Articoli

Posts Tagged ‘Bice Curiger’

Una Biennale di importanza Capitale

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 8, 2015

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Indaga i conflitti e torna ad interrogare la politica la 56esima Biennale internazionale d’arte, che si apre il 9 maggio nei Giardini nell’Arsenale e in altre aree nevralgiche di Venezia. Così lascia intendere la scelta curatoriale di Okwui Enwezor che ha ideato la mostra All the world’s future (aperta fino al 22 novembre) pensando che la crisi possa essere un’occasione creativa e che tensioni sociali e tempi instabili come quelli che stiamo vivendo cimentino la vitalità e la fantasia degli artisti nell’immaginare mondi futuri, più umani e sostenibili.

«Fin dalla sua prima edizione nel 1895 la Biennale di Venezia si è sempre collocata nel punto di confluenza di molti cambiamenti sociopolitici e di radicali fratture storiche nel campo dell’arte, della cultura, della politica, della tecnologia e dell’economia», sottolinea Okwui Enwezor, raccontando di essere rimasto molto colpito nel ritrovare casualmente in archivio materiali sulla Biennale del 1974, un’edizione quasi totalmente a sostegno del popolo cileno, dopo il golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973.

«Cento anni dopo la prima guerra mondiale e 75 anni dopo l’inizio della seconda ora, il panorama mondiale appare di nuovo in frantumi, segnato dalla crisi economica, dalla politica secessionista e da una catastrofe umanitaria che si consuma nei mari, nei deserti e nelle regioni di confine, mentre immigrati, rifugiati e popoli disperati cercano rifugio in terre apparentemente più ricche e tranquille», dice il critico e curatore di origini nigeriane.

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

«Ovunque si volga lo sguardo sembra di scorgere incertezza e una sempre più profonda instabilità in tutte le regioni del mondo», aggiunge evocando l’immagine dell’Angelus Novus di Klee ai cui piedi -secondo la lettura di Walter Benjamin – si accumulano, sempre più alte, le macerie della distruzione moderna.

«Gli artisti hanno sempre cercato di rappresentare i momenti tumultuosi, come quello che stiamo vivendo. L’arte – dice Enwezor – ha sempre tentato di dare una forma e un’espressione alla tensione che percorre i nostri tempi. La società post-industriale e quella tecnologica e digitale, la migrazione di massa versus i viaggi di massa,i disastri ambientali e le guerre, la modernità e la post-modernità, tutto questo ha prodotto nuovi spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori, musicisti». Con questa premessa Okwui Enwezor ha invitato 136 artisti da 53 Paesi diversi (88 presenti per la prima volta alla Biennale) a creare opere in maggioranza site specific o comunque realizzate per questa occasione.

Biennale d'arte 2015Così dopo le Illuminazioni di Bice Curiger e il mondo enciclopedico fantasticato da Massimiliano Gioni, il critico di origini nigeriane e direttore della Haus der Kunst di Monaco, propone di tornare a confrontarsi con il presente, con il crescente divario fra nord e sud del mondo, con l’ingiustizia sociale e la negazione dei diritti fondamentali che caratterizza questa fase del capitalismo avanzato in Occidente. Lo fa chiedendo ad artisti noti e meno noti di sviluppare il proprio «inner song», metaforicamente un canto intimo e personale, con cui dialogare con gli altri in questo variopinto «parlamento di forme», in un panorama di «immagini dialettiche», in cui nomi emergenti figurano accanto ad alcuni maestri del passato.

Ad alcuni protagonisti dell’avanguardia del secondo Novecento sono dedicate delle “stanze” personali, quasi delle piccole mostre nella mostra.

Fra loro ritroviamo un pioniere della videodanza come Bruce Neuman, artisti che hanno attraversato in modo originale la stagione dell’arte povera come Pino Pascali e Fabio Mauri e che continuano ad esserne rappresentanti ispirati e poetici come Janis Kounellis. E poi ancora “nuovi selvaggi” come il tedesco Georg Baselitz con le sue figure a testa in giù e talenti malinconici e inquieti come Christian Boltanski e Marlene Dumas, qui in veste inedita di autrice di piccoli quadri intimi.

Bruce Nauman

Bruce Nauman

Ma è soprattutto l’ondata di giovani artisti provenienti dal grande continente africano, dal Medio Oriente e dall’Asia che sbarcherà in Laguna, a destare la nostra curiosità. Okwui Enwezor presenta le loro proposte insieme nuove creazioni di artisti under 40 già affermati e trendy come il cinese Cao Fei e l’inglese Steve McQueen. Ma interessante si annuncia anche il dialogo a distanza fra l’arte atea e iconoclasta dell’algerino Adel Abdessemed e il lirismo pittorico dell’attivista egiziano Inji Efflaton che negli anni 60, in carcere, riusciva ad eludere la censura con un linguaggio poetico apparentemente lontano dalla realtà. In questa Biennale ampio spazio anche al cinema, con i docufilm “d’emergenza” e autoprodotti dal collettivo siriano Abounaddara, fondato nel 2010, con le produzioni multimediali della piattaforma editoriale E-Flux Journal fondata nel 2008 a New York e di Raqs media collective nato in India nel 1994.

Steve MacQueen Ashes

Steve MacQueen Ashes

La mostra internazionale di arti visive, con All the world’s future, si apre decisamente al cinema e al teatro politico, ma anche ai canti di lavoro e, con con un pizzico di provocazione, alla lettura integrale del Capitale di Marx, che nell’Arena (agorà e cuore pulsante dell’intera manifestazione) proseguirà senza soluzione di continuità per tutta la durata della Biennale 2015, fino a novembre. «Perché il capitale è il grande dramma della nostra epoca» spiega Enwezor . Non tanto per celebrare un pedissequo ritorno a Marx i cui strumenti critici oggi non ci bastano più. Ma perché «oggi il capitale incombe più qualsiasi altro elemento su ogni sfera dell’esistenza, dalle predazioni dell’economia politica alla rapacità dell’industria finanziaria. Lo sfruttamento della natura attraverso la sua mercificazione sotto forma di risorse naturali, il crescente sistema di disparità e l’indebolimento del contratto sociale hanno di recente imposto il bisogno di un cambiamento». A poco a poco il solipsismo della lettura sarà contaminato con recital di canti di lavoro, libretti, letture di copioni, discussioni, assemblee plenarie e proiezioni di film dedicati a diverse teorie ed esplorazioni del Capitale. Ma non solo. Seguendo questo filo rosso Olaf Nicolai presenta una performance, ispirata alla composizione di Luigi Nono, Non consumiamo Marx. Il collettivo Tomorrow cercherà di immaginare i personaggi e le figure che potrebbero utilizzare il repertorio di Marx nel contesto contemporaneo in Tales on Das Kapital. Mentre Mason Moran, con il suo Staged, mapperà i canti di lavoro e Jeremy Deller, sulla base di materiali d’archivio esplorerà il tema delle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche, a partire dalla fine del XIX secolo.

El-Anatsui

El-Anatsui

«L’intento è quello di avvicinare lo spettatore a una realtà complessa attraverso un’esperienza multisensoriale – dice Enwezor – proponendo pratiche artistiche provenienti da Africa, Asia, Australia, Europa, Nord e Sud America, come ricerca di nuove connessioni con l’impegno con cui gli artisti indagano la condizione umana». Dopo aver diretto Documenta 11 e alcune delle Biennali più importanti in giro per il mondo, da Gwangju, a Tokyo a Johannesburg, e dopo libri come Contemporary African Art Since 1980 (Damiani, 2009) e Antinomies of Art and Culture: Modernity, Postmodernity, Contemporaneit (Duke University Press, 2008), Enwezor mette a valore la sua profonda conoscenza dell’arte contemporanea africana e della diaspora, del modernismo e dell’architettura post-coloniale in questa Biennale che accende i riflettori sulla vitalità creativa di Paesi, esclusi dal canone occidentale e che portano nuova linfa nell’esausto sistema internazionale dell’arte in cui da un ventennio dominano sempre i soliti nomi (sponsorizzati da un manipolo di ricchi collezionisti e sostenuti da massicce operazioni di marketing).

BiennaleArte2015Coerente con questa impostazione di apertura appare anche la scelta di assegnare il Leone d’oro alla carriera all’artista ghanese El Anatsu. «Per il suo lavoro di promozione di artisti contemporanei africani sulla scena globale». E la forza della sua poetica visiva «capace di coniugare in modo originale innovazione formale e tradizione». El Anatsu fin dagli anni 70 trasforma i residui del passato coloniale in opere d’arte, realizzando immaginifici tappeti e cangianti arazzi con cavi di rame e migliaia di tappi di bottiglie di liquori. Su vassoi ispirati a quelli usati dai mercanti kumasi per esporre la propria merce, incide motivi adinkra e altri disegni, che assumono forme grafiche dinamiche. Le sue opere oggi finalmente rivestono intere pareti e creano tende spettacolari, colate d’oro e di colori, nei maggiori musei del contemporaneo e la Biennale di Enwezor ne festeggia il riconoscimento internazionale. (simona maggiorelli)

dal settimanale Left maggio 2016

La svolta politica della Biennale – la recensione di Left, giugno 2015

Ci voleva un curatore cosmopolita, aperto alla multidisciplinarità e fortemente radicato in una visione politica e sociale dell’arte, come Okwui Enwezor, per dare una positiva svolta alla Biennale dell’arte di Venezia, liberandola dal mainstream anglo-americano improntato al concettualismo più arido e al gigantismo di opere tardo Pop.

Con la mostra All the world’s future, Enwezor porta in laguna testimonianze fresche e vitali dalla nuova, vastissima, scena africana, ma anche dall’Asia e dall’underground Usa ed europeo. Senza compartimentizzare generi e provenienze culturali. Ma al contrario creando fertili e impreviste situazioni di dialogo. Come quella all’inizio del percorso, fra storiche opere dell’americano Bruce Nauman in cui campeggiano parole come “umano”, “vita”, “passioni”, “morte”, colorate da luci neon, accanto alla selva di coltelli creata dall’algerino Adel Abdessemed, e ironicamente intitolata Ninfee. Due modi assai diversi di raccontare le tappe della vita e che indirettamente illuminano nodi culturali, tensioni e conflitti che attraversano i rispettivi Paesi d’origine. Ma potremmo fare molti altri esempi per dire come Enwezor sia riuscito a mantenere le promesse (vedi Left n. 16) nel realizzare una mostra aperta al nuovo, fortemente innervata da temi politici e in cui molto spazio è riservato al dramma che vivono oggi i migranti.

Tema su cui il curatore di origini nigeriane invita a riflettere anche con il muro di valigie che Fabio Mauri realizzò negli anni Settanta. Nel padiglione giapponese invece lo ritroviamo evocato da un barcone sotto una pioggia di chiavi appese (in foto). Un filo rosso quello del viaggio, dello sradicamento, che attraversa molti padiglioni nazionali. Declinato in modo suggestivo, con lacerti di giornali, monumenti abbattuti e paesaggi imprigionati dietro grate nel padiglione armeno che con la mostra Armenity nel Monastero Mekhitarista dell’Isola di San Lazzaro (fino al 22 novembre, catalogo Skira) ha vinto il Leone d’oro di questa 56esima Biennale. Un muro attraversa anche il padiglione messicano, evocando quel confine-barriera che è diventato luogo di morte per tanti latinos che cercano di attraversarlo inseguendo il miraggio di una vita migliore negli Usa. L’arte non descrive i fatti, racconta per immagini potenti. Tanto potenti che c’è chi nell’amministrazione veneziana si è sentito urtato dalla “moschea” ideata dall’artista svizzero Christoph Buchel nella chiesa privata di Santa Maria della Misericordia, costringendo il padiglione islandese che ospitava l’ installazione a chiuderla in fretta e furia.

Annunci

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Tintoretto e Marietta

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 23, 2012

La scrittrice Mazzucco, autrice dei testi per la retrospettiva Tintoretto  che siapre il 25 febbraio a  Roma, racconta il talento del maestro del tardo Rinascimento e quello di una inaspettata donna pittrice: sua figlia Marietta 

di Simona Maggiorelli

Tintoretto, presentazione di Maria al tempio

Quella bambina che, da sola, ne La presentazione di Maria al tempio (1552-’53) s’inerpica su una scalinata puntata al cielo è l’immagine che molti anni fa colpì la fantasia di Melania Mazzucco. In quella fragile e risoluta bambina la scrittrice vide Marietta, la figlia illegittima di Tintoretto, che sarebbe diventata artista, nascosta in abiti da maschio. Poi da quell’incontro inaspettato sarebbero nati due libri, il romanzo La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli) nel 2008 e un anno dopo la ponderosa biografia Jacomo Tintoretto e i suoi figli (Rizzoli). Due testi diversissimi, ma parimenti frutto di una lunga ricerca d’archivio durata una decina di anni. Una ricerca di fatto mai terminata e a cui Mazzucco ha attinto anche per scrivere i testi che accompagnano il visitatore lungo la mostra di Tintoretto a Roma. Ma lasciamo la parola alla scrittrice: «Anni fa, per caso, mi ritrovai fra le mani la prima biografia di Marietta, apparsa nel 1584, quando sia lei che il padre erano vivi e potevano leggerla. E mi sono accorta che già lì si parlava della Tintoretta come artista, ma anche di figlia molto amata. E si sa che a quel tempo dei sentimenti non si parlava, erano sottintesi, o temuti come fonte di disordine, frutto di incantamento e magia. Proseguendo nelle ricerche, mi sono resa conto che Marietta era stata,- come artista, come persona e come leggenda – una creazione, quasi un’invenzione del padre».

Perciò nella storia ci sono state solo poche pittrici?

La storia dell’arte ne ha avute poche perché la pittura era un mestiere e non era previsto né auspicabile che una donna lavorasse. Alle donne era riservato un altro ruolo nella società. Tanto che oggi, con la rivoluzione culturale, politica e sessuale del Novecento ,ci sono tante artiste quanti artisti. Ma va la storia ci insegna che vi sono state più lavoratrici di quante pensiamo. Nella Fraglia dei Pittori di Venezia intorno al 1580 (l’epoca di Marietta) risultavano attive numerose donne capo-bottega. Si trattava per lo più di vedove o di figlie che proseguivano, talvolta con successo, il mestiere di un parente. Spesso, però, si dedicavano a una pittura minore: dipingevano tessuti, maaschere, carte da gioco, illustravano libri. Così il loro nome non è stato tramandato, e il loro ricordo si è perduto.

Non fu così, però, per Marietta.
No, ma non ebbe mai una bottega propria, lavorò in quella di Tintoretto. Del resto Il padre la educò a rifare se stesso: era il destino dei figli d’arte. Il sesso non aveva qui molta importanza: anche il fratello Domenico divenne capo-bottega solo dopo la morte del padre. Non sappiamo quanto Marietta riuscì a emulare il padre e a realizzare opere che lui poteva firmare. Sappiamo solo che sapeva disegnare bene, perché le sue esercitazioni sono sopravvissute. Il caso di Marietta – una pittrice senza opere – non è unico, e testimonia che al grande interesse suscitato dalla sua figura non corrispondeva un’uguale considerazione del suo lavoro. Poco dopo la sua morte i suoi quadri erano già dispersi.

L’arte di Tintoretto, intanto, dopo una lunga eclisse conosce una riscoperta. A partire dalla mostra al Prado del 2007. Sorprendente è stata anche l’esposizione di un trittico di sue opere alla Biennale di Venezia l’anno scorso.

Sono molto felice del rinnovato interesse intorno alla figura di Tintoretto. La scelta della curatrice della Biennale 2011, Bice Curiger, di inserire le sue opere tra quelle d’arte contemporanea, e quella delle Scuderie del Quirinale di dedicargli una personale, dimostrano che i tempi sono maturi per confrontarsi di nuovo con lui. Credo che la ragione del suo “ritorno” sia anche la ragione della sua sottovalutazione precedente. Tintoretto non è un pittore facile: non ha creato icone, o immagini gradevoli come Bellini, Tiziano, Raffaello. E non è stato neanche un pittore maledetto come Caravaggio benché anche lui abbia alimentato una leggenda di ribellione e anticonformismo. Non è catalogabile e sfugge a ogni definizione. La sua arte è insieme brutale e raffinata, artigianale e geniale, immediata e cerebrale, realistica e mistica. Personalmente sono affascinata dalla sua sperimentazione: è un artista che non si acquieta; che si cimenta con ogni genere, linguaggio, stile, e dipinge i suoi fantasmi sulla tela senza un rigido schema prestabilito, inseguendo la sua personale visione. Ma mi colpisce anche che crea pensando all’effetto delle sue immagini su chi guarda e su di sé. Dipinge dunque anche per sé, cosa rara, unica forse nella sua epoca. Crede insomma in un’arte che “muova”, ovvero smuova, commuova, coinvolga. Provoca, lusinga, irrita, comunque non lascia indifferente. Tintoretto si parla e mi parla, Tintoretto mi riguarda.

Da qui muovono i suoi testi per la mostra?

Parola e immagine si sfiorano, talvolta si intrecciano, ma non possono mai spiegarsi a vicenda e non si bastano. E’ la sfida che ogni artista, pittore o scrittore che sia.

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Venezia, a caccia di luce

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2011

Si alza il sipario sulla  Biennale diretta da Bice Curiger. Che apre il dialogo fra passato e presente con la mostra ILLUMInazioni. E fra le opere contemporanee spuntano tre capolavori di Tintoretto

di Simona Maggiorelli

Jack Goldstein, in mostra a Venezia

Identità migranti, aperte al dialogo, che si sono sviluppate entrando in rapporto con culture diverse da quella di origine in cui sono nate. E forse, anche per questo, solide, senza pregiudizi, senza paura dell’altro. Sono giovani e giovanissimi, provenienti da ogni parte del globo, ma con già alle spalle molteplici esperienze creative, gli artisti che la direttrice della 54ª edizione Biennale d’arte di Venezia Bice Curiger ha scelto, in maggioranza, per la sua mostra ILLUMINInazioni che apre ufficialmente il 4 giugno.

Quasi la metà degli 82 invitati, infatti, ha meno di quarant’anni e avrà in laguna la prima importante ribalta internazionale. Dalla iraniana (ma berlinese di adozione) Nairy Baghramian con i suoi fragili ambienti costruiti con esili shanghai colorati, a un duo molto giovane e “cool” come Birdhead che a Shanghai, in senso proprio, è nato nel 2004 scegliendo una ruvida poetica metropolitana. Fino al palestinese trapiantato a New York Seth Prince, nato nel 1973, che con le sue opere realizzate sottovuoto riflette su un’arte concettuale ridotta a solo guscio e, più in generale, su una cultura che ha fatto del vuoto e dello svuotamento di contenuto la sua stessa identità per celebrare solo la superficie. Questo solo per fare qualche esempio, fra una miriade di altri da scoprire.

«L’idea è semplice, è quella che ho cercato di riassumere anche nel titolo della mostra – spiega Curiger -. Le intuizioni, le illuminazioni creative, non conoscono confini, attraversano liberamente le barriere nazionali». Sul concetto di nazione, tuttavia, si è da sempre strutturata la Biennale di Venezia, organizzata in padiglioni (quest’anno le partecipazioni nazionali sfiorano quota novanta). «Dal mio punto di vista – approfondisce la curatrice  svizzera, da vent’anni alla guida della Kunsthaus di Zurigo – ho cercato di leggere questo ineludibile impianto nazionale della Biennale in chiave meno asfittica, dando risalto alla storia, e alla storia dell’arte in modo particolare, che qui a Venezia è presenza forte, diffusa e risonante. Sarebbe stata una pazzia da parte mia chiudermi in un autoreferenziale presente ignorando questo richiamo».

Anche a partire da qui, con una richiesta che inizialmente ha fatto alzare più di un sopracciglio in soprintendenza, Bice Curiger ha ottenuto che tre capolavori di un maestro del secondo Cinquecento come Tintoretto (1519-1594) campeggiassero all’ingresso della sua mostra: parliamo dell’Ultima cena (1592-94) del Trafugamento del corpo di San Marco (1562-’66) e della Creazione degli animali (1551-52). Tre opere provenienti dal museo dell’Accademia e dalla Chiesa di San Giorgio Maggiore e che la curatrice ha scelto per il loro carattere di forte sperimentalismo, per «l’energia visiva che irradiano».

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, ricorda Curiger, «fece dello studio sulla luce il suo strumento di ricerca, in chiave antinaturalistica, febbrile, capovolgendo l’ordine classico, tanto che ancora oggi la sua pittura, carica di tensione, ci tocca profondamente». Così accanto ad opere di artisti del nuovo millennio che fanno della luce l’elemento cardine di installazioni, quadri, ambienti, fotografie e opere di videoarte, ecco – d’un tratto, all’ingresso della mostra – l’esplosione di luce di una delle ultime opere di Tintoretto, l’ Ultima cena, con il suo impianto teatrale, carico di pathos, che sovverte la logica razionale della prospettiva rinascimentale. Un dipinto dalla tessitura cromatica vibrante, in cui i personaggi paiono quasi sgranarsi al loro comparire sulla tela. Con una drammatica modalità espressiva che è spia del profondo mutamento umanistico-rinascimentale di fine Cinquecento.

E ancor più straniante, in mezzo a fredde opere concettuali contemporanee, ci appare la visione del Trafugamento del corpo di San Marco in cui Tintoretto usa insolitamente toni scuri per le figure in primo piano e tinte chiare e luminose per rendere irreale lo splendore freddo dell’architettura sullo sfondo. Lontani dalla carnalità di Tiziano, fuori dall’intensa e sfrangiata essenzialità che la sua arte raggiunse nella stagione più  matura, con Tintoretto siamo dentro una ricerca pienamente manierista.

E a questa cifra Bice Curiger sembra voler rendere espressamente omaggio attraverso una scelta di artisti contemporanei che variamente paiono poter ricreare oggi quel tipo di estetica. Con drammatici e dinamici contrasti di luce. Esplorando le vibrazioni espressive più profonde del colore. Fuori da ogni rassicurante naturalismo cromatico. E, ancora, sviluppando lo spazio secondo direttrici multiple, come già faceva nella Milano anni Sessanta  un maestro dell’arte cinetica come Gianni Colombo e che la direttrice della Biennale d’arte 2011 ha voluto rappresentato in mostra insieme a una manciata di pochi altri affermati maestri (da Sigmar Polke, da poco scomparso, a Pipilotti Rist, da Cindy Sherman a Urs Fischer e al duo Fischli & Weiss). Pur senza voler forzatamente ridurre ad un unicum le differenti poetiche dei protagonisti di ILLUMInazioni (aperta fino al 27 novembre, catalogo Marsilio) si può certamente ritrovare nel lavoro di alcuni artisti italiani presenti in mostra, e che conosciamo più da vicino, una cifra di inquieto “manierismo” anni Duemila. In primis nel multiforme lavoro di Elisabetta Benassi, di cui in particolare ricordiamo il video Tutti morimmo a stento (2004) in cui la trentenne artista romana indugiava con la telecamera su una stampa di Pieter Bruegel, quasi accarezzandone i particolari, per passare poi senza soluzione di continuità (ricreando quelle tonalità di colore cinquecentesche) a filmare gli oggetti di un loft disabitato e resti di auto e moto in inquadrature di suggestiva composizione pittorica.

L'ultima cena di Tintoretto

Ma una cifra modernamente manierista si può ritrovare anche nel lavoro di Meris Angioletti (classe 1977, vive fra Milano e Parigi) che usa fotografia, scultura installazioni per dare vita a “forme”, a presenze, intrappolate negli oggetti, e che allo spettatore appaiono come epifanie in momenti di rêverie. E in quello della più ribelle e iconoclasta Monica Bonvicini che – al pari di Turrell, Hlobo, Quaytman, Mirza, Gréaud e alcuni altri – ha creato un’opera ad hoc per questa Biennale. Per quanto legata ai video di avanguardia di Bruce Nauman e a certa minimal art, Bonvicini, con Curiger, condivide un’estetica fortemente legata alla storia dell’arte: «Il passato- dice l’artista veneta – permette una profonda lettura e comprensione di situazioni contemporanee e delle loro implicazioni. Ed è essenziale in questi tempi di amnesia culturale e politica».

GLI EVENTI

Leone d’oro a Franz West

Con 89 partecipazioni nazionali e  37 eventi collaterali, dopo tre giorni di vernissage, il 4 giugno alle 10 apre ufficialmente la  54esima Biennale internazionale d’arte di Venezia che resterà aperta fino al 27 novembre. Nella stessa mattinata, l’assegnazione dei Leoni d’oro. La giuria presieduta dall’ egiziano Hassan Khan, artista visivo e musista e dalla vice prsidente Carol Yinghua Lu, curatrice e critica d’arte cinese consegnerà i premi speciali alla carriera a un artista di fama internazionale come l’austriaco Franz West (per aver innovato la scultura  con i suoi Passstücke, piccole sculture maneggiabili che si completano a contatto del corpo dello spettatore) e a Sturtevant, come anticipatrice dell’arte concettuale. Fra i Padiglioni nazionali, quest’anno, da segnalare le new entries di Andorra, Arabia Saudita, Bangladesh, Haiti e Bahrain (che nel 2010 è risultato vincitore alla Biennale di architettura). Dopo una lunga assenza, ritornano l’India, il Congo, l’Iraq, lo Zimbabwe, il Sudafrica, Costa Rica e Cuba.  E se la Gran Bretagna propone Mike Nelson, la Francia offre un assolo di Christian Boltanski, mentre l’Iraq e la Turchia propongono intense riflessioni d’artista sull’acqua bene primario.  Sul web: www.labiennale.org

 da left-avvenimenti del 29 maggio-3 giugno 2011

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: