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I mille volti dell’India

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 17, 2010

Tra ricerca di nuovi linguaggi e tradizione alta. I tigrotti della nuova scena letteraria si raccontano dal 13 al 17 maggio al Salone del libro di Torino. Da Kiran Desai ad Anita Nair, alle nuove voci emergenti,che in India, sono soprattutto femminili. E di talento.

Vishnu salva Gajendra,re degli elefanti

Frammenti di India, del suo ricco universo multiculturale, dal 13 al 17 maggio, al Lingotto di Torino compongono il bel volto di una democrazia giovane e in rapida crescita, sul quale però ancora si vedono i segni lasciati dal colonialismo.

Tra tradizione e sviluppo, fra povertà e industria high tech, fra inarrestabili megalopoli e il tempo lento dei villaggi rurali. E ancora…

Fra sperimentazione di nuovi linguaggi e il fascino di antichi miti. Per cinque giorni decine di scrittori e intellettuali indiani al Salone del libro si passeranno il timone del racconto. Pochi i sapienti paludati. Perlopiù gli ospiti sono giovani “ambasciatori“ di una cultura in vitale fermento.

In India, del resto, il 50 per cento della popolazione ha circa 30 anni. E non ancora quarantenne è anche uno delle scrittrici indiane più attese, Kiran Desai, voce critica della globalizzazione e narratrice raffinata che con Eredi della sconfitta (Adelphi) è stata nel 2007 la più giovane vincitrice del Booker Price. Figlia di Anita Desai, Kiran è un’autrice schiva, che si concede il lusso di distillare le sue opere senza fretta. Compagna di vita di Orhan Pamuk non ama stare troppo sotto i riflettori. Se non quando vi è chiamata per la sostanza politica dei suoi romanzi. E «di questi tempi-ammette Desai- è difficile per un romanziere sottrarsi a una lettura politica». Anche per questo, per parlare dei problemi dell’India di oggi, Kiran Desai ha accettato di aprire il 14 maggio la serie degli incontri che il Salone dedica al paese ospite 2010. Il contrasto fra globalizzazione e l’emergere di “nuovi” localismi innerva profondamente Eredi della sconfitta, libro dalla tessitura complessa, fra invenzione poetica e storia. In quattrocento pagine, attraverso le storie parallele di una manciata di personaggi, Desai affresca il paesaggio accidentato di una democrazia in rapido sviluppo sullo scenario mondiale degli anni Ottanta, ma anche segnata da rigurgiti etnici e religiosi. Un fuoco narrativo del romanzo è a Kalimpong, un villaggio tra Nepal e Tibet, dove il chiuso nazionalismo dei Gurkha spinge per l’indipendenza. Un altro, contemporaneamente, arde a New York dove un giovane di Kalimpong, senza permesso di soggiorno lavora come uno schiavo in un locale esotico per occidentali. «Se da un lato i processi di globalizzazione dell’economia hanno portato innovazione – spiega Desai – dall’altro hanno prodotto nuova povertà. Per capirlo basta andare nella periferia di Delhi dove grattacieli finanziati dall’American Express o dalla Tata sono costruiti da muratori sfruttati e senza diritti».

Uno sguardo critico sui processi di globalizzazione in India è anche quello offerto dallo scrittore Indra Sinha nel romanzo Animal (Neri Pozza): una vivida ricostruzione del drammatico incidente chimico industriale accaduto a Bhopal nel 1984. La Union Carbide India, una multinazionale americana produttrice di pesticidi causò la morte di 754 persone. Nel libro quella tragedia è raccontata dal punto di vista di un bambino, uno dei tantissimi intossicati dal veleno, che si stima furono tra 200 e 600mila persone. Il 16 maggio con Tarun Tejpal, autore di Storia dei miei assassini (Garzanti), Sinha racconterà il suo impegno di scrittore e “testimone”.

Sul piano più strettamente economico, invece, a svolgere una serrata critica ai processi di globalizzazione (il 16 maggio in dialogo con Loretta Napoleoni) sarà Prem Shankar Jha. Nel libro Quando la tigre incontra il dragone e nel più recente Il Caos prossimo venturo, entrambi editi da Neri Pozza, il filosofo ed economista indiano manda in frantumi la formula “Cindia”, in quanto invenzione di un cattivo giornalismo occidentale che appiattisce le immense differenze politiche e culturali fra Cina e india. «Molti osservatori occidentali- sottolinea Jha- non colgono la differenza abissale che c’è fra il capitalismo di stato cinese e quello indiano, più di stampo occidentale». Ma azzerano anche le enormi differenze sociali fra un paese politicamente irreggimentato come la Cina e una democrazia in fieri come l’India «dove la rabbia dei diseredati – sostiene Jha – può trovare una canalizzazione politica e una risposta nelle istituzioni».

rama sita e laksmana in esilio, collezione Ducrot

E tutto il fascino e il dramma di un’India percorsa da forti tensioni, zavorrata da sacche di fondamentalismo religioso e di povertà, ma per altri versi estremamente viva e in movimento si trova fortissimo nelle pagine de La tigre bianca (Einaudi) e di Fra due omicidi (Einaudi) del giovane Aravind Adiga che saranno lette al Salone.

Ma anche nei reportage di Suketu Metha. Emblematico resta il suo Maximum City (Einaudi) scritto nel 2007, un anno prima dell’attentato di Mumbai, un attacco feroce, secondo il giornalista indiano, proprio al carattere cosmopolita più profondo di questa megalopoli da 18 milioni di abitanti, dove sindhi, punjabi, bengalesi e molti altri cittadini di etnie diverse vivono fianco a fianco in spazi pubblici e privati che, fiduciosamente, “non conoscono privacy”.

Nella complessa koinè di Mumbai scrive Altaf Tyrewala in Nessun dio in vista (Feltrinelli) si mescolano da sempre musulmani e indù, cattolici e pagani. Quattordici lingue e otto religioni abitano la città che i colonialisti inglesi tentarono con violenza di occidentalizzare, fin dal nome, ribattezzandola Bombay.  Nato nel 1977, Tyrewala fa parte della folta flotta dei nuovi narratori indiani che, in stili nuovi – in questo caso brevi capitoli a staffetta lungo imprevedibili percorsi narrativi- permettono di tuffarsi nella ribollente vita di una megalopoli post industriale come Mumbay, come New Delhi o come la capitale dell’high tech Bengalore. Con Tishani Doshi, della quale è appena uscito Il piacere non può aspettare (Feltrinelli), al Lingotto, il 13 e il 16 maggio, Tyrewala racconta la nuova scena letteraria indiana non più abitata solo di narrativa in senso classico ma anche di inchieste, fumetti e graphic novel. Un tipo di letteratura ibridata, ironica, spiazzante, ma anche corrosiva verso i facili miti della “shining India”. Per averne un assaggio basta leggere l’antologia curata da Gioia Guerzoni per Isbn, poi se – come è capitato a noi- la curiosità non si placa la neonata casa editrice Metropoli d’Asia, (nata da una costola della Giunti) offre già una decina di titoli, fra i quali molti noir e un elegante graphic novel, Nel cuore di smog city che la giovane illustratrice Amruta Patil presenta a Torino il 13 maggio.

Accanto alla narrativa sperimentale che ama mescolare differenti linguaggi c’è un altro fenomeno macroscopico da segnalare nella nuova letteratura indiana: la forte presenza di scrittrici. Artisticamente cresciute, ciascuna con una propria voce e originalità, nel varco aperto a partire dagli anni Cinquanta dal talento di Anita Desai e poi, negli anni Ottanta, da Arundhati Roy. Più dei loro colleghi, rimasti legati a una modalità narrativa di stampo inglese e razionalista (da Ghosh a Rushdie) queste scrittrici entrate nel pantheon della letteratura internazionale sono capaci di fondere storia e letteratura alta, poetica.

Ganesha, collezione Ducrot

I loro libri vivono di una attenzione al vissuto più profondo dei personaggi e di una lingua ricca di immagini. Proprio in questo ambito di ricerca idealmente si iscrive l’esordiente Anuradha Roy (il 16 al Lingotto) con il romanzo L’atlante del desiderio (Bompiani). Un romanzo storico, dal sapore di epos, che rincorre lungo il Novecento la vicenda di due amanti osteggiati dalle famiglie, che si ritroveranno inconsapevolmente dopo molti anni. Ma una narrazione icastica, in uno stile asciutto e appassionato, che va al cuore delle cose è anche quella che caratterizza Giorno di pioggia a Madras (edizioni e/o) in cui Samina Ali racconta la vita di una ragazza di oggi che vive tra Minneapolis e l’indiana Hyderabad e che da un padre violento e da una madre che è stata ripudiata si vedrà costretta, in nome della sottomissione all’Islam, a un matrimonio combinato.

Dei conflitti fra religione e laicità moderna, fra tradizione indiana e forzata occidentalizzazione, Ali parlerà al Lingotto il 17 maggio nell’ambito della rassegna Lingua madre. E ancora di “india al femminile” parla il 15 maggio un’autrice ben conosciuta anche dal pubblico italiano: Anita Nair. Autrice del best seller Cuccette per signora e, fra gli altri, del bellissimo libro illustrato La mia magica India (Donzelli) Nair ha appena pubblicato il suo nuovo L’arte di dimenticare (Guanda), incentrato su una vicenda che, come quella narrata da Ali, apre molte riflessioni su come le tradizioni di Oriente e Occidente si intrecciano e si scontrano sulla pelle di molte donne indiane oggi.

L’India del nuovo millennio è certamente il Paese che ha permesso a una intoccabile, Naina Mayawati, per la prima volta, di diventare ministro. E come scrive Javier Moro (il 14 maggio a Torino) nell’appassionata biografia di Sonia Gandhi Il sari rosso (Il Saggiatore) l’India è la democrazia che, per portare avanti la politica di Nerhu e Gandhi, «ha scelto coraggiosamente una donna, per giunta un’italiana, come premier». Ma fuori dalle moderne megalopoli, nei villaggi più poveri, è anche la nazione dove le donne che hanno studiato «sono ancora viste con orrore» come racconta Radhika Jha ne Il dono della dea (Neri Pozza). Attraverso la storia della giovane Laxmi che va a studiare all’estero per riscattare il sogno fallito del padre di far fruttare la terra con le nuove tecnologie, Jha (a Torino il 15 e 16) indirettamente apre una finestra sul dramma dei contadini indiani che, per comprare sementi brevettate e spacciate dalla multinazionali come miracolosamente produttive, finiscono per suicidarsi in un gorgo di debiti e usurai.

Nell’India rurale e arretrata, nell’Uttar Pradesh, una delle regione più povere, dove le donne sono tenute nell’analfabetismo e costrette a sposarsi da bambine, Sampat Pal nel 2006 ha fondato la Gulabi gang, la gang dei rosa rosa, un gruppo di donne che lotta contro la violenza e la sopraffazione, quando non c’è altro mezzo, anche con le maniere forti e i bastoni. A Torino, il 15 maggio, questa indomita cinquantenne che lotta per i diritti delle donne e per una società più giusta presenta la propria autobiografia Con il sari rosa, appena uscita per Piemme.” Il nostro obiettivo- racconta Sampat Pal- è combattere il fenomeno delle spose bambine. Questa è la prima emergenza.  Non che con questo il  problema dei matrimoni tradizionali non sia un problema ma per cambiare una tradizione di secoli ci vorrà tempo, non possiamo pensare di cambiare tutto subito”. Sampat Pal che è nata  dei mandriani, una delle caste più povere, era analfabeta, ma con una ribellione trasformata in canto ha saputo  ottenere attenzione da parte delle donne. “La nostra è una società molto tradizionale , se avessi semplicemente detto: donne ribellatevi , nessuna mi avrebbe ascoltato. Cantando canzoni popolari – racconta- il messaggio a poco a poco è arrivato”. Oggi il movimento messo in piedi da Sampat Pal conta migliaia di donne pronte a uscire allo scoperto per combattere per i propri diritti.

Simona Maggiorelli

da left-avvenimenti, 7 maggio 2010

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La mia musa si chiama Rio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 28, 2010

Tra musica, letteratura e il nuovo Brasile di Lula. Chico Buarque de Hollanda presenta a Libri Come il suo ultimo romanzo, Latte versato edito in Italia da Feltrinelli

di Simona Maggiorelli

Chico Buarque de hollanda

“Non so perché lei non voglia alleviarmi il dolore. Ogni giorno apre le persiane con violenza facendo in modo che il sole colpisca il mio volto. Non so cosa ci trova di bello nelle mie smorfie, ogni volta che respiro è una fitta…” così il centenario Eulálio d’Assumpção, da un letto di ospedale a Rio, racconta la sua vita all’infermiera e alcuni indefiniti personaggi in corsia. In un ininterrotto stream of consciousness cheattraversa duecento anni di storia del Brasile risalendo la corrente del tempo sul filo della vicenda della propriasaga familiare, di generazione in generazione. Un racconto il suo, nella prosa musicale di Chico Buarque de Hollanda, che mescola ricordi coscienti a memorie profonde. Protestando contro la morfina che cancella le ferite ancora aperte. “Quando persi mia moglie, fu atroce. E qualsiasi cosa io ora ricordi, fa male, la memoria è una vasta ferita – confessa il protagonista del romanzo Latte versato-. Ma lei non mi dà le medicine, sembra quasi disumana. Credo che lei non faccia neanche parte del personale, non ho mai visto il suo viso qui intorno…”. E poi in un lampo: Ma è chiaro, sei mia figlia, eri in controluce, dammi un bacio”.

Tra rabbia e malinconia ma anche inaspettati guizzi di autoironia, Eulálio – in questo nuovo libro che Chico Buarque ha presentato a Roma nell’ambito della rassegna Libri Come- si fa cantastorie di un epos che va al di là di confini della propria, pur lunga, esistenza biografica. Anche lui, come il musicista e autore di Latte versato è testimone e cantore di un pezzo importante della storia del Brasile. “Sono figlio di uno storico (Sergio Buarque de Hollanda ndr)” racconta Chico di se stesso, con un sorriso schivo e gentile, mentre le fans reclamano la sua attenzione. “Ho sempre letto molto, ma non ho mai cercato di scrivere da storico. E non ho la pretesa di farlo ora. Ma è vero che tracciando lo sfondo del romanzo mi sono messo a studiare e forse, per la prima volta, ho capito il gusto che provava mio padre nella ricerca documentaria”. Seduto a un tavolino all’aperto del bar dell’Auditorium di Roma, Chico Buarque parla di letteratura, di musica di arte, ma il suo sguardo azzurro si accende in modo particolare quando il discorso piega sulla svolta democratica di Lula e su temi che toccano il cuore della democrazia.

Con Caetano Veloso e Gilberto Gil è stato l’iniziatore della svolta tropicalista, di un modo di fare musica che univa alla ricerca l’impegno civile. Dopo aver combattuto la dittatura e aver trascorso negli anni Settanta diciotto mesi di esilio volontario in Italia, Chico Buarque de Hollanda è diventato in anni più recenti uno dei maîtres à penser del nuovo Brasile di Lula. Per quanto in posizione più defilata rispetto a Gill che ha accettato incarichi da ministro della Cultura.

Chico si sarebbe mai immaginato che gli artisti avrebbero davvero potuto dare un contributo così interno alla svolta politica e culturale del Brasile?

Non avrei mai immaginato un’apertura e una possibilità di cambiamento di questa portata. E noto che la stampa straniera ancora non ci crede. Spesso il sottotesto degli articoli dice: ma non può essere vero, questa è propaganda! Invece il compito dovrebbe essere verificare cosa sta cambiamento realmente, anche se era impensabile.

Le giovani generazioni brasiliane di oggi che rapporto hanno con la memoria storica dei tempi della resistenza alla dittatura?

In Brasile, come in molti paesi latinoamericani, c’è una tendenza a evitare lo scontro su quelli che sono stati i nostri anni di piombo. Si fanno film sulla tortura della dittatura, si fanno processi. Ma è anche vero che i giovani brasiliani si interessano di meno, leggono meno, sono meno informati dei loro coetanei uruguaiani o argentini. Al fondo però non saprei dire se questa loro smemoratezza, se questo saper dimenticare, sia del tutto un disvalore.

In Italia la smemoratezza ha portato a rieleggere più volte Berlusconi al governo.

La situazione italiana oggi, devo dire, mi pare davvero molto preoccupante.

La Chiesa ha avuto un ruolo di primo piano nelle vicende dittatoriali latinoamericane, come valuta l’emersione sulla stampa internazionale della pedofilia coperta dal Vaticano?

Come un fatto positivo. Papa Ratzinger non poteva non sapere. Così come sapevano tutti. Per un periodo, da giovanissimo, ho frequentato scuole cattoliche, tutti sapevamo che c’erano state storie di violenze pedofile su studenti, anche se non ne eravamo stati direttamente vittime.

Tornando al suo nuovo romanzo, in Latte versato lei fa un lavoro sulla memoria storica trasmessa dal protagonista del romanzo con la ricchezza di immagini di una storia orale. L’ispirazione viene anche da maestri come Marquez?

Probabilmente ho attinto a fonti letterarie, inconsapevolmente, ma l’ispirazione più diretta, devo dire, è stata mia madre che oggi ha quasi cento anni e che mi ha sempre raccontato di Rio, delle navi che andavano e venivano da Copacabana, bastimenti con nomi sempre diversi e un carico di lettere e di messaggi dall’Europa e che rappresentavano soprattutto per le elite brasiliane degli anni Venti un’apertura su un mondo lontano e nuovo.

Lei ha scritto un romanzo immaginario su Budapest. Ora torna a raccontare Rio. Joyce sosteneva che l’esilio gli permetteva di vedere meglio il cuore di Dublino. Ma c’è anche chi, come Pamuk, dice che non potrebbe scrivere lontano da Istanbul…

I miei tre romanzi precedenti parlavano di una Rio de Janeiro e di una Budapest, come diceva, immaginarie. Budapest per me è stata una metafora, uno specchio per parlare di aspetti nascosti di Rio. Mi ispirava una Budapest sognata. Poi amici ungheresi mi hanno detto avresti potuto scrivere di quella strada o di quell’altra. Al di là di tutto non sarei mai riuscito a scrivere con una guida della città alla mano. Tanto che quando ne scrivevo non c’ero ancora mai stato. Quanto a Rio, la città dove vivo, è senza dubbio la mia musa. E’ il mio paesaggio naturale. Ed è vero anche che quando viaggio riesco a coglierne da lontano tratti che da lì non vedo chiaramente. Ovviamente parlo di aspetti che non riguardano il mero paesaggio urbano della città.

Lei una volta ha detto di aver imparato a usare parole in senso poetico quando doveva scrivere venti canzoni perché due passassero il vaglio della censura. Quanto la musica, invece, ha aiutato il suo lavoro di scrittore?

Moltissimo. La musicalità della prosa è una ricerca continua. In certo senso mi sentirei di dire che la musica mi ha aiutato a far incontrare poesia e prosa. Temo, dando molto filo da torcere, ai traduttori.

dal quotidiano Terra  domenica 28 marzo 2010

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Chi dice donna dice malanno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 20, 2010

Dalla preistoria ai nostri giorni, la studiosa ripercorre il cammino di una secolare misoginia

di Simona Maggiorelli

Frammenti di fregio da una casa sull’Esquilino in III stile romano, Musei Vaticani

Quando uscì L’ambiguo malanno, condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana era il 1981 e, sul piano del diritto, le donne avevano fatto molte conquiste: nel ’69 era stato abrogato l’articolo 559 del codice penale che puniva l’adulterio come reato, nel ’70 era stata varata la legge sul divorzio, nel ’75 il nuovo codice di famiglia e nel ’78 si legalizzava l’aborto. E anche se si sarebbe dovuto aspettare il 1996 perché la violenza sessuale non fosse più considerato solo «un delitto contro la morale pubblica e il buon costume» il momento storico sembrava fertile per ulteriori passi avanti di emancipazione. «Fu questo il motivo che mi spinse allora a pubblicare un libro dedicato alla storia della condizione femminile non solo per gli addetti ai lavori.

Ripercorrere la storia delle discriminazioni pensavo potesse aiutare un pubblico più vasto a capire» annota Eva Cantarella a incipit della nuova edizione del libro che Feltrinelli manda in libreria il 23 marzo. Ma era difficile immaginare allora che questo libro si sarebbe rivelato ancor più attuale negli anni duemila quando le donne italiane si sono viste proibire l’accesso alle più avanzate tecniche di fecondazione assistita e sono tornate a sentirsi dare delle assassine quando decidono di abortire.

Prof. Cantarella ne L’ambiguo malanno scriveva che il cammino verso l’emancipazione «è tutt’altro che irreversibile». Oggi ne abbiamo tristemente prova?

Ciò che è accaduto alle donne in Italia negli ultimi anni fa riflettere. Perciò ho accettato volentieri di ripubblicare questo libro. Negli anni ’70 sembrava che si fosse imboccata la via, anche sul piano legislativo, per rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne di realizzarsi. Al di là del solito ruolo familiare (che oggi peraltro continuano ad avere). Abbiamo raggiunto la parità sul piano formale, ma non quella sostanziale. È avvilente che in un paese in cui le donne sono presenti in tanti ambiti sociali l’immagine di donna che emerge sia quella proposta dai fatti di cronaca e dalla tv.

Eva Cantarella

Che escort e massaggiatrici, insieme a mogli devote, siano l’immaginario femminile di questo governo la dice lunga?

è questo che fa paura. Dispiace vedere questa subalternità delle donne. Perché tante ancora l’ accettano? Qui torna fuori la storia. Ne L’ambiguo malanno e in Passato e presente ho cercato di mettere in luce la differenza che c’era fra la condizione delle donne greche e quella delle romane. In Grecia erano del tutto subalterne. A Roma apparentemente no, ma la loro condizione era molto più pericolosa. Qui sono le radici di molti nostri mali. Se non uscivano dal ruolo di mogli e madri, le donne romane venivano ricompensate con il rispetto personale e sociale. La matrona era celebrata.

Le romane erano cooptate in un sistema sociale maschile, perdendo la propria identità, il proprio “sentire”?

Accade quando le donne accettano di perdere la propria autonomia per entrare, con un gioco di do ut des, in situazioni di potere, per avere visibilità. Accettando di perdere la dignità che viene dal guadagnarsi le cose .

Dare “voce” alle generazioni di donne sconosciute, «annullate come individui, a causa della loro identità sessuale». Così annunciava il progetto del libro. Partendo dalla preistoria analizzava l’ipotesi di Bachofen di una fase antichissima di matriarcato. Oggi che cosa ne pensa?

Negli anni ’70 era molto di moda la teoria matriarcale sostenuta dalle femministe. L’equivoco, a dire il vero, è antico. Nella prefazione alla quarta edizione dell’Origine della famiglia, Engels interpretava un passo dell’Orestea di Eschilo come vittoria del matriarcato. Come la prova, insomma, che ci fosse stato veramente un matriarcato, poi però sopraffatto dal patriarcato. Ne ricavava in chiave progressista che la famiglia borghese non è eterna e immutabile. Era il sogno e l’utopia che qualcosa potesse cambiare con un matriarcato di ritorno. Ma il matriarcato non è mai esistito. E in ogni caso, penso, non sarebbe un sistema migliore, ma l’equivalente del patriarcato.

Quando si passò dalla caccia all’agricoltura «il rapporto uomo donna che sino ad allora aveva registrato il predominio maschile», lei scrive, cominciò a cambiare. In che modo?

L’agricoltura è stata un’invenzione delle donne. Questo sembra accertato. Per quanto si possano verificare le cose accadute nella preistoria. Mentre gli uomini andavano a caccia le donne cominciarono a coltivare piante. A poco a poco la carne non fu più l’unico alimento base. Ma, ancora una volta, questo non significa che le donne così presero potere.

affresco, Creta

Alla società minoica e a Creta lei dedica pagine densissime. L’arte ci racconta in questo caso di donne femminili, libere…

Ci sono stati nella storia momenti in cui le donne hanno avuto libertà e ruoli diversi. A Creta, ma anche nell’antico Egitto, per esempio. Oppure nel mondo etrusco. Nell’antichità ci sono state civiltà in cui le donne, per esempio, erano istruite. Non accadeva in Grecia.

Già in Omero, come lei ci ha ricordato in altre occasioni, si possono leggere le radici di una secolare misoginia.

Anche se curiosamente il mondo omerico è stato talora interpretato come un mondo dove le donne erano molto influenti. (Si è detto perfino che l’Odissea fosse stata scritta da una donna). In realtà il mondo omerico è androcentrico. Le donne non potevano uscire né parlare: quando la povera Penelope si azzarda a parlare, il figlio, che è un ragazzino, le dice: «stai zitta e torna in camera tua». In Omero le donne venivano già divise in due categorie: perbene e non. Ulisse ha una moglie che ha tutte le virtù e poi, secondo una doppia morale, incontra altre donne. Come sono queste altre? Pericolose come Circe oppure gentili e seducenti come Calipso. Ulisse, però, era convinto che stando con lei avrebbe perso se stesso. Le sirene, poi, sono il simbolo della sessualità femminile non perfettamente umana, perché non legata alla procreazione.

E arriviamo al titolo del libro che riprende il durissimo anatema dell’Ippolito euripideo contro le donne.

Ippolito è un personaggio di una tragedia, la Fedra ma le sue parole contengono uno stigma che la gente condivideva, anche se non in forma così estrema. è la forte misoginia che caratterizzò tutta la cultura greca.

Nel concedere alle donne le stesse possibilità degli uomini Platone, secondo studi femministi, fu meno misogino. è davvero così?

Per carità! Basta dire che per Platone se gli esseri umani si comportano male si reincarnano in donne o animali.

Fu anche il filosofo che aprì la strada a una lettura della parola psiche come anima?

Sì è proprio così. Prima di lui la parola psiche in greco significava qualcosa di completamente diverso da anima. La nostra traduzione è sbagliatissima. Pensi a Ulisse quando scende nell’Ade, diciamo che incontra delle anime. Ma non lo sono, sono degli uccelli che stridono, sono fumo, sono ombre.

Platone dice anche che gli omosessuali sono i veri uomini e i più adatti al governo della cosa pubblica.

Lo dice nel Simposio. è un discorso che ha ricadute pesanti sul modo di considerare la donna. Anche se sotto questo riguardo l’influenza negativa di Aristotele è stata più duratura nei secoli.

Lei riporta un dibattito greco “sul mistero della nascita”, da Ippone a Ippocrate. In questo quadro Aristotele formulò la sua feroce visione della donna?

Per lui la donna è materia. Non ha il logos. Ha ruolo nella riproduzione e, per giunta, è solo passivo…

Con il Cristianesimo l’identità e l’immagine della donna subirono un colpo mortale. Lei ricostruisce che la predicazione dei padri della Chiesa vi contribuì fortemente, fin dalla crisi dell’impero. Ce ne sono ancora tracce?

Da laica (ho fatto le scuole dalle suore e mi è bastato) mi sembra di poter dire che la concezione della donna che ha la Chiesa non sia delle più elevate. Il fatto stesso che non possano essere sacerdoti rivela un enorme pregiudizio. Il fatto poi che per dedicarsi meglio alla Chiesa i preti debbano evitare rapporti denota un’idea di superiorità del celibato rispetto allo stato matrimoniale.

La società greca era fondata sulla pederastia, lei ha scritto. Il cittadino per diventare tale doveva passare per questo “imprinting”. E nei seminari cattolici?

Quello che posso dire è che la pedofilia riguarda i bambini, mentre la pederastia greca riguarda adolescenti dai 13 anni ai 17 anni. I maschi greci, va detto, si sposavano a 14 anni le femmine a 12. Oggi si sente dire da alcuni che i bambini siano consensuali. Non è possibile: i bambini non sono in grado di consentire, non hanno la maturità sessuale. Dunque è sempre violenza.

Di fronte allo scandalo uscito sui media fonti ecclesiastiche sostengono che il fenomeno della pedofilia nella Chiesa sarebbe molto più circoscritto di quanto dicano i media perché in parte si tratterebbe di rapporti etero (con minori) in parte di efebofilia.

Ho letto un articolo di recente in cui un esponente del clero diceva: non siamo mica solo noi che lo facciamo nei seminari, lo fanno anche in altri luoghi. E con questo? Vuol dire che è meno grave? Dire efebofilia significa che se ha, mettiamo, 13 anni si può fare? Sono allibita. Non ho parole.

IL LIBRO. SULLE ORME DI CIRCE

mero potrebbe non avercela raccontata giusta su Circe e sui suoi poteri magici. La dea terribile che l’Odissea ci presenta , «la strega pronta a umiliare i viandanti e a sottrarli al mondo umano», forse non era davvero tale, nella materia orale e polisemica del mito alle sue origini. A sostenerlo sono  Maurizio Bettini e Cristina Franco  ne Il mito di Circe, immagini e racconti dalla Grecia a oggi appena uscito per Einaudi. Lo stesso Plutarco ci racconta una diversa storia della maga che incantò Ulisse e tramutò i suoi compagni in porci. è una Circe, la sua, «molto amabile e comprensiva con il rude e arrogante condottiero», annota il filologo classico dell’Università di Siena, che per la casa editrice torinese sta preparando una collana di volumi per conoscere più da vicino i miti che la Grecia antica. Miti che sono stati riletti e rielaborati da pittori e scrittori nel corso di molti secoli successivi. Il caso di Circe è, in questo senso, paradigmatico. Seguirne le avventure nell’iconografia lungo i secoli permette anche di riscontrare quanto sia lunga l’ombra di quella nera  ambivalenza che Omero le attribuì.

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L’Italia dei nuovi schiavi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 1, 2010

Dopo Lavorare uccide, lo scrittore Marco Rovelli racconta la realtà dei clandestini sfruttati e poi messi proditoriamente fuori legge dal governo. Il primo marzo è sciopero degli immigrati in tutta la penisola per 24 ore.

di Simona Maggiorelli

Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea

Mircea fa il pastore nel catanese. Lavora dalle cinque del mattino a notte, anche se piove tempesta. Per un tozzo di pane secco e una birra al giorno. Talvolta senza ricevere nemmeno la misera paga che gli spetta. Tanto Mircea non può protestare perché se perde quello straccio di lavoro, perde il permesso di soggiorno e lo rimandano dritto in Romania.
Marcus viene dalla Liberia e raccoglie pomodori nel foggiano per 20 euro al giorno. In una capitanata piena di aziende fantasma, dove i proprietari terrieri si «autoassumono come braccianti agricoli tramite un prestanome, registrandosi al lavoro a giorni alterni in modo da prendere anche il sussidio di disoccupazione». Tanto a faticare nei campi ci vanno quelli come Marcus, clandestini “invisibili”, senza diritti. Di loro ha bisogno il sistema mafioso di imprese che riciclano danaro sporco. Rosarno docet. Nel paese calabrese dove gli immigrati sfruttati e vessati dai razzisti rosarnesi hanno avuto il coraggio di alzare la testa, le cosche sono addirittura venti «e la famiglia Pesce, la cosca più potente del luogo, ha fatto pure l’impianto di condizionamento in chiesa parrocchiale» annota Marco Rovelli in Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli).

Ma di manodopera illegale, ci ricorda lo scrittore toscano, ha assoluto bisogno anche il ricco Nord che fa profitto con i cantieri edili e una fitta selva di subappalti che sfruttano il lavoro nero (in Italia ai più alti livelli d’Europa). E ancora. Dragan lavorava in nero per un italiano che aveva una baracca di gas per le auto. Un giorno c’è stato un controllo. L’italiano se l’è cavata con una multa, il serbo Dragan è finito in galera. Mohamed, invece, è finito direttamente al cimitero, è morto sotto le mura crollate di un rudere. «Il suo padrone- scrive Rovelli – che era un italiano pregiudicato, ha patteggiato la pena. Imputato di omicidio colposo in quanto era capocantiere. Pochi mesi».

Per la maggioranza dei cosiddetti sans papier il sogno di un lavoro e di una vita in Italia naufraga in un Cpt. Che oggi si chiamano Cie (ma la sostanza non cambia). «Il Cpt, l’alfa e l’omega del clandestino. La clandestinità -nota Rovelli – viene alla luce in una terra desolata che sradica ed espropria». Il Cpt annulla le persone fa notare un immigrato che si chiama Jihad al nostro autore in una delle tante tappe del suo lungo viaggio attraverso l’Italia di migranti e lavoratori sfruttati. Quello che va componendo da alcuni anni è un importante reportage dal vivo iniziato con Lager italiani (Bur) e, dopo il libro inchiesta Lavorare uccide (Feltrinelli), approdato ora alle brucianti pagine di Servi. «è la condizione clandestina in quanto tale che annulla le persone – approfondisce Rovelli in questo suo ultimo lavoro – e le rende disponibili alla soggezione». Non più soggetti di diritto in quanto esseri umani ma soggetti al padrone.

E proprio di scandalosa riduzione di clandestini in schiavi (e che tristemente non sembra scandalizzare la maggioranza degli italiani) scrive in queste 250 pagine che documentano, non solo attraverso numeri e rapporti ufficiali ma anche e soprattutto attraverso storie di migranti, la deriva politica e culturale dell’Italia di oggi. Dove il governo di centrodestra ha decretato che gli immigrati irregolari sono naturaliter criminali introducendo il reato di clandestinità.

Dove la legge Bossi-Fini ha fatto tornare le ronde di marca fascista. E la Turco-Napolitano (sic) impone che «per essere assimilato a una persona, parola che equivale a “cittadino”, un immigrato debba avere un contratto che nemmeno gli italiani riescono a ottenere».

da left-avvenimenti 1 marzo 2010

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Editoria. La tentazione del cartello

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Dopo molti anni di crescita costante (anche se lenta) il mercato editoriale italiano nel 2009 segna una significativa battuta di arresto legata, in parte, alla congiuntura di crisi economica che il Paese sta attraversando. Ma a ben guardare, quel meno 4,2 per cento di libri venduti registrato dall’Associazione italiana editori (Aie) rispetto al 2008 potrebbe non essere poi così negativo.
Non si arrabbino gli editori ma scoprire tra le recenti rilevazioni di Nielsen Bookscan che la diffusione della lettura, anche grazie alle iniziative di biblioteche e di nuovi circoli di lettura, è passata dal 44 per cento del 2008 al 45,1 per cento del 2009 risulta incoraggiante; anche in vista del lungo cammino che l’Italia deve percorrere per avvicinarsi, per esempio, a Paesi europei come Francia e Spagna dove la passione per la lettura di libri contagia, rispettivamente, il 60 e il 72 per cento della popolazione. Come sia potuto accadere che in Italia si legga di più nonostante si comprino meno libri è la prima domanda a cui l’ottava edizione di Più libri più liberi tenterà di rispondere. La fiera romana della piccola e media editoria, in programma dal 5 all’8 dicembre al Palazzo dei Congressi dell’Eur, dedica a questo tema un convegno in cui interverranno, tra gli altri, Miria Savioli di Istat e Renata Gorgani de Il Castoro, con l’obiettivo di indagare anche il processo che ha portato i “lettori forti” in un anno dal 13,2 per cento al 15,2 per cento e quelli occasionali (che leggono da uno a tre libri l’anno) dal 47,7 per cento al 44,9. L’analisi di ciò che sta accadendo in Italia a raffronto con il resto d’Europa, infine, viene affrontato il 5 dicembre, in una tavola rotonda organizzata dall’Aie e dall’Osservatorio permanente europeo sulla lettura diretto da Michele Rak dell’università di Siena.

Ma capire come stia cambiando il pubblico dei lettori pur essendo importante non basta per fotografare il momento che sta attraversando l’editoria italiana, segnata com’è da sempre più forti presenze monopolistiche. Anche perché pare già tramontata la fase in cui da una parte c’era il colosso Mondadori con tutta la sua potenza economica e dall’altra una miriade di piccole e medie case editrici indipendenti, forti delle proprie idee. Nel corso degli ultimi due anni il panorama dell’editoria italiana si è fatto assai più ingarbugliato e difficile da leggere. Quel che emerge a occhio nudo è che, stretti nella morsa delle grandi concentrazioni, alcuni marchi prestigiosi della piccola e media editoria hanno cominciato ad ammainare la bandiera dell’indipendenza decidendo di apparentarsi a holding di grandi dimensioni. E se il fatto che la casa editrice Carocci sia entrata nell’orbita de Il Mulino non ha fatto troppo scalpore, (dal momento che si tratta di due case editrici “omogenee” nella scelta di ambito scientifico e universitario) diverso è il caso di uno storico marchio come Bollati Boringhieri e ancor più quello di una casa editrice che fa tendenza come Fazi, entrambe entrate questo autunno nel gruppo Mauri-Spagnol (GeMS). Parliamo in questo caso di una holding che dal 2005 a oggi ha acquisito una lunga fila di marchi: Longanesi, Garzanti, Guanda, Corbaccio, Vallardi, Tea, Nord, oltreché Ponte alle Grazie e Salani che già erano per metà controllate dalla famiglia Spagnol. Ma GeMs vanta nella sua “scuderia” anche una casa editrice “corsara” e di controinformazione come Chiarelettere (di cui detiene il 49 per cento).

Così, incontrando l’editore Elido Fazi per fare il punto sullo stato di salute della piccola e media editoria in occasione della fiera romana, la domanda sorge inevitabile: che cosa spinge un editore che non ha il bilancio in rosso a cedere il 34 per cento della proprietà a una holding esterna? «Nel mio caso volevo liberarmi di alcune competenze tecniche per concentrarmi di più sulle strategie editoriali, sulla parte più creativa del mio lavoro » confessa Fazi, editore di saggi coraggiosi come Il libro nero della psicoanalisi e di letteratura alta (dal premio Pulitzer, Straut, a Pahor a Manseau), ma anche eclettico saggista (sta scrivendo un libro sul poeta Keats che uscirà in primavera).
«Ma al di là delle mie esigenze personali  la decisione di entrare in GeMS- spiega Fazi – è dettata dal fatto che volevamo un’alleanza con un gruppo editoriale che ci permettesse di mantenere l’autonomia ma al tempo stesso ci fornisse il know how, le competenze necessarie per fare un ulteriore salto di qualità.  Insomma – chiosa l’editore – GeMS ci è sembrato la scelta migliore, è un gruppo estremamente vitale. Da parte nostra siamo cresciuti anche quest’anno. Siamo sani come un pesce». Tanto più allora: perché vendere? «Quando si è in buona salute una quota si vende meglio. è quando si è in difficoltà che si ottiene poco »abbozza l’editore romano che prima di mettersi a fare questo mestiere a quarant’ anni aveva alle spalle anni di lavoro all’Economist. «L’obiettivo – ribadisce – è mantenere l’autonomia all’interno di un gruppo in cui entriamo come uno dei marchi di punta, acquisendo al contempo competenze che in un medio editore sono un po’ scarse».

In un mondo editoriale in cui giganteggiano “majors” che possono controllare tutta la filiera – dalla produzione alla distribuzione, alla vendita – anche per un medio editore può risultare difficile riuscire a raggiungere il proprio pubblico e far sopravvivere i propri titoli al feroce turn over della vetrina. Anche per questo Feltrinelli un anno fa ha deciso di acquistare Pde (Produzione distribuzione editoria). Avendo già dalla sua il valore aggiunto di molte librerie sparse per la penisola. «Io non so se nel tempo quella di Feltrinelli si rivelerà la scelta giusta. Anche la loro dimensione non è sufficiente oggi per operare in piena autonomia. E tanto meno riesce a farlo un editore medio piccolo. Da solo non può giocarsela alla pari con i grandi editori». La situazione italiana da questo punto di vista è ben nota, Mondadori possiede il 30 per cento del mercato. «E tutti – stigmatizza Elido Fazi – vogliono andare lì per i soldi. Gran parte della sinistra va sulle ali di Berlusconi: tranquilla, perché paga bene. Perfino gli antiberlusconiani più accaniti come Vauro, quando si tratta di pubblicare, lo fanno con il Cavaliere. è una cosa italiana: tengo famiglia, i soldi fanno comodo a tutti».
Simona Maggiorelli

da Left-Avvenimentii del 4 dicembre 2009

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Il declino dell’impero cristiano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 30, 2009

Propaganda sui media e pesanti ingerenze nella politica italiana. La Chiesa torna alle crociate. Ecco come fermarla

di Federico Tulli

Francis Bacon

Estendere la capacità giuridica al concepito. È questa l’ultima pensata filo-vaticana del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Il senatore, lo stesso che definisce «banalizzazione della vita» l’eventuale decisione di abortire per via farmacologica cui avrebbero diritto le donne italiane con l’entrata in commercio della pillola Ru486, ha poi precisato: «Siamo fermamente convinti della necessità di una norma di carattere generale, in grado di tutelare il fondamentale principio di uguaglianza fin dal momento del concepimento».

Questa proposta, che trasformata in legge sarebbe una pietra tombale per la norma 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, è solo l’ultima di una lunga serie di entrate a gamba tesa delle istituzioni contro diritti civili faticosamente acquisiti. Si sommerebbe, infatti, alla legge 40/04 sulla fecondazione assistita, giudicata cinque anni dopo l’entrata in vigore parzialmente incostituzionale dall’Alta corte perché viola gli articoli 3 e 32 della Carta. Oppure ancora al ddl Calabrò sul testamento biologico, che impone il ricorso al sondino per l’alimentazione forzata, in barba al diritto all’autodeterminazione che sempre la nostra Costituzione riconosce ai malati. Interventi “duri”, che se da un lato ricalcano fedelmente le indicazioni ora della Conferenza episcopale italiana, ora di altre gerarchie dello Stato Vaticano, dall’altro dicono di una classe politica che si muove nella direzione opposta a quella della società civile che dovrebbe rappresentare. E dicono pure di un potere, quello della Chiesa cattolica, costretto a serrare le fila (e alzare il tiro sulla altrui libertà di pensiero) per bilanciare una costante quanto inesorabile perdita di incisività e appeal culturale e religioso nei confronti dei cittadini italiani. Queste considerazioni trovano adeguato sostegno nei numeri del Quinto rapporto sulla secolarizzazione in Italia a cura di Critica liberale e dell’Ufficio Nuovi diritti Cgil nazionale. Il documento viene presentato a Roma nell’ambito del convegno internazionale “La secolarizzazione in Europa”, organizzato dalla Fondazione Critica liberale in collaborazione con lo European liberal forum. Il nostro settimanale left anticipa i passaggi più significativi della relazione di Silvia Sansonetti, ricercatrice in Politiche sociali all’università Sapienza di Roma, da cui emerge la tendenza laica «del mutamento nel tempo degli atteggiamenti degli italiani, circa aspetti della loro vita potenzialmente legati ai valori di riferimento della religione cattolica».
I numeri parlano di diminuzione dei matrimoni concordatari e dei battesimi, crescita delle unioni civili, dei divorzi e del numero di figli nati al di fuori del matrimonio. Due le cause principali individuate da Sansonetti. Da un lato i cittadini italiani decidono sempre più in autonomia rispetto a ciò che è corretto per la Chiesa, dall’altro cresce il peso del multiculturalismo iniettato nella società dai milioni di immigrati che professano religioni differenti da quella cattolica.

Così abbiamo i matrimoni civili che sono passati dal 17,5 per cento del 1991 al 33,7 del 2006 sul totale dei matrimoni celebrati in Italia (civili + concordatari), e la percentuale dei bambini battezzati con età inferiore a un anno che nello stesso periodo è calata di 12 punti assestandosi al 79,2 per cento. Tale diminuzione, secondo la ricercatrice, può dipendere da due fattori: «Da un lato, l’apporto alla natalità totale del Paese degli immigrati che, in molti casi, non professano la religione cattolica, dall’altro, un nuovo atteggiamento dei genitori. Costoro non percepiscono più il battesimo come urgente e lo rimandano negli anni». Per quanto riguarda le libere unioni, nel ricordare che la loro tendenza era in costante aumento nel periodo per il quale il dato è disponibile (1993-2003), un indicatore per gli anni a seguire può essere rappresentato dal costante aumento del rapporto tra i figli naturali e i figli legittimi, vale a dire tra bambini nati da genitori non sposati e da genitori sposati. Ebbene, tra il 1991 e il 2007 lo scarto è di quasi dodici punti percentuali, raggiungendo il 20,7 per cento dei nati. Le sentenze di divorzio, infine, dopo un andamento calante tra il 1991 e il 1993 (da 23mila a 19.800), sono in continuo aumento tanto da aver raggiunto quota 49.500 due anni fa.

Fin qui i “comportamenti” sui quali è più marcata l’insistenza delle gerarchie ecclesiastiche nell’indicare la via “corretta” per i cattolici italiani. Sansonetti evidenzia poi altre due scelte per le quali «la Chiesa cattolica tende a esporsi meno pubblicamente ma che sono ugualmente legate al senso di appartenenza religiosa»: la frequenza dell’ora di religione nelle scuole pubbliche e il finanziamento dello Stato Vaticano con l’otto per mille del gettito fiscale girato alla Chiesa. La strategia di muoversi sottotraccia non sembra aver condotto a risultati utili per quanto riguarda la partecipazione all’ora di religione: dopo essersi mantenuta costantemente intorno al 93 per cento fino al 2003 negli ultimi tre anni è diminuita in misura limitata ma costante raggiungendo nel 2007 il 91 per cento. Diverso è il discorso relativo all’otto per mille. «La Chiesa non si è mai esposta con dichiarazioni esplicite, ma da molti anni, ormai, nel periodo della dichiarazione dei redditi propone una campagna pubblicitaria martellante sul proprio ruolo nella società italiana.
Questo strumento non sembra essere molto efficace visto che l’ammontare devoluto al Vaticano, dal 2003 al 2006, è diminuito da 1.016 milioni a 930 milioni di euro, e che solo nel 2007 si è registrato un aumento a 991 milioni di euro». Molto peggio è andato alle gerarchie ecclesiastiche con le donazioni volontarie. «Queste tra il 1991 e il 2007 sono scese da 21,2 a 16,8 miliardi di euro. Il numero delle offerte ricevute tra il 1991 e il 2006 era passato da 185mila a 155mila e per il valore medio dell’offerta da 114,5 a 105 euro. Nel 2007 – conclude Sansonetti – pur evidenziandosi un aumento nel numero di offerte (171.500), il valore medio è sceso a 98 euro». Se il piatto piange, il Vaticano non ride.

26 novembre da left-avvenimenti

Chiesa in bancarotta per pedofilia

Nella cattolicissima Irlanda sono circa 800, tra religiosi, sacerdoti e suore, le persone sotto processo per oltre 30mila casi di violenza sessuale. In totale, se condannati, il Vaticano dovrà pagare 1,1 miliardi di euro alle loro vittime. Il caso irlandese ricalca fedelmente quanto avvenuto nell’ultimo decennio negli Stati Uniti. Qui, fino a oggi, sono 4.392 i sacerdoti denunciati per pedofilia. Mentre i risarcimenti già versati in seguito a condanne definitive ammontano a 2,6 miliardi di dollari. Una somma che ha portato sull’orlo della bancarotta la Chiesa dello Stato che adotta come motto nazionale: “In God we trust”. In Italia, il fenomeno sembra essere ancora sommerso. Sono 73 i casi di violenza su minori e oltre 235 le vittime di sacerdoti e religiosi.

L’impero economico del Vaticano

Tra contributi diretti, finanziamenti e agevolazioni, ogni anno l’Italia dà 4,5 miliardi di euro alla Chiesa. La somma, secondo stime molto prudenti, si articola in vari filoni tra cui: un miliardo di euro dell’otto per mille, 950 milioni per gli stipendi di 22mila insegnanti di religione e 700 milioni di euro che Stato ed enti locali versano in base a convenzioni su scuola e sanità. Poi ci sono i tanti vantaggi fiscali di cui la Chiesa gode. Come lo sconto del 50 per cento su Ires e Irap, l’esenzione sull’Ici (da 400 a 700 milioni di euro. Fonte Anci) e le agevolazioni per il turismo cattolico. Per quanto riguarda le rendite immobiliari, secondo l’inchiesta di Curzio Maltese pubblicata ne La questua (Feltrinelli) il Vaticano possiede circa il 20 per cento del patrimonio immobiliare complessivo italiano.

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Coraggiose controstorie

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 24, 2009

di Simona Maggiorelli

In Italia c’è un nuovo pubblico di lettori forti, che vuole sapere. Se i grandi media non informano, piccole case editrici pubblicano libri di denuncia. E scalano le classifiche

Roberto Saviano

Roberto Saviano

In un Paese come l’Italia in cui, a destra e a sinistra, si fa a gara per genuflettersi ai diktat del Vaticano colpisce che libri come La questua (Feltrinelli) di Curzio Maltese, o come Chiesa padrona (Garzanti) di  Michele Ainis, siano stati in cima alle classifiche di vendita per mesi. E il fenomeno dei “best seller anticlericali”, aperto nel 2006 da Contro Ratzinger (Isbn), non accenna ad attenuarsi.

Anzi. Lo dimostra un saggio-inchiesta come Vaticano spa (Chiarelettere) in cui Gianfranco Nuzzi, carte alla mano, dimostra come la banca vaticana faccia da lavanderia per il denaro sporco, a tutto vantaggio della mafia di certa politica e imprenditoria italiana. Un libro serrato e documentatissimo che, in meno di sei mesi dall’uscita, ha venduto centosettantamila copie.

Settantamila copie ha fatto  il libro di Claudio Rendina La santa casta della Chiesa (Newton Compton). E si sale  a più di centomila copie per Il libro che la tua Chiesa non ti farebbe mai leggere di Leedom e Murdy, che Newton Compton vende anche negli autogrill e nei centri commerciali, raggiungendo così anche quel pubblico che di solito non va in libreria.

Poi, a curiosare fra le righe delle più recenti analisi del mercato librario pubblicate sul sito del ministero dei Beni culturali, scopriamo anche che quello stesso zoccolo duro di lettori forti che compra titoli così corrosivi ama anche una certa coraggiosa saggistica firmata soprattutto da giornalisti che, nonostante le minacce di mafia e camorra, hanno raccontato gli intrecci fra criminalità organizzata e potere politico. Il caso di Roberto Saviano e del suo Gomorra è la punta di un iceberg. Ma potremmo parlare anche dei libri di Lirio Abbate e di molti altri colleghi.

E se le inchieste di Marco  Travaglio e Peter Gomez (insieme a quelle di Saviano) sono fra le più “gettonate” dal pubblico giovane, sempre fra quei forti lettori che da soli tengono in piedi il 41 per cento delle vendite librarie scopriamo la fisionomia di un pubblico colto, esigente, che per dirla con Lorenzo Fazio di Chiarelettere «non si accontenta del tg delle venti, ma vuole un’informazione più approfondita e completa».

Una domanda culturale alta che oggi trova risposta in primis nel lavoro di alcune piccole e medie case editrici di lunga tradizione, o più giovani, ma che sfidando l’ottusità dell’oligopolio italiano, libro dopo libro stanno riscrivendo la storia recente portando alla luce quanto in quella ufficiale era sempre rimasto occultato e nascosto. «In questa Italia che sembra anestetizzata, però quando esce un’inchiesta che si interroga sui tabù che consolidano religioni e Chiese, o regimi – dice Fiammetta Biancatelli, portavoce di Raffaello Avanzini di Newton Compton – notiamo un interesse crescente e questo ci stimola a tirare fuori libri che scuotano le coscienze».

Dall’Italia dei colpi di Stato di Gianni Flamini all’Italia dei poteri occulti di Willan, alle inchieste sulla destra di Semprini e Caprara – solo per citare alcuni titoli – grazie al lavoro di questa casa editrice indipendente si è formata, così, nel corso di pochi anni, un’innovativa collana di “controstoria”. «La piccola editoria è sempre stata la più critica verso il potere, anche perché avendone poco critica chi ce l’ha», commenta Giuseppe Laterza, ospite del Festival storia (che si svolge a Torino e a Saluzzo fino al 25 ottobre) per parlare di editoria e potere. Economista, laureato con Federico Caffé, da quando ha preso le redini dello storico marchio di famiglia, Giuseppe Laterza, pur continuando a coltivare un solido catalogo, ha fortemente aperto all’innovazione, anche stringendo rapporti con rassegne come il Festival della mente di Sarzana per «contribuire a costruire un ponte fra cultura scientifica e divulgazione». «Per sua natura – spiega – una piccola casa editrice si regge sulla sperimentazione, sulla capacità di innovare. Una casa editrice molto grande è più vincolata nel suo modo di agire. Anche se – precisa Laterza – non possiamo dimenticare che il libro più dirompente degli ultimi anni, Gomorra di Saviano, è uscito con Mondadori». Una bella eccezione che, tuttavia, non cambia la realtà del colosso berlusconiano che copre il 29 per cento del mercato librario italiano e il 38 per cento del mercato dei periodici, ma che è ingessato in una produzione commerciale e standardizzata. Anche per resistere alla “politica” del patron di Mondadori è nata la collana di saggistica “anticorpi” che si avvale del lavoro di studiosi come Luciano Canfora. «Una collana nata come strumento di lettura della realtà quotidiana. Il titolo – ricorda Laterza – mi fu suggerito da Sylos Labini: «Di tycoon che vogliono mettersi in politica – diceva – è pieno il globo ma in Italia non ci sono gli anticorpi, i fattori di resistenza. Non è un caso che qui governi un personaggio come questo premier che nessun’altra democrazia accetterebbe. E non è un caso che il nostro sia il Paese con i più bassi consumi culturali al mondo». E la responsabilità è anche di chi dovrebbe fare opposizione. «Una sinistra che continua a trascurare la scuola, l’università, le biblioteche – chiosa Laterza – produce, come effetto, anche la possibilità da parte di un personaggio come Berlusconi di dominare attraverso le tv, nell’ignoranza generale». Ma la responsabilità della sinistra è anche aver tralasciato la battaglia per la laicità secondo l’editore di Biblioteca laica di Ciliberto e di altri importanti testi su questo tema.

«La laicità – dice – è un tratto che connota la nostra casa editrice da sempre. Una battaglia per la separazione rigorosa fra lo Stato e Chiesa è un fatto essenziale. Ma devo dire che anche qui, purtroppo, vedo con tristezza che non è in cima ai pensieri del Pd. Dei tre candidati alle primarie solo Marino pone questo tema. Gli altri due lo mettono in sordina. C’è, purtroppo una lunga tradizione, un tentativo continuo in Italia di cercare di carpire la benevolenza della Chiesa catttolica, immaginando che porti dei voti. Il tentativo viene reiterato costantemenete dalla destra come dalla sinistra. Io credo che questo per il nostro paese non sia un fatto positivo e che la battaglia culturale per la laicità oggi sia prioritaria in Italia». Anche perché «una minoranza molto corposa di persone interessate a questo tema ci sono in Italia. Noi, per esempio – conclude Laterza -.i abbiamo avuto ilgrande successo del libro di Stefano Rodotà Perché laico, che abbiamo ristampato per tutto ll corso dell’anno e continuiamo a farlo. Ma anche titoli come Un’etica senza dio di Eugenio Lecaldano e Laici in ginocchio di Viano sono stati libri fortunati.

In questo quadro, fa notare l’editore Alessandro Dalai, la tv ma anche i grandi giornali stanno del tutto venendo meno al proprio compito di informare. «Lo noto una volta di più – spiega l’editore di Baldini Castoldi Dalai – in questi giorni, con l’uscita di un libro come Troppi Farabutti. Nonostante l’autore, l’avvocato Oreste Flamminii Minuto, sia stato uno storico difensore del gruppo l’Espresso e benché il “partito Repubblica” oggi sia più che mai in trincea contro il Cavaliere, registro una certa ritrosia a parlare di questo libro che denuncia l’assenza di libertà di stampa oggi in Italia». Ma il pubblico nel nostro Paese non è del tutto assopito, rilancia Dalai: «Lo dimostra un giornale come Il Fatto che supera le 100mila copie vendute. Un evento che non mi sarei mai aspettato. Un successo dovuto a quello stesso pubblico che compra i libri di Chiarelettere, che segue una certa saggistica che facciamo noi con Garzanti e alcuni altri piccoli editori puri. Quel pubblico c’è e vuole capire. Nelle trasmissioni tv c’è troppo rumore e poca quiete, per andare al fondo delle cose – conclude Dalai – non restano che i libri».

Dal left-avvenimenti

L’intervista:PICCOLI MA DIROMPENTI

Libri d’inchiesta e di forte denuncia, le scelte di Lorenzo Fazio e della sua casa editrice Chiarelettere

di Simona Maggiorelli

Lorenzo Fazio, Chiarelettere

Lorenzo Fazio, Chiarelettere

il caso editoriale degli ultimi anni. In pochissimo tempo, dal 2007 a oggi, Chiarelettere, fondata e diretta da Lorenzo Fazio (genovese, con alle spalle esperienze di lavoro in Einaudi e Bur), si è imposta sul mercato con titoli incisivi, controcorrente, di forte denuncia. Con libri come Vaticano spa o il recente Il regalo di Berlusconi, riuscendo a intercettare un pubblico laico, attento ai valori della democrazia, che sembrava fin qui assopito. «Di fatto – commenta Fazio – oggi c’è una forte divaricazione fra ciò che viene proposto da grandi giornali e tv e ciò che accade nel mondo dei libri che affrontano certi temi di attualità. Testi come quello di Gianfranco Nuzzi, per esempio, non hanno avuto un’accoglienza sui media tale da giustificare una tiratura e una vendita così eccezionale  pari a 170mila copie. Il Corsera l’ha recensito nelle pagine di cultura ( anche se, fa notare Nuzzi, si tratta un libro di cronaca e che si occupa di economia.Mentre  La Repubblica e La Stampa hanno pubblicato solo una nota nelle pagine dell’economia. Di fatto quasi nascosta. Un atteggiamento strano visto che Vaticano spa tratta di verità incontestabili, dati alla mano. Doveva esplodere un caso. Ma sui giornali non è stato registrato. Salvo eccezioni come left.
Occorrono editori puri per poter pubblicare libri d’inchiesta così corrosivi?
E’ un vantaggio che abbiamo con Chiarelettere. Anche Fazi, che ora è stato acquisito per il 35 per cento dal gruppo Mauri Spagnol, è un editore puro. Così come lo è Newton Compton. Non è un caso che ci troviamo in loro compagnia nel fare questo tipo di saggistica che implica non avere timore di attaccare l’uno o l’altro. Di fatto anche Bompiani o talora Mondadori fanno degli ottimi libri di saggistica. Perché ci lavorano seri professionisti. Ma in alcuni casi devono lasciare il passo a chi, come noi, può affrontare qualsiasi argomento.
Una rivincita dei piccoli editori ?
Da qualche anno i piccoli editori riescono a imporre libri ad alta tiratura: prima non avveniva. E vale sia per la saggistica che per la narrativa. è un segnale di vitalità. I grandi non possono più dormire sugli allori, devono stare al passo con la concorrenza.

Libri di Chiarelettere come I cinesi non muoiono mai o Non chiamatemi zingaro, per esempio, parlano del nuovo volto dell’Italia, dei nuovi cittadini immigrati.Come intercettate i vostri temi?
Ci orientiamo come se fossimo una rivista. Vediamo quali sono i temi che fanno da sfondo alla società e al dibattito pubblico. Individuiamo le onde lunghe di un problema. Dietro la cronaca, sotto la spuma, la cresta in superficie. Cerchiamo di approfondire. Usando la forma dell’inchiesta, a volte la testimonianza oppure la ricostruzione storica. Ma sempre andando a sviscerare i problemi con andamento narrativo. Si può fare della divulgazione in modo molto serio usando i documenti, le testimonianze, gli archivi. In modo assolutamente inoppugnabile, ma cercando di fare venir fuori delle storie.
Inchieste sulla mafia, sulla nascita “ambigua” del  potere di Berlusconi, ma anche su crimini come la pedofilia in Vaticano. Su questi temi volete accendere dei dibattiti pubblici?
Quello che ci preoccupa è che non abbiamo interlocutori che, a livello politico, raccolgano queste denunce e le facciano proprie.
Che idea si è fatto del vostro pubblico?
Fra i nostri lettori ci sono molti giovani e poi persone più mature, preparate, che vogliono un’informazione più completa. Lo deduco dal fatto che se facciamo degli errori ci “beccano” subito. Il nostro lavoro è pensato per queste persone, attente, che oggi rappresentano lo zoccolo duro di lettori in Italia.
Nel futuro di Chiarelettere?
Ho sempre cercato di farne uno strumento di approfondimento culturale: casa editrice libera ma con più facce. Penso che il libro oggi sia uno dei tanti strumenti per accedere a un’informazione che non c’è. Per questo siamo entrati nell’impresa del quotidiano Il Fatto, anche se solo per il 16 per cento. è un segnale che abbiamo voluto dare. E probabilmente faremo altri passi nel multimediale, pensando a più piattaforme con cui veicolare dei contenuti di alto livello. La scommessa si gioca in primis su internet. Già il nostro blog conta su 60mila persone. E 180mila presenze sono sull’Artefatto, nato per il quotidiano. E importante è riuscire a costruire una rete che si tenga e che sia affidabile.E forse quella stessa rete vorrà vedere un tv oppure sentire una radio fatta con i nostri contenuti. con i nostri autori.

da left-avvenimenti

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Saramago, indignazione da Nobel

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 9, 2009

Lo scrittore portoghese è in Italia per presentare le sue acute riflessioni affidate a un blog. E ora a un libro. Eccone un piccolo assaggio

di José Saramago

Saramago

Saramago

Una buona notizia, diranno i lettori ingenui, supponendo che, dopo tanti disinganni, ve ne siano ancora. La Chiesa anglicana… ha annunciato una importante decisione: chiedere perdono a Charles Darwin, ora che si commemorano i duecento anni  della sua nascita, per il modo in cui lo ha trattato dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie e, soprattutto, dell’Origine dell’uomo... Anche se Darwin fosse vivo e disposto a mostrarsi benevolo, dicendo «sì, perdono», la generosa parola non potrebbe cancellare un solo insulto, una sola calunnia, una sola manifestazione di disprezzo dei molti che gli caddero addosso. L’unica a trarne beneficio sarebbe la Chiesa anglicana, che avrebbe aumentato, senza spese, il suo capitale di buona coscienza. Ringraziamola comunque del suo pentimento, che forse spingerà il papa Benedetto XVI a chiedere perdono… a Giordano Bruno, cristianamente torturato, con molta carità e perfino al rogo su cui fu bruciato. Questa richiesta di perdono non sarà gradita ai creazionisti nordamericani. Fingeranno indifferenza ma è evidente che si tratta di un ostacolo ai loro piani. Un ostacolo per quei repubblicani che, come la loro candidata alla vicepresidenza, inalberano la bandiera di questa aberrazione pseudoscientifica chiamata creazionismo (settembre 2008).

Ateismo militante
(…) le religioni non solo non avvicinano gli esseri umani, ma vivono, loro stesse, in stato di permanente mutua inimicizia, nonostante tutte le arringhe pseudo-ecumeniche ritenute vantaggiose da una parte e dall’altra per occasionali e passeggeri motivi di ordine tattico. Le cose stanno così da che mondo è mondo e non si vede alcun indizio di un possibile cambiamento. Salvo l’ovvia idea che il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei. (febbraio 2009).

Dogmi
I dogmi più nocivi forse non sono quelli che come tali sono stati espressamente enunciati, quale è il caso dei dogmi religiosi, perché quelli fanno appello alla fede e la fede non sa né può mettere in discussione se stessa. Il guaio è che si sia trasformato in dogma ciò che, per sua natura, non ha mai aspirato ad esserlo. Marx per esempio, non ha dogmatizzato, ma sono subito spuntati pseudo-marxisti pronti a convertire Il capitale in un’altra Bibbia…(novembre 2008).
Berlusconi e Co.
Secondo la rivista nordamericana Forbes il gotha della ricchezza mondiale, la fortuna di Berlusconi ascenderebbe a quasi diecimila milioni di dollari. Onoratamente guadagnati, è chiaro, sebbene con non pochi aiuti esterni, come ad esempio il mio. Essendo io pubblicato in Italia dall’editrice Einaudi, proprietà di Berlusconi, qualche soldo glielo avrò fatto guadagnare. Una infima goccia d’acqua nell’oceano, ovviamente, ma che gli sarà servita almeno per pagarsi i sigari, ammettendo che la corruzione non sia il suo unico vizio… Ebbene, come di solito si sente dire, i popoli sono sovrani, ma anche saggi e prudenti, soprattutto da quando il continuo esercizio della democrazia ha fornito ai cittadini alcune nozioni utili a capire come funziona la politica e quali sono i diversi modi per ottenere il potere. Ciò significa che il popolo sa molto bene quel che vuole quando è chiamato a votare. Nel caso concreto del popolo italiano – perché è di questo che stiamo parlando e non di un altro (ci arriveremo) – è dimostrato come l’inclinazione sentimentale che prova per Berlusconi, tre volte manifestata, sia indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto privato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità? ( settembre 2008).

Che fare con gli italiani?
… è appena giunta la notizia delle dimissioni di Walter Veltroni. Ben vengano, il suo Pd è cominciato come una caricatura di partito ed è finito,senza parole né progetti, come un convitato di pietra sulla scena politica… Veltroni è responsabile, certo non l’unico, ma nell’attuale congiuntura, il maggiore, dell’indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come salvatore. Pace all’anima sua. ( febbraio 2009).
Tratto da José Saramago, “Il Quaderno” (Bollati Boringhieri)

l’intervista: ITALIA SVEGLIATI

Un quaderno di riflessioni acuminate. Nate in margine a fatti di cronaca. Ma non solo. Prima affidate con passione da blogger  all’immediatezza della Rete. Poi distillate in libro che, come è noto, ha avuto una travagliata vicenda editoriale. Rifiutato da Einaudi, vede ora la luce grazie a Bollati Boringhieri con il titolo Il Quaderno. E mentre si parla di un trasferimento in blocco di tutta la sua opera nel catalogo Feltrinelli (a partire dal prossimo romanzo Caino), Saramago arriva in Italia per presentare il suo nuovo libro e incontrare il pubblico. Prima tappa il 9 ottobre proprio a Torino, la città di Bollati Boringhieri ma anche dello storico marchio enaudiano acquisito dalla Mondadori di Berlusconi. Alle 21 il Nobel è al circolo dei lettori e il giorno dopo all’università. E poi ancora ad Alba, a Milano ( 12 ottobre) e a Roma (14 ottobre, al Teatro Quirino, con Marramao). In attesa di questi incontri dal vivo, left ha rivolto a Saramago qualche domanda via mail.
Il Partito del premier si chiama Partito della libertà. Che tipo di libertà propone agli italiani?
La libertà di aprire il cammino al fascismo. Molti italiani credono di vivere in paradiso, ma forse si sveglieranno all’inferno. Se, purtroppo, ciò accadesse che non cerchino altri colpevoli.
Freedom House e l’ Economist denunciano che libertà di stampa è venuta meno in Italia. Che ne pensa?
Qualsiasi persona, perfino la meno attenta, lo confermerà. Fredoom House e Economist non ci hanno detto niente di nuovo.
Perché la reazione degli italiani e del Partito democratico alle continue bugie del premier è ancora così debole?
Non chieda a un semplice scrittore portoghese che dica ciò che gli italiani dovrebbero essere i primi a sapere. Sono loro che hanno messo Berlusconi dov’è. Che decidano adesso cosa fare
C’è uno svuotamento della cultura?
La cultura italiana sta resistendo e continuerà a resistere. Si prendano come esempio Saviano, Eco, Fo, Magris, Flores D’Arcais e tanti altri che difendono la fortezza della dignità e della sapienza.
Simona Maggiorelli
(traduzione di Sonia Castillo)

da left-avvenimenti 9 ottobre 2009

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Tina Modotti, artista pasionaria. Una storia ancora da scrivere

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Simona Maggiorelli

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927

La vera storia di Tina Modotti deve ancora essere scritta. Nonostante le molte autorevoli biografie (in primis quella di  Pino Cacucci Tina, Feltrinelli) e i film che le sono stati dedicati.

Nata nel 1896 in una famiglia numerosa e povera di Udine, Tina fu, forse, giovanissima prostituta, poi operaia, teatrante dalla forte carica espressiva e, una volta sbarcata Oltreoceano in cerca di fortuna, attrice del cinema muto. Ma a Hollywood le parti da odalisca e femme fatale ,che le assegnavano per la sua straordinaria bellezza e lo sguardo malinconico, la stufarono presto. Si sentiva chiusa in una scatola. E come tante volte poi farà nella vita, si rimise in cerca. «Aveva una grande sete di conoscere, di sapere, di imparare», diceva di lei il fotografo Edward Weston che diventò il suo amante e la introdusse ai segreti della Graflex.

Ma entrando in contatto con i muralisti messicani e, a Città del Messico, frequentando Diego Rivera e i poeti del movimento estridentista, Tina maturò una forte passione politica. Impegno civile, militanza nelle file del partito comunista messicano, lavoro nella redazione di El Machete e al contempo l’esigenza profonda di trovare una propria cifra espressiva, originale. In questo esplosivo mix Tina Modotti, nell’arco di poco tempo divenne una delle più sensibili fotografe del primo Novecento, regalando alle sue opere un’intensità drammatica e poetica che ha pochi eguali.

Fra i campesinos e i rivoluzionari, i suoi scatti hanno il respiro di un epos potente, calmo, antiretorico. Semplici primi piani di mani di lavoratori, bambini al seno della madre, campi assolati in cui sabbia arida e sassi si trasformano in elementi di un paesaggio vivente e umano, un mare di sombreri nelle riunioni politiche in una piazza dalla forte carica pittorica. Dalle pareti della galleria Photology a Milano, dove fino al 13 novembre è aperta la mostra Sotto il cielo del Messico, e dal catalogo Photology (con testi di Cacucci) le stampe di Tina Modotti oggi ci vengono incontro, con penetrante immediatezza e autenticità. Con un calore che sembra mancare ai raffinatissimi scatti di Weston. Rifiutando l’euforia meccanicistica che la fotografia più progressista conobbe in Europa negli anni Venti e negli Stati Uniti un decennio dopo, Weston e Tina non avevano fatto della nitidezza delle immagini e dell’esattezza il proprio credo. In quegli anni i dettami della nuova oggettività europea imponevano che la registrazione dei fatti fosse esattissima. Mentre i costruttivisti che sposarono la rivoluzione rifiutavano l’opera d’arte individuale, «capitalista» per un’arte collettiva e popolare.

Tina Modotti

Tina Modotti

E perfino il filosofo Walter Benjamin arrivò a dire che «la creatività della fotografia è la sua abdicazione alla moda dell’espressività». E’ una strada di ricerca completamente diversa, invece, quella che sceglie l’irrequieta Tina Modotti, che passa da un amore all’altro, fedele solo al desiderio, e intanto si butta a capofitto nell’impegno politico e nell’arte. E mentre Edward Weston, dopo la separazione da lei, si darà a raffreddati esercizi formali, ritraendo nudi femminili come forme naturali, fiori e conchiglie, Tina cerca ancora di far risuonare il suo cuore nei ritratti. Stagliato contro il cielo, il profilo del rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella è uno dei più intensi di questi anni. Ma dopo la pallottola stalinista che lo freddò mentre le camminava accanto, Tina cominciò a vacillare. E’ la fine di un grande amore e insieme il crollo di un grande ideale. Nel 1942, dopo vari anni spesi a lavorare oltre la cortina di ferro, Tina Modotti fu trovata morta in un tax a Città del Messico. I veleni della Russia stalinista, da cui aveva sperato di poter scappare, erano riusciti  a raggiungerla e a spezzarla.

da Left-Avvenimenti

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Cercasi genio disperatamente

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 28, 2009

Da Cattelan a Hirst, ai nuovi emergenti. Sarah Thornton mette a nudo i meccanismi alterati del sistema globalizzato

di Simona Maggiorelli

Cattelan, collezione Pinault

Cattelan, collezione Pinault

Sembrava che dopo lo sferzante ritratto del mondo dell’arte contemporanea tratteggiato da Tom Wolfe poco altro restasse da dire sul sistema adulterato delle aste, sulle quotazioni stratosferiche di “sculture” improponibili come le aspirapolveri di Jeff Koons e più in generale su quella comunità ristretta di collezionisti e frequentatori delle fiere che già negli anni Ottanta Wolfe aveva battezzato «statusfera»: un mondo di poca cultura, dove l’opera è una merce che fa status symbol, anche se ci si affanna a dire che l’arte non ha prezzo.

L’accelerazione dei processi di globalizzazione degli ultimi trent’anni, a cui si è aggiunta la recente crisi economica, di fatto ha aperto ulteriori nuovi spazi per la lingua franca dell’arte, capace di travalicare i confini linguistici. E ne ha internazionalizzato il mercato, con conseguenze non di rado estreme e paradossali. In anni recenti, racconta la canadese Sarah Thornton nel libro Il giro del mondo dell’arte in sette giorni (Feltrinelli), sempre più «il mondo dell’arte si comporta come una comunità di credenti», con competenze ridotte, con poco tempo per approfondire e molta fede verso le ultime tendenze. Poco importa se da New York a Londra, a Berlino è una manciata di collezionisti plurimiliardari a imporle. Complici le aste, uno stuolo di intermediari ma anche premi, mostre e scuole che sfornano artisti griffati, pronti a uniformarsi al sistema.

Da sociologa e storica dell’arte, raccontando sette “piazze” emblematiche – l’asta, il master, la fiera, la rivista, lo studio d’artista e la biennale – Thornton analizza i meccanismi e le ideologie sottese a questi diversi contesti e i processi di valutazione dell’opera da quando lascia lo studio a quando entra in un museo (perlopiù passando per collezioni private blasonate). L’iter con cui un pezzo di Damien Hirst diventa “opera d’arte” è ben noto: Warhol docet nel captare le tendenze del mercato. Ma anche Duchamp quanto a gusto per la bizzarria e l’assurdo e per la capacità di produrre uno choc nel pubblico. Così, uscito da un “artistificio” come la scuola Goldsmiths di Londra, dopo aver incontrato un intermediario come l’ex pubblicitario Saatchi, ideatore del “brand” young british artists, Hirst a meno di quarant’anni anni aveva già compiuto un iter ad hoc e il suo squalo, le sue teste di bovini scuoiate e tutta la sua pharmacy erano pronte per quotazioni da capogiro.

La consacrazione è avvenuta quando il tycoon francese Pinault ha comprato una sua opera per 8 milioni di dollari. La testa di toro acquisiva così un valore di mercato certo sulla scena internazionale. E molti altri collezionisti avrebbero aspirato a possederne una. Poi il “colpo da maestro”: in barba all’immagine d’artista disinteressato alle aste, saltando ogni intermediario, Hirst ha fatto battere da Sotheby’s tutte le sue opere incassando il cento per cento del fatturato, con grande attenzione della stampa. Diversa la strategia di Maurizio Cattelan. Costruitosi un’immagine di artista spiazzante e imprevedibile con interventi come i fantocci di bambini impiccati a piazza Duomo a Milano, Cattelan è attento a non produrre più di quanto il mercato possa assorbire. L’artista giapponese Murakami, invece, ha portato all’estremo l’idea della factory di Warhol. In tre studi d’artista (che dirige in videoconferenza e con attenzione ossessiva al dettaglio) ha in cantiere quaranta progetti in contemporanea. Evocando l’immagine della bottega rinascimentale ma con un sistema simil fabbrica Toyota, Murakami produce i suoi dipinti «superpiatti» (termine coniato da lui stesso), facendo disegni e poi affidandoli ai computer grafici e ad assistenti pittori. Che lavorano in silenzio a ritmi serrati. Quando Thornton chiede se c’è creatività nel loro lavoro una pittrice risponde candidamente: «Assolutamente no». Al lettore non resta che riconoscerne il coraggio. Alla prestigiosa Carl art di Los Angeles, come nei templi della Tate gallery e del Turner prize, l’autrice aveva ricevuto risposte ben più elusive e imbarazzate.

da left -avvenimenti 28 agosto 2009

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