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I mille volti dell’India

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 17, 2010

Tra ricerca di nuovi linguaggi e tradizione alta. I tigrotti della nuova scena letteraria si raccontano dal 13 al 17 maggio al Salone del libro di Torino. Da Kiran Desai ad Anita Nair, alle nuove voci emergenti,che in India, sono soprattutto femminili. E di talento.

Vishnu salva Gajendra,re degli elefanti

Frammenti di India, del suo ricco universo multiculturale, dal 13 al 17 maggio, al Lingotto di Torino compongono il bel volto di una democrazia giovane e in rapida crescita, sul quale però ancora si vedono i segni lasciati dal colonialismo.

Tra tradizione e sviluppo, fra povertà e industria high tech, fra inarrestabili megalopoli e il tempo lento dei villaggi rurali. E ancora…

Fra sperimentazione di nuovi linguaggi e il fascino di antichi miti. Per cinque giorni decine di scrittori e intellettuali indiani al Salone del libro si passeranno il timone del racconto. Pochi i sapienti paludati. Perlopiù gli ospiti sono giovani “ambasciatori“ di una cultura in vitale fermento.

In India, del resto, il 50 per cento della popolazione ha circa 30 anni. E non ancora quarantenne è anche uno delle scrittrici indiane più attese, Kiran Desai, voce critica della globalizzazione e narratrice raffinata che con Eredi della sconfitta (Adelphi) è stata nel 2007 la più giovane vincitrice del Booker Price. Figlia di Anita Desai, Kiran è un’autrice schiva, che si concede il lusso di distillare le sue opere senza fretta. Compagna di vita di Orhan Pamuk non ama stare troppo sotto i riflettori. Se non quando vi è chiamata per la sostanza politica dei suoi romanzi. E «di questi tempi-ammette Desai- è difficile per un romanziere sottrarsi a una lettura politica». Anche per questo, per parlare dei problemi dell’India di oggi, Kiran Desai ha accettato di aprire il 14 maggio la serie degli incontri che il Salone dedica al paese ospite 2010. Il contrasto fra globalizzazione e l’emergere di “nuovi” localismi innerva profondamente Eredi della sconfitta, libro dalla tessitura complessa, fra invenzione poetica e storia. In quattrocento pagine, attraverso le storie parallele di una manciata di personaggi, Desai affresca il paesaggio accidentato di una democrazia in rapido sviluppo sullo scenario mondiale degli anni Ottanta, ma anche segnata da rigurgiti etnici e religiosi. Un fuoco narrativo del romanzo è a Kalimpong, un villaggio tra Nepal e Tibet, dove il chiuso nazionalismo dei Gurkha spinge per l’indipendenza. Un altro, contemporaneamente, arde a New York dove un giovane di Kalimpong, senza permesso di soggiorno lavora come uno schiavo in un locale esotico per occidentali. «Se da un lato i processi di globalizzazione dell’economia hanno portato innovazione – spiega Desai – dall’altro hanno prodotto nuova povertà. Per capirlo basta andare nella periferia di Delhi dove grattacieli finanziati dall’American Express o dalla Tata sono costruiti da muratori sfruttati e senza diritti».

Uno sguardo critico sui processi di globalizzazione in India è anche quello offerto dallo scrittore Indra Sinha nel romanzo Animal (Neri Pozza): una vivida ricostruzione del drammatico incidente chimico industriale accaduto a Bhopal nel 1984. La Union Carbide India, una multinazionale americana produttrice di pesticidi causò la morte di 754 persone. Nel libro quella tragedia è raccontata dal punto di vista di un bambino, uno dei tantissimi intossicati dal veleno, che si stima furono tra 200 e 600mila persone. Il 16 maggio con Tarun Tejpal, autore di Storia dei miei assassini (Garzanti), Sinha racconterà il suo impegno di scrittore e “testimone”.

Sul piano più strettamente economico, invece, a svolgere una serrata critica ai processi di globalizzazione (il 16 maggio in dialogo con Loretta Napoleoni) sarà Prem Shankar Jha. Nel libro Quando la tigre incontra il dragone e nel più recente Il Caos prossimo venturo, entrambi editi da Neri Pozza, il filosofo ed economista indiano manda in frantumi la formula “Cindia”, in quanto invenzione di un cattivo giornalismo occidentale che appiattisce le immense differenze politiche e culturali fra Cina e india. «Molti osservatori occidentali- sottolinea Jha- non colgono la differenza abissale che c’è fra il capitalismo di stato cinese e quello indiano, più di stampo occidentale». Ma azzerano anche le enormi differenze sociali fra un paese politicamente irreggimentato come la Cina e una democrazia in fieri come l’India «dove la rabbia dei diseredati – sostiene Jha – può trovare una canalizzazione politica e una risposta nelle istituzioni».

rama sita e laksmana in esilio, collezione Ducrot

E tutto il fascino e il dramma di un’India percorsa da forti tensioni, zavorrata da sacche di fondamentalismo religioso e di povertà, ma per altri versi estremamente viva e in movimento si trova fortissimo nelle pagine de La tigre bianca (Einaudi) e di Fra due omicidi (Einaudi) del giovane Aravind Adiga che saranno lette al Salone.

Ma anche nei reportage di Suketu Metha. Emblematico resta il suo Maximum City (Einaudi) scritto nel 2007, un anno prima dell’attentato di Mumbai, un attacco feroce, secondo il giornalista indiano, proprio al carattere cosmopolita più profondo di questa megalopoli da 18 milioni di abitanti, dove sindhi, punjabi, bengalesi e molti altri cittadini di etnie diverse vivono fianco a fianco in spazi pubblici e privati che, fiduciosamente, “non conoscono privacy”.

Nella complessa koinè di Mumbai scrive Altaf Tyrewala in Nessun dio in vista (Feltrinelli) si mescolano da sempre musulmani e indù, cattolici e pagani. Quattordici lingue e otto religioni abitano la città che i colonialisti inglesi tentarono con violenza di occidentalizzare, fin dal nome, ribattezzandola Bombay.  Nato nel 1977, Tyrewala fa parte della folta flotta dei nuovi narratori indiani che, in stili nuovi – in questo caso brevi capitoli a staffetta lungo imprevedibili percorsi narrativi- permettono di tuffarsi nella ribollente vita di una megalopoli post industriale come Mumbay, come New Delhi o come la capitale dell’high tech Bengalore. Con Tishani Doshi, della quale è appena uscito Il piacere non può aspettare (Feltrinelli), al Lingotto, il 13 e il 16 maggio, Tyrewala racconta la nuova scena letteraria indiana non più abitata solo di narrativa in senso classico ma anche di inchieste, fumetti e graphic novel. Un tipo di letteratura ibridata, ironica, spiazzante, ma anche corrosiva verso i facili miti della “shining India”. Per averne un assaggio basta leggere l’antologia curata da Gioia Guerzoni per Isbn, poi se – come è capitato a noi- la curiosità non si placa la neonata casa editrice Metropoli d’Asia, (nata da una costola della Giunti) offre già una decina di titoli, fra i quali molti noir e un elegante graphic novel, Nel cuore di smog city che la giovane illustratrice Amruta Patil presenta a Torino il 13 maggio.

Accanto alla narrativa sperimentale che ama mescolare differenti linguaggi c’è un altro fenomeno macroscopico da segnalare nella nuova letteratura indiana: la forte presenza di scrittrici. Artisticamente cresciute, ciascuna con una propria voce e originalità, nel varco aperto a partire dagli anni Cinquanta dal talento di Anita Desai e poi, negli anni Ottanta, da Arundhati Roy. Più dei loro colleghi, rimasti legati a una modalità narrativa di stampo inglese e razionalista (da Ghosh a Rushdie) queste scrittrici entrate nel pantheon della letteratura internazionale sono capaci di fondere storia e letteratura alta, poetica.

Ganesha, collezione Ducrot

I loro libri vivono di una attenzione al vissuto più profondo dei personaggi e di una lingua ricca di immagini. Proprio in questo ambito di ricerca idealmente si iscrive l’esordiente Anuradha Roy (il 16 al Lingotto) con il romanzo L’atlante del desiderio (Bompiani). Un romanzo storico, dal sapore di epos, che rincorre lungo il Novecento la vicenda di due amanti osteggiati dalle famiglie, che si ritroveranno inconsapevolmente dopo molti anni. Ma una narrazione icastica, in uno stile asciutto e appassionato, che va al cuore delle cose è anche quella che caratterizza Giorno di pioggia a Madras (edizioni e/o) in cui Samina Ali racconta la vita di una ragazza di oggi che vive tra Minneapolis e l’indiana Hyderabad e che da un padre violento e da una madre che è stata ripudiata si vedrà costretta, in nome della sottomissione all’Islam, a un matrimonio combinato.

Dei conflitti fra religione e laicità moderna, fra tradizione indiana e forzata occidentalizzazione, Ali parlerà al Lingotto il 17 maggio nell’ambito della rassegna Lingua madre. E ancora di “india al femminile” parla il 15 maggio un’autrice ben conosciuta anche dal pubblico italiano: Anita Nair. Autrice del best seller Cuccette per signora e, fra gli altri, del bellissimo libro illustrato La mia magica India (Donzelli) Nair ha appena pubblicato il suo nuovo L’arte di dimenticare (Guanda), incentrato su una vicenda che, come quella narrata da Ali, apre molte riflessioni su come le tradizioni di Oriente e Occidente si intrecciano e si scontrano sulla pelle di molte donne indiane oggi.

L’India del nuovo millennio è certamente il Paese che ha permesso a una intoccabile, Naina Mayawati, per la prima volta, di diventare ministro. E come scrive Javier Moro (il 14 maggio a Torino) nell’appassionata biografia di Sonia Gandhi Il sari rosso (Il Saggiatore) l’India è la democrazia che, per portare avanti la politica di Nerhu e Gandhi, «ha scelto coraggiosamente una donna, per giunta un’italiana, come premier». Ma fuori dalle moderne megalopoli, nei villaggi più poveri, è anche la nazione dove le donne che hanno studiato «sono ancora viste con orrore» come racconta Radhika Jha ne Il dono della dea (Neri Pozza). Attraverso la storia della giovane Laxmi che va a studiare all’estero per riscattare il sogno fallito del padre di far fruttare la terra con le nuove tecnologie, Jha (a Torino il 15 e 16) indirettamente apre una finestra sul dramma dei contadini indiani che, per comprare sementi brevettate e spacciate dalla multinazionali come miracolosamente produttive, finiscono per suicidarsi in un gorgo di debiti e usurai.

Nell’India rurale e arretrata, nell’Uttar Pradesh, una delle regione più povere, dove le donne sono tenute nell’analfabetismo e costrette a sposarsi da bambine, Sampat Pal nel 2006 ha fondato la Gulabi gang, la gang dei rosa rosa, un gruppo di donne che lotta contro la violenza e la sopraffazione, quando non c’è altro mezzo, anche con le maniere forti e i bastoni. A Torino, il 15 maggio, questa indomita cinquantenne che lotta per i diritti delle donne e per una società più giusta presenta la propria autobiografia Con il sari rosa, appena uscita per Piemme.” Il nostro obiettivo- racconta Sampat Pal- è combattere il fenomeno delle spose bambine. Questa è la prima emergenza.  Non che con questo il  problema dei matrimoni tradizionali non sia un problema ma per cambiare una tradizione di secoli ci vorrà tempo, non possiamo pensare di cambiare tutto subito”. Sampat Pal che è nata  dei mandriani, una delle caste più povere, era analfabeta, ma con una ribellione trasformata in canto ha saputo  ottenere attenzione da parte delle donne. “La nostra è una società molto tradizionale , se avessi semplicemente detto: donne ribellatevi , nessuna mi avrebbe ascoltato. Cantando canzoni popolari – racconta- il messaggio a poco a poco è arrivato”. Oggi il movimento messo in piedi da Sampat Pal conta migliaia di donne pronte a uscire allo scoperto per combattere per i propri diritti.

Simona Maggiorelli

da left-avvenimenti, 7 maggio 2010

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Nel mare della storia

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 21, 2009

Festivaletteratura di mantova dedica una retrospettiva allo scrittore indiano Amitav Ghosh, l’autore di Cromosoma Calcutta.

di Simona Maggiorelli

mare_di_papaveri_amitav_gosh_neri_pozzaIl battito di ali di una farfalla qui e ora, si dice, possa determinare un cataclisma in una lontanissima parte del globo. Come effetto domino di una lunga catena di cause e conseguenze, perlopiù imprevedibili. Di questi fili “invisibili” che corrono sotterranei nella storia si occupa lo scrittore indiano Amitav Ghosh, autore di Cromosoma Calcutta (Einaudi) di molti altri importanti romanzi, come il recente Mare di papaveri (Neri Pozza), straordinario affresco delle drammatiche conseguenze della guerra dell’oppio, viste da Paesi come l’India che fu schiacciata nella morsa del colonialismo inglese.

Da romanziere ma anche da antropologo, storico e giornalista, fondendo una molteplicità di competenze diverse, Ghosh punta la propria attenzione sulla lunga durata,osservando continuità e rotture che i processi storici incontrano nel passaggio di generazione in generazione. In questo modo riuscendo a ricreare un genere, quello del romanzo storico, che sembrava aver esaurito il suo corso con i grandi romanzieri dell’Ottocento. Ghosh si mette sulle orme di Melville, per la scelta dei grandi temi degni dell’epos e sulla strada di Dickens per la precisa descrizione sociale degli ambienti. Ma senza nessun gusto antiquario. Anzi, con uno sguardo costante sull’oggi: andando a caccia delle radici più remote delle contraddizioni che i processi di globalizzazione squadernano. Così ne Lo schiavo del manoscritto (che dopo l’edizione Einaudi del ’92 a fine agosto uscirà in nuova edizione italiana per Neri Pozza), con un meticoloso lavoro di archivio compiuto fra l’Egitto e l’Inghilterra, Ghosh rintraccia una lettera scritta nel 1148 da un mercante di Aden, un certo Khalaf ibn Ishaq; una lettera contenuta nel manoscritto H.6 conservato nella biblioteca nazionale di Gerusalemme e inviata a un grande viaggiatore di nome Abrahm Ben Yiju (più importante di Marco Polo e Ibn Battuta, anche se meno noto in Occidente). Quella lettera, ricostruisce Ghosh, non solo testimonia la fiorente cultura del porto yemenita di Aden intorno all’anno mille, ma è un documento unico perché vi si accenna alla storia di uno schiavo, probabilmente accolto come collaboratore da Ben Yijiu, del quale- visto il rango sociale- la storia ufficiale altrimenti nulla ci avrebbe tramandato. Un fatto che nel romanzo diventa il grimaldello per ricomporre una fitta trama di rapporti fra India ed Egitto a partire dal medioevo, per arrivare fino al Novecento. Fra similitudini dovute alla comune dominazione occidentale e rotture di dialogo, nella contrapposizione via via sempre più spiccata fra le differenti simbologie religiose dei due Paesi a partire dalla prima diffusione della religione di Maometto.

Armato di taccuino

Con lo Schiavo del manoscritto Ghosh inventa un particolare genere di romanzo, che Festivaletteratura battezza “romanzo di indagine”, dedicandogli il 13 settembre una giornata di studi. All’interno di una ampia retrospettiva sull’opera dello scrittore indiano, che oggi vive fra New York e Calcutta. Dal 9 settembre a Mantova ci saranno incontri e tavole rotonde sulla sua attività di romanziere ma anche sul suo lavoro di giornalista raccolto in volumi come Estremi Orienti (Einaudi) e Circostanze incendiarie.(Neri Pozza). Autore di numerosi reportage per The Nation, The New York Times, The New Republic, Granta, The NewYorker, Gosh ama fare il lavoro del vero cronista: cammina, parla, curiosa fra la gente ma anche negli archivi. “Andare a consultare i documenti- dice- fa parte del piacere del mio lavoro di scrittore. Mi piace andare a verificare come stanno davvero le cose”. Così, Amitav Ghosh era sul posto per raccontare l’esplosione di violenza seguita all’attentato contro Indira Gandhi, nel 1984. Ha raccontato la pazzia di quei giorni di violenza a New Delhi e ha scritto pezzi come “Danzando in Cambogia” documentando il genocidio perpetrato dai khmer rossi in Cambogia. Mentre in un romanzo come Il palazzo degli specchi (Neri Pozza) ha documentato il presente della coraggiosa battaglia di Aung San Suukyi per la liberazione della Birmania. “L’ho incontrata durante il mio primo viaggio a Rangoon – ricorda lo scrittore – e ne ho ancora un ricordo fortissimo. Che ora si rinnova dolorosamente pensando che le hanno dato altri 18 mesi di arresti domiciliari”.

I disastri del colonialismo

Amitav GhoshAmitav GhoshLo sguardo di Ghosh, come romanziere ora è soprattutto rivolto ai prodromi della mancanza di libertà che schiaccia la Birmania, così come alle conseguenze che eventi internazionali hanno avuto sull’India e su altri Paesi asiatici. Viste dal punto di vista delle storie personali. “ La mia stessa famiglia- racconta lo scrittore- mi ha aperto gli occhi su questo. Fu divisa non solo dalla separazione fra India e Pakistan, ma anche dalla conquista della Birmania da parte dei giapponesi nel 1942”. Da qui, a partire da un intreccio di biografia individuale e storia collettiva, Ghosh va costruendo quella che si annuncia come la sua opera più importante: una trilogia sulle conseguenze della guerra dell’oppio. Di questo lo scrittore parlerà l’11 settembre in Palazzo Ducale raccontando come è nato il primo volume, Mare di papaveri . Un romanzo che si presenta come una sorta di opera mondo, di indagine su fenomeni sociali che anticiparono negli anni 40 dell’800 alcuni processi di globalizzazione e in cui si racconta il processo di produzione dell’oppio come già perfettamente industrializzato, organizzato e comandato dall’Inghilterra mentre operai indiani e lascari venivano sfruttati come manodopera sotto pagata. Proprio come negli attuali processi di delocalizzazione. “Quando ho cominciato a scrivere Mare di papaveri, in realtà- spiega Ghosh – non pensavo esattamente alla guerra dell’oppio. Mi interessava il tema della migrazione, volevo rintracciare alcune radici della diaspora degli indiani nel mondo. Ma un’ondata massiccia, mi resi subito conto, partì intorno al 1830 dalla cosiddetta India britannica, il nord della regione detta Bihar: sotto il comando dell’Est India Company fu l’area più coinvolta direttamente nella guerra dell’oppio. Dunque, non c’era modo di evitare questo argomento. In quel periodo India, Inghilterra e Cina furono collegate da un mare di oppio”.

I personaggi prima di tutto

Indubbiamente Mare di oppio si presenta come un grande affresco di storia della prima metà del XIX secolo, quando l’India pur fra mille contrasti e di contraddizioni partoriva i primi moti di rivolta contro la dominazione britannica. Una storia che attraversa tre continenti e l’arco di duecento anni,“ma non faccio di mestiere lo storico, il motore della narrazione – rivendica Ghosh- sono le vicende di una manciata di personaggi che si ritrovano in una situazione del tutto fuori dall’ordinario, a bordo della Ibis in mezzo al mare”. La goletta a due vele, lontano dalla terraferma, diventa un microcosmo a parte aprendo una parentesi speciale nella vita di Deeti e degli altri personaggi. Analogamente alla peste per la brigata del Decameron le disavventure vissute a bordo dell’Ibis, compreso un ammutinamento dei lascari, fanno uscire i personaggi dall’isolamento e dalle consuetudini. Tanto che una donna dei villaggi indiani come Deeti si trova “a incespicare sulla parola che per prima le era salita alle labbra: il nome della sua casta era per lei qualcosa di altrettanto intimo del ricordo del viso di sua figlia, ma adesso sembrava appartenere anche esso alla vita precedente, quando era un’altra persona”. Quasi fosse una sorta di trattato di antropologia sociale dei primi dell’800 Ghosh include nel romanzo anche un potente ritratto dei lascari, la ciurma di leggendari marinai di tutte le razze possibili che in comune avevano solo l’oceano indiano e una condizione di sfruttamento. Come in altri suoi romanzi, Ghosh restituisce la loro storia anche attraverso un complesso impasto linguistico che qui va dall’urdu, all’hindi e al bengalese, con alcuni tratti tipici dell’inglese dell’epoca ma anche termini di slang nautico.“Per me il romanzo come genere ha la capacità di inglobare molti aspetti della vita, della storia, della politica. Il romanzo- spiega Ghosh- è una sorta di meta genere, che trascende i confini dei singoli generi”. Quanto al secondo episodio di questa saga a cui sta lavorando, Ghosh accenna: “ Ho qualche idea su dove la narrazione potrebbe andare a parare, ma è un po’ come andare per mare di notte: si intravedono le luci, ma non si sa ancora dove si arriverà e che cosa c’è nel mezzo. L’esperienza mi dice che i libri hanno testa per conto proprio”.

BOX SU FESTIVALETTERATURA

Dal 9 al 13 settembre le strade di Mantova torneranno a riempirsi di lettori e di appassionati di letteratura. L’edizione 2009 di Festivaletteratura si annuncia particolarmente densa di incontri con autori internazionali, di primo piano. A cominciare dal Premio Nobel Nadine Gordimer che sarà in Italia per parlare della sua scrittura, del suo lungo impegno contro l’apartheid, ma anche del futuro della letteratura africana, che sta acquistando sempre più forza e autonomia sulla scena globale. Fra gli ospiti più attesi, poi, oltre all’indiano Amitav Gosh, lo scrittore sudamericano Louis Sepulveda e il francese Georges Didi Huberman con una riflessione fra storia dell’arte e filosofia dal titolo “le immagini accadono”. E ancora in prima nazionale il film che racconta l’opera e l’impegno pacifista dell’israeliano Amos Oz e una tavola rotonda dedicata allo scrittore David Foster Wallace prematuramente scomparso. Fra le nuove proposte di letteratura, da segnalare, la presenza di Anne Marie Garat autrice de Il quaderno ungherese ( Il Saggiatore), un romanzo che, con un pizzico di romanticismo, racconta vicende di una Parigi di inizi Novecento. Fra i momenti di spettacolo, invece, il recital di Lella Costa dedicato ai diritti delle donne e al comizio della rivoluzionaria francese Olympe de Gouges. Per la saggistica Stefano Rodotà presenta a Mantova un nuovo libro targato Feltrinelli, mentre Ignazio Marino, dopo Credere e curare, presenta Nelle tue mani, medicina, fede, etica e diritti, in uscita il 7 settembre per Einaudi. Il programma completo sul sito www.festivaletteratura.it.

da left-avvenimenti 25 agosto 2009

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