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Le rane il nuovo romanzo del Nobel Mo Yan

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Dagli aborti forzosi alle feroci sperequazioni sociali. Ecco in anteprima i temi del nuovo libro firmato dal Premio Nobel per la Letteratura, che uscirà in Italia nel 2013

di Federico Tulli

Si intitola Le rane il nuovo romanzo di Mo Yan, e uscirà nel 2013 per Einaudi che pubblica in Italia tutte le opere del neo premio Nobel cinese, (eccezion fatta per l’autobiografia Cambiamenti in libreria nel 2011 per Nutrimenti). Protagonista del nuovo lavoro dello scrittore cinese è una vecchia zia che, giunta all’età di 77 anni, si trova a tracciare tra sé a sé un bilancio della propria vita, contando di aver fatto nascere 9983 bambini e di aver praticato migliaia di aborti, in ossequio alla politica comunista di controllo delle nascite.

Pubblicato in Cina nel 2009, questo romanzo ha aperto un acceso dibattito in un momento in cui la politica demografica imposta dal Partito comunista cinese comincia a essere messa in discussione in alcuni distretti, a cominciare da Shanghai. Come in molti altri romanzi di Mo Yan, anche in questa sua ultima uscita è una donna a giocare un ruolo di primo piano. Ne Le rane la voce narrante è una donna senza figli. Suo padre Wan era un medico dell’ottava Armata durante la guerra contro il Giappone, e lei dopo la laurea, diventa una specie di eroina locale, lavorando come infermiera e ostetrica. Ma i suoi rapporti con gli uomini non sono dei più felici: un bel pilota, suo fidanzato per un po’, mette in giro la voce che lei è «troppo rivoluzionaria, troppo seria … non abbastanza sexy».

E una donna senza un uomo accanto è guardata con sospetto nella Cina rurale. Così a poco a poco il partito diventa sempre più la famiglia di questa donna, ora determinata a bastare a se stessa. Dal 1965 la politica di controllo delle nascite le riserva un ruolo di primo piano. E quasi senza rendersene conto diventa una signora della guerra, che gestisce duemila aborti, fa innumerevoli vasectomie e chiusure delle tube e ha al suo servizio un giro di spie per scoprire gravidanze non autorizzate. Intanto i trattori sono all’erta per distruggere le case come rappresaglia, e per rendere inservibili le barche per impedire la fuga. E non si contano le donne che muoiono durante l’aborto.

Alla politica di regime si somma un’atavica misoginia: non avere un erede maschio per i contadini più poveri cinesi era ed è inaccettabile. «È davvero bizzarro – fa dire Mo Yan alla protagonista – quando una donna dà alla luce una figlia, il marito si presenta con un tale volto… Ma se la mucca partorisce una giovenca, la bocca si apre in un largo sorriso». Qui Mo Yan si ferma, alludendo soltanto ai tanti omicidi di bambine alla nascita, che avvengono nelle campagne cinesi per poter provare ancora ad avere un maschio. Tra le righe Mo Yan sembra voler dire che questa politica demografica era una necessità inevitabile per la Cina, ma solo un regime totalitario è stato in grado di imporre e eccessi così inaccettabili. «Perché la parola “neonati” e la parola “rane” nella nostra lingua sono pronunciate allo stesso modo?» si domanda la protagonista. «Perché il vagito di un neonato appena uscito dal grembo materno può sembrare molto simile al gracidare di una rana. La rana è un simbolo di fertilità , in molte regioni non mangiano le rane, perché sono animali amici del genere umano… chi le mangia rischia di diventare idiota». Questo romanzo parabola di Mo Yan allude, tra le righe anche al fenomeno delle madri surrogate a scopo di lucro: ne Le Rane una società di allevamento di rane è in realtà una copertura per un business di reclutamento e commercializzazione del corpo delle donne. Per soldi e disperazione. Come nel caso di una donna dal volto sfigurato da un incendio scoppiato in una fabbrica e che, ci racconta Mo Yan, è costretta ad affittare il proprio utero per pagare le spese mediche per il padre ferito e senza assicurazione sociale. Uno scenario che ci parla di una Cina economicamente rampante, ma dilaniata da feroci sperequazioni sociali. Mo Yan lo fa con uno stile meno appariscente, meno ricco di immagini, ma ritmato da dialoghi vivaci e, come sempre percorso dal suo spiazzante e imprevisto umorismo. Mo Yan ne Le Rane ci appare più distaccato, mantiene i personaggi a una certa distanza, senza darcene una descrizione fisica. Siamo ben lontani da un romanzo realistico o di surreale inchiesta (come accadeva invece ne Le sei reincarnazioni di Ximen Nao ) ma sa regalarci ancora pagine bellissime. Come quelle dedicate ai sogni dell’anziana protagonista.

Fonte:  Globalist/Babylonpost

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