in opere come Les demoiselles del 1907 fanno emergere il contenuto e il movimento vitale di una forma latente.

In primo piano potenti immagini di donna costruite con triangoli e losanghe e che richiamano alla mente il celebre passo di una lettera di Cézanne in cui scriveva che, per trovare una nuova volumetria in pittura, bisogna «trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono». Passo di cui Braque e compagni fecero una sorta di manifesto cubista. Anche per questo sarebbe stato interessante poter vedere al musée Granet – nel dialogo che si squaderna in una cinquantina di opere dei due maestri – anche un confronto fra questo capolavoro di Picasso conservato a New York e le Les grandes baigneuses di Cézanne di Londra e di Philadelphia. Ma le complicate politiche dei prestiti internazionali non l’hanno consentito. In compenso in questa mostra di Aix si può confrontare dal vivo un primo piano di madame Cézanne e un possente ritratto cubista di Fernande Olivier. Si “toccano con mano” i debiti cézanniani del cubismo analitico nel Ritratto di Ambroise Vollard di Picasso appeso accanto a quello che gli fece il pittore francese. Ma soprattutto si può capire qualcosa di più di un quadro enigmatico  come Il ragazzo che conduce un cavallo (1905-6), opera dalla lunga gestazione ed evoluzione. All’epoca, con il nudo, una tavolozza quasi monocroma e il richiamo all’essenzialità dell’antico, Picasso cercava una via di uscita dalla teatralità e  dall’aneddotica del periodo rosa. Qui si realizza pienamente che la trovò non solo nel  rapporto con l’arte fenicia esposta al Louvre, ma anche e soprattutto nel rapporto con il Grande bagnante (1885)  di Cézanne.

da left-Avvenimenti 26 giugno 2009

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