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Cultura bene comune. Left incontra Settis

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 28, 2013

Salvatore Settis

Dopo anni di assalti al patrimonio da parte dei governi di centrodestra . E di  tagli al ministero dei beni culturali operati senza soluzione di continuità anche da governi di centrosinistra, i cittadini si ribellano e si organizzano in associazioni per cercare di invertire la rotta. E difendere la Costituzione. Di cultura, diritti, democrazia  abbiamo discusso il 30 maggio a Roma, in un incontro con Salvatore Settis organizzato da left.   A cui  hanno partecipato Fabrizio Barca, Pippo Civati, Vittorio Emiliani, Tomaso Montanari, Michele Dantini, Andrea Ranieri e molti altri.

Il video dell’evento:http://www.mawivideo.it/2013/05/la-cultura-scende-in-campo/

di Simona Maggiorelli
“Non avrei proprio mai pensato che un piccolo libro come Indignatevi! Potesse avere una tale ripercussione e mobilitare così tante persone» si legge nell’ultimo lavoro di Stéphan Hessel. Un piccolo, appassionato pamphlet dal titolo Non arrendetevi (Passigli, 2013) in cui il vecchio partigiano francese, scomparso o scorso febbraio, annotava: «Il fatto è che il movimento dei giovani spagnoli del 2011 ha adottato l’indignazione come bandiera e ne ha fatto un appello per tutti». Dando voce a un movimento dal basso, estraneo al mondo dei partiti tradizionali e che «ha rappresentato qualcosa di nuovo ed è stato l’espressione di un rifiuto delle manovre di un’oligarchia non solo finanziaria». In nome della democrazia, della difesa dei beni comuni. Un movimento spontaneo di “pezzi” della società civile – ci ricorda Salvatore Settis nel libro Azione popolare (Einaudi, 2012) – che in Italia ha preso una pluralità di forme dai Movimenti per l’acqua a Se non ora quando, dall’Onda degli studenti alle manifestazioni per i diritti civili. Portando sulla scena pubblica battaglie per quelli che la sinistra tradizionalmente ha sempre chiamato bisogni, ma anche per irrinunciabili esigenze che riguardano la persona nel sua complessità.
Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L'Aquila

Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L’Aquila

Esigenze di partecipazione, di conoscenza, di formazione, di realizzazione della propria identità professionale e umana, di pieno riconoscimento di diritti civili e di autodeterminazione. «Davanti alla sordità dei partiti (tutti) di fronte al grande tema del bene comune – scrive Settis – alla loro capacità congenita di elaborare una visione lungimirante e democratica del governo del Paese, alla loro alleanza di fatto nel devastare ambiente e paesaggio, la nascita spontanea di movimenti e associazioni di cittadini in Italia (se ne contano almeno 20mila negli ultimi anni) è un segnale positivo di enorme importanza e straordinarie potenzialità». Un manifesto che possa raccogliere queste variegate istanze c’è già secondo l’archeologo e storico dell’arte della Scuola Normale: è la Costituzione. Una Carta lungimirante e ancora oggi modernissima che pone fra i doveri della Repubblica ( art.9) la difesa del patrimonio d’arte e del paesaggio. Un aspetto che non riguarda solo “la contemplazione estetica” ma essenziale anche per il diritto alla salute come drammaticamente ci mostra il caso di Taranto e dell’Ilva. Nella Carta «la figura del cittadino e della cittadinanza – prosegue Settis – intesa sia come comunità che come orizzonte di diritti è definita attraverso calibrate convergenze. L’art. 3 prescrive che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge e nella Carta è scritto che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Ma come ben sappiamo, insieme all’articolo 21 che tutela la libertà di espressione e il diritto di cronaca, questo punto della nostra Costituzione è largamente disatteso. Grazie a una lunga serie di “contro riforme” che hanno riguardato la scuola, l’università, la ricerca. E grazie ad ormai ventennali attacchi al nostro patrimonio artistico, messo a rischio dalla mancanza di una adeguata tutela (a causa del depauperamento delle soprintendenze), ridotto a feticcio dal marketing della valorizzazione ad opera di manager che hanno trattato le opere d’arte come fossero panini McDonald’s, svenduto in operazioni di cartolarizzazione imbastite dai governi di centrodestra per fare cassa. Con la soppressione della storia dell’arte in molte scuole superiori, inoltre, si è sferrato un attacco frontale alla conoscenza. Quanto al paesaggio, su di esso hanno pesato scellerate politiche di condoni, la cementificazione selvaggia, senza nessun disegno urbanistico, mentre le logiche emergenzialistiche messe in campo dopo terremoti o altri eventi naturali hanno finito per intaccare quella straordinaria fusione fra patrimonio artistico e contesto paesaggistico che rende unica l’Italia.
azione-popolareAl di là di ogni ridicola enfasi sulla vastità del patrimonio d’arte italiano strombazzata da politici ignoranti e pronti a farne “petrolio” da saccheggiare ( De Michelis docet). Su questo punto mettono i puntini sulle “i” Bruno Arpaia e Pietro Greco nel libro La cultura si mangia! (Guanda, 2013) in cui si ricorda utilmente che l’Italia è sì in testa alla classifica mondiale con i suoi 45 siti archeologici riconosciuti dall’Unesco ma anche che l’Italia ne ha solo 3 in più della Spagna e 5 in più rispetto alla Cina. Un libro, questo scritto a quattro mani da Arpaia e Greco, che tratteggia un quadro efficace del modo a dir poco miope di agire della classe politica italiana di destra (ma anche di centrosinistra) riguardo ai beni culturali. Fin dal titolo che rovescia quel rozzo «con la cultura non si mangia» pronunciato il 14 ottobre 2010 da Giulio Tremonti, che da ministro ha tagliato un miliardo e mezzo di euro all’università e 8 miliardi alla scuola pubblica, per non parlare dei tagli al ministero dei beni culturali e al Fus.
Proprio grazie alla “finanza creativa” di Tremonti il bilancio del ministero dei Beni culturali nel 2008 fu praticamente ridotto della metà. Senza che l’allora ministro Sandro Bondi protestasse. Anzi cercò di silenziare Salvatore Settis allora a capo del Consiglio superiore dei beni culturali, che messo di fronte all’impossibilità di svolgere il proprio compito, fu praticamente costretto a dimettersi. E presto sostituito da Andrea Carandini, attuale presidente del Fai. Nel 2013 – val la pena di ricordarlo qui – il bilancio del ministero dei Beni culturali è ulteriormente sceso del 6,1 per cento. Anche in questo caso senza che Lorenzo Ornaghi, ministro dei Beni culturali del governo Monti, facesse alcuna opposizione. E se non ci saranno cambiamenti di rotta, sono previsti ancora tagli per 125 milioni nel 2014, e di 135,7 nel 2015, come ha scritto Tomaso Montanari su Il Fatto quotidiano.
La crisi picchia duro, si è giustificato il governo dei tecnici guidato da Monti. «Ma proprio in momenti di crisi occorre sostenere finanziariamente la cultura» ha sottolineato Settis intervenendo Solone del libro di Torino contro quella che il professore chiama «la religione dell’austerità sostenuta dalla destra». Citando il Nobel Krugman a supporto. A noi tornano in mente anche le parole di Martha C. Nussbaum: «Solo i Paesi che hanno continuato a investire in cultura sono riuscite a fronteggiare in qualche modo la crisi, guardando al futuro». A questo tema la filosofa americana ha dedicato un intero libro a cui per brevità rimandiamo. S’intitola Non per profitto ( Il Mulino 2012) e mette in luce, con dovizia di dati, perché le democrazie hanno bisogno della cultura. E di quella umanistica in particolare.
 da left- 25 maggio- 31 maggio 2013
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Dalla Pantera alla svolta dell’Onda

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 10, 2010

Un libro di Albanese ricostruisce la protesta studentesca del 1990. Mentre un saggio
di Raparelli invita a un confronto con le più mature istanze avanzate dagli studenti oggi

di Simona Maggiorelli

Pantera, movimenro studentesco, 1990

Nella facoltà di Lettere a Pisa, durante l’assemblea che discuteva l’occupazione, si levò una voce: «Presentiamo una mozione». A parlare era uno studente “fuori corso” con un passato in Democrazia proletaria. Nell’aula, sguardi sbigottiti. Qualcuno, più sincero, azzardò: «Cos’è una mozione?». Era il 1990, un anno dopo la caduta del muro di Berlino e nell’ultimo decennio si era consumata una cesura fortissima fra generazioni. D’un tratto tutto era cambiato, perfino la musica, la moda, le subculture. Per non parlare del rapporto dei giovani con la politica. Così se i loro fratelli maggiori ascoltavano i Beatles o Neil Young, gli studenti della Pantera erano cresciuti con i Duran Duran o, nella migliore delle ipotesi, con la new wave. Ma con i pantaloni a zampa di elefante e i maglioni fatti a mano erano stati rottamati anche l’interesse per la politica e la partecipazione. Ed ecco gli sguardi sbigottiti della generazione “paninara” di fronte a quella parolina “magica”: «Mozione». Lo studente “anziano” quella volta lasciò l’assemblea pisana sbottando: «Per il futuro del proletariato sarà meglio che vada a studiare…». Poi però, come ricorda Carmelo Albanese nel suo C’era un’onda chiamata pantera (Manifestolibri), la parte più “sveglia” del movimento aiutò a crescere quella che si era trastullata con Nove settimane e mezzo e gli Spandau. E la Pantera, in un tam tam di occupazioni che percorse tutto lo Stivale, trovò il coraggio e gli strumenti politici per declinare i propri no alla controriforma Ruberti dell’università. Ovvero la riforma del 1990 che oggi rischierebbe di apparire democratica se letta in controluce con quella dei ministri berlusconiani Moratti e Gelmini. Con studenti e famiglie costrette oggi a sborsare cifre da capogiro per accedere a un diritto fondamentale come quello allo studio, in una sistema universitario sempre più privatizzato e scadente nell’offerta culturale, sempre più baronale, che blocca la ricerca e il ricambio generazionale nell’insegnamento.

Stimolati dal libro di Albanese, va riconosciuto forse che la Pantera nel ’90 ebbe il merito di annusare i rischi di quella prima deregulation liberista aprendo la politica di sinistra ai movimenti no global (sulla cui scia, nel 1991, nacque Rifondazione comunista). Ma questo certo non bastò ad arrestare l’involuzione culturale che avanzava anche grazie a ministri come Luigi Berlinguer. Nel ’99 portava la sua firma il decreto che cambiava i percorsi universitari introducendone due distinti e spianando la strada al famigerato due più tre. Nel 2004 poi la Moratti avrebbe istituito la soglia dei crediti formativi e l’autonomia dei singoli atenei. E via di questo passo fino alla pesante dequalificazione che di recente ha sollevato la protesta dell’Onda. Un movimento, rispetto alla Pantera, meno disposto a lanciarsi in battaglie politiche di principio ma che – come racconta ora uno dei suoi leader, Francesco Raparelli ne La lunghezza dell’Onda (Ponte alle Grazie) – ha saputo tenere la barra ben dritta sulla propria identità studentesca, rivendicando il diritto a una formazione di qualità e di respiro internazionale.

da left-avvenimenti del 9 aprile 2010

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