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Una Biennale di importanza Capitale

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 8, 2015

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Indaga i conflitti e torna ad interrogare la politica la 56esima Biennale internazionale d’arte, che si apre il 9 maggio nei Giardini nell’Arsenale e in altre aree nevralgiche di Venezia. Così lascia intendere la scelta curatoriale di Okwui Enwezor che ha ideato la mostra All the world’s future (aperta fino al 22 novembre) pensando che la crisi possa essere un’occasione creativa e che tensioni sociali e tempi instabili come quelli che stiamo vivendo cimentino la vitalità e la fantasia degli artisti nell’immaginare mondi futuri, più umani e sostenibili.

«Fin dalla sua prima edizione nel 1895 la Biennale di Venezia si è sempre collocata nel punto di confluenza di molti cambiamenti sociopolitici e di radicali fratture storiche nel campo dell’arte, della cultura, della politica, della tecnologia e dell’economia», sottolinea Okwui Enwezor, raccontando di essere rimasto molto colpito nel ritrovare casualmente in archivio materiali sulla Biennale del 1974, un’edizione quasi totalmente a sostegno del popolo cileno, dopo il golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973.

«Cento anni dopo la prima guerra mondiale e 75 anni dopo l’inizio della seconda ora, il panorama mondiale appare di nuovo in frantumi, segnato dalla crisi economica, dalla politica secessionista e da una catastrofe umanitaria che si consuma nei mari, nei deserti e nelle regioni di confine, mentre immigrati, rifugiati e popoli disperati cercano rifugio in terre apparentemente più ricche e tranquille», dice il critico e curatore di origini nigeriane.

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

«Ovunque si volga lo sguardo sembra di scorgere incertezza e una sempre più profonda instabilità in tutte le regioni del mondo», aggiunge evocando l’immagine dell’Angelus Novus di Klee ai cui piedi -secondo la lettura di Walter Benjamin – si accumulano, sempre più alte, le macerie della distruzione moderna.

«Gli artisti hanno sempre cercato di rappresentare i momenti tumultuosi, come quello che stiamo vivendo. L’arte – dice Enwezor – ha sempre tentato di dare una forma e un’espressione alla tensione che percorre i nostri tempi. La società post-industriale e quella tecnologica e digitale, la migrazione di massa versus i viaggi di massa,i disastri ambientali e le guerre, la modernità e la post-modernità, tutto questo ha prodotto nuovi spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori, musicisti». Con questa premessa Okwui Enwezor ha invitato 136 artisti da 53 Paesi diversi (88 presenti per la prima volta alla Biennale) a creare opere in maggioranza site specific o comunque realizzate per questa occasione.

Biennale d'arte 2015Così dopo le Illuminazioni di Bice Curiger e il mondo enciclopedico fantasticato da Massimiliano Gioni, il critico di origini nigeriane e direttore della Haus der Kunst di Monaco, propone di tornare a confrontarsi con il presente, con il crescente divario fra nord e sud del mondo, con l’ingiustizia sociale e la negazione dei diritti fondamentali che caratterizza questa fase del capitalismo avanzato in Occidente. Lo fa chiedendo ad artisti noti e meno noti di sviluppare il proprio «inner song», metaforicamente un canto intimo e personale, con cui dialogare con gli altri in questo variopinto «parlamento di forme», in un panorama di «immagini dialettiche», in cui nomi emergenti figurano accanto ad alcuni maestri del passato.

Ad alcuni protagonisti dell’avanguardia del secondo Novecento sono dedicate delle “stanze” personali, quasi delle piccole mostre nella mostra.

Fra loro ritroviamo un pioniere della videodanza come Bruce Neuman, artisti che hanno attraversato in modo originale la stagione dell’arte povera come Pino Pascali e Fabio Mauri e che continuano ad esserne rappresentanti ispirati e poetici come Janis Kounellis. E poi ancora “nuovi selvaggi” come il tedesco Georg Baselitz con le sue figure a testa in giù e talenti malinconici e inquieti come Christian Boltanski e Marlene Dumas, qui in veste inedita di autrice di piccoli quadri intimi.

Bruce Nauman

Bruce Nauman

Ma è soprattutto l’ondata di giovani artisti provenienti dal grande continente africano, dal Medio Oriente e dall’Asia che sbarcherà in Laguna, a destare la nostra curiosità. Okwui Enwezor presenta le loro proposte insieme nuove creazioni di artisti under 40 già affermati e trendy come il cinese Cao Fei e l’inglese Steve McQueen. Ma interessante si annuncia anche il dialogo a distanza fra l’arte atea e iconoclasta dell’algerino Adel Abdessemed e il lirismo pittorico dell’attivista egiziano Inji Efflaton che negli anni 60, in carcere, riusciva ad eludere la censura con un linguaggio poetico apparentemente lontano dalla realtà. In questa Biennale ampio spazio anche al cinema, con i docufilm “d’emergenza” e autoprodotti dal collettivo siriano Abounaddara, fondato nel 2010, con le produzioni multimediali della piattaforma editoriale E-Flux Journal fondata nel 2008 a New York e di Raqs media collective nato in India nel 1994.

Steve MacQueen Ashes

Steve MacQueen Ashes

La mostra internazionale di arti visive, con All the world’s future, si apre decisamente al cinema e al teatro politico, ma anche ai canti di lavoro e, con con un pizzico di provocazione, alla lettura integrale del Capitale di Marx, che nell’Arena (agorà e cuore pulsante dell’intera manifestazione) proseguirà senza soluzione di continuità per tutta la durata della Biennale 2015, fino a novembre. «Perché il capitale è il grande dramma della nostra epoca» spiega Enwezor . Non tanto per celebrare un pedissequo ritorno a Marx i cui strumenti critici oggi non ci bastano più. Ma perché «oggi il capitale incombe più qualsiasi altro elemento su ogni sfera dell’esistenza, dalle predazioni dell’economia politica alla rapacità dell’industria finanziaria. Lo sfruttamento della natura attraverso la sua mercificazione sotto forma di risorse naturali, il crescente sistema di disparità e l’indebolimento del contratto sociale hanno di recente imposto il bisogno di un cambiamento». A poco a poco il solipsismo della lettura sarà contaminato con recital di canti di lavoro, libretti, letture di copioni, discussioni, assemblee plenarie e proiezioni di film dedicati a diverse teorie ed esplorazioni del Capitale. Ma non solo. Seguendo questo filo rosso Olaf Nicolai presenta una performance, ispirata alla composizione di Luigi Nono, Non consumiamo Marx. Il collettivo Tomorrow cercherà di immaginare i personaggi e le figure che potrebbero utilizzare il repertorio di Marx nel contesto contemporaneo in Tales on Das Kapital. Mentre Mason Moran, con il suo Staged, mapperà i canti di lavoro e Jeremy Deller, sulla base di materiali d’archivio esplorerà il tema delle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche, a partire dalla fine del XIX secolo.

El-Anatsui

El-Anatsui

«L’intento è quello di avvicinare lo spettatore a una realtà complessa attraverso un’esperienza multisensoriale – dice Enwezor – proponendo pratiche artistiche provenienti da Africa, Asia, Australia, Europa, Nord e Sud America, come ricerca di nuove connessioni con l’impegno con cui gli artisti indagano la condizione umana». Dopo aver diretto Documenta 11 e alcune delle Biennali più importanti in giro per il mondo, da Gwangju, a Tokyo a Johannesburg, e dopo libri come Contemporary African Art Since 1980 (Damiani, 2009) e Antinomies of Art and Culture: Modernity, Postmodernity, Contemporaneit (Duke University Press, 2008), Enwezor mette a valore la sua profonda conoscenza dell’arte contemporanea africana e della diaspora, del modernismo e dell’architettura post-coloniale in questa Biennale che accende i riflettori sulla vitalità creativa di Paesi, esclusi dal canone occidentale e che portano nuova linfa nell’esausto sistema internazionale dell’arte in cui da un ventennio dominano sempre i soliti nomi (sponsorizzati da un manipolo di ricchi collezionisti e sostenuti da massicce operazioni di marketing).

BiennaleArte2015Coerente con questa impostazione di apertura appare anche la scelta di assegnare il Leone d’oro alla carriera all’artista ghanese El Anatsu. «Per il suo lavoro di promozione di artisti contemporanei africani sulla scena globale». E la forza della sua poetica visiva «capace di coniugare in modo originale innovazione formale e tradizione». El Anatsu fin dagli anni 70 trasforma i residui del passato coloniale in opere d’arte, realizzando immaginifici tappeti e cangianti arazzi con cavi di rame e migliaia di tappi di bottiglie di liquori. Su vassoi ispirati a quelli usati dai mercanti kumasi per esporre la propria merce, incide motivi adinkra e altri disegni, che assumono forme grafiche dinamiche. Le sue opere oggi finalmente rivestono intere pareti e creano tende spettacolari, colate d’oro e di colori, nei maggiori musei del contemporaneo e la Biennale di Enwezor ne festeggia il riconoscimento internazionale. (simona maggiorelli)

dal settimanale Left maggio 2016

La svolta politica della Biennale – la recensione di Left, giugno 2015

Ci voleva un curatore cosmopolita, aperto alla multidisciplinarità e fortemente radicato in una visione politica e sociale dell’arte, come Okwui Enwezor, per dare una positiva svolta alla Biennale dell’arte di Venezia, liberandola dal mainstream anglo-americano improntato al concettualismo più arido e al gigantismo di opere tardo Pop.

Con la mostra All the world’s future, Enwezor porta in laguna testimonianze fresche e vitali dalla nuova, vastissima, scena africana, ma anche dall’Asia e dall’underground Usa ed europeo. Senza compartimentizzare generi e provenienze culturali. Ma al contrario creando fertili e impreviste situazioni di dialogo. Come quella all’inizio del percorso, fra storiche opere dell’americano Bruce Nauman in cui campeggiano parole come “umano”, “vita”, “passioni”, “morte”, colorate da luci neon, accanto alla selva di coltelli creata dall’algerino Adel Abdessemed, e ironicamente intitolata Ninfee. Due modi assai diversi di raccontare le tappe della vita e che indirettamente illuminano nodi culturali, tensioni e conflitti che attraversano i rispettivi Paesi d’origine. Ma potremmo fare molti altri esempi per dire come Enwezor sia riuscito a mantenere le promesse (vedi Left n. 16) nel realizzare una mostra aperta al nuovo, fortemente innervata da temi politici e in cui molto spazio è riservato al dramma che vivono oggi i migranti.

Tema su cui il curatore di origini nigeriane invita a riflettere anche con il muro di valigie che Fabio Mauri realizzò negli anni Settanta. Nel padiglione giapponese invece lo ritroviamo evocato da un barcone sotto una pioggia di chiavi appese (in foto). Un filo rosso quello del viaggio, dello sradicamento, che attraversa molti padiglioni nazionali. Declinato in modo suggestivo, con lacerti di giornali, monumenti abbattuti e paesaggi imprigionati dietro grate nel padiglione armeno che con la mostra Armenity nel Monastero Mekhitarista dell’Isola di San Lazzaro (fino al 22 novembre, catalogo Skira) ha vinto il Leone d’oro di questa 56esima Biennale. Un muro attraversa anche il padiglione messicano, evocando quel confine-barriera che è diventato luogo di morte per tanti latinos che cercano di attraversarlo inseguendo il miraggio di una vita migliore negli Usa. L’arte non descrive i fatti, racconta per immagini potenti. Tanto potenti che c’è chi nell’amministrazione veneziana si è sentito urtato dalla “moschea” ideata dall’artista svizzero Christoph Buchel nella chiesa privata di Santa Maria della Misericordia, costringendo il padiglione islandese che ospitava l’ installazione a chiuderla in fretta e furia.

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Modì, tutto l’essenziale

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2013

MilanoModigliani_352-288 di Simona Maggiorelli

La linea nitida, la solidità scultorea di forme essenziali, il colore rossastro delle terre che riscaldano la tavolozza. E poi le curve morbide del nudo femminile, il fascino misterioso di figure dal collo lungo e di volti in cui un occhio appare cieco verso la realtà circostante e come rivolto ad una dimensione interiore.

E’ una perfetta sintesi di classicità e avanguardia l’arte di Amedeo Modigliani (1884-1920) che la mostra Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti aperta in Palazzo Reale a Milano dal 21 febbraio all’8 settembre (catalogo Il Sole 24 ore Cultura) torna a raccontare attraverso una selezione di quindici tele dell’artista livornese appartenute al collezionista Jonas Netter (1866-1946).

Capolavori che, insieme a un centinaio di opere di pittori che furono anche compagni di vita di Modì nelle notti folli di Montparnasse e di Montmartre (Utrillo, Chaïm Soutine e Suzanne Valadon e altri) formano uno spaccato della scena artistica parigina nei primi, effervescenti, anni del Novecento.

Modigliani, come è noto, approdò in Francia nel 1906, l’anno della retrospettiva in memoria di Cézanne, avendo già alle spalle una solida formazione accademica, viaggi di studio in Italia che gli avevano permesso di conoscere dal vivo i capolavori dell’arte antica, gotica e protorinascimentale, a cominciare dall’amato Duccio di Buoninsegna dal quale aveva tratto ispirazione per auratiche presenze femminili.

Alcune opere di Modigliani (1)Non resta molto di queste prime esperienze pittoriche di Modigliani che, molto esigente e critico verso se stesso, fece in modo che andassero in gran parte distrutte.

Così a Milano visitando questa collettiva curata da Marc Restellini, direttore della Pinacothèque de Paris (da cui proviene l’intera mostra) si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un artista “nato” maturo, con il dono di uno stile unico, personalissimo, che mescola semplicità, arcaismo, ieraticità, raffinata eleganza e purezza formale. Basta guardare i suoi ritratti della giovane compagna, la pittrice Jeanne Hèbuterne, che hanno il fascino elegante e la femminilità delle dame di Parmigianino e l’aura onirica delle figure di Cézanne.

Oppure le scultoree cariatidi, figure enigmatiche che punteggiano tutta la carriera di Modì: con esse tentò una radicale rivisitazione della forma pittorica stimolata dalla passione per l’arte africana, oceanica, orientale e precolombiana.L’artista livornese, che si era sempre pensato sculture, prima che pittore, cercava nell’antico l’ispirazione per creare una immagine di donna universale senza tempo né radici geografiche.

Jeanne_Hebuterne_seated

Jeanne Hebuterne

Affascinato dalla rivoluzione cubista di Picasso e dalle sue magnetiche Demoiselles, tuttavia Modì mirava ad un’immagine di bellezza femminile capace di sussumere la ieraticità del Trecento senese e la lineare sinuosità delle Veneri botticelliane.

Come Picasso riconosceva in Cézanne un vero maestro ma ne trasse una lettura molto distante da quella volumetrico-spaziale che ne fece il cubismo. Più che dalla destrutturazione della spazialità pittorica Modì fu attratto dalla semplificazione formale di Cézanne, dal tono riflessivo e malinconico dei suoi soggetti. Come ci racconta il ritratto della poetessa Beatrice Hastings (1915) per arte del lavare, con una estrema stilizzazione del volto, Modì  riuscìa tratteggiare uno straordinario ritratto psicologico della donna.

dal settimanale left-avvenimenti

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L’arte africana, liberata dal pregiudizio etnografico

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 3, 2013

Artista Zande, Congo, Sanza antropomorfa

Artista Zande, Congo, Sanza antropomorfa

Lungo il corso del Niger, dove fiorì il più ricco filone di arte africana. Dal Cameron, dove il fiume scaturisce, fino alla foce, attraversando valli fertili dove varie etnie, per secoli, hanno vissuto in pace. I venti secchi del Sahara, le piogge abbondanti, l’alternanza di foreste, savane e pascoli hanno creato qui un ambiente insolitamente accogliente per la presenza umana. La pesca e il commercio, poi, hanno favorito l’incontro e lo scambio culturale.

In questo fitto intreccio di rapporti si è sviluppata, in modo particolare fra il IX al XVIII secolo, una grande tradizione d’arte. Qui per secoli sono state realizzate preziose sculture in legno (e più raramente in avorio), maschere per la danza e per proteggersi dagli spiriti maligni, statuette che celebrano la fertilità, totem e oggetti decorati secondo codici a cui alcuni artisti africani continuano ad attingere ancora oggi.

E mentre la Biennale dell’arte di Malindi in Kenya curata da Achille Bonito Oliva, fra le molte opere contemporanee di artisti provenienti da differenti regioni di questo sterminato continente, presenta (fino al 28 febbraio) anche una piccola selezione di opere che ancora traggono linfa dalle radici più antiche dell’arte africana, una importante esposizione di arte nigeriana al Musée du Quai Branly di Parigi offre proprio una disamina dell’arte più tradizionale attraverso l’esposizione di 150 sculture e maschere, magnetiche e suggestive, come quelle che- immaginiamo – stregarono Picasso e Matisse al Musée dell’Homme.

Furono proprio gli artisti delle avanguardie storiche ad aprire l’Occidente all’arte proveniente dal continente nero. Fino a quel momento, nell’Europa colonialista, considerata  una mera curiosità etnografica.

Come ha sottolineato Maria Grazia Messina, nel suo bel libro Le muse d’Oltremare (Einaudi) furono soprattutto artisti come Picasso con opere dirompenti come Les Demoiselles d’Avignon a cogliere e a saper ricreare in modo originale la potenza espressiva dell’arte africana, la forza immaginativa di sculture realizzate con grande essenzialità tecnica.

artista malese, copricapo in forma di antiolope

artista malese, copricapo in forma di antiolope

Ma per gran parte del Novecento, è mancata una attenta disamina dell’arte africana, fuori dai pregiudizi etnocentrici, e da pregiudizi coloniali, da parte degli studiosi; è mancato quello studio sistematico capace di far comprendere al pubblico occidentale le differenti caratteristiche storiche, formali e simboliche dell’arte africana  nelle sue varie periodizzazioni.

Una lacuna particolarmente evidente in Italia e che uno studioso rigoroso come Ezio Bassani, negli anni, ha contribuito a colmare. E in modo particolarmente approfondito nel suo nuovo, denso, lavoro Arte africana, uscito di recente per Skira.  Che oltre a chiarire la datazione, la storicità, i rapporti con i primi committenti europei, offre una mappa del variegato mosaico di stili dell’arte africana. Ma al contempo mette in luce alcuni elementi che – quasi fossero delle costanti antropologiche – si ritrovano nelle varie tradizioni “regionali”.

A cominciare dall’assenza di rappresentazioni paesaggistiche per dare spazio in maniera prioritaria alla rappresentazione della figura umana, maschile e femminile.

” La scultura è il mezzo prevalente con  cui si sono espressi gli artisti africani del passato- scrive Bassani – questo spiegherebbe l’assenza di rappresentazione del paesaggio, come peraltro aveva scritto Michelangelo.

“La figura umana – aggiunge – evocativa di personaggi importanti nella comunità, reali o simbolici, o di entità che facilitano il contatto con il soprannaturale, è il soggetto quasi esclusivo della loro creazione”.

PAGINA 67Inoltre  la figura umana è perlopiù rappresentata isolata, collocata in uno spazio assoluto di cui si appropria.  “In genere- prosegue Bassani – il soggetto rappresentato è immobile  non compie gesti, al più li sggerisce con piccole irregolarità che rompono la simmetria e la frontalità e trasformano l’opera in un organismo vivente”.

Altra caratteristica che connota  gran parte dell’arte africana tradizionale è il fatto che l’opera non risulta sia mai preceduta da studi, schizzi e abbozzi, è realizzata in rapporto diretto e immediato con il legno o la materia che si è scelto di scolpire.

E’ da sottolineare anche che l’artista africano tradizionale perlopiù resta anonimo. Ma anche se “non gode dello status di assoluta libertà riservato ai suoi colleghi dell’Occidente del nostro tempo, è un creatore consapevole di opere valide in sé, autonomamente espressive e generatrici di conoscenza e di emozioni. Perché- puntualizza Bassani – se il tema di ogni opera d’arte, anche africana, è dettato dal gruppo per cui è creata, essa deve la sua forma al genio dell’autore che l’ha realizzata”.   ( Simona Maggiorelli  Dal settimanale Left)

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Come sono diventato Picasso

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2013

Picasso e Gilot fotografati da Capa (1948)

Picasso e Gilot fotografati da Capa (1948)

Il 2013 dell’arte si apre nel segno del pittore spagnolo. Con mostre a Milano, Roma, Chicago e Barcellona. Che raccontano la svolta cubista. E la sua ricerca continua di un modo nuovo di fare immagini

di Simona Maggiorelli

«Io dipingo esattamente come altri scriverebbero la loro autobiografia. Le mie tele, finite o non finite, sono come le pagine del mio diario. Il futuro sceglierà quelle che preferisce», diceva Pablo Picasso. «È il movimento della pittura che mi interessa, l’attenzione drammatica insita nel passare da una visione all’altra. Anche quando il tentativo non è portato a fondo». E la pittrice Françoise Gilot nel libro La mia vita con Picasso racconta che poi lui le disse: «Ho sempre meno tempo e sempre di più da dire. Sono arrivato a un punto in cui il movimento del mio pensiero mi interessa di più del mio pensiero stesso!».

Che Picasso si sia espresso o meno con queste precise parole poco importa, viene da pensare passeggiando per le sale della mostra milanese Picasso capolavori dal museo nazionale di Parigi (fino al 27 gennaio, catalogo Il Sole 24 oreCultura), tanto si attaglia e sussume l’avventura, libera, eretica, incontenibile del pittore malaguegno nell’arte del Novecento.

«La vicenda biografica di Picasso è la storia stessa della sua opera», annotava anche uno studioso rigoroso come Argan invitando a leggere la monumentale biografia di Roland Penrose L’uomo e l’artista (ora riproposta da Pgreco).

Proprio come intime e delicate pagine di un diario, benché completamente ricreate e trasfigurate, spuntano, fra gli specchi antichi di Palazzo Reale, i biondi ritratti di Marie-Thérèse Walter, la giovane amante di Picasso.E come schegge di memoria conficcate nella carne viva, ecco le aguzze scomposizioni del volto di Dora Maar, la compagna abbandonata, che piange, mostrando le unghie e urlando tutta la sua disperazione.

Picasso, studio per Les Demoiselles

Picasso, studio per Les Demoiselles

E ancora, quasi a voler rappresentare tutta la intricata trama dei rapporti di Picasso con l’universo femminile, ecco il marmoreo ritratto di Olga (1917), la statuaria ballerina russa, quasi bambola di cera dal volto infinitamente triste. E poi, sempre lungo il filo della cronologia, le massicce figure femminili che corrono controvento nell’atmosfera afosa di un neoclassicismo anni Venti che si fa metafora tangibile e concreta di un pesante ritorno all’ordine. Dagli esordi con il fiammeggiante ritratto dell’amico Casagemas (1901), morto suicida, al periodo blu rappresentato a Milano da una inquietante Celestina orba, alla dirompente invenzione del cubismo, fino ai collages, agli assemblaggi di oggetti trovati, alle filiformi sculture in ferro a quadri che giocano con fantasmagorie di stampo vagamente surrealista e ben oltre. Con grande abilità e irruenza, Picasso ha saccheggiato ogni genere e stile. Ogni novità e tradizione con cui sia venuto in contatto. Riuscendo sempre a farne qualcosa di assolutamente personale, originale, inimitabile.

Così le eleganti scomposizioni cubiste di Braque, giocate sui toni del nero e marrone, accanto alla forza dirompente ed iconoclasta di quelle picassiane, ritmate da linee nere, definite e perentorie, appaiono poco più che educati esercizi di stile. Come si potrà notare anche più approfonditamente al Vittoriano a Roma, dal 7 marzo, con la mostra e il catalogo Skira Picasso, Braque, Leger e il cubismo.

Ma interessante, qui a Milano, è anche il confronto con l’unico maestro che Picasso abbia mai riconosciuto: Cézanne. Che regala ai caldi paesaggi provenzali, lucenti di arancio e verde, una evidenza e una tridimensionalità quasi scultorea. «Sarebbe bastato fare a pezzi questi dipinti… e poi ricomporli secondo le indicazioni fornite dal colore, per trovarsi di fronte a una scultura» suggeriva Picasso stesso intervistato da Cahiers d’art nel 1935.

Beninteso non si tratta qui di stabilire un meglio o un peggio, in una impossibile scala di giudizio fra protagonisti dell’arte così rivoluzionari, ma di rimarcare l’assoluta differenza che Picasso sapeva segnare ogni volta, anche quando il suo fare arte nasceva dall’arte altrui, in dialogo vivo, con pittori del passato o suoi contemporanei.

Picasso, L'ombra

Picasso, L’ombra

Perfino nel confronto con quel classicista accademico di Ingres, in cui Picasso colse un lato sovversivo, ricreandone interamente il celebre Bagno turco (1862) ne Les Demoiselles d’Avignon (1907), l’opera del geniale balzo in avanti, dello strappo radicale con tutta la tradizione figurativa d’Occidente, che mandava in cantina la pittura da cavalletto e la piatta mimesi del reale.

Dalle passive odalische di Ingres, il ballo ancestrale di nude e scultoree fanciulle, rappresentate in questa antologica milanese attraverso una serie di studi preparatori. Magnetiche e lucenti come l’ebano delle statuette africane che avevano attratto l’attenzione di Picasso al Musée dell’Homme di Parigi. Ma niente affatto tornite e affabili. Anzi spigolose e aguzze, imprevedibili e selvagge nella irrazionale molteplicità di punti di visti con cui il pittore spagnolo le mette in scena. Regalando loro il fascino enigmatico e misterioso di uno sguardo spalancato su una realtà che lo spettatore non riesce a vedere. Come antiche statuette votive yemenite, eppure ultramoderne.

Gli schizzi e le tele per le Demoiselles in mostra in Palazzo Reale portano in primo piano la linea netta e potente con cui sono “scolpite”. Anche quando non sono tracciate con il carboncino o con l’inchiostro, ma con una friabile e carnale sanguigna. Ed è uno dei momenti forse più emozionanti di questa mostra. Insieme all’omaggio all’amico e rivale Matisse che in Palazzo Reale è evocato attraverso una serie di tele picassiane che si aprono come finestre su marine assolate con al centro sensuali presenze femminili, quadri come L’ombra (1957) o L’atelier La Californie (1955) dipinto subito dopo la morte di Matisse, come un commosso addio.

Con tutto ciò non ha la pretesa di voler dire qualcosa di nuovo su Picasso questa mostra curata dalla direttrice del Museo Nazionale di Picasso Anne Baldassari, neanche rispetto alle precedenti rassegne del 2001 e del 1953 che queste sale hanno ospitato. Ma offre l’occasione davvero imperdibile di rivedere circa 250 opere di Picasso, fra cui molti capolavori, mentre la loro storica sede parigina resterà chiusa per lavori fino all’estate 2013. Nel frattempo, parte di questi prestiti, ricombinati con altri, andranno a comporre, dal 20 febbraio, la grande retrospettiva che l’Art Institute di Chicago dedica a Picasso per i cento anni da quella storica esposizione del 1913 che presentò il suo lavoro al pubblico americano. Una nutrita serie degli autoritratti che raccontano i tanti travestimenti attraverso i quali Picasso – con abile mitopoiesi di se stesso – amava raccontarsi, invece, dal 31 maggio saranno esposti nel Museo Picasso di Barcellona nell’ambito della mostra Yo, Picasso.

In primo piano, il multiforme giocare picassiano con le maschere di Arlecchino, di saltimbanco dell’anima, Trickster, e Ermete Trismegisto avvezzo a tramenare con tutte le possibili alchimie pittoriche, in un movimento continuo di un pensiero per immagini che procede come un fiume in piena. Vicino al linguaggio dei sogni, nelle sue deformazioni, condensazioni, polisemie. Eppure mai preso nella trappola surrealista di tentare una trascrizione meccanica e razionale delle immagini della notte.

da left-avvenimenti del 29 dicembre 2012

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Quelle muse di oltremare

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 13, 2012

Due mostre, in Francia e in Italia, raccontano di un’arte africana fin dall’antichità niente affatto primitiva. Intanto al Musée du Quai Branly a Parigi si indaga il mito della nascita del selvaggio

di Simona Maggiorelli

Quando le navi coloniali cominciarono a portare nei porti europei maschere e sculture lignee dall’Africa, la reazione fu  quella di considerarli al più manufatti curiosi ed esempi di folklore. Per una ristretta cerchia di antropologi furono anche oggetto studio ma quasi sempre osservati attraverso la lente deformante del pregiudizio razzista. Concorrendo così alla creazione di quel mito del selvaggio e del primitivo che, in Occidente, è sopravvissuto per molta parte del Novecento.

Uno stigma che, purtroppo, l’Europa colonialista non applicò solo alle opere d’arte razziate in Africa (come nelle Americhe o in Oceania) ma anche a chi li aveva realizzate. A ricordarcelo ora è una importante mostra al Musée du Quai Branly a Parigi, che fino al 3 giugno, ripercorre, in un ampio itinerario scientifico, ben cinque secoli di storia e di «invenzione occidentale del “selvaggio”. Dai nativi americani raccontati dalla flotta di Colombo fino alle donne etiopi fotografate come “souvenir” e poi “esposte” in pubblico, in modo ridicolo e crudele, nella Mostra coloniale di Parigi nel 1931. Senza dimenticare vicende agghiaccianti come quella di Ota Bota, un giovane pigmeo del Congo che fu mostrato a New York in una gabbia insieme ad una scimmia. O come quella di Saartjie Baartman, detta «La Venere Ottentotta», che per le sue forme “generose” fu costretta ad esibirsi a Londra e, da morta, fu impagliata.

Accanto a questo inaccettabile museo degli orrori ideato dai conquistadores occidentali di ogni epoca, lo spettacolare Musée du Quai Branly progettato da Jean Nouvel offre, per fortuna, anche ampie possibilità di vera conoscenza dell’arte africana. Fin dalle epoche più antiche niente affatto “primitiva”. Maschere dalle forme essenziali, dalle linee forti e decise ci “vengono incontro”, magnetiche, lungo le sale. Accanto a raffinati lavori di intarsi dal forte effetto pittorico.

Ma soprattutto a colpire è la scultura che nel “continente nero” si è espressa in un’infinita varietà di modi e di stili a seconda delle aree, delle epoche, delle personalità degli artisti di cui, di rado, ci è giunto il nome. Alle sculture africane che colpirono profondamente la fantasia di pittori come Picasso e Matisse e prima ancora di Gauguin  fra Ottocento e Novecento, invece, è dedicata una rassegna in Italia.

Fino al 29 aprile nella Pinacoteca comunale di Gaeta la mostra Creatività, magia e spiritualità dell’arte africana presenta centoquaranta maschere provenienti da differenti regioni africane. «Agli inizi del Novecento la scoperta delle maschere africane che provenivano dalle colonie provocò una autentica rivoluzione nell’arte europea», ribadisce il curatore Giorgio Agnisola che ha ideato questa mostra per far conoscere al pubblico quelle “muse di Oltremare” a cui Maria Grazia Messina ha dedicato, anni fa, un appassionato libro edito da Einaudi.

da left-avvenimenti

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