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Paco IgnacioTaibo II: “Fort Alamo? Una colossale menzogna”

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 4, 2012

Ventisei film, produzioni Disney e migliaia di libri. Così è nato il mito della battaglia di Fort Alamo.  E il finto eroe David Crockett. Rilanciato da Nixon e Bush in chiave imperialista. Lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II svela cosa nasconde questa leggenda  

di Simona Maggiorelli

Paco Ignacio Taibo II

mito fondante, la pietra angolare degli Stati Uniti d’America è una formidabile catena di menzogne», scrive Paco Ignacio Taibo II a incipit di Alamo. Per la storia non fidatevi di Hollywood, appena uscito per Marco Tropea editore. Un libro che riporta alla luce la verità sulla battaglia di Alamo del 1836: uno scontro di un’ora e mezzo che per i texani fu una disfatta. Ma quell’episodio, poi reinventato ad hoc dalla propaganda statunitense, fu la base per le magnifiche sorti e progressive dei cowboys. Celebrato in pittura, a teatro, al cinema, «la battaglia di Alamo è l’episodio bellico più raccontato da Hollywood – ricorda Taibo – conta ben 26 film, fra cui uno, famosissimo, con John Wayne». E Walt Disney ne assicurò la futura memoria stampando nella mente di più generazioni di bambini la figura di David Crockett col cappello di pelo.

Le bugie, se ripetute all’infinito, è noto, possono passare anche per vere. Perfino agli occhi di chi le ha inventate. È accaduto così che una battaglia ingaggiata da avventurieri e mercenari sia passata alla storia come la conquista dell’indipendenza da parte del cattolicissimo Texas. Dopo sei anni di ricerche, fra storia e narrazione, in questo suo nuovo libro Paco Ignacio Taibo II ricostruisce, documenti alla mano, questa fraudolenta mitopoiesi. Lo fa con quella contagiosa e corrosiva passione per la revisione critica della storia che abbiamo apprezzato in tanti altri suoi lavori (a cominciare da Senza perdere la tenerezza, la sua biografia del Che).

David Crockett e il mito della frontiera selvaggia

Ad accendere la miccia della ricerca storiografica, in questo caso, è stato un incontro imprevisto. «Stavo scrivendo il libro su Pancho Villa – racconta Paco – quando ad Austin mi sono imbattuto in una serie di titoli sulla battaglia di Alamo. Un rapido controllo su Amazon, la più grande libreria online negli Usa, e ho scoperto che se ne potevano contare migliaia. Sul corrispondente latinoamericano di Amazon, invece, c’erano solo tre libri su tema. E lì – ammette Paco – è nata la domanda: cosa sapevo io di Fort Alamo? La risposta era imbarazzante. Sapevo solo ciò che ha raccontato Hollywood. Come scrittore latinoamericano, mi sono detto, sono un  irresponsabile». Da qui è nato Alamo ( tradotto in italiano da Pino Cacucci) che Paco Ignacio Taibo II è venuto a presentare in Italia nei giorni scorsi, passando da Pordenonelegge per raggiungere poi altre città. «A ben vedere è piuttosto bizzarro», osserva lo scrittore raccontando a left di questa sua nuova avventura letteraria. «Quando gli Usa hanno bisogno di ritrovare radici comuni non citano Washington che attraversa il fiume Delaware o il discorso di Lincoln a Gettysburg. Il richiamo di tutti è “Remember the Alamo”, la chiave del sogno americano. È considerato nella mitologia Usa il massimo esempio di coraggio, anche se non c’è niente di più falso». E in Messico come è raccontata quella vicenda? «Da noi è una storia poco nota, su cui si preferisce sorvolare. Anche perché l’impresa, pur vittoriosa, dell’esercito messicano fu un esempio di incompetenza e corruzione, con gli ufficiali che, per lucrare, vendettero i viveri ai loro stessi soldati».

Dunque che cosa hanno voluto coprire gli Stati Uniti attraverso una colossale fandonia? «La questione della schiavitù è centrale nella storia di Alamo come nell’indipendenza del Texas dal Messico», spiega Taibo. «La ribellione dei coloni nordamericani aveva due scopi: la speculazione su enormi apprezzamenti di terreno (aree desertiche che, spesso, venivano vendute a caro prezzo a ignari acquirenti di New Orleans e New York) e la difesa dell’orrenda pratica della schiavitù. La Costituzione messicana – sottolinea lo scrittore – vietava il commercio e lo sfruttamento di esseri umani. I coloni escogitarono lo stratagemma di far firmare agli schiavi dei contratti di lavoro che non prevedevano retribuzione. Un modo assai moderno…».

Come tristemente moderno è il metodo di manomissione della storia che è stato messo a punto con Alamo e poi più volte replicato dagli Stati Uniti. «È la storia di come si può sfruttare un evento storico fino al punto di riscriverlo totalmente», dichiara Taibo. «Basta vedere la storia dei tre protagonisti nordamericani: Travis, Bowie e Crockett. Prendiamo, per esempio, l’eroica morte di Travis sulle barricate, la verità è che era appena salito sugli spalti quando partì un colpo da un fucile messicano, che lo prese in piena fronte. Così ci siamo  giocati uno dei tre mitici difensori». E David Crockett, il grande cacciatore? «Un’altra falsa immagine», chiosa Taibo. «Chi decise di fare di Alamo un mito sapeva che ogni grande narrazione deve avere un eroe al centro e questo strano personaggio, che da vagabondo errante era riuscito a diventare senatore del Texas, sembrava perfetto per rappresentare l’autentico sogno americano. Subito fu reso caratteristico: chi non ha presente il giovane cacciatore con il cappello di procione con tanto di coda?». Inutile dire che anche quel dettaglio, centrale nell’immaginario, è inventato. «Ma ve lo vedete uno che combatte in Texas a 40 gradi con un cappello di pelliccia?»,  sbotta lo scrittore. «Fu un’invenzione Disney degli anniCinquanta e per poco i procioni non rischiarono l’estinzione per via del merchandising. Furono fabbricati 150mila cappelli l’anno e per ognuno serviva un animale. Li dovettero persino importare». Ma c’è dell’altro. Crockett, che nel mito cade portandosi nella tomba 30 soldati messicani, «in realtà si arrese subito e, portato di fronte al generale nemico, disse che era tutto un equivoco, che era un botanico e che passava di lì per caso. E questo sarebbe il grande eroe, signor Bush?!».

Prima del penultimo presidente americano, in realtà, ci aveva già provato Nixon a rilanciare Crockett, incarnato al cinema da John Wayne «in uno dei film più bassamente propagandistici della serie dedicata ad Alamo» commenta Taibo, che ricorda: «Stava per scoppiare la guerra in Vietnam e Nixon scelse di farne il canto bellico nazionale per mettere a tacere i giovani che protestavano in tutte le città. Per fortuna non funzionò: il film non piacque né al pubblico né alla critica, come dimostrò la disfatta agli Oscar del 1960». Ancora nel 2004 il produttore esecutivo Michael Eisner della Disney, presentando l’ennesimo The Alamo, disse che il film doveva cogliere lo spirito patriottico post 11 settembre. «Alamo rappresenta il cuore perverso degli Stati Uniti dell’idea reaganiana e bushiana dell’impero», denuncia lo scrittore. «L’ideologia neoliberista, che ha il mito dell’individualismo solitario, del “fare da soli”, del non compromettersi, del riuscire o fallire, è stata la più grande trappola per elefanti che l’Occidente abbia mai costruito. E non serve a far progredire una nazione». E come vede Paco Ignacio Taibo l’America di oggi? «Riconosco che negli Usa c’è anche una tradizione roosveltiana, che dialoga con il welfare scandinavo, il laburismo inglese e il socialismo europeo che, con tutti i suoi difetti, ha chiara un’idea: la funzione dello Stato è creare infrastrutture; cure agli anziani, salute, educazione di massa e gratis per tutti, reti che impediscano di crollare a chi è in difficoltà». Ma nello scenario globale c’è anche un altro fatto nuovo: l’America Latina sta vivendo un momento di eccezionale sviluppo. Tanto che c’è chi parla di un nuovo Rinascimento in Brasile, in Cile, di riscatto del Messico e altri Paesi. «Di recente ho partecipato a un dibattito tv su questo tema», racconta Taibo. «Un sociologo molto conservatore, di cui non farò il nome per non rilanciarlo, sosteneva che all’America Latina manca un mercato interno delle merci dopo il fallimento del Mercosur, che non ci sono infrastrutture. Ho atteso il mio turno e gli ho risposto con 9 parole: “Ma non è carina l’idea dell’America Latina?”. Lui, sorpreso, paonazzo, diceva che mancano comunicazioni transnazionali, catene tv continentali e giornali d’opinione di respiro ampio. Quando toccò di nuovo a me le parole furono ben 14: “Ma non è meravigliosa l’idea dell’America Latina del Che e di Bolivar?” A quel punto abbandonò lo studio lasciandomi unico padrone del microfono. E la cosa, come i compagni italiani sanno dopo vent’anni di Berlusconi, equivale ad avere il potere. Così cominciai un discorso che qui sintetizzo in un battuta: l’America Latina esiste e non è solo una questione di lingua comune, sia spagnolo o portoghese. Il Latinoamerica sta imponendo un modello di socialità diverso da quello finora vigente. Un certo Rinascimento si percepisce. In alcuni Paesi è evidente, in altri è ancora in costruzione. Abbiamo nemici comuni e sogni meravigliosi a cui abbiamo imparato a guardare insieme. E mi spiace per chi non lo vede. L’America Latina sta crescendo e non tornerà più indietro».

da left -Avvenimenti  29 settembre-5 ottobre

da left-avvenimenti 29 settembre 2012

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La Habana di notte. La nuova onda di scrittori cubani

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 18, 2009

habana-noche-413x450di Simona Maggiorelli

Di notte l’Avana è più bella che mai. Le luci gialle dei lampioni attenuano le rughe e le ferite del centro antico e dei palazzi della Bella epoque. Nel caldo umido dei vicoli, sul Malecòn corroso dal salmastro dove arrivano alti i cavalloni, i bambini, scalzi, giocano e ridono a tutte le ore. Mentre le ragazze, poco più in là, si vendono. E’ la Cuba delle molte contraddizioni e «di una bellezza che non lascia scampo» quella raccontata per immagini dal fotografo Sandro Miller in Imagine Cuba 1999-1997 (Charta). Nel suoi scatti l’organismo fragile dell’Habana veja, l’umido sgretolarsi dei palazzi coloniani ma anche l’azzurro abbagliante del mare, la musica che non smette mai, l’allegria delle spiagge dove le famiglie arrivano cariche di frutta e stereo a spalla. Più che i luoghi sono i primi piani a parlare; primi piani di bambini che ridono a gola aperta e ragazzini che guardano l’obiettivo malinconici tenendosi la faccia fra i guantoni. Vecchi che giocano a carte in strada e ragazzine che si fanno fotografare vestite come Rossella O’Hara per la festa dei 15 anni. E ancora ragazzini stipati sui mezzi pubblici (che per risparmiare, in discesa, vanno “in folle”) e che sfrecciano in motorini scassati davanti ai cartelloni con la faccia di Bush con su la scritta “El asasino”. Primi piani di gente povera, ma nello sguardo, non sconfitta.

Da Colombo alle jieneteras

«A metà millennio Colombo sbarcava sulla terra più bella del mondo ancora ignoto, avviando la rapida scomparsa dei suoi indigeni» scrive Danilo Manera nella nuova edizione di Vedi Cuba e poi muori (Feltrinelli). «Con nuove genti venute dall’Europa e dall’Africa, l’isola ha conservato la sua dolcezza d’acque, cieli e fiori e continuato a fumare tabacco, ma ha conosciuto l’urlo della schiavitù e gli scoppi delle rivolte, il rapimento della danza e l’oblio del rum, il sussulto del sesso, i tuoni della storia e il gocciolio della povertà». Un passato, che insieme alla memoria della rivoluzione castrista e alle contraddizioni del presente, distilla umori nuovi nella nuova narrativa cubana. Che ha soprattutto il suo epicentro a ll’Avana, nel quartiere del Vedado dove si trova l’Uneac, l’associazione degli scrittori e artisti cubani che ha già visto crescere più generazioni di autor. Anche negli anni Ottanta quando salì alla ribalta una generazione di narratori caustici, spregiudicati, pronti a denunciare ogni faglia politica e sociale. Erano gli anni delle fughe disperate da Cuba verso Miami, del Periòdo especial. quando per tentare di far fronte all’embargo Usa il governo di Castro imponeva pesanti razionamenti. Anni in cui esplode la Trilogia sporca dell’Havana di Pedro J. Gutiérrez (edizioni e/o), ma anche il successo di Padura Fuentes e il talento di quello che è forse il più grande scrittore di quella generazione, Miguel Mejiedes. Poi, come ci ha scritto Manera nel libro A Labbra nude (Feltrinelli) sarebbe venuta la che-guevaragenerazione degli scrittori nati alla metà degli anni Sessanta, come Yoss (alias José M. Sanchez Gomez), una laurea in biologia e physique du rôle da divo rock; Yoss racconta l’Habana di notte, gli incontri imprevisti, le vite parallele di una gioventù colta, che si divide fra militanti dell’Unione della gioventù comunista e le jineteras cavallerizze) e i jineteros che amano la moda e il carpe diem negli alberghi frequentati da ricchi turisti, «con ironia e non senza un pizzico di nihilismo». Ma oggi rivela Manera con la raccolta La fiamma in bocca. Giovani narratori cubani (Voland) siamo già oltre e spuntano voci nuove nate negli anni Settanta  e Ottanta . Scrittori che passano con disinvoltura dal realismo magico, al racconto storico, a derivati da cyberpunk e a impreviste contaminazioni di generi. Cresciuti artisticamente (perlopiù) al laboratorio di tecniche creative dell’Uneac, sostenuto dal Ministero della cultura cubano pubblicano in riviste e i racconti scelti da Manera per Voland sono tutti inediti.

L’ombra del Che

La storia del Che è anche la storia della costruzione letteraria di un mito come ha racconto Alberto Filippi in Guevariana (Einaudi) raccogliendo racconti, saggi, e pensieri che al medico e comandante Che Guevara hanno dedicato scrittori in ogni parte del mondo (da Saramago a Taibo, a Vazquez Montalbàn). Ora, ad arricchire la serie pressoché sterminata di biografie arrivano due nuovi volumi: la monumentale monografia del giornalista del New Yorker Jon Lee Anderson Che Guevara (Fandango), ricca di inediti grazie alla collaborazione di Aleida March e il prezioso, agile, volumetto di Roberto Borroni, Pombo, (Negretto editore) che racconta il Che attraverso la testimonianza di Harry Villegas detto Pombo: quando decise di unirsi alle truppe del Che aveva appena 17 anni.

dal quotidiano Terra 18 luglio 2009

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