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Il saccheggio dell’archeologia

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 23, 2009

Complici le case d’aste e certa politica. 25mila opere ritrovate , un milione di pezzi ricettati, ladri e mercanti che agiscono indisturbati. Le pagine più nere del patrimonio archeologico italiano raccontate da Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira)


di Simona Maggiorelli


maschera di avorio II sec a.C.

maschera di avorio II sec a.C.

«Quale obbligo avevamo di restituire il torso di Mitra di Bassano romano mai dichiarato rubato?» domanda seraficamente la ex curatrice delle collezioni del Getty museum di Los Angeles, Marion True, durante l’udienza dello scorso marzo del processo che a Roma la vede imputata, insieme al mercante d’arte Robert Hecht, per 35 reperti d’arte che l’accusa sostiene essere stati trafugati in Italia e acquistati dal Getty. Fra questi anche il marmo dipinto, detto Trapezophoros del IV secolo a.C.  restituito dal Getty nell’agosto 2007.
Il processo True  ha avuto un’ennesima udienza in questo mese di maggio ma di fatto, a causa della solita lungaggine dei procedimenti giudiziari in Italia, va avanti da anni e non si sa quando  su questa brutta storia si potrà mettere la parola fine. Nel frattempo la domanda della signora True (mentre la dice lunga sulla sua attività di direttrice di museo) riporta in primo piano le gravi falle del sistema di tutela del patrimonio archeologico italiano, di cui si avvantaggiano da sempre tombaroli, mercanti di frodo, collezionisti, case d’aste e perfino importanti musei come hanno rivelato di recente l’affaire Getty e le ammissioni di colpa di musei come il Fine Arts di Boston. Falle, va detto subito, non certo ascrivibili a cattiva volontà e a scarso impegno da parte dei nostri archeologi e storici dell’arte, che ogni giorno fanno salti mortali in soprintendenze territoriali sempre più depauperate di ogni mezzo da parte del governo.

«Il primo strumento di prevenzione dei furti è la catalogazione dei reperti» ricorda utilmente l’ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali Salvatore Settis (mesi fa frettolosamente sostituito dal ministro Bondi). Un rilievo, quello del professore, che in ogni altro Paese europeo suonerebbe ovvio. Non così in Italia, dove – come ricostruisce puntualmente Fabio Isman nel suo I predatori dell’arte perduta (Skira) – dal dopoguerra a oggi hanno agito e agiscono quasi indisturbati ladri, ricettatori e mercanti d’arte “anfibi”, capaci di muoversi altrettanto bene nel mercato nero come nelle alte sfere del mondo ufficiale dell’arte. Grazie a porti franchi di stoccaggio dei reperti in Svizzera e in alcuni altri Paesi compiacenti.

Ma anche e soprattutto grazie alla complicità di grandi case di aste che, così come la mafia fa con i soldi sporchi, danno una nuova identità ai pezzi d’arte di dubbia provenienza, “battendoli” pubblicamente. Di fatto un sistema di riciclaggio, per un giro di soldi da capogiro. Per queste vie, scrive Isman, è avvenuto «un sistematico saccheggio del sottosuolo della penisola», una razzia che «dal 1970 alla metà degli anni 2000 ha coinvolto forse 10mila persone, e milioni di reperti». Un fenomeno che non ha eguali in nessuno Stato occidentale: una depredazione capillare, “di massa” che ha arricchito vari grandi musei al mondo, dagli Usa al Giappone, nonché facoltosi collezionisti italiani, “incoraggiati”, dal 1994 in poi, dalla incultura dell’illegalità sostenuta dai governi Berlusconi con condoni e disegni di legge su archeocondoni e su proposte di vendita o di noleggio di opere conservate nei depositi dei musei. E le cose potrebbero peggiorare ancora se dovesse passare il divieto delle intercettazioni a scopi investigativi proposto dal ministro Alfano. Senza uno strumento di indagine così importante il lavoro dei carabinieri del nucleo di Tutela del patrimonio risulterebbe pressoché impossibile. Senza intercettazioni, per esempio, non si sarebbero potute sventare le frodi di un insospettabile “Mozart”, un anziano signore austriaco che faceva la guida per comitive straniere fra Roma antica e l’Etruria, e nel frattempo radunava «a Linz, dove Hitler voleva fare il suo museo, una collezione di 600 reperti trafugati in Italia». L’operazione Mozart è una delle tante storie di cronaca nera del patrimonio d’arte che attraversano il libro inchiesta di Isman, costruito dal cronista de Il messaggero collazionando una folta messe di documenti e di riscontri. «Ho seguito 15 processi e ho sentito 306 persone coinvolte in processi sul saccheggio del patrimonio culturale degli ultimi decenni», racconta Isman stesso. In alcuni casi si tratta di vicende sottratte allo stillicidio di notizie quotidiane di furti e ritrovamenti per essere ricomposte in quadri organici. In altri casi, come quello clamoroso che riguarda il Getty e i furti di un mercante d’arte come Giacomo Medici, Isman prosegue e completa con piglio da giallista il lavoro di due colleghi, Peter Watson e Cecilia Todeschini, autori di The medici Conspiracy un libro uscito nel 2006 per Public affairs press e stranamente non ancora tradotto in italiano.

da Terra del 26 maggio 2009

Il libro

Il sacco del Belpaese

Pubblicato sul settimanale left: E’ la cronaca di un impressionante saccheggio di siti di primaria importanza. E non parliamo dell’Iraq invaso dalle truppe anglo-americane, né dell’Afghanistan dove i talebani hanno distrutto antiche statue di budda. Parliamo dell’Italia e dei furti di tombaroli che, da generazioni, “lavorano” nel centro sud. Sotto l’occhio indulgente dei clienti del mercato nero dell’arte: da politici firmatari di archeo condoni a direttori di musei come il Getty che, per anni, ha acquistato pezzi di arte trafugati in Italia e “ripuliti” nel giro delle aste. Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira) scrive che si tratta di un milione gli oggetti trafugati e ricettati. Fra l’inchiesta e il reportage la sua è una ricostruzione appassionata di molte pagine nere della tutela dell’arte. Accanto alle vicende, ai personaggi inquisiti, un utile apparato di rassegne stampa e di documenti dei nuclei di carabinieri specializzati.

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Come ti ripulisco l’Italia

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2008

euphronios_krater_side_b_met_l200610Relazioni pericolose fra musei collezionisti e trafficanti. Un libro inchiesta smaschera il modo in cui si riciclano i reperti trafugati  e mette sotto accusa il Getty e altri musei

di Simona Maggiorelli

Un tavolo di cristallo sostenuto da capitelli antichi all’ingresso. E nelle stanze, in teche illuminate, circa quattromila reperti trafugati. Così si presentava la “show room” che Giacomo Medici aveva messo su nei depositi del Porto Franco di Ginevra. In quei locali intestati alla società Edition Service che faceva capo al mercante italiano i Carabinieri e la Polizia svizzera ritrovarono anche centinaia di polaroid. Scatti che mostravano reperti ancora incrostati di terra, poi in fase di restauro e pronti per la vendita. Immagini che raccontano di opere importanti uscite clandestinamente dall’Italia. Fra queste anche un affresco romano di area vesuviana di cui erano state staccate e rubate tre intere pareti. E poi la tavola votiva in marmo con grifoni che azzannano un daino, venduta alla metà degli anni Ottanta  al Getty, il busto di Vibia Sabina rubato a Villa Adriana e il Kylix di Eufronio oggi a Villa Giulia. Accanto ai reperti, decine e decine di documenti scritti. Comprese alcune lettere inviate a Medici dall’archeologa Marion True, curatrice per le antichità del Getty Museum di Malibu, Los Angeles. In una di queste, cominciando con “Caro Giacomo”, la signora dell’archeologia americana, ora sotto processo in Italia, chiedeva da quale necropoli provenissero esattamente alcuni pezzi acquistati.

Perché lo chiedeva a un trafficante come Medici? Si è domandata la giornalista Cecilia Todeschini quando, con il fotografo inglese Peter Watson, ha cominciato le sue ricerche per il libro inchiesta The Medici conspiracy, pubblicato dall’editore newyorkese Public Affairs. «Evidentemente la True sapeva che Medici era in possesso di queste informazioni e forse in contatto diretto con i tombaroli che avevano scavato quelle tombe», ipotizza Todeschini. E perché Marion Treu, ora accusata di associazione a delinquere e ricettazione, si rivolgeva a lui e non a Robert Hecht, il grande mercante dal quale aveva acquistato i pezzi in questione? «Qui entriamo nel vivo dei meccanismi di riciclaggio di pezzi d’arte trafugati, una catena di cui fanno parte tombaroli, trafficanti, grandi antiquari case d’aste e musei prestigiosi» denuncia la giornalista italiana, che in passato ha realizzato inchieste su Ustica e sulla mafia per la Bbc ed altri media stranieri.

Ma per andare più a fondo occorre fare un passo indietro. Torniamo agli inizi degli anni 90. Siamo a Londra e il fotografo Peter Watson “riceve una soffiata” da un amico, che lavora al British Museum: durante una colazione gli consiglia di tenere d’occhio una partita di reperti archeologici che stanno per essere messi all’asta da Sotheby’s. È l’inizio della grande inchiesta di Todeschini e Watson che porta a una raffica di licenziamenti e alla chiusura della piazza d’aste londinese di Sotheby’s riguardo alla compravendita di reperti archeologici (spostata poi sulla piazza americana). «Su incarico di Channel 4 facemmo un’inchiesta – ricorda Todeschini – entrando nella casa d’aste con telecamere nascoste. In questo modo potemmo filmare tutto. Ricostruendo il modo in cui un pezzo trafugato veniva “ripulito”».

Il fatto che aveva incuriosito la giornalista italiana era che alcuni pezzi ritrovati nel 1995 nel deposito Porto Franco di Ginevra avessero ancora appeso il cartellino che riportava la data in cui erano stati battuti all’asta. «Fatto strano – dice Todeschini – perché se io voglio rivendermi qualcosa per guadagnarci su cerco di non far sapere al mio acquirente quando l’ho comprato e quanto l’ho pagato». Ma per Medici e gli altri trafficanti d’arte quel cartellino è importante: è una sorta di bollino di garanzia, che dà una nuova verginità e apparenza di provenienza legale a quella statua o a quel vaso trafugato e che così può essere più facilmente rivenduto a grossi antiquari o collezionisti che a loro volta poi faranno da intermediari per importanti musei in giro in America, in Giappone, in Svizzera, in Germania e ovunque in giro per il mondo ci siano fondazioni o  gallerie poco propense a fare indagini approfondite sulla reale provenienza dei reperti che vengono loro proposti. Un meccanismo dove il guadagno cresce in maniera esponenziale, strada facendo. Tanto che a lucrarci poco alla fine è prorio chi scava la terra.

«Nell’Italia del centro-sud – racconta Todeschini – e in modo particolare nel meridione, operano non tanto singoli tombaroli, quanto vere e proprie squadre organizzate, stipendiate dai compratori». Compratori che si fanno committenti e che, spesso, si mettono d’accordo fra loro per calmierare i prezzi dei tombaroli. Le quotazioni dei reperti rubati saliranno in modo vertiginoso solo dopo essere stati battuti all’asta. Dai faldoni che la Sotheby’s consegnò alla magistratura e che contenevano tremila pagine sull’attività di vendita della Edition Service di Medici tra la fine degli anni ’80 e il 1994, i prezzi risultavano aumentati anche di dieci volte. Così Giacomo Medici, ufficialmente “esperto d’arte” e consulente presso il Tribunale penale e civile di Roma e in realtà esperto di “riciclo”, è stato l’anello determinante perché il Metropolitan arrivasse, nel 1972, ad acquistare per un milione di dollari dalle mani (apparentemente più pulite) di un noto antiquario come Hecht il Cratere di Eufronio, il famoso vaso con dipinte scene dell’Iliade a figure rosse trafugato da una tomba di Cerveteri. Una cifra record trent’anni fa.

Oggi Medici, sessantacinquenne aspetta l’appello, dopo una condanna in primo grado a 10 anni di reclusione, a una multa di 16.000 euro, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento di 10 milioni di euro in favore del ministero dei Beni culturali per i danni subiti. La sanzione più alta mai comminata in Italia per un caso di questo genere. A  mo’ di anticipo gli è stata sequestrata la Maserati e la villa, guarda caso, proprio nei pressi di Cerveteri. L’archeologa Marion True, responsabile degli acquisti a Villa Getty dalla metà degli anni 80 a tutti gli anni 90, invece, è venuta in Italia lo scorso 18 luglio per la prima udienza del suo processo. La prossima sarà a gennaio. Con lei è chiamato a comparire anche Hecht. Intervestato dal New York Times, dice di aver continuato la sua attività da casa, a New York, in questi mesi, nonostante il processo, lamentandosi di aver subito un calo di profitti e di aver perso grossi clienti come Shelby White, collezionista e intermediario del Metropolitan. «Oggi nesun museo in America comprerebbe più da me – ha detto Hecht al giornale Usa – ma lo hanno fatto in passato. E poi perché non avrebbero dovuto?».

da left -Avvenimenti 1 dicembre 2006

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