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Cercasi genio disperatamente

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 28, 2009

Da Cattelan a Hirst, ai nuovi emergenti. Sarah Thornton mette a nudo i meccanismi alterati del sistema globalizzato

di Simona Maggiorelli

Cattelan, collezione Pinault

Cattelan, collezione Pinault

Sembrava che dopo lo sferzante ritratto del mondo dell’arte contemporanea tratteggiato da Tom Wolfe poco altro restasse da dire sul sistema adulterato delle aste, sulle quotazioni stratosferiche di “sculture” improponibili come le aspirapolveri di Jeff Koons e più in generale su quella comunità ristretta di collezionisti e frequentatori delle fiere che già negli anni Ottanta Wolfe aveva battezzato «statusfera»: un mondo di poca cultura, dove l’opera è una merce che fa status symbol, anche se ci si affanna a dire che l’arte non ha prezzo.

L’accelerazione dei processi di globalizzazione degli ultimi trent’anni, a cui si è aggiunta la recente crisi economica, di fatto ha aperto ulteriori nuovi spazi per la lingua franca dell’arte, capace di travalicare i confini linguistici. E ne ha internazionalizzato il mercato, con conseguenze non di rado estreme e paradossali. In anni recenti, racconta la canadese Sarah Thornton nel libro Il giro del mondo dell’arte in sette giorni (Feltrinelli), sempre più «il mondo dell’arte si comporta come una comunità di credenti», con competenze ridotte, con poco tempo per approfondire e molta fede verso le ultime tendenze. Poco importa se da New York a Londra, a Berlino è una manciata di collezionisti plurimiliardari a imporle. Complici le aste, uno stuolo di intermediari ma anche premi, mostre e scuole che sfornano artisti griffati, pronti a uniformarsi al sistema.

Da sociologa e storica dell’arte, raccontando sette “piazze” emblematiche – l’asta, il master, la fiera, la rivista, lo studio d’artista e la biennale – Thornton analizza i meccanismi e le ideologie sottese a questi diversi contesti e i processi di valutazione dell’opera da quando lascia lo studio a quando entra in un museo (perlopiù passando per collezioni private blasonate). L’iter con cui un pezzo di Damien Hirst diventa “opera d’arte” è ben noto: Warhol docet nel captare le tendenze del mercato. Ma anche Duchamp quanto a gusto per la bizzarria e l’assurdo e per la capacità di produrre uno choc nel pubblico. Così, uscito da un “artistificio” come la scuola Goldsmiths di Londra, dopo aver incontrato un intermediario come l’ex pubblicitario Saatchi, ideatore del “brand” young british artists, Hirst a meno di quarant’anni anni aveva già compiuto un iter ad hoc e il suo squalo, le sue teste di bovini scuoiate e tutta la sua pharmacy erano pronte per quotazioni da capogiro.

La consacrazione è avvenuta quando il tycoon francese Pinault ha comprato una sua opera per 8 milioni di dollari. La testa di toro acquisiva così un valore di mercato certo sulla scena internazionale. E molti altri collezionisti avrebbero aspirato a possederne una. Poi il “colpo da maestro”: in barba all’immagine d’artista disinteressato alle aste, saltando ogni intermediario, Hirst ha fatto battere da Sotheby’s tutte le sue opere incassando il cento per cento del fatturato, con grande attenzione della stampa. Diversa la strategia di Maurizio Cattelan. Costruitosi un’immagine di artista spiazzante e imprevedibile con interventi come i fantocci di bambini impiccati a piazza Duomo a Milano, Cattelan è attento a non produrre più di quanto il mercato possa assorbire. L’artista giapponese Murakami, invece, ha portato all’estremo l’idea della factory di Warhol. In tre studi d’artista (che dirige in videoconferenza e con attenzione ossessiva al dettaglio) ha in cantiere quaranta progetti in contemporanea. Evocando l’immagine della bottega rinascimentale ma con un sistema simil fabbrica Toyota, Murakami produce i suoi dipinti «superpiatti» (termine coniato da lui stesso), facendo disegni e poi affidandoli ai computer grafici e ad assistenti pittori. Che lavorano in silenzio a ritmi serrati. Quando Thornton chiede se c’è creatività nel loro lavoro una pittrice risponde candidamente: «Assolutamente no». Al lettore non resta che riconoscerne il coraggio. Alla prestigiosa Carl art di Los Angeles, come nei templi della Tate gallery e del Turner prize, l’autrice aveva ricevuto risposte ben più elusive e imbarazzate.

da left -avvenimenti 28 agosto 2009

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Parigi, la seduzione dell’arte

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 24, 2005

di Simona Maggiorelli

La riapertura del Petit Palais, il più grande museo comunale parigino è una delle sorprese che la capitale francese offre in questo ultimo scorcio del 2005. Da sempre ricchissima di iniziative, in questo fine anno Parigi diventa particolarmente seducente per una serie di eventi legati al mondo dell’arte.
Così, anche privandosi, per una volta, di un ritorno alle sale storiche del Louvre, non bastano una manciata di giorni per godersi tutte le altre proposte.Provando a tracciarne una mappa, il nostro viaggio, sulle tracce di uno storico flâneur – in omaggio a Walter Benjamin che sulle gallerie dell’Esposizione Universale scrisse saggi suggestivi – non può che partire dal Petit Palais, il palazzo “maraviglia” che ai primi del Novecento Charles Girault pensò come «un inno alla luce» e come pandant degli Champs- Elysées. I lavori di restauro, durati quattro anni, sono costati più di 72 milioni di euro; fra vari intoppi, dovuti alla difficoltà a reperire i fondi e ai cambi di maggioranza politica alla guida della città. Lo scorso 10 dicembre, però, il sindaco Delanoë ha portato a casa il risultato, con il taglio del nastro di un rinnovato Petit Palais: l’area espositiva, fra trasparenze e aperture sul giardino come nel progetto originario, è passata da 15mila a ben 22mila metri quadri, con, in aggiunta, uno spazio fisso dedicato alla collezione permanente. Per Natale e Capodanno, così, torna alla luce l’importante collezione del museo   comunale di Parigi, che copre un arco di tempo che va dall’antichità greco romana fino al 1914, con un nucleo forte di opere di Courbet, Monet e Sisley. E mentre, (a distanza di cinque anni dall’ultima grande mostra dedicata alla Cina degli imperatori) per aprile al Petit Palais si prepara una mostra di arte preispanica del Perù e per l’autunno, un’antologica dedicata alle acqueforti di Rembrandt, fino al 12 febbraio, lo spazio mostre del Petit Palais ospita Quentin Blake e les demoiselles des bords de Sein, omaggio all’illustratore britannico Blake, seguendo il filo rosso della figura femminile nel XIX secolo a partire da Les demoiselles des bords de Seine di Courbet, conservata nel museo.
Ma accanto alla notizia certamente ghiotta della riapertura del Petit Palias, in questo fine anno, non va dimenticato che al Grand Palais, prosegue fino al 16 gennaio la mostra, Mélancolie, génie et folie en Occident, interessantissimo viaggio dall’antichità classica fino alla contemporaneità su come l’arte e gli artisti hanno interpretato il tema della melanconia nei secoli. Curata da Jean Clair, (Europa ne aveva parlato il mese scorso) con 250 opere che vanno dalla celeberrima incisione di Dürer, studiata da Panofsky , a tele di Zurbaran, Friedrich, de Chirico, Giacometti e altri. Sempre al Grand Palais, fi- no al 26 gennaio, c’è anche l’occasione di un viaggio a ritroso nella secessione viennese, con la mostra dedicata alla pittura fra il 1890 al 1918, raccontata attraverso opere di Klimt, Schiele e Kokoschka. E ancora, proseguendo il viaggio intorno al Marais, il quartiere melting pot di artisti e intellettuali, dove l’integrazione fra ebrei, arabi, asiatici è fatto storico, il Museo Picasso festeggia vent’anni da quel lontano – anche culturalmente – anno 1962, quando André Malraux, discusso poeta e ministro della Cultura nel periodo di De Gaulle, promosse, e non a poco prezzo, il recupero i 36 hôtel particulier, nobili dimore private in pietra bianca e mattoni rossi, intorno alla secentesca place des Vosges. Vicino alla casa-museo di Hugo e a quella di Théophile Gautier, fra cortili nascosti, caffè e antiquari e gallerie d’arte contemporanea (come quella di Emmanuel Perrotin, che ora propone anche Maurizio Cattelan), fino al 9 gennaio il Museo Picasso ospita la mostra Picasso. La passion du dessin, dedicata agli schizzi, ai bozzetti e alle opere che raccontano il talento veloce, onnivoro e vitale del pittore spagnolo. Ma per i cultori del Settecento francese, e del richiamo dell’antico motto, “libertà, uguaglianza, fratellanza” (che da qualche tempo, curiosamente, ritorna sulla stampa italiana ) il Louvre e il Musée Jacquemart- André dedicano a David, il pittore neoclassico della rivoluzione finestre e sezioni personali, in cui sono esposti ritratti e scene di storia. E sempre il Louvre promuove anche la retrospettiva di un centinaio di opere di Anne Louis Girodet de Roucy, detto Girodet-Trioson, il maggiore allievo di David, che dopo il restauro napoleonico, si fece interprete di un ritorno integrale alla mitologia fuori dal vivo della storia. Infine, per uscire dal solco strettamente francese, al Musée d’Orsay, fino all’8 gennaio, L’art russe dans la seconde moitié di XIX siècle: en quête d’identité, per raccontare attraverso dipinti, sculture una fase culturale in Russia non molto conosciuta. Mentre al Centre Pompidou continua dalla scorsa estate (fino al 9 gennaio) la più completa mostra mai organizzata sul movimento Dada, dalla Svizzera dei primi Caffè novecenteschi, alla Russia di Lenin.

da Europa 24 dicembre 2005

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