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Kapuscinski, l’ultimo dei romantici

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2012

Kapuscinski

Kapuscinski

Questo non è un mestiere per cinici, diceva un grande reporter come Ryszard Kapuscinski. «I cattivi, i furbetti, i cinici non possono essere buoni giornalisti».

Perché manca loro quella umanità profonda che è essenziale per entrare in risonanza con le persone, qualunque sia la loro lingua e cultura, e saperne poi davvero raccontare le storie. La biografia stessa del giornalista, scrittore e fotografo polacco Kapuscinski (1932-2007) ne è la prova, come documentano Beata Nowacka e Zygmunt Ziatek nel libro Ryszard Kapuscinski. Biografia di uno scrittore (Forum editrice). Senza una grande fiducia negli esseri umani e un profondo interesse per i propri simili, del resto, non sarebbe stato possibile sostenere l’impegno fisico e mentale di raccontare una trentina di conflitti in Africa e in altre parti del mondo, come Kapuscinski è riuscito a fare in modo magistrale. Già prima di diventare un inviato di fama internazionale, lavorando per la grigia agenzia di Stato polacca PAP per la quale doveva stilare dispacci di poche righe. Lui che non aveva l’indole del giornalista stanziale, che non stava al sicuro in albergo (come invece faceva la maggior parte suoi colleghi) ma voleva vedere e conoscere tutto di persona, anche per svolgere quel compito da ragioniere della notizia, non si risparmiava proprio. Fino al punto – anche se non era un Indiana Jones – di trovarsi in situazioni pericolose e di rischiare la vita. Come gli è accaduto più di una volta in Africa pur di raccontare dal di dentro le lotte di liberazione fra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta. Sperando che il grande continente nero fosse in grado di risollevarsi, di liberarsi dal giogo del colonialismo, ma anche dalla subalternità introiettata verso l’Occidente. «Lui ci credeva profondamente. Da militante. Anche se non era in linea con il granitico partito comunista polacco», racconta lo scrittore Francesco M. Cataluccio, mentore della pubblicazione in Italia delle opere di Kapuscinski per Feltrinelli e che, negli anni, ha avuto modo di frequentarlo e di conoscerlo da vicino. «Quando leggeva di rivolte e moti di liberazione in qualche regione africana era davvero felice. Pensava potessero portare un miglioramento reale nelle condizioni di vita della gente».

Se tutta l'AfricaUn punto di vista attivo e  partecipe trapela dalle pagine di uno dei suoi libri più conosciuti, Ebano (1998), ma anche dalla raccolta di reportage intitolata programmaticamente Se tutta l’Africa (1969) che in questi giorni Feltrinelli pubblica in nuova edizione con una postfazione di Jan J. Milewski. «Kapuscinski amava parlare di politica, era una sua passione», ricorda Cataluccio. «Mi sorprendeva sempre la sua straordinaria conoscenza delle complesse vicende africane. Ogni volta che apriva un giornale e leggeva una notizia su qualche sperduto angolo africano sapeva esattamente chi lo governava, quali gruppi erano in lizza, conosceva personalmente le frange rivoluzionare».

La sua formazione di storico, idealmente cresciuto alla scuola di Bloch e Braudel, quando scriveva si fondeva con l’efficacia del cronista e il gusto di fare ricerca sul campo, secondo l’insegnamento dell’antropologo polacco Malinowski, di cui Kapuscinski era un profondo conoscitore. «Era un uomo molto colto, ma aveva anche una eccezionale memoria», prosegue Francesco Cataluccio che al reporter polacco ha dedicato un capitolo del suo libro Vado a vedere se di là è meglio: quasi un breviario mitteleuropeo (Sellerio) . «Il suo originale talento aveva radici nel fatto che lui amava mescolarsi alla gente, conoscere le persone, condividendo tutto», continua lo scrittore fiorentino. Non di rado, anche la povertà. E non perché avesse lo spirito del missionario. Ma perché sapeva che solo così poteva stabilire rapporti superando la diffidenza africana verso lo straniero dalla pelle bianca. Anche per questo, forse, a più di quarant’anni dalla sua prima edizione Se tutta l’Africa resta un libro freschissimo e una lettura  appassionante. Qui sono pubblicati i reportage apparsi tra il 1962 e il 1966 sul settimanale polacco Polityka: una preziosa testimonianza storica dei processi di decolonizzazione fra il  1955 e il 1966. Ma non solo.

Kapuscinski non si limita a descrivere i fatti, ma intuisce e anticipa le sfide e le difficoltà che di lì a poco si sarebbero trovati davanti i giovani Stati africani, fra rigurgiti di lotte fra clan e i primi segni di corruzione delle nuove élite governative. In queste pagine è in azione il cronista di razza e, ancora una volta, lo storico che raccontando la Nigeria nei giorni del colpo di Stato oppure una seduta in Parlamento in Tanganica esercita una attenta critica delle fonti di informazione e legge in filigrana, anche nei fatti spiccioli i processi di lunga durata.

«Kapuscinski sapeva vedere la storia a due velocità, il molto piccolo e il molto grande», spiega Cataluccio suggrendo che il giornalista polacco fu a suo modo anche un anticipatore della tendenza “glocal”, poiché sapeva dare valore alle storie locali mettendole in connessione con l’orizzonte ampio di un mondo che cambia in continuazione e sempre più precipitosamente nel quadro della globalizzazione del secondo millennio.

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Una foto scattata da Kapuscinski

Sono autenticamente glocal i suoi reportage dall’America Latina, dove inizialmente accettò di andare come ripiego dopo essersi preso tutta una serie di terribili  malattie in Africa (compresa la tubercolosi celebrale). E ancor più lo sono i suoi reportage censurati dalla Polonia più profonda, in cui raccontando le condizioni di estrema miseria in cui vivono gli operai, osava una critica serrata al socialismo reale. Kapuscinski aveva il dono di saper intuire le direzioni che la storia stava prendendo tra le pieghe.

Esemplare in questo il suo Shah-in-Shah (1979) frutto di un anno passato in Iran quando l’ayatollah Khomeini prese il potere. «Fu il primo a capire l’importanza e il senso più profondo della rivoluzione iraniana», conferma Cataluccio. «Comprese che tragicamente segnava il ritorno nella storia del Novecento della componente religiosa, come strumento di controllo e di potere». Qui Kapuscinsky approfondisce il racconto dei fatti, li filtra attraverso la propria personalità, per arrivare a fondere i singoli articoli in un libro sfaccettato e complesso.

Questa sua capacità letteraria di costruzione del testo emerge in modo decisivo anche in un altro lavoro di Kapuscinski, Il Negus Splendori e miserie di un autocrate, «forse il suo libro più difficile e ambizioso» sottolinea Cataluccio. «Anche per la scelta linguistica. Kapuscinski lo scrisse ricreando il polacco del Seicento, volendo dare alla vicenda della caduta dell’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié (deposto da un colpo di stato nel 1974, ndr) una coloritura da tragedia shakesperiana».

E qui si apre un altro grande capitolo della vicenda di Kapuscinki, ovvero quello del suo intento letterario e della storicizzazione della sua opera che sfugge alle categorie e alle regole delle cronaca e, non di rado, ha un andamento lirico e suggestivo. Nella sua monumentale biografia La vera vita di Kapuscinski reporter o narratore? Fazi editore, 2011) Artur Domoslawski ha sollevato la questione criticando il lavoro di Kapuscinski per le licenze poetiche che talora si prendeva, volendo essere fedele più al senso profondo degli eventi che andava raccontando che alla descrizione analitica dei dettagli. «Domoslawski era stato allievo di Kapuscinski – rivela Cataluccio – e la biografia che ha scritto sembra quasi configurare un tentativo di uccisione del padre».

Ma se l’intenzione di Domoslawski era quella di demistificare la figura del maestro in quanto giornalista, alla fine riesce a mostrarcene involontariamente il vero volto di scrittore. «Una volta, per curiosità  chiesi a Kapuscinski, cosa avrebbe voluto fosse scritto sulla sua tomba», ricorda Cataluccio. «Kapuscinski giornalista? Fotografo? Storico? “Kapuscinski, poeta”, mi disse con mia sorpresa». Una risposta a dire il vero non del tutto inattesa, dacché Cataluccio conosce e conosceva bene gli esperimenti giovanili che il giornalista aveva fatto misurandosi con lo scrivere versi, secondo una tradizione molto forte in Polonia. Negli anni della propaganda rivoluzionaria «divenni vittima di Majakovski», raccontava di sé lo stesso Kapuscinski. «Le mie prove di allora, il mio majakovskismo, erano deludenti anche per me», ammetteva. «Volevo scrollarmelo di dosso, ma non avevo più il tempo di cercare un’altra strada. Cominciai a lavorare come giornalista e passai alla prosa, al reportage». E fu non di rado prosa lirica .                           Simona Maggiorelli

dal settimanale Left-avvenimenti

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Il secolo lungo di Rodolfo Mondolfo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 22, 2012

Socialista laico e sorprendentemente moderno, per una fase vicino a Gramsci, Rodolfo Mondolfo è  un pensatore poco noto in Italia e che ora è  al centro di una  riscoperta. Dopo la pubblicazione di una raccolta di suoi scritti a settembre per Bompiani, esce per l’Asino d’oro edizioni la prima importante monografia che ne ripercorre la vicenda intellettuale.

di Simona Maggiorelli

 

Manifesto del Partito socialista

Manifesto del Partito socialista

Nato a Senigallia nel 1877 e morto nel 1976 a Buenos Aires, all’età di 99 anni Rodolfo Mondolfo ha svolto un’attività intellettuale ininterrotta e, benché appartata, sempre percorsa da un’intenzionalità e da una progettualità politica. Sia quando, nei fecondi anni Dieci, insegnava all’Università di Torino (e forse ebbe allievo Gramsci) sia dopo essersi rifugiato in Argentina per sfuggire alla persecuzioni delle leggi razziali fasciste. Lasciandoci una notevole messe di libri e articoli che, come ricostruisce Elisabetta Amalfitano in questo suo coltissimo e appassionato libro, Dalla parte dell’essere umano. Il socialismo di Rodolfo Mondolfo (L’Asino d’oro edizioni) non furono mai pensati per il chiuso dell’accademia, ma sempre tesi alla elaborazione di una filosofia della prassi capace di rispondere alla necessità di una rivoluzione pienamente umana.

Esigenza tanto più bruciante dopo l’orrore del nazismo e della Shoah , ma anche dopo il fallimento di rivoluzioni come quella leninista che aveva acceso e poi deluso le speranze di riscatto di grandi masse. Con lungimiranza, quando il giovane Gramsci plaudeva alla rivoluzione leninista, Mondolfo criticava un’idea di rivoluzione come strappo violento, come bisogno di fare tabula rasa, contrapponendo alla violenza distruttiva la forza di un cambiamento progressivo e profondo a partire dalla trasformazione interiore degli individui.

Riformista ateo, non violento, antidogmatico, marxista originale che – come scrive Bruno Accarino nella prefazione di questo libro vede il rischio che il marxismo resti schiacciato nella tenaglia di positivismo e idealismo – Mondolfo tentò di sviluppare l’umanesimo marxiano contaminandolo con gli aspetti più innovativi della riflessione filosofica di un pensatore anticristiano come Giordano Bruno e di un filosofo umanista come Russeau, con cui condivideva l’idea che l’essere umano vada considerato nella sua interezza, non scisso fra soggetto e prassi. Memore della lezione di Feuerbach, per il quale non è Dio che crea l’uomo, ma è l’uomo che crea Dio, Mondolfo diversamente da molta parte degli intellettuali del Novecento non ha l’idea di un uomo originariamente cattivo perché segnato dal peccato originale e immutabile. Diversamente da molti intellettuali del suo tempo (come ad esempio Freud di Psicologia delle folle e analisi dell’io 1921). Mondolfo pur avendo attraversato due guerre non ha perso la fiducia nell’uomo, nelle sue capacità di evolvere, di avere un rapporto sano, non distruttivo, con la realtà e con i propri simili. Pensa un essere umano che non ha bisogno di essere eterodiretto da una morale religiosa che controlli il Caino che è in lui né da un partito “novello principe” che lo guidi verso l’orizzonte palingenetico della dittatura del proletariato.

Figura inaspettata e affascinante, dunque, questa di Rodolfo Mondolfo, così come emerge dalle pagine di questo bel libro di Elisabetta Amalfitano. Un libro (altri poi lo argomenteranno meglio di me) che oltre a colmare la vistosa lacuna negli studi che fin qui ha inspiegabilmente riguardato Mondolfo, ha il pregio di una scrittura limpida e originale intrecciando ricostruzione storica, narrazione, interviste a filosofi, politologi e scienziati, per formulare da ultimo una propria proposta politico filosofica incentrata su una innovativa idea di umanesimo scientifico.

Una proposta che entra attivamente nel vivo del dibattito politico attuale sbaragliando il campo dalle medievali proposte di un umanesimo cattolico che continuano a circolare dentro la sinistra e trovano oggi la più imbarazzante versione nella proposta addirittura ratzingheriana di MarioTronti, Pietro Barcellona e GiuseppeVacca ( vedi il volume di Barcellona Tronti, Sorbi, Vacca, Emergenza antropologica. Per una nuova alleanza tra credenti e non credenti, Guerini editore, 2012,) .

In questo momento così importante per la sinistra che, dopo il crollo delle grandi ideologie, ha assoluta necessità di ripensare la propria identità per uscire dall’orizzonte della sconfitta, trovo molto stimolante la proposta di Elisabetta Amalfitano che, attraverso Mondolfo, ci invita a pensare a un umanesimo ateo, diverso dall’umanesimo comunista che non sa vedere oltre la realtà anatomo fisiologica del corpo e si limita a parlare di soddisfazione dei bisogni, senza pensare alle esigenze di qualità della vita sociale, di rapporti umani, di conoscenza e formazione che è altrettanto insopprimibile oggi. Con questo libro insomma Elisabetta coraggiosamente ci invita a guardare oltre un materialismo che è erede di Platone e della scissione di Cartesio e a ripensare criticamente il pensiero di autori per i quali tutto ciò che non è materiale sarebbe spirituale. Approdando così ad un umanesimo finalmente capace di concepire che il pensiero umano nasce dalla biologia e capace di osare pensieri nuovi.

Originalità di riflessione rivolta al presente, dunque, ma anche originalità di un nuovo metodo di ricerca. Come quello che emerge da questo libro. In un momento in cui nei settori più avanzati delle scienze si sta andando verso un superamento si un approccio riduzionistico ( vedi la teoria della complessità di Prigogyne), in un momento in cui si assiste alla riunificazione del campo delle conoscenze relative alla realtà umana, fra psichiatria , biologia e persino alcune branche delle neuroscienze, mi sembra particolarmente interessante il metodo interdisciplinare che Elisabetta Amalfitano ci propone nel in questa monografia su Rodolfo Mondolfo, attivando un campo sinergico fra discipline differenti che tocca la filosofia, la politica, l’antropologia e la psicologia più profonda.

 Presentazione del libro di Elisabetta Amalfitano, Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo, L’Asino d’oro 2012. Firenze , 9 novembre 2012, Libreria IBS.Con l’autrice, i filosofi Bruno Accarino Unversità di Firenze e Salvatore Cingari, Università per stranieri di Perugia e la sottoscritta

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Il realismo visionario di Mo Yan

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

di Simona Maggiorelli

Il premio Nobel Mo Yan

Chi è Mo Yan, il primo scrittore cinese ad essere insignito del Premio Nobel? Innanzitutto un autore che ha sviluppato un proprio stile potente e originale, da alcuni definito “ realismo magico” ( richiamando l’immagine dello scrittore sudamericano Gabriel Garcia Màrquez), ma che forse meglio si potrebbe definire “realismo visionario” per le molte metamorfosi e caustiche mutazioni da uomo- animale (vedi per esempio il padrone che diventa animale ne Le sei reincarnazioni di Ximen Nao) che popolano i suoi poderosi romanzi.

Un realismo visionario che si lega  a un  iperbolico e grottesco materialismo, quasi rabelaisiano. Un tratto satirico profondamente radicato in quella tradizione popolare cinese che da sempre mescola narrazione e crudo  realismo. Ritmata da scene di luculliani banchetti ma anche di feroci massacri, la prosa di Mo Yan si riallaccia agli eccessi dell’epos della tradizione epica cinese.

Sorprendendo e catturando il lettori con spiazzanti storie di animali antropomorfi dotati di parola. Mo Yan ne ha fatto gli elementi di base del proprio vacobalario letterario, riescendo così indirettamente (e senza rischiare troppo con la censura) a parlare della Cina contemporanea. Fra luci e ombre. Ma questo è un livello di interpretazione della prosa di Mo Yan che chiede più attenta esegesi…

A livello più macroscopico realismo e dedizione alla propria terra e al patrimonio culturale orientale fanno di Mo Yan, a 57 anni, uno degli autori più letti in Cina e non solo. Fin dal suo dirompente Sorgo Rosso (Einaudi) poi diventato anche capolavoro cinematografico diretto dal regista Zhang Yimou.

Gong Li in Sorgo Rosso

E se in Cina le reazioni al Nobel sono state di plauso, specie dall’establishment del Partito comunista che a novembre si avvia a uno storico e controversocongresso, Mo Yan è contestato dai suoi coetanei, e da autori cinesi dissidenti e esiliati che lo accusano di essere un uomo di regime. Ricordando, tra molto altro, come in veste di vice presidente dell’associazione nazionale scrittori Mo Yan abbia espunto dalle liste degli autori cinesi invitati alla Buchmesse di Francoforte quelli meno graditi al governo di Pechino.

“Al di là di tutto e Mo Yan resta un grande scrittore che ha scritto il grande romanzo della Cina. Ma certo è innegabile che sia è molto attento a ciò che può o non può essere scritto”,commenta  il sinologo Eric Abrahamsen. Il nome stesso che Mo Yan si è scelto, del resto, rivela questa acuta consapevolezza: alla lettera in cinese classico Mo Yan significa “non parlare”. Una raccomandazione che il Premio Nobel per la letteratura 2012 ha raccontato gli facevano spesso i suoi genitori durante la Rivoluzione culturale. Il suo vero nome di Mo Yan, come è noto, è Guan Moye, Mo Yan è nato nel 1955 in una famiglia di contadini che hanno fatto la fame durante il Grande balzo in avanti (1958-1961). Nella sua città natale nello Shandong, lo scrittore ha trascorso una infanzia segnata da privazioni e si è trovato a dover interrompere la scuola nel bel mezzo della Rivoluzione culturale. E, paradossalmente, fu l’adesione all’indottrinamento a permettergli di perseguire il suo sogno di diventare scrittore. La sua è la storia di molte famiglie di contadini analfabeti cinesi che furono più o meno salvati dall’esercito, dal fatto di essere iscritti al Partito che poi permise a Mo Yan la carriera per diventare uno scrittore.

Nella sua vicenda biografica si è inverata la storia del contadino-soldato-scrittore, in uniforme, che tuttavia è onnivoro lettore di autori occidentali, della letteratura russa, giapponese, sud americana. Sfornando storie e romanzi all’apparenza picaresti Mo Yan, a ben vedere, mette alla berlina la brama di ricchezza che sembra essersi impossessata della Cina, al motto di Deng “arricchirsi è glorioso”; stigmatizza i conflitti sino-giapponesi , allude alla tortura cinese, parlando di macellazione dei suini e lancia strali indiretti alla corruzione dei quadri comunisti ( vedi Grande seno fianchi larghi edito da Einaudi). “Uno scrittore deve esprimere critiche e indignazione per il lato oscuro della società”, ha detto una volta Mo Yan. E coerente con questo assunto, consapevole della autorevolezza e” intoccabilità” che gli conferisce il Nobel, all”indomani dell’annuncio della sua designazione , ha espresso l’auspicio che il Nobel per la pace, l’intellettuale e scrittore Liu Xiaobo, venga presto liberato. Arte del cerchiobottismo, ha commentato più di uno, ma intanto il messaggio nella bottiglia è stato lanciato.

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Le rane il nuovo romanzo del Nobel Mo Yan

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Dagli aborti forzosi alle feroci sperequazioni sociali. Ecco in anteprima i temi del nuovo libro firmato dal Premio Nobel per la Letteratura, che uscirà in Italia nel 2013

di Federico Tulli

Si intitola Le rane il nuovo romanzo di Mo Yan, e uscirà nel 2013 per Einaudi che pubblica in Italia tutte le opere del neo premio Nobel cinese, (eccezion fatta per l’autobiografia Cambiamenti in libreria nel 2011 per Nutrimenti). Protagonista del nuovo lavoro dello scrittore cinese è una vecchia zia che, giunta all’età di 77 anni, si trova a tracciare tra sé a sé un bilancio della propria vita, contando di aver fatto nascere 9983 bambini e di aver praticato migliaia di aborti, in ossequio alla politica comunista di controllo delle nascite.

Pubblicato in Cina nel 2009, questo romanzo ha aperto un acceso dibattito in un momento in cui la politica demografica imposta dal Partito comunista cinese comincia a essere messa in discussione in alcuni distretti, a cominciare da Shanghai. Come in molti altri romanzi di Mo Yan, anche in questa sua ultima uscita è una donna a giocare un ruolo di primo piano. Ne Le rane la voce narrante è una donna senza figli. Suo padre Wan era un medico dell’ottava Armata durante la guerra contro il Giappone, e lei dopo la laurea, diventa una specie di eroina locale, lavorando come infermiera e ostetrica. Ma i suoi rapporti con gli uomini non sono dei più felici: un bel pilota, suo fidanzato per un po’, mette in giro la voce che lei è «troppo rivoluzionaria, troppo seria … non abbastanza sexy».

E una donna senza un uomo accanto è guardata con sospetto nella Cina rurale. Così a poco a poco il partito diventa sempre più la famiglia di questa donna, ora determinata a bastare a se stessa. Dal 1965 la politica di controllo delle nascite le riserva un ruolo di primo piano. E quasi senza rendersene conto diventa una signora della guerra, che gestisce duemila aborti, fa innumerevoli vasectomie e chiusure delle tube e ha al suo servizio un giro di spie per scoprire gravidanze non autorizzate. Intanto i trattori sono all’erta per distruggere le case come rappresaglia, e per rendere inservibili le barche per impedire la fuga. E non si contano le donne che muoiono durante l’aborto.

Alla politica di regime si somma un’atavica misoginia: non avere un erede maschio per i contadini più poveri cinesi era ed è inaccettabile. «È davvero bizzarro – fa dire Mo Yan alla protagonista – quando una donna dà alla luce una figlia, il marito si presenta con un tale volto… Ma se la mucca partorisce una giovenca, la bocca si apre in un largo sorriso». Qui Mo Yan si ferma, alludendo soltanto ai tanti omicidi di bambine alla nascita, che avvengono nelle campagne cinesi per poter provare ancora ad avere un maschio. Tra le righe Mo Yan sembra voler dire che questa politica demografica era una necessità inevitabile per la Cina, ma solo un regime totalitario è stato in grado di imporre e eccessi così inaccettabili. «Perché la parola “neonati” e la parola “rane” nella nostra lingua sono pronunciate allo stesso modo?» si domanda la protagonista. «Perché il vagito di un neonato appena uscito dal grembo materno può sembrare molto simile al gracidare di una rana. La rana è un simbolo di fertilità , in molte regioni non mangiano le rane, perché sono animali amici del genere umano… chi le mangia rischia di diventare idiota». Questo romanzo parabola di Mo Yan allude, tra le righe anche al fenomeno delle madri surrogate a scopo di lucro: ne Le Rane una società di allevamento di rane è in realtà una copertura per un business di reclutamento e commercializzazione del corpo delle donne. Per soldi e disperazione. Come nel caso di una donna dal volto sfigurato da un incendio scoppiato in una fabbrica e che, ci racconta Mo Yan, è costretta ad affittare il proprio utero per pagare le spese mediche per il padre ferito e senza assicurazione sociale. Uno scenario che ci parla di una Cina economicamente rampante, ma dilaniata da feroci sperequazioni sociali. Mo Yan lo fa con uno stile meno appariscente, meno ricco di immagini, ma ritmato da dialoghi vivaci e, come sempre percorso dal suo spiazzante e imprevisto umorismo. Mo Yan ne Le Rane ci appare più distaccato, mantiene i personaggi a una certa distanza, senza darcene una descrizione fisica. Siamo ben lontani da un romanzo realistico o di surreale inchiesta (come accadeva invece ne Le sei reincarnazioni di Ximen Nao ) ma sa regalarci ancora pagine bellissime. Come quelle dedicate ai sogni dell’anziana protagonista.

Fonte:  Globalist/Babylonpost

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Paco IgnacioTaibo II: “Fort Alamo? Una colossale menzogna”

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 4, 2012

Ventisei film, produzioni Disney e migliaia di libri. Così è nato il mito della battaglia di Fort Alamo.  E il finto eroe David Crockett. Rilanciato da Nixon e Bush in chiave imperialista. Lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II svela cosa nasconde questa leggenda  

di Simona Maggiorelli

Paco Ignacio Taibo II

mito fondante, la pietra angolare degli Stati Uniti d’America è una formidabile catena di menzogne», scrive Paco Ignacio Taibo II a incipit di Alamo. Per la storia non fidatevi di Hollywood, appena uscito per Marco Tropea editore. Un libro che riporta alla luce la verità sulla battaglia di Alamo del 1836: uno scontro di un’ora e mezzo che per i texani fu una disfatta. Ma quell’episodio, poi reinventato ad hoc dalla propaganda statunitense, fu la base per le magnifiche sorti e progressive dei cowboys. Celebrato in pittura, a teatro, al cinema, «la battaglia di Alamo è l’episodio bellico più raccontato da Hollywood – ricorda Taibo – conta ben 26 film, fra cui uno, famosissimo, con John Wayne». E Walt Disney ne assicurò la futura memoria stampando nella mente di più generazioni di bambini la figura di David Crockett col cappello di pelo.

Le bugie, se ripetute all’infinito, è noto, possono passare anche per vere. Perfino agli occhi di chi le ha inventate. È accaduto così che una battaglia ingaggiata da avventurieri e mercenari sia passata alla storia come la conquista dell’indipendenza da parte del cattolicissimo Texas. Dopo sei anni di ricerche, fra storia e narrazione, in questo suo nuovo libro Paco Ignacio Taibo II ricostruisce, documenti alla mano, questa fraudolenta mitopoiesi. Lo fa con quella contagiosa e corrosiva passione per la revisione critica della storia che abbiamo apprezzato in tanti altri suoi lavori (a cominciare da Senza perdere la tenerezza, la sua biografia del Che).

David Crockett e il mito della frontiera selvaggia

Ad accendere la miccia della ricerca storiografica, in questo caso, è stato un incontro imprevisto. «Stavo scrivendo il libro su Pancho Villa – racconta Paco – quando ad Austin mi sono imbattuto in una serie di titoli sulla battaglia di Alamo. Un rapido controllo su Amazon, la più grande libreria online negli Usa, e ho scoperto che se ne potevano contare migliaia. Sul corrispondente latinoamericano di Amazon, invece, c’erano solo tre libri su tema. E lì – ammette Paco – è nata la domanda: cosa sapevo io di Fort Alamo? La risposta era imbarazzante. Sapevo solo ciò che ha raccontato Hollywood. Come scrittore latinoamericano, mi sono detto, sono un  irresponsabile». Da qui è nato Alamo ( tradotto in italiano da Pino Cacucci) che Paco Ignacio Taibo II è venuto a presentare in Italia nei giorni scorsi, passando da Pordenonelegge per raggiungere poi altre città. «A ben vedere è piuttosto bizzarro», osserva lo scrittore raccontando a left di questa sua nuova avventura letteraria. «Quando gli Usa hanno bisogno di ritrovare radici comuni non citano Washington che attraversa il fiume Delaware o il discorso di Lincoln a Gettysburg. Il richiamo di tutti è “Remember the Alamo”, la chiave del sogno americano. È considerato nella mitologia Usa il massimo esempio di coraggio, anche se non c’è niente di più falso». E in Messico come è raccontata quella vicenda? «Da noi è una storia poco nota, su cui si preferisce sorvolare. Anche perché l’impresa, pur vittoriosa, dell’esercito messicano fu un esempio di incompetenza e corruzione, con gli ufficiali che, per lucrare, vendettero i viveri ai loro stessi soldati».

Dunque che cosa hanno voluto coprire gli Stati Uniti attraverso una colossale fandonia? «La questione della schiavitù è centrale nella storia di Alamo come nell’indipendenza del Texas dal Messico», spiega Taibo. «La ribellione dei coloni nordamericani aveva due scopi: la speculazione su enormi apprezzamenti di terreno (aree desertiche che, spesso, venivano vendute a caro prezzo a ignari acquirenti di New Orleans e New York) e la difesa dell’orrenda pratica della schiavitù. La Costituzione messicana – sottolinea lo scrittore – vietava il commercio e lo sfruttamento di esseri umani. I coloni escogitarono lo stratagemma di far firmare agli schiavi dei contratti di lavoro che non prevedevano retribuzione. Un modo assai moderno…».

Come tristemente moderno è il metodo di manomissione della storia che è stato messo a punto con Alamo e poi più volte replicato dagli Stati Uniti. «È la storia di come si può sfruttare un evento storico fino al punto di riscriverlo totalmente», dichiara Taibo. «Basta vedere la storia dei tre protagonisti nordamericani: Travis, Bowie e Crockett. Prendiamo, per esempio, l’eroica morte di Travis sulle barricate, la verità è che era appena salito sugli spalti quando partì un colpo da un fucile messicano, che lo prese in piena fronte. Così ci siamo  giocati uno dei tre mitici difensori». E David Crockett, il grande cacciatore? «Un’altra falsa immagine», chiosa Taibo. «Chi decise di fare di Alamo un mito sapeva che ogni grande narrazione deve avere un eroe al centro e questo strano personaggio, che da vagabondo errante era riuscito a diventare senatore del Texas, sembrava perfetto per rappresentare l’autentico sogno americano. Subito fu reso caratteristico: chi non ha presente il giovane cacciatore con il cappello di procione con tanto di coda?». Inutile dire che anche quel dettaglio, centrale nell’immaginario, è inventato. «Ma ve lo vedete uno che combatte in Texas a 40 gradi con un cappello di pelliccia?»,  sbotta lo scrittore. «Fu un’invenzione Disney degli anniCinquanta e per poco i procioni non rischiarono l’estinzione per via del merchandising. Furono fabbricati 150mila cappelli l’anno e per ognuno serviva un animale. Li dovettero persino importare». Ma c’è dell’altro. Crockett, che nel mito cade portandosi nella tomba 30 soldati messicani, «in realtà si arrese subito e, portato di fronte al generale nemico, disse che era tutto un equivoco, che era un botanico e che passava di lì per caso. E questo sarebbe il grande eroe, signor Bush?!».

Prima del penultimo presidente americano, in realtà, ci aveva già provato Nixon a rilanciare Crockett, incarnato al cinema da John Wayne «in uno dei film più bassamente propagandistici della serie dedicata ad Alamo» commenta Taibo, che ricorda: «Stava per scoppiare la guerra in Vietnam e Nixon scelse di farne il canto bellico nazionale per mettere a tacere i giovani che protestavano in tutte le città. Per fortuna non funzionò: il film non piacque né al pubblico né alla critica, come dimostrò la disfatta agli Oscar del 1960». Ancora nel 2004 il produttore esecutivo Michael Eisner della Disney, presentando l’ennesimo The Alamo, disse che il film doveva cogliere lo spirito patriottico post 11 settembre. «Alamo rappresenta il cuore perverso degli Stati Uniti dell’idea reaganiana e bushiana dell’impero», denuncia lo scrittore. «L’ideologia neoliberista, che ha il mito dell’individualismo solitario, del “fare da soli”, del non compromettersi, del riuscire o fallire, è stata la più grande trappola per elefanti che l’Occidente abbia mai costruito. E non serve a far progredire una nazione». E come vede Paco Ignacio Taibo l’America di oggi? «Riconosco che negli Usa c’è anche una tradizione roosveltiana, che dialoga con il welfare scandinavo, il laburismo inglese e il socialismo europeo che, con tutti i suoi difetti, ha chiara un’idea: la funzione dello Stato è creare infrastrutture; cure agli anziani, salute, educazione di massa e gratis per tutti, reti che impediscano di crollare a chi è in difficoltà». Ma nello scenario globale c’è anche un altro fatto nuovo: l’America Latina sta vivendo un momento di eccezionale sviluppo. Tanto che c’è chi parla di un nuovo Rinascimento in Brasile, in Cile, di riscatto del Messico e altri Paesi. «Di recente ho partecipato a un dibattito tv su questo tema», racconta Taibo. «Un sociologo molto conservatore, di cui non farò il nome per non rilanciarlo, sosteneva che all’America Latina manca un mercato interno delle merci dopo il fallimento del Mercosur, che non ci sono infrastrutture. Ho atteso il mio turno e gli ho risposto con 9 parole: “Ma non è carina l’idea dell’America Latina?”. Lui, sorpreso, paonazzo, diceva che mancano comunicazioni transnazionali, catene tv continentali e giornali d’opinione di respiro ampio. Quando toccò di nuovo a me le parole furono ben 14: “Ma non è meravigliosa l’idea dell’America Latina del Che e di Bolivar?” A quel punto abbandonò lo studio lasciandomi unico padrone del microfono. E la cosa, come i compagni italiani sanno dopo vent’anni di Berlusconi, equivale ad avere il potere. Così cominciai un discorso che qui sintetizzo in un battuta: l’America Latina esiste e non è solo una questione di lingua comune, sia spagnolo o portoghese. Il Latinoamerica sta imponendo un modello di socialità diverso da quello finora vigente. Un certo Rinascimento si percepisce. In alcuni Paesi è evidente, in altri è ancora in costruzione. Abbiamo nemici comuni e sogni meravigliosi a cui abbiamo imparato a guardare insieme. E mi spiace per chi non lo vede. L’America Latina sta crescendo e non tornerà più indietro».

da left -Avvenimenti  29 settembre-5 ottobre

da left-avvenimenti 29 settembre 2012

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Peter Cameron: Mi guida l’inconscio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 22, 2012

Nel libro Coral Glynn, Peter Cameron scrive al femminile, scegliendo il punto di vista della protagonista. A Pordenonelegge il 23 settembre il narratore americano racconta come è nato questo nuovo romanzo 

Peter Cameron

Una giovane donna, timida, sensibile, ma terribilmente insicura e, all’apparenza, del tutto incapace di dare una direzione alla propria vita. Su cui gli altri, invece, accampano con forza un diritto di prelazione. Come l’ex generale di guerra che pretende di imbrigliarla in un grottesco e assurdo matrimonio. In una cupa campagna inglese anni Cinquanta è lei, Coral Glynn, la protagonista del nuovo romanzo dello scrittore americano Peter Cameron. Che per la prima volta, in questo libro da poco uscito per Adelphi (e che sarà presentato a Pordenonelegge il 23 settembre) sceglie di scrivere al femminile, facendo suo il punto di vista di questa ragazza poco più che ventenne, che nel corso della narrazione vedremo ribellarsi realizzando una propria libertà e indipendenza. Come il giovane James, l’indimenticabile personaggio di Un giorno questo dolore ti sarà utile (Adelphi), anche Coral Glynn ha una sensibilità acuta e un ricco mondo interiore, ma non riesce a esprimerlo pienamente. In questo assomigliando un po’ anche al suo autore che ha raccontato più volte in passato di essere diventato scrittore proprio per la frustrazione di non riuscire a comunicare con gli altri come avrebbe voluto, nella vita di tutti i giorni.

Parafrasando Flaubert, Peter Cameron, potrebbe dire Coral Glynn sono io? 

Ognuno dei miei personaggi riflette una parte di me. Del resto è inevitabile. Quello che creiamo in arte ci rappresenta sempre in qualche modo. Inoltre quando comincio a pensare a un nuovo libro sono molto preso emotivamente dall’elaborazione dei personaggi, specie dei protagonisti. Ma ho scelto la strada del romanzo perché la scrittura autobiografica non mi interessava. Così, diversamente da Flaubert, io non potrei mai dire che io sono James o Coral Gynn o il protagonista di Quella sera dorata. Spero che i personaggi dei miei libri siano solo se stessi.

Un personaggio nasce da un’immagine?

I miei romanzi e i personaggi nascono inconsciamente. Sono un parto della mia immaginazione. Nascono da un aspetto della mia vita su cui non ho alcun controllo. Anche per questo mi è difficile raccontare questo processo in dettaglio. Quanto a Coral Glynn, sì, è nata come un’immagine di donna fuori da una casa di campagna. Pensando a lei, mi è subito apparso chiaro che eravamo nei primi anni Cinquanta e che quella casa era inglese. A un’immagine iniziale poi, di solito, segue un lungo processo di elaborazione e maturazione del personaggio e della sua vicenda. Questa è per me la fase creativa più intensa, mi capita di continuare a pensare ad una storia anche per anni, la scrittura in senso stretto viene dopo e infine viene la fase di revisione più coscientemente sorvegliata. Per rispondere alla sua domanda ho come la sensazione che i personaggi nascano nella parte più nascosta della mia mente e poi crescano gradualmente, fino a quando diventano del tutto altro da me, sulla pagina. Me ne separo, come fossero figli che hanno gambe proprie e a un certo punto se ne vanno di casa.

Il suo vivere da solo in un piccolo appartamento nel cuore del Greenwich Village a New York è una scelta che aiuta questo processo creativo?

La solitudine, per me, è molto importante. Mi serve per potermi lasciare andare ai sogni e alle immagini che compaiono durante il giorno. Non mi sento solo quando lo sono fisicamente. È proprio quello il momento in cui riesco ad essere più rapporto con il mio mondo interiore: ed è un momento molto importante, che arricchisce la mia vita. Quando non lavoro a un nuovo libro mi capita di diventare depresso e di sentirmi solo parzialmente vivo.

Anche se registi come Ivory e Faenza hanno tratto film dalle sue opere, i suoi non sono romanzi di “azione”, non raccontano fatti, mettono al centro lo scavo emotivo dei personaggi. Ci sono scrittori che sotto questo aspetto sente vicini?

Credo di aver imparato molto leggendo Virginia Woolf e altre scrittrici inglesi capaci di raccontare le dinamiche emotive e non soltanto i comportamenti dei personaggi. I romanzi che mi piace leggere e scrivere sono quelli che parlano di cosa succede nella psiche degli esseri umani, cosa sentono, cosa pensano, come percepiscono il mondo e come reagiscono. Mi piace raccontare come un individuo cambia e i rapporti fra le persone. Il romanzo offre molte possibilità di scavare nel latente, diversamente dal cinema in cui è tutto è esteriore ed esteriorizzato. Credo che la trasformazione interiore degli esseri umani sia l’“azione” più interessante che ci sia al mondo.

Nel suo precedente romanzo ambientato dopo l’11 settembre, James si dichiara ateo e ha il coraggio di dire che le religioni portano solo guerre e violenza. Oggi cosa direbbe James dei fatti di sangue seguiti al film su Maometto? E lei che ne pensa?

Come James sono colpito e sconvolto da come le religioni possano rendere le persone piene di odio e intolleranti. Mi sembra triste e grottesco che proprio loro che pretendono di essere i custodi della parte più alta e migliore degli uomini provochino tanta distruzione. Sono profondamente convinto che la religione serva solo a dividere la specie umana e incoraggi l’intolleranza che spesso, così, diventa violenza vera e propria.

Stando ai sondaggi, l’opinione pubblica americana, diversamente dal passato, sceglie di stare con il democratico Obama rifiutando di risolvere con la guerra la crisi mediorientale che potrebbe aprirsi. Qualcosa sta davvero cambiando?

Voterò Obama, spero che sia rieletto. Questo è tutto quello che penso di poter dire di valido sulla politica americana.

da left-avvenimenti del 22 settembre 2012

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Oltre olo specchio di Venere

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 21, 2012

La ricerca di una vita, la passione per l’arte , gli incontri e gli amori di Diego Velazquez nella prima biografia italiana del grande pittore del Seicento spagnolo, edita da Cavallo di Ferro e firmata da Riccardo De Paolo. Fra storia e romanzo l’avventura di un autore di penetranti ritratti, di opere complesse come Las Meninas e di laici nudi femminili , in un’epoca di roghi feroci

di Simona Maggiorelli

Velazquez, Venere allo specchio (1650)

La narrazione comincia dalla fine: dalla lettera che il pittore Diego Velàzquez, ormai sul letto di morte, invia nel 1660 all’amico Juan de Còrdoba. Lasciando che sulla pagina affiorino memorie di vita, di incontri, di amori ma anche la passione di una intera vita, quella per l’arte («Volevo spingermi nell’arte dove nessuno si era ancora spinto»).

Con quella fierezza di hidalgo che lo caratterizzava fin da giovane, ma soprattutto con la consapevolezza di una esistenza pienamente riuscita, Diego Rodriguez de Silva y Velàzquez, cavaliere dell’Ordine di Santiago, si appresta ad uscire di scena.

«La nostra vita è solo una goccia nel mare del tempo; e non sono così stolto – o privo d’immaginazione – da poter escludere che questo nostro stato non sia soltanto una temporanea finzione. Ricordatene se un giorno, oppresso dai ricordi, o da qualche bicchiere di troppo, ti verrà voglia di piangere», scrive all’amico in questa lettera immaginata da Riccardo De Palo ad incipit de Il ritratto di Venere, la vita segreta di Diego Velàzquez (Cavallo di Ferro), la prima biografia italiana del grande pittore del Seicento spagnolo.

In forma di romanzo, ma puntuale nella ricostruzione storica e soprattutto generosa di approfondimenti sulla poetica, originalissima, di questo autore di penetranti ritratti (basta pensare al suo celebre nano di corte), di opere complesse come Las Meninas e di morbidi nudi femminili come la Venere allo specchio conservata alla National Gallery di Londra: un’opera luminosamente laica in un’epoca di feroci roghi controriformisti.

In questo romanzo storico De Palo ne rintraccia il vero volto nella bella ventenne Marta di cui il già maturo pittore si innamorò perdutamente durante un soggiorno romano. E più indietro nel tempo l’autore ci porta a rintracciare l’origine della calda tavolozza di ocra, rossi e terre tipica di Velàzquez in quella libera e arabizzante Siviglia in cui  era nato nel 1599 e aveva trascorso la giovinezza, «rimirando i fregi intarsiati di quelle che un tempo erano moschee», fra botteghe che vendevano di ogni tipo di mercanzia e strade piene di gente.

Nella cosmopolita Siviglia Velàzquez entrò giovanissimo a bottega del colto Pacheco (di cui sposerà la figlia Juana) assorbendone la lezione improntata al naturalismo fiammingo e, attraverso stampe e riproduzioni, facendo proprio il drammatico chiaro-scuro dei caravaggisti. Poi la decisione di trasferirsi a Madrid, per tentare la carriera a corte, riuscendo a diventare l’artista preferito del re Filippo IV e amico di Rubens da cui il pittore andaluso apprezzava la libertà dai moralismi religiosi e il coraggio nel portare avanti progetti personali e lungimiranti in barba alle meschinerie e alle trame di corte.

Seguendone le orme, ricostruisce Riccardo De Palo, Velàzquez ebbe incarichi ufficiali per acquistare all’estero opere per la collezione imperiale. Ma divenne anche testimone privilegiato del Siglo de oro, frequentando Francisco de Quevedo, Luis de Gòngora, Calderòn de la Barca, Lope de Vega e altri importanti intellettuali del tempo. Avendo anche la possibilità di un diretto  confronto con i maestri dell’arte italiana, grazie a una serie di viaggi nella penisola dove poté studiare le opere di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, di Veronese e di Tintoretto.

Il suo fiammeggiante Innocenzo X  resta un debito aperto con quel Tiziano di cui a Venezia ebbe modo di apprezzare la grande libertà creativa e  la rappresentazione dell’umano piena e immanente. A tutto questo, specie nella ritrattistica, Velàzquez seppe aggiungere una straordinaria capacità di cogliere in un guizzo, in un’espressione, in una smorfia imprevista, ciò che più profondamente si agita nell’animo umano, raccontandone i tormenti interiori, riuscendo a fermare la realtà vibrante sotto il suo pennello.

da left-avvenimenti

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I segreti di Sua Santità

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 3, 2012

Crimini di pedofilia, affarismo, riciclaggio di soldi, rapporti pericolosi con organizzazioni malavitose. Ecco cosa la Chiesa vorrebbe nascondere. Mentre cerca di manipolare le scelte politiche italiane sul biotestamento, sull’aborto, sulla famiglia, sulle scuole private.  Ilnuovo libro di Gianluigi Nuzzi documenta in  modo incontrovertibile  gli affari sporchi del Vaticano.

di Simona Maggiorelli

Benedetto XVI

Una lotta per il potere, senza esclusione di colpi. Così il socialista Rino Formica intervistato da La Stampa descrive quanto sta accadendo Oltretevere. «Il Papa ha finito per restare vittima dell’attuale tendenza della Curia, che oramai è diventata una cosa sola con l’eterno “partito romano”, quello che per decenni è prosperato in un intreccio di massoneria, clericalismo, affarismo. Per tanto tempo questo potere trasversale e senza principii è stato fonte di ricchezza materiale per la Chiesa, ma ha aperto la strada ora alla sua gravissima crisi», dice l’ex ministro. La cui testimonianza Gianluigi Nuzzi – con una copia della La Stampa del 29 maggio alla mano – ci legge a voce alta, sottolineandone dei passi. Alla luce della lunga carriera, da laico che ha combattuto le ingerenze vaticane, Formica sa di che parla.

Come giornalista, dopo molte e approfondite inchieste, Gianluigi Nuzzi è arrivato a una conclusione non troppo diversa. «il Vaticano è una monarchia assoluta», ribadisce, con molti lati oscuri che riguardano mancanza di trasparenza, violazioni di diritti ma anche e soprattutto le prestazioni occulte della sua banca, lo Ior, implicata in questioni di riciclaggio e intermediazioni con la mafia. E questo a dirlo non è Nuzzi ma una ordinanza di un giudice, sottolinea il giornalista di Libero e di La7.

Che dopo le 250mila copie vendute del suo Vaticano Spa uscito nel 2009 ora “rischia” di fare il bis con il nuovo Sua Santità.Le carte segrete di Benedetto XVI. uscito sempre per Chiarelettere. Onde scongiurare questa eventualità, le più alte sfere vaticane hanno accusato Nuzzi di furto e di ricettazione. Ma quello che ci sembra ancor più grave è che politici italiani come l’ex ministro (e ora senatore) Maurizio Gasparri e l’onorevole Paola Binetti abbiano chiesto il sequestro del libro perché basato su documenti riservati della Chiesa e lesivo dell’immagine del Papa.

Come se la segretezza e l’oscurantismo che vuole imporre il Vaticano «dovesse diventare per un giornalista autoscurantismo» chiosa Nuzzi. Come se il compito dei giornalisti non fosse proprio quello di scovare notizie inedite e verificate. E tenendo la schiena ben diritta rispetto al potere. Ma, più a fondo, cosa spaventa tanto il clero e certa politica riguardo al lavoro di Nuzzi?  Cosa cercando di nascondere i media concentrati sul giallo del maggiordomo e che evitano di entrare in merito al libro? “Banalmente” il fatto che accuse gravi e circostanziate rispetto alle politiche di omertà e copertura del Vaticano rispetto a crimini come la pedofilia dei preti, i traffici illeciti dello Ior compreso il riciclaggio dei soldi della mafia e i sospetti di pesanti ed eversive ingerenze nello Stato italiano abbiano trovato una inconfutabile dimostrazione in questo libro, documentatissimo, basato su lunghe ricerche e testimonianze dirompenti raccolte in giro per il mondo.

Più di quanto possa fare in articoli Nuzzi qui approfondisce, traccia nessi, riflette sul significato di scioccanti documenti pubblicati per esteso in apparato. E che «riguardano spinose questioni temporali e scandali che vanno gestiti e silenziati» come fa notare l’autore. «Ma la polvere nascosta sotto il tappeto riemerge sempre da qualche altra parte», fa notare il giornalista. Così dal suo libro si apprende che «gli abusi fisici e psicologici commessi dal fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado erano stati denunciati a Sodano e altri in Vaticano già nel 2003 ma si decise di coprire i crimini di pedofilia e di ladrocinio commessi dai Legionari».

Gianluigi Nuzzi

Intanto il papato varava una Commissione di avvicinamento per cercare di ridurre l’impatto economico delle richieste di risarcimento da parte delle vittime, «con linguaggio freddamente pragmatico, senza spendere una parola sulla gravità dei fatti e sui traumi causati sulle vittime», nota Nuzzi. Ma non solo. Da Sua Santità emergono fatti gravissimi che riguardano le istituzioni e la politica italiana: Giulio Tremonti, quando era ancora ministro della Repubblica italiana, consigliava all’allora presidente dello Ior, Gotti Tedeschi, come evitare sanzioni dell’Unione europea riguardo al mancato pagamento dell’Ici da parte della Chiesa per gli enti commerciali. E, senza soluzione di continuità il premier Mario Monti ha fatto anche peggio. «Dopo l’esposto fatto dai Radicali Italiani nel 2005 proprio riguardo alle “esenzioni Ici” l’Italia avrebbe potuto rivalersi incassando parecchie centinaia di milioni di euro, che in questo momento di crisi sarebbero stati molto utili alle casse dello Stato» ricostruisce Nuzzi. «Ma con abile operazione mediatica il Vaticano si è detto disponibile a pagare qualcosa e il premier Monti ha cambiato la normativa, così» sottolinea Nuzzi, «cambiata la legge, lo Stato italiano non potrà più ricorrere. La manovra fatta da Monti fa fuori la possibilità di potersi rivalere sull’infrazione precedente». E ancora, quanto ai tentativi delle gerarchie vaticane di imporre un’agenda politica e norme improntate a «valori non negoziabili» (perché basati sul dogma religioso) una delle pagine più “sorprendenti” di Sua Santità è la numero  297, dove è pubblicato l’originale di una nota della Santa Sede riguardo a un incontro con Giorgio Napolitano del 19 gennaio 2009. Ebbene in quella occasione il Papa, capo dello Stato Vaticano avrebbe dovuto “convincere” il presidente della Repubblica italiana a fare leggi per la tutela della famiglia e, si legge nella nota vaticana: «Si devono evitare equiparazioni legislative tra il matrimonio ed altri tipi di unione». Nel Ddl in discussione in Parlamento sul biotestamento e in altre «norme eticamente sensibili»  deve essere inserita «una chiara riaffermazione del diritto alla vita, che è diritto fondamentale di ogni persona umana, indisponibile ed inalienabile. Conseguentemente si deve escludere qualsiasi forma d’eutanasia e ogni assolutizzazione del consenso». Ma in questo documento c’è anche un capitolo sulle scuole private. La nota vaticana lascia trasparire una certa preoccupazione: «Il problema attende sempre una soluzione, pena la scomparsa di molte scuole paritarie. Occorre trovare un accordo sulle modalità dell’intervento finanziario anche al fine di superare recenti interventi giurisprudenziali che mettono in dubbio la legittimità dell’attuale situazione». Intanto il Vaticano continua senza scrupoli a incassare dalle tasse dei cittadini italiani circa sei miliardi di euro l’anno, sebbene l’articolo 33 della nostra Costituzione reciti: «Lo Stato non deve sopportare alcun onere per le scuole private».

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Memorie di un ateo impenitente

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 3, 2012

A un anno dalla sua scomparsa esce anche in Italia il memoir dell’intellettuale e giornalista inglese Christopher Hitchens. Protagonista di appassionate battaglie in nome della libertà di pensiero e contro l’oscurantismo religioso

di Simona Maggiorelli

Christopher Hitchens

Passione per la conoscenza e dialettica continua, con il gusto di stare con gli altri, anche se capita di scontrarsi. Amore smisurato per la letteratura, interesse per la scienza e  rifiuto radicale della religione. E’ il piglio brillante, pieno di humour tagliente (mai cinico) di Christopher Hitchens che si torna ad assaporare nelle pagine di Hitch 22 che Einaudi pubblica a più di un anno dalla  sua scomparsa. Un memoir di un intellettuale che ha  vissuto intensamente, più che un’autobiografia. In cui sono ripercorsi 60 anni di storia personale e collettiva.

Quasi seicento pagine con  poche rivelazioni e nessun pensamento riguardo a quella che è stata per Hitch (così lo chiamavano gli amici Amis, Rushdie e McEwan) la battaglia di una vita, come giornalista e intellettuale, ma anche come uomo: la lotta contro l’oscurantismo e «il veleno» della fede. Tema al centro del suo best-seller come Dio non è grande (Einaudi) in cui raccontava perché, fin da quando portava i calzoni corti, aveva  preferito pensare piuttosto che credere. Ma fra i suoi molti saggi ha fatto scalpore anche un suo corrosivo libro inchiesta, La posizione della missionaria (Minimum Fax), che denunciava il business di Madre Teresa e il suo non dare farmaci ai bambini malati perché potessero guadagnarsi il paradiso soffrendo.

Ma Hitch è stato anche in prima fila nel denunciare lo scandalo della pedofilia nella Chiesa fino a tentare, con lo scienziato Richard Dawkins, di far comparire il Papa davanti alla Corte penale internazionale per violazione di diritti umani. Quando era già gravemente ammalato di tumore, Hich ha voluto fare un’ultima battaglia, questa volta per il diritto di tutti a morire con dignità, sfruttando fino all’ultimo istante per stare con le persone amate. Intanto i cristiani  negli Usa organizzavano catene di preghiera per  salvare l’anima di questo ateo impenitente. Che nell’introduzione a Hitch 22 commenta: «Per qualche inspiegabile ragione, la nostra cultura considera normale, addirittura encomiabile, che i devoti ammoniscano chi, a loro avviso, sia in procinto di morire. Un intero pacchiano edificio di fasulle conversioni sul letto di morte è sorto su questa presunzione altamente discutibile». Ringraziando per l’attenzione dei fedeli, annota poi non senza un pizzico della sua proverbiale ironia: «Invece di partecipare alle colazioni di preghiera in mio onore per quello che sul web andava sotto il nome di Pray for Hitchens day ho preferito  far da cavia  per esperimenti e protocolli clinici, soprattutto basati sul genoma e volti ad allargare il sapere umano».

Conversando con Dawkins per quella che sarebbe stata la sua ultima intervista per The New Statesman era tornato a precisare: «Non sono neutrale rispetto alla religione, le sono ostile. Penso che sia nociva, non solo una falsità. E non mi riferisco solo alla religione organizzata, ma al pensiero religioso in sé e per sé». E quando lo scienziato gli chiedeva che cosa era  per lui il totalitarismo  il liberale Hitch non esitava a rispondere: « E’ ciò che cerca di controllare ciò che hai in testa non solo il tuo comportamento. Le origini di tutto questo sono teocratiche ovviamente. Tutto comincia con l’idea che ci sia un leader a cui affidarsi, un papa infallibile, un ventriloquo del divino che ti dice cosa devi fare». Il suo impegno, ricorda oggi Dawkins «era far sì che una persona si alzasse da sola, per battersi senza paura per la verità».

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La rivolta spagnola

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 8, 2012

Una nuova generazione di scrittori spagnoli scava nelle questioni più scottanti del presente, dalla crisi del Psoe ala precariato, all’invadenza della religione. “Tutti i monoteismi sono per definizione intolleranti”, dice Ricardo Menendez Salmon

di Simona Maggiorelli

Un serial killer, lucidissimo e freddo, è al centro del nuovo romanzo Derrumbe  (Marcos y Marcos) che lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón presenterà il 13 maggio al Salone del libro. Nel folgorante L’offesa che nel 2008 ha rivelato lo scrittore e filosofo spagnolo al pubblico italiano il protagonista è invece un sarto, il solerte Kurt Crüwell, che, arruolato da Hitler si getta nella guerra con slancio. Fino a perdere ogni sentire. E «una gelida mattina Kurt non vede più in faccia l’orrore»: La perdita delle emozioni come perdita di ciò che è più umano è un tema che percorre carsicamente molta parte dell’opera di Salmón. Insieme al tornare a interrogarsi sull’orrore nazista e su come sia potuto accadere.
«Il nazismo è stato una tragedia troppo grande e complessa perché io possa diagnosticarne le cause» dice Salmon. «Gli artisti che l’hanno patito in prima persona come Primo Levi hanno detto che, in realtà, non si riesce a raccontare lo sterminio. Le categorie razionali e la lingua stessa non riescono a dire un tale abisso. Personalmente quello che più mi spaventa del nazismo è la sua ideologia e quel suo ridurre il soggetto ad oggetto, l’essere umano a cosa. I nazisti uccidevano uomini, donne o bambini, come fossero figure, pupazzi, bambole».
Ne Il correttore (2009) lei ripercorre e indaga il pensiero delirante alla base dell’attentato di matrice islamica del 2004 a Madrid. Cosa c’è dietro stragi di questo genere?
Le religioni monoteiste sono, per definizione, intolleranti. Alla base c’è una contraddizione paradossale. Il termine “tolleranza religiosa”, pronunciata da un ebreo, da un cristiano o un musulmano, in pratica è un ossimoro. Nelle differenti Chiese c’è chi cerca di camminare sul filo della dialettica non cadendo nel fondamentalismo. Ma in effetti il discorso degli integralisti religiosi è più coerente con la loro fede. I fondamentalisti islamici che hanno fatto esplodere i treni a Madrid hanno rivendicato un attentato contro gli infedeli; Breivik è un razzista, fondamentalista cristiano che pretendeva di salvare l’Europa dall’invasione islamica. L’essenza ultima della religione si rivela qui come la pazzia di anteporre un’irrazionalità malata all’ intelligenza.
Sempre ne Il correttore lei mette insieme la cronaca dell’attentato dell’11 marzo del 2004 e il vissuto del protagonista, Vladimir, che sta correggendo le bozze de I demoni di Dostoevskij quando l’orrore irrompe dalla tv. Il romanzo permette di andare più in profondità nella lettura dei fatti?
La mia intenzione era mostrare che chi maneggia i discorsi, detiene un potere, ha la possibilità di rimodellare la realtà. E ha a portata di mano l’opportunità di proporre una realtà diversa, o addirittura falsa con effetti sul futuro. Detto questo, mi rendo conto che la letteratura in generale e il romanzo in particolare, hanno un potere enorme. Partendo da un artificio, da una convenzione, da una bugia (la finzione), può far in modo che i fatti raccontino la loro verità.
In quale direzione guarda oggi la nuova letteratura spagnola?
Gli scrittori spagnoli hanno ripensato in profondità la guerra civile e i decenni del dopoguerra, e si deve ancora fare molto. Ma capisco che le giovani generazioni, quelle degli scrittori nati negli anni 70 o 80, stiano cominciando a trovare questi temi un po’ stanchi. Per troppo tempo, l’equazione Spagna=Guerra civile ha condannato la nostra letteratura ad essere una sorta di riserva culturale del dramma che ha avuto inizio nel 1936. Mi pare comprensibile che gli scrittori comincino a guardare anche altrove. Oggi ci sono questioni scottanti sul tavolo dello scrittore, dal fallimento del welfare ai diritti dei lavoratori, sotto il ricatto del precariato e di nuove forme di sfruttamento
La protesta degli indignados ha dato una scossa, perché la sinistra non ha saputo dare una risposta politica?
In piazza c’era gente dai 20 ai 60 anni: lavoratori, universitari, esponenti della classe media, persone provenienti da ambienti culturali molto diversi. Non è stato un movimento apolitico ma apartitico. Questo in parte spiega perché la sinistra non ha preso i voti di questo vasto malcontento. A parte Izquierda Unida, la cosiddetta sinistra in Spagna è un blocco monolitico (il Psoe) più vicino a un liberalismo moderato che a un socialismo vero. L’ottimismo rampante è stato il motore della democrazia sociale spagnola per anni. E ora la sinistra “ufficiale” ha pagato il prezzo del disincanto e dei suoi errori. Il loro esercizio di ipocrisia è stata davvero notevole.

da left avvenimenti

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