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‘0 sistema e i suoi cantori

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 3, 2010

Roberto Saviano presenta il suo nuovo libro, Parole contro la camorra. E indaga i successi dei neomelodici ispirati alle “gesta” della mafia

di Simona Maggiorelli

Roberto Saviano

Da una manciata di giorni è in libreria un nuovo libro di Roberto Saviano, La parola contro la camorra (Einaudi). O meglio, un libro accoppiato a un dvd, che raccoglie, tra l’altro, la puntata speciale di “Che tempo che fa” che Fabio Fazio ha dedicato all’autore di Gomorra (Mondadori, 2006): il potente libro di denuncia dei sistemi criminali che operano in Campania, tradotto in molte lingue e che per primi i giovani si sono passati di mano in mano. Un piccolo grande miracolo editoriale nato da un lungo lavoro d’inchiesta fatto a rischio della propria pelle e che da tempo costringe Saviano a una vita blindata, sempre sotto scorta.

La parola contro la camorra non è l’atteso seguito letterario del bestseller, che fu tradotto sul grande schermo da Matteo Garrone, hanno sottolineato i soliti intellettuali snob da salotto. Di fatto in questa sua nuova uscita, Saviano (che invece non è snob) ha utilmente precipitato il succo di attente e infinite letture di articoli sulla mafia fatte negli ultimi anni. Un lavoro che a nostro modesto avviso dovrebbe essere adottato nelle scuole di giornalismo perché aiuta ad aprire gli occhi su come anche nelle più blasonate testate possa allignare una certa mentalità “mafiosa”, complice perché reticente, oppure palesemente violenta nel non saper (volere) distinguere fra vittime e carnefici.

Un lavoro, quello ultimamente uscito dalla penna di Saviano, che stigmatizza la superficialità e smaschera l’uso improprio e distorto delle parole. Che svela quei sottotesti, sottintesi e non detti che, giorno dopo giorno, “distrattamente”, rafforzano meccanismi mentali omertosi o di rassegnazione. Quello che Saviano propone qui è un incisivo metodo di lettura critica dei “discorsi” di affiliati e di criminali ma anche di chi fa loro “da spalla”, volontariamente o meno.  Un metodo sviluppato da quando non può più andarsene in giro, gambe in spalla, a fare sue inchieste. Smessi forzatamente i panni da reporter sul campo, lo scrittore partenopeo è riuscito a cambiarsi in un acuto studioso di contesti culturali e subculturali della mafia. Anche quelli apparentemente più marginali, come potrebbe apparire quello dei cantanti neomelodici. Cosa si possa ricavare da giornate passate a vedere improbabili video di re e reucci della pirateria musicale, Saviano l’ha dimostrato in una serata all’Auditorium di Roma. In maniera sorprendente e del tutto inaspettata. Armato di computer portatile e a colpi di mouse.  Con qualche intoppo tecnico e un tono via via  sempre più visibilmente  contento di poter stare e comunicare e scambiare emozioni e riflessioni, in presa diretta, con altre persone.

roberto saviano

Sul maxischermo, così, ecco scorrere clip di Lisa Castaldi, di Gianni Vezzosi, di Luigino Giuliano e di una ridda di altri divi dei quartieri spagnoli e che certo mai avrebbero immaginato di poter cantare, se pur virtualmente, sul palcoscenico del Parco della musica progettato da Renzo Piano. Eppure questi signor nessuno per il pubblico mediamente colto hanno un seguito popolare grandissimo. I video di canzoni dal titolo emblematico come “’O latitante”, ci spiega Saviano, hanno avuto in rete centinaia di migliaia di contatti. Che cosa cantano questi aedi di città e paesi della Campania dal vasto seguito popolare? Cantano il mare, la noia e la fatica del lavoro, i soliti miti di “soldi, macchine e femmine”, versione ruspante dell’intramontabile sesso droga e rock and roll d’Oltreoceano.  Ma questi epigoni di Gigi d’Alessio mettono in musica ( perlopiù clonata da gruppi come i Ricchi e poveri o dalla disco anni Ottanta) soprattutto le gesta e la “durezza” della vita da killer.

Così ci permette di capire Saviano traducendo in presa diretta vorticosi ritornelli in dialetto, del tutto incomprensibili anche a un orecchio allenato alle canzoni di Pino Daniele. Nei testi dei neomelodici c’è tanta nostalgia della mamma, del Natale coi figli e nessuna pietà verso chi lascia la terra in un bagno di sangue. Machismo, familismo e una lucidità feroce. Confezionate come grotteschi b-movies sono le storie che un popolo di giovanissimi fans e amanti di telenovelas si ripassano ogni giorno. «Anche i narcos sudamericani hanno le loro narconovelas e i loro cantori; anche i clan mafiosi giamaicani hanno il culto del machismo più violento» ricostruisce Saviano tracciando nessi inediti fra subculture criminali d’oltreoceano e quelle che alimentano “’O sistema”. E a colpire e a far riflettere è anche e soprattutto il fatto che i neomelodici non siano perlopiù degli affiliati: cantano la vita quotidiana, di tutti, ciò che accade nelle terre di cammorra, «normalmente».

da left-avvenimenti, 2 aprile 2010

dal quotidiano la repubblica 17 aprile 2010

Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di “supporto promozionale alle cosche”. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d’Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt’ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
E’meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un’espressione ancor prima di divenire il nome di un’organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?

Il ruolo della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d’affari – cento miliardi di euro all’anno di profitto – un volume d’affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché? Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che “era tutta colpa de Il Padrino” se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.

Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è in quell’istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti, una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera. Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. “La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere … non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze”.

Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E’ mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull’organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.
Eppure la sua non è un’accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un’insana voglia di apparire. Quando c’è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l’allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l’unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l’impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l’Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how dell’antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici dell’occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni genealogia. E’ drammatico – e ne siamo consapevoli in molti – essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori.

Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell’accusa, possiamo cambiare le cose.

Accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al paese non è un modo per migliorare l’immagine italiana quanto piuttosto per isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è l’unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori, chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E’ l’unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere le sue scuse non a me – che ormai ci sono abituato – ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall’accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, “comprati”. E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E’ da loro che voglio risposte.

Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.
©2010 Roberto Saviano/
Agenzia Santachiara

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Coraggiose controstorie

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 24, 2009

di Simona Maggiorelli

In Italia c’è un nuovo pubblico di lettori forti, che vuole sapere. Se i grandi media non informano, piccole case editrici pubblicano libri di denuncia. E scalano le classifiche

Roberto Saviano

Roberto Saviano

In un Paese come l’Italia in cui, a destra e a sinistra, si fa a gara per genuflettersi ai diktat del Vaticano colpisce che libri come La questua (Feltrinelli) di Curzio Maltese, o come Chiesa padrona (Garzanti) di  Michele Ainis, siano stati in cima alle classifiche di vendita per mesi. E il fenomeno dei “best seller anticlericali”, aperto nel 2006 da Contro Ratzinger (Isbn), non accenna ad attenuarsi.

Anzi. Lo dimostra un saggio-inchiesta come Vaticano spa (Chiarelettere) in cui Gianfranco Nuzzi, carte alla mano, dimostra come la banca vaticana faccia da lavanderia per il denaro sporco, a tutto vantaggio della mafia di certa politica e imprenditoria italiana. Un libro serrato e documentatissimo che, in meno di sei mesi dall’uscita, ha venduto centosettantamila copie.

Settantamila copie ha fatto  il libro di Claudio Rendina La santa casta della Chiesa (Newton Compton). E si sale  a più di centomila copie per Il libro che la tua Chiesa non ti farebbe mai leggere di Leedom e Murdy, che Newton Compton vende anche negli autogrill e nei centri commerciali, raggiungendo così anche quel pubblico che di solito non va in libreria.

Poi, a curiosare fra le righe delle più recenti analisi del mercato librario pubblicate sul sito del ministero dei Beni culturali, scopriamo anche che quello stesso zoccolo duro di lettori forti che compra titoli così corrosivi ama anche una certa coraggiosa saggistica firmata soprattutto da giornalisti che, nonostante le minacce di mafia e camorra, hanno raccontato gli intrecci fra criminalità organizzata e potere politico. Il caso di Roberto Saviano e del suo Gomorra è la punta di un iceberg. Ma potremmo parlare anche dei libri di Lirio Abbate e di molti altri colleghi.

E se le inchieste di Marco  Travaglio e Peter Gomez (insieme a quelle di Saviano) sono fra le più “gettonate” dal pubblico giovane, sempre fra quei forti lettori che da soli tengono in piedi il 41 per cento delle vendite librarie scopriamo la fisionomia di un pubblico colto, esigente, che per dirla con Lorenzo Fazio di Chiarelettere «non si accontenta del tg delle venti, ma vuole un’informazione più approfondita e completa».

Una domanda culturale alta che oggi trova risposta in primis nel lavoro di alcune piccole e medie case editrici di lunga tradizione, o più giovani, ma che sfidando l’ottusità dell’oligopolio italiano, libro dopo libro stanno riscrivendo la storia recente portando alla luce quanto in quella ufficiale era sempre rimasto occultato e nascosto. «In questa Italia che sembra anestetizzata, però quando esce un’inchiesta che si interroga sui tabù che consolidano religioni e Chiese, o regimi – dice Fiammetta Biancatelli, portavoce di Raffaello Avanzini di Newton Compton – notiamo un interesse crescente e questo ci stimola a tirare fuori libri che scuotano le coscienze».

Dall’Italia dei colpi di Stato di Gianni Flamini all’Italia dei poteri occulti di Willan, alle inchieste sulla destra di Semprini e Caprara – solo per citare alcuni titoli – grazie al lavoro di questa casa editrice indipendente si è formata, così, nel corso di pochi anni, un’innovativa collana di “controstoria”. «La piccola editoria è sempre stata la più critica verso il potere, anche perché avendone poco critica chi ce l’ha», commenta Giuseppe Laterza, ospite del Festival storia (che si svolge a Torino e a Saluzzo fino al 25 ottobre) per parlare di editoria e potere. Economista, laureato con Federico Caffé, da quando ha preso le redini dello storico marchio di famiglia, Giuseppe Laterza, pur continuando a coltivare un solido catalogo, ha fortemente aperto all’innovazione, anche stringendo rapporti con rassegne come il Festival della mente di Sarzana per «contribuire a costruire un ponte fra cultura scientifica e divulgazione». «Per sua natura – spiega – una piccola casa editrice si regge sulla sperimentazione, sulla capacità di innovare. Una casa editrice molto grande è più vincolata nel suo modo di agire. Anche se – precisa Laterza – non possiamo dimenticare che il libro più dirompente degli ultimi anni, Gomorra di Saviano, è uscito con Mondadori». Una bella eccezione che, tuttavia, non cambia la realtà del colosso berlusconiano che copre il 29 per cento del mercato librario italiano e il 38 per cento del mercato dei periodici, ma che è ingessato in una produzione commerciale e standardizzata. Anche per resistere alla “politica” del patron di Mondadori è nata la collana di saggistica “anticorpi” che si avvale del lavoro di studiosi come Luciano Canfora. «Una collana nata come strumento di lettura della realtà quotidiana. Il titolo – ricorda Laterza – mi fu suggerito da Sylos Labini: «Di tycoon che vogliono mettersi in politica – diceva – è pieno il globo ma in Italia non ci sono gli anticorpi, i fattori di resistenza. Non è un caso che qui governi un personaggio come questo premier che nessun’altra democrazia accetterebbe. E non è un caso che il nostro sia il Paese con i più bassi consumi culturali al mondo». E la responsabilità è anche di chi dovrebbe fare opposizione. «Una sinistra che continua a trascurare la scuola, l’università, le biblioteche – chiosa Laterza – produce, come effetto, anche la possibilità da parte di un personaggio come Berlusconi di dominare attraverso le tv, nell’ignoranza generale». Ma la responsabilità della sinistra è anche aver tralasciato la battaglia per la laicità secondo l’editore di Biblioteca laica di Ciliberto e di altri importanti testi su questo tema.

«La laicità – dice – è un tratto che connota la nostra casa editrice da sempre. Una battaglia per la separazione rigorosa fra lo Stato e Chiesa è un fatto essenziale. Ma devo dire che anche qui, purtroppo, vedo con tristezza che non è in cima ai pensieri del Pd. Dei tre candidati alle primarie solo Marino pone questo tema. Gli altri due lo mettono in sordina. C’è, purtroppo una lunga tradizione, un tentativo continuo in Italia di cercare di carpire la benevolenza della Chiesa catttolica, immaginando che porti dei voti. Il tentativo viene reiterato costantemenete dalla destra come dalla sinistra. Io credo che questo per il nostro paese non sia un fatto positivo e che la battaglia culturale per la laicità oggi sia prioritaria in Italia». Anche perché «una minoranza molto corposa di persone interessate a questo tema ci sono in Italia. Noi, per esempio – conclude Laterza -.i abbiamo avuto ilgrande successo del libro di Stefano Rodotà Perché laico, che abbiamo ristampato per tutto ll corso dell’anno e continuiamo a farlo. Ma anche titoli come Un’etica senza dio di Eugenio Lecaldano e Laici in ginocchio di Viano sono stati libri fortunati.

In questo quadro, fa notare l’editore Alessandro Dalai, la tv ma anche i grandi giornali stanno del tutto venendo meno al proprio compito di informare. «Lo noto una volta di più – spiega l’editore di Baldini Castoldi Dalai – in questi giorni, con l’uscita di un libro come Troppi Farabutti. Nonostante l’autore, l’avvocato Oreste Flamminii Minuto, sia stato uno storico difensore del gruppo l’Espresso e benché il “partito Repubblica” oggi sia più che mai in trincea contro il Cavaliere, registro una certa ritrosia a parlare di questo libro che denuncia l’assenza di libertà di stampa oggi in Italia». Ma il pubblico nel nostro Paese non è del tutto assopito, rilancia Dalai: «Lo dimostra un giornale come Il Fatto che supera le 100mila copie vendute. Un evento che non mi sarei mai aspettato. Un successo dovuto a quello stesso pubblico che compra i libri di Chiarelettere, che segue una certa saggistica che facciamo noi con Garzanti e alcuni altri piccoli editori puri. Quel pubblico c’è e vuole capire. Nelle trasmissioni tv c’è troppo rumore e poca quiete, per andare al fondo delle cose – conclude Dalai – non restano che i libri».

Dal left-avvenimenti

L’intervista:PICCOLI MA DIROMPENTI

Libri d’inchiesta e di forte denuncia, le scelte di Lorenzo Fazio e della sua casa editrice Chiarelettere

di Simona Maggiorelli

Lorenzo Fazio, Chiarelettere

Lorenzo Fazio, Chiarelettere

il caso editoriale degli ultimi anni. In pochissimo tempo, dal 2007 a oggi, Chiarelettere, fondata e diretta da Lorenzo Fazio (genovese, con alle spalle esperienze di lavoro in Einaudi e Bur), si è imposta sul mercato con titoli incisivi, controcorrente, di forte denuncia. Con libri come Vaticano spa o il recente Il regalo di Berlusconi, riuscendo a intercettare un pubblico laico, attento ai valori della democrazia, che sembrava fin qui assopito. «Di fatto – commenta Fazio – oggi c’è una forte divaricazione fra ciò che viene proposto da grandi giornali e tv e ciò che accade nel mondo dei libri che affrontano certi temi di attualità. Testi come quello di Gianfranco Nuzzi, per esempio, non hanno avuto un’accoglienza sui media tale da giustificare una tiratura e una vendita così eccezionale  pari a 170mila copie. Il Corsera l’ha recensito nelle pagine di cultura ( anche se, fa notare Nuzzi, si tratta un libro di cronaca e che si occupa di economia.Mentre  La Repubblica e La Stampa hanno pubblicato solo una nota nelle pagine dell’economia. Di fatto quasi nascosta. Un atteggiamento strano visto che Vaticano spa tratta di verità incontestabili, dati alla mano. Doveva esplodere un caso. Ma sui giornali non è stato registrato. Salvo eccezioni come left.
Occorrono editori puri per poter pubblicare libri d’inchiesta così corrosivi?
E’ un vantaggio che abbiamo con Chiarelettere. Anche Fazi, che ora è stato acquisito per il 35 per cento dal gruppo Mauri Spagnol, è un editore puro. Così come lo è Newton Compton. Non è un caso che ci troviamo in loro compagnia nel fare questo tipo di saggistica che implica non avere timore di attaccare l’uno o l’altro. Di fatto anche Bompiani o talora Mondadori fanno degli ottimi libri di saggistica. Perché ci lavorano seri professionisti. Ma in alcuni casi devono lasciare il passo a chi, come noi, può affrontare qualsiasi argomento.
Una rivincita dei piccoli editori ?
Da qualche anno i piccoli editori riescono a imporre libri ad alta tiratura: prima non avveniva. E vale sia per la saggistica che per la narrativa. è un segnale di vitalità. I grandi non possono più dormire sugli allori, devono stare al passo con la concorrenza.

Libri di Chiarelettere come I cinesi non muoiono mai o Non chiamatemi zingaro, per esempio, parlano del nuovo volto dell’Italia, dei nuovi cittadini immigrati.Come intercettate i vostri temi?
Ci orientiamo come se fossimo una rivista. Vediamo quali sono i temi che fanno da sfondo alla società e al dibattito pubblico. Individuiamo le onde lunghe di un problema. Dietro la cronaca, sotto la spuma, la cresta in superficie. Cerchiamo di approfondire. Usando la forma dell’inchiesta, a volte la testimonianza oppure la ricostruzione storica. Ma sempre andando a sviscerare i problemi con andamento narrativo. Si può fare della divulgazione in modo molto serio usando i documenti, le testimonianze, gli archivi. In modo assolutamente inoppugnabile, ma cercando di fare venir fuori delle storie.
Inchieste sulla mafia, sulla nascita “ambigua” del  potere di Berlusconi, ma anche su crimini come la pedofilia in Vaticano. Su questi temi volete accendere dei dibattiti pubblici?
Quello che ci preoccupa è che non abbiamo interlocutori che, a livello politico, raccolgano queste denunce e le facciano proprie.
Che idea si è fatto del vostro pubblico?
Fra i nostri lettori ci sono molti giovani e poi persone più mature, preparate, che vogliono un’informazione più completa. Lo deduco dal fatto che se facciamo degli errori ci “beccano” subito. Il nostro lavoro è pensato per queste persone, attente, che oggi rappresentano lo zoccolo duro di lettori in Italia.
Nel futuro di Chiarelettere?
Ho sempre cercato di farne uno strumento di approfondimento culturale: casa editrice libera ma con più facce. Penso che il libro oggi sia uno dei tanti strumenti per accedere a un’informazione che non c’è. Per questo siamo entrati nell’impresa del quotidiano Il Fatto, anche se solo per il 16 per cento. è un segnale che abbiamo voluto dare. E probabilmente faremo altri passi nel multimediale, pensando a più piattaforme con cui veicolare dei contenuti di alto livello. La scommessa si gioca in primis su internet. Già il nostro blog conta su 60mila persone. E 180mila presenze sono sull’Artefatto, nato per il quotidiano. E importante è riuscire a costruire una rete che si tenga e che sia affidabile.E forse quella stessa rete vorrà vedere un tv oppure sentire una radio fatta con i nostri contenuti. con i nostri autori.

da left-avvenimenti

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