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Kapuscinski, l’ultimo dei romantici

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2012

Kapuscinski

Kapuscinski

Questo non è un mestiere per cinici, diceva un grande reporter come Ryszard Kapuscinski. «I cattivi, i furbetti, i cinici non possono essere buoni giornalisti».

Perché manca loro quella umanità profonda che è essenziale per entrare in risonanza con le persone, qualunque sia la loro lingua e cultura, e saperne poi davvero raccontare le storie. La biografia stessa del giornalista, scrittore e fotografo polacco Kapuscinski (1932-2007) ne è la prova, come documentano Beata Nowacka e Zygmunt Ziatek nel libro Ryszard Kapuscinski. Biografia di uno scrittore (Forum editrice). Senza una grande fiducia negli esseri umani e un profondo interesse per i propri simili, del resto, non sarebbe stato possibile sostenere l’impegno fisico e mentale di raccontare una trentina di conflitti in Africa e in altre parti del mondo, come Kapuscinski è riuscito a fare in modo magistrale. Già prima di diventare un inviato di fama internazionale, lavorando per la grigia agenzia di Stato polacca PAP per la quale doveva stilare dispacci di poche righe. Lui che non aveva l’indole del giornalista stanziale, che non stava al sicuro in albergo (come invece faceva la maggior parte suoi colleghi) ma voleva vedere e conoscere tutto di persona, anche per svolgere quel compito da ragioniere della notizia, non si risparmiava proprio. Fino al punto – anche se non era un Indiana Jones – di trovarsi in situazioni pericolose e di rischiare la vita. Come gli è accaduto più di una volta in Africa pur di raccontare dal di dentro le lotte di liberazione fra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta. Sperando che il grande continente nero fosse in grado di risollevarsi, di liberarsi dal giogo del colonialismo, ma anche dalla subalternità introiettata verso l’Occidente. «Lui ci credeva profondamente. Da militante. Anche se non era in linea con il granitico partito comunista polacco», racconta lo scrittore Francesco M. Cataluccio, mentore della pubblicazione in Italia delle opere di Kapuscinski per Feltrinelli e che, negli anni, ha avuto modo di frequentarlo e di conoscerlo da vicino. «Quando leggeva di rivolte e moti di liberazione in qualche regione africana era davvero felice. Pensava potessero portare un miglioramento reale nelle condizioni di vita della gente».

Se tutta l'AfricaUn punto di vista attivo e  partecipe trapela dalle pagine di uno dei suoi libri più conosciuti, Ebano (1998), ma anche dalla raccolta di reportage intitolata programmaticamente Se tutta l’Africa (1969) che in questi giorni Feltrinelli pubblica in nuova edizione con una postfazione di Jan J. Milewski. «Kapuscinski amava parlare di politica, era una sua passione», ricorda Cataluccio. «Mi sorprendeva sempre la sua straordinaria conoscenza delle complesse vicende africane. Ogni volta che apriva un giornale e leggeva una notizia su qualche sperduto angolo africano sapeva esattamente chi lo governava, quali gruppi erano in lizza, conosceva personalmente le frange rivoluzionare».

La sua formazione di storico, idealmente cresciuto alla scuola di Bloch e Braudel, quando scriveva si fondeva con l’efficacia del cronista e il gusto di fare ricerca sul campo, secondo l’insegnamento dell’antropologo polacco Malinowski, di cui Kapuscinski era un profondo conoscitore. «Era un uomo molto colto, ma aveva anche una eccezionale memoria», prosegue Francesco Cataluccio che al reporter polacco ha dedicato un capitolo del suo libro Vado a vedere se di là è meglio: quasi un breviario mitteleuropeo (Sellerio) . «Il suo originale talento aveva radici nel fatto che lui amava mescolarsi alla gente, conoscere le persone, condividendo tutto», continua lo scrittore fiorentino. Non di rado, anche la povertà. E non perché avesse lo spirito del missionario. Ma perché sapeva che solo così poteva stabilire rapporti superando la diffidenza africana verso lo straniero dalla pelle bianca. Anche per questo, forse, a più di quarant’anni dalla sua prima edizione Se tutta l’Africa resta un libro freschissimo e una lettura  appassionante. Qui sono pubblicati i reportage apparsi tra il 1962 e il 1966 sul settimanale polacco Polityka: una preziosa testimonianza storica dei processi di decolonizzazione fra il  1955 e il 1966. Ma non solo.

Kapuscinski non si limita a descrivere i fatti, ma intuisce e anticipa le sfide e le difficoltà che di lì a poco si sarebbero trovati davanti i giovani Stati africani, fra rigurgiti di lotte fra clan e i primi segni di corruzione delle nuove élite governative. In queste pagine è in azione il cronista di razza e, ancora una volta, lo storico che raccontando la Nigeria nei giorni del colpo di Stato oppure una seduta in Parlamento in Tanganica esercita una attenta critica delle fonti di informazione e legge in filigrana, anche nei fatti spiccioli i processi di lunga durata.

«Kapuscinski sapeva vedere la storia a due velocità, il molto piccolo e il molto grande», spiega Cataluccio suggrendo che il giornalista polacco fu a suo modo anche un anticipatore della tendenza “glocal”, poiché sapeva dare valore alle storie locali mettendole in connessione con l’orizzonte ampio di un mondo che cambia in continuazione e sempre più precipitosamente nel quadro della globalizzazione del secondo millennio.

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Una foto scattata da Kapuscinski

Sono autenticamente glocal i suoi reportage dall’America Latina, dove inizialmente accettò di andare come ripiego dopo essersi preso tutta una serie di terribili  malattie in Africa (compresa la tubercolosi celebrale). E ancor più lo sono i suoi reportage censurati dalla Polonia più profonda, in cui raccontando le condizioni di estrema miseria in cui vivono gli operai, osava una critica serrata al socialismo reale. Kapuscinski aveva il dono di saper intuire le direzioni che la storia stava prendendo tra le pieghe.

Esemplare in questo il suo Shah-in-Shah (1979) frutto di un anno passato in Iran quando l’ayatollah Khomeini prese il potere. «Fu il primo a capire l’importanza e il senso più profondo della rivoluzione iraniana», conferma Cataluccio. «Comprese che tragicamente segnava il ritorno nella storia del Novecento della componente religiosa, come strumento di controllo e di potere». Qui Kapuscinsky approfondisce il racconto dei fatti, li filtra attraverso la propria personalità, per arrivare a fondere i singoli articoli in un libro sfaccettato e complesso.

Questa sua capacità letteraria di costruzione del testo emerge in modo decisivo anche in un altro lavoro di Kapuscinski, Il Negus Splendori e miserie di un autocrate, «forse il suo libro più difficile e ambizioso» sottolinea Cataluccio. «Anche per la scelta linguistica. Kapuscinski lo scrisse ricreando il polacco del Seicento, volendo dare alla vicenda della caduta dell’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié (deposto da un colpo di stato nel 1974, ndr) una coloritura da tragedia shakesperiana».

E qui si apre un altro grande capitolo della vicenda di Kapuscinki, ovvero quello del suo intento letterario e della storicizzazione della sua opera che sfugge alle categorie e alle regole delle cronaca e, non di rado, ha un andamento lirico e suggestivo. Nella sua monumentale biografia La vera vita di Kapuscinski reporter o narratore? Fazi editore, 2011) Artur Domoslawski ha sollevato la questione criticando il lavoro di Kapuscinski per le licenze poetiche che talora si prendeva, volendo essere fedele più al senso profondo degli eventi che andava raccontando che alla descrizione analitica dei dettagli. «Domoslawski era stato allievo di Kapuscinski – rivela Cataluccio – e la biografia che ha scritto sembra quasi configurare un tentativo di uccisione del padre».

Ma se l’intenzione di Domoslawski era quella di demistificare la figura del maestro in quanto giornalista, alla fine riesce a mostrarcene involontariamente il vero volto di scrittore. «Una volta, per curiosità  chiesi a Kapuscinski, cosa avrebbe voluto fosse scritto sulla sua tomba», ricorda Cataluccio. «Kapuscinski giornalista? Fotografo? Storico? “Kapuscinski, poeta”, mi disse con mia sorpresa». Una risposta a dire il vero non del tutto inattesa, dacché Cataluccio conosce e conosceva bene gli esperimenti giovanili che il giornalista aveva fatto misurandosi con lo scrivere versi, secondo una tradizione molto forte in Polonia. Negli anni della propaganda rivoluzionaria «divenni vittima di Majakovski», raccontava di sé lo stesso Kapuscinski. «Le mie prove di allora, il mio majakovskismo, erano deludenti anche per me», ammetteva. «Volevo scrollarmelo di dosso, ma non avevo più il tempo di cercare un’altra strada. Cominciai a lavorare come giornalista e passai alla prosa, al reportage». E fu non di rado prosa lirica .                           Simona Maggiorelli

dal settimanale Left-avvenimenti

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Un maestro del reportage che detestava il cinismo

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2009

Esce il Meridiano Mondadori dedicato a Kapuscinski, il grande giornalista e scrittore polacco. Nel frattempo Feltrinelli pubblica Giungla polacca che contiene i lavori degli anni 50 che ebbero una travagliata storia editoriale, andando incontro a censura. Ora escono in edizione integrale

di Simona Maggiorelli

kapu“Viaggiare per scrivere un reportage esclude qualsiasi curiosità turistica. Esige un duro lavoro e una solida preparazione teorica. A cominciare dalla conoscenza del terreno su cui ci si muove. È un modo di viaggiare senza un momento di relax, in continua concentrazione… In un’ora dobbiamo registrare l’atmosfera e la situazione, vedere, sentire più cose possibili. Il viaggio per reportage esige un surplus emotivo e molta passione. Anzi la passione è l’unico motivo valido per farlo. è per questo che così poche persone praticano il reportage» raccontava Ryszard Kapuscinski in un’intervista pubblicata nel 2003 nel libro Autoritratto di un reporter (Feltrinelli). Per poi constatare con un pizzico di malinconia: «Di tutti i reporter che viaggiavano per il mondo negli anni Sessanta ci sono rimasto solo io. Gli altri sono diventati stanziali».

Coraggioso reporter di guerra e instancabile viaggiatore, curioso non tanto di conoscere nuovi fatti ma persone, storie, culture diverse, Kapuscinski (1932-2007) apparteneva a un tipo di giornalismo oggi, purtroppo, in estinzione: quello che passa settimane e mesi a studiare e documentarsi prima di partire. E poi impegna settimane e mesi per conoscere a fondo la realtà che vuole raccontare. Con un taccuino in tasca. Che Kapuscinski non tirava mai fuori. Perché prendere appunti in certe circostanze suscitava diffidenza e irrigidiva la conversazione. Ma soprattutto perché gli interessava conservare l’emozione e il senso più profondo di ciò che le persone gli regalavano di sé, per strada, nelle locande, nei quartieri più fuori mano, nei luoghi più imprevisti.

Anche quando si trovava in teatri di guerra, Kapuscinski non era tipo da scrivere i suoi pezzi standosene chiuso in albergo. «Il vero reporter – diceva- non abita all’Hilton: dorme dove dormono i personaggi dei suoi racconti. Mangia e beve con loro. è l’unico modo per scrivere qualcosa di decente».

Insomma se «ogni reportage degno di questo nome deve avere un pizzico di romanticismo» è  vero che nella sua scrittura colta e insieme immediata, l’importante era la fedeltà al vissuto. Le date, le nozioni, i dettagli si possono ricostruire anche una volta rientrati a casa con valigie zeppe di libri. Torna in mente quando Kapuscinski annotava:« Con Kish potremmo dire  che la descrizione delle difficoltà incontrate per arrivare sul posto a volte era più interessante dell’argomento in sé. Ma questo tipo di reportage è ormai finito. Ma non è finito il reportage d’autore, in cui  approfondisce il problema, lo filtra attraverso la propria personalità, lo rende sfaccettato. Di questo ci sarà sempre bisogno».

Con questo “metodo” sono nati libri indimenticabili come Ebano (1998) dai reportage realizzati nell’amata Africa. Ma anche un capolavoro di inchiesta e letteratura come Shah-in-Shah (1982), frutto di un anno passato in Iran quando l’ayatollah Komeini prese il potere. Insieme a Imperium (1993) dedicato al dissolvimento dell’impero sovietico e a Il Negus (1978), il libro che lo segnalò al pubblico più ampio, Ebano e Shah-In-shah formano il nucleo centrale del Meridiano che Mondadori dedica al giornalista e scrittore polacco. A fare da filo rosso di questa ininterrotta narrazione di oltre 1.600 pagine la ricostruzione puntuale di spaccati di storia del Novecento e un convincimento profondo: «Quello del reporter è un mestiere troppo difficile per i cinici, richiede troppo sacrificio e impegno», sconfessando ogni stereotipo da giornalista d’assalto.

«Parole che traeva dal suo modo di essere”, ha detto Silvano De Fanti presentando il Meridiano Mondadori che ha curato insieme alla traduttrice Vera Veridiani. «Aveva una grandissima capacità di comunicare, di entrare in sintonia con gli altri – ricorda il docente di polacco dell’università di Udine -. Era convinto che dentro ogni uomo ci fosse una bontà; talvolta nascosta, ma che riuscendo ad arrivare a questo nucleo originario si possa stabilire un dialogo con chiunque, a prescindere dalle ideologie e dalle appartenenze religiose».

Un tratto che si ritrova già sorprendentemente incarnato nelle pagine di Giungla polacca, la raccolta di scritti realizzata quando – dopo gli studi in storia  a Varsavia – Kapuscinski già lavorava per l’agenzia di stampa Pap e decise di raccontare la Polonia più profonda. Basta leggere lo scambio di battute all’apparenza surreale, di fatto radicalmente spiazzante fra  Kofi e , Kwesi e il grande Nana, capo di una tribù del Ghana che si incontrano con Kapuscinski nel pezzo omonimo del libro. Camminando nella giungla Kofi aveva spiegato all’autore: “Per cento anni  ci hanno inculcato che i bianchi erano il meglio del meglio, degli esseri superiori… Sapevamo che al mondo c’era solo l’Inghilterra, che Dio era inglese… sapevamo solo quello che loro volevano che noi sapessimo. Adesso è difficile disabituarsi».

Ma a Kapusinski arriva dritta al cuore anche la domanda di  un ragazzo che tagliando la legna gli chiedeva a bruciapelo: « Come si chiama il tuo paese?” “Polonia”». La Polonia, gli spiega Kapuscinski, «è lontana, oltre il Sahara, oltre il mare, verso il Nord, l’Oriente…Il mio Paese non ha colonie. Anzi c’è stato un tempo in cui era una colonia. Con tutto il rispetto per le vostre sofferenze… Da noi, però, sono successe cose spaventose: c’erano tram, ristoranti e quartieri solo per tedeschi. Ci sono stati i campi di concentramento… Si chiamava fascismo la peggior specie di colonialismo mai esistita».

Un libro, Giungla polacca,uscì per la prima volta nel 1962 dopo una storia editoriale travagliata di stop e censure. Ora utilmente Feltrinelli lo pubblica in italiano facendoci scoprire anche un Kapuscinsky anticlericale che denuncia la violenza delle suore e della religione su una studentessa. Nel pezzo “Ratto di Elzbieta” il giornalista ricostruisce l’agghiacciante sistema psicologico usato in una scuola cattolica per “convincere” una giovane a farsi suora. Facendo leva sulle sue fragilità e paure.

dal quotidiano Terra del 16 luglio 2009

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