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Cossé, elogio del pensiero forte

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 2, 2011

di Simona Maggiorelli

Il suo nuovo romanzo L’incidente (Edizioni E/O) è un romanzo inchiesta intorno alla morte di Lady Diana, di Dodi al Fayed e di Henri Paul. Glamour e cronaca nera. Materia apparentemente da rotocalco.

Ma Laurence Cossé  riesce a costruirci intorno un noir psicologico, puntando sul punto di vista immaginario e fin qui rimasto anonimo: quello di chi  sei anni fa era alla guida di quella Fiat Uno bianca che la Mercedes su cui viaggiavano al Fayed e la sua amante, in quel tunnel, non riuscì a evitare. Per presentare questo suo nuovo romanzo  la scrittrice francese Laurence Cossé  è  a Roma il 3 aprile, ospite della rassegna LIBRI COME e per un’iniziativa in collaborazione con il festival de la fiction française. Ma l’appuntamento all’Auditorium  di  Renzo Piano sarà anche un’occasione per conoscere più da vicino il lavoro poliedrico di Cossé, giornalista e romanziera edita in Francia da Gallimard,  e anche volto noto della tv più colta (memorabili le sue interviste al regista Andreï Tarkovski e  allo scrittore Jorge Luis Borges).

Noi abbiamo cominciato già, incontrando Cossé per parlare, non di questo nuovo lavoro, ma del suo precedente romanzo uscito nel 2010, La libreria del buon romanzo – edito in Italia sempre da E/O – e che ci ha particolarmente colpito per il tema: l’amore per la letteratura alta, per i classici, per quei libri che hanno il dono di toccarti profondamente e, qualche volta, persino di “cambiarti”.
«I classici, non di rado, hanno questa ricchezza e capacità di agire su di noi. è questo ciò che rende vitale, essenziale, la lettura. Come il respiro stesso. Ma – precisa Laurence Cossé – non parlo solo dei libri scritti nel lontano passato. Abbiamo la fortuna di poter scoprire anche oggi magnifici e sempre nuovi classici del presente. è questo che rende la lettura un’avventura continua». Nell’appassionante La libreria del buon romanzo Ivan e Francesca, i due protagonisti, decidono di aprire una libreria in cui si non si trovano bestseller commerciali e novità effimere  ma si vendono solo testi validati da una qualificata e segreta “giuria” di letterati, scrittori, lettori forti. Un circolo d’elezione proveniente dagli ambiti sociali più diversi, ma uniti dal fatto di cercare l’arte e la bellezza, ogni giorno, in ogni sua forma, nelle pagine di un libro. Un lavoro di consigliere che ciascuno di loro fa impegnando tutto se stesso, romanticamente senza ricevere un soldo. Come a dire, per metafora, che l’arte, la vera arte, è sempre gratuita.
«Penso che esistano due tipi autori – dice Cossé -, quelli che ricercano il successo (anche se l’ambizione, ammetto, è un grande motore della psiche umana) e quelli che si impegnano a scrivere nel modo più profondo e accurato possibile. Delle due l’una. Non si possono perseguire tutte le strade, occorre scegliere da che parte stare». Ma c’è un altro elemento interessante che, strada facendo, emerge dalle pagine di questo romanzo che rende omaggio alla grande letteratura: fatto strano, a poco a poco, i due fondatori della libreria, un uomo e una donna che si sono incontrati per caso, diversissimi fra loro, ma entrambi schivi e defilati, si accorgono che con la loro libreria si sono fatti dei nemici. E dei più feroci: non sopportano l’idea che si possa essere così esigenti, che nella ricerca  non si possa scendere a compromessi, che non siano ammesse ignavia e vigliaccheria. «Se uno parla di verità – dice a un certo punto uno dei protagonisti inventati da Cossé – si finisce per essere accusati di fascismo». Un pensiero forte, nella Francia colta post ‘68, di sinistra, viene avvertito come pericoloso.

Questo sembra volerci dire Cossé se si guarda oltre la superficie accattivante di questo noir contemporaneo. «Il fatto è che dopo il XIX secolo si è aperta una sorta di età del nulla, un’età del dubbio corrosivo nelle menti intellettuali occidentali. Il valori del bello, della verità, sono diventati impresentabili – spiega Cossé – e chiunque non voglia piegarsi a questa estrema forma di ermeneutica, di decostruzione dei valori viene tacciato di autoritarismo».
Al contempo però «e per fortuna –  aggiunge – continuano a uscire romanzi che si oppongono a questa forma di relativismo estremo e che rischia di rendere indecidibile qualsiasi cosa. Penso anche a  grandi romanzi come La strada (Einaudi, 2007)  e Questo non è un paese per vecchi (Einaudi, 2005) di Cormac Mc Carthy». Grandi “opere-mondo” che esprimono – piaccia o meno – un punto di vista forte.
IL FESTIVAL. ALL’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA LIBRI COME

Dopo l’anteprima dedicata a Jonathan Franzen e al suo Libertà (Einaudi), che è già un caso letterario anche in Italia, entra nel vivo dall’1 al 10 aprile la rassegna LIBRI COME, la festa del libro e della lettura all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Con un pieno di presentazioni, laboratori, tavole rotonde e soprattutto incontri ravvicinati con autori di primo piano. A fare da filo rosso, quest’anno, è l’idea di entrare idealmente nel laboratorio di scrittura di grandi romanzieri. Con la voglia di esplorare a fondo il percorso che porta alla nascita di un libro. Riflettori accesi dunque su romanzieri, filosofi, storici da tutto il mondo. A cominciare dal romeno Norman Manea che ha appena pubblicato in Italia Il rifugio magico (Il Saggiatore), un lavoro che prosegue il suo lungo processo di riflessione sugli orrori del nazismo  e sulle oppressioni della dittatura di Ceausescu. Dagli Stati Uniti poi arriva Peter Cameron, l’autore di  del romanzo Questo dolore un giorno ti sarà utile  e di Quella sera dorata (Adelphi) adattato per il cinema da James Ivory con Anthony Hopkins e Charlotte Gainsbourg protagonisti. Per riflettere sul presente arriva a Roma il sociologo della post-modernità e della “società liquida” Zygmunt Bauman. E ancora lo scrittore e saggista marocchino Tahar Ben Jelloun, rappresentante di spicco di quell’area maghrebina oggi  in pieno cambiamento politico, sociale e culturale  e che  dopo lo splendido Marocco, romanzo (Einaudi) ha appena pubblicato da Bompiani,  l’instant book La rivoluzione dei gelsomini. E ancora con LIBRI COME andremo nella Barcellona immaginata da Ildefonso Falcones, nel Medio Oriente con l’israeliano David Grossman, nella labirintica Mumbai dell’indiano Suketu Mehta (candidato al Pulitzer), nei Balcani di Emir Kusturica, arrivando fino nel Canada di Mordecai Richler, l’autore dell’ormai classico La versione di Barney (Adelphi): Il 3 aprile saranno presenti a Roma la moglie Florence e il figlio Noah. E ancora la filosofa Roberta De Monticelli autrice del quanto mai attuale pamphlet La questione morale (Raffaello Cortina). E ancora si parlerà di poesia (con il lirico canto dedicato alla Patria da Patrizia Cavalli), di narrazioni orali (con Ascanio Celestini), ma anche, in senso lato di sensibilità e universo femminile (con Dacia Maraini e Michela Murgia).  Voci femminili sono anche protagoniste della tavola rotonda che, il 9 aprile, viene idealmente a chiudere il cerchio aperto da Claudio Magris  una settimana fa. Tra entusiasmo e dubbi, sogni e ambizioni, la scrittura del primo romanzo è un momento clou nella carriera di ogni autore. Per ciò LIBRI COME  ospita sei giovani esordienti, che hanno segnato la stagione recente con opere coraggiose dimostrando la vitalità del panorama letterario nazionale che ha voce di donna. Sul palco: Viola Di Grado (Settanta Acrilico, Trenta Lana pubblicato da e/o), Barbara Di Gregorio (Le giostre sono per gli scemi, Rizzoli), Donatella Di Pietrantonio (Mia madre è un fiume, Elliot), Lorenza Ghinelli (Il divoratore, Newton Compton), Antonella Lattanzi (Devozione, Einaudi) e Veronica Tommasini Sangue di cane, pubblicato da Laurana Editore.

c.p. da Left-avvenimenti del 1 aprile 2011

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Gabriela, la voce libera della Romania

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 31, 2010

di Simona Maggiorelli

Gabriela Adamesteanu

Voce tra le più autorevoli della cultura romena contemporanea, la scrittrice, Gabriela Adamesteanu è in questi giorni in Italia per presentare uno dei suoi lavori più importanti, L’incontro, scritto nel 2007 e ora finalmente pubblicato in Italia dall’editore Nottetempo nella traduzione di Roberto Merlo. Al centro del romanzo la vicenda del biologo esule Traian Manu che, diventato cittadino italiano, viene invitato dal regime di Ceausescu a tornare in Romania per tenere delle conferenze. Atterrato all’aeroporto di Bucarest, Manu si troverà davanti un mondo kafkiano, di burocrazia invischiante e di ufficiali spie. Pagina dopo pagina ne L’incontro emerge così il bruciante affresco di un paese ferito a morte dalla dittatura. Una distruzione che anche sul piano culturale Gabriela Adamesteanu ha cercato di contrstare lavorando  con il gruppo dissidente Ngo (Gruppo per il dialogo sociale), nato dopo la rivoluzione del 1989 che ha posto termine alla dittatura di Nicolae Ceausescu. ma anche attraverso il suo impegno di scrittrice e di  caporedattrice del supplemento letterario del quotidiano Bucurestiul Cultural. Abbiamo colto l’occasione della presentazione de L’incontro al Pisa Book festival per conoscerla più da vicino.

Gabriela, in questo libro, il protagonista Manu, fuggito dalla Romania, trova una nuova vita in Italia. C’è un ricordo, per quanto trasfigurato, della storia di suo zio Dinu, celebre archeologo?
Mi sono resa conto negli ultimi tempi che L’incontro spesso dà ai lettori l’impressione di essere molto più autobiografico di quanto in realtà non sia. La storia del romanzo, tuttavia, così come il profilo dei personaggi (Traian Manu, sua moglie la tedesca Christa, il giovane nipote Daniel, gli ufficiali della Securitate che lo sorvegliano e così via), è completamente inventata. D’altra parte, il tema dell’esilio e dell’emigrazione mi è stato suggerito certamente dall’esperienza di mio zio Dinu, archeologo italiano di origine romena, ma anche da quella di grandi scrittori e pensatori romeni dell’esilio, come Ionesco, Eliade e Cioran, nonché  dall’esperienza concreta di amici e conoscenti. Ho letto i documenti originali del tempo per ricreare il linguaggio particolare della Securitate, ma li ho rielaborati e riscritti per incorporarli nella costruzione letteraria. Allo stesso modo sono partita da alcuni dati reali per raccontare una condizione generale umana, quella dell’Ausländer, del meteco, dell’esule, dell’immigrato, attraverso cui sono passati e continuano a passare innumerevoli persone. E poi ho anche voluto raccontare le illusioni di questa condizione, tanto di coloro che partono quanto di coloro che restano. Nonché, certamente, qualcosa della Romania dell’ultimo periodo del totalitarismo e del clima di sospetto e di sfiducia che in quegli anni bui pesava su tutto e tutti.

Nuove voci come quella di Dan Lungu (vedi box, ndr) oppure come quella dell’ esordiente Filip Florian testimoniano un quadro molto vivace della letteratura romena oggi. Quali sono i filoni più interessanti, secondo lei?
In un quadro più generale agli autori da lei citati vorrei ancora aggiungere alcuni nomi importanti, quali Norman Manea, Mircea Cartarescu, Ana Blandiana, Paul Goma, Petru Cimpoesu e Florina Ilis, tutti tradotti anche in italiano e la cui lettura può fornire una buona prospettiva sul complesso quadro della letteratura romena contemporanea. Sono autori che appartengono a generazioni differenti; alcuni vivono in Romania mentre altri appartengono alla generazione dell’esilio. Come lei osserva, la letteratura romena è oggi particolarmente ricca e vivace: le due direzioni più fertili della prosa mi paiono essere quelle illustrate dai romanzi che riflettono la visione del presente delle generazioni più giovani oppure quelli che analizzano criticamente il passato, in particolare l’ esperienza del totalitarismo. Tra i molti nomi di autori interessanti che potrei citare vorrei ricordare ancora quelli di Dumitru Tepeneag, Stefan Agopian, Radu Aldulescu e Razvan Radulescu.

Leggendo nuovi autori già tradotti in italiano può sembrare che uno stile quasi espressionista, una torsione visionaria del racconto che combina crudo realismo e letteratura fantastica sia un main stream nella letteratura romena oggi. E’ davvero così?
La sua caratterizzazione corrisponde a una parte di realtà. La letteratura romena presenta anche, ad esempio, una vena comico-ironica, che nasce soprattutto dalla capacità di osservare con occhi critici una situazione politica perennemente disastrosa. Sulla scia di un maestro ancora di grandissima attualità, il commediografo e narratore Ion Luca Caragiale. Inoltre, ho l’impressione che la letteratura propriamente fantastica sia oggi da noi meno presente, oscurata forse dalla volontà di essere presenti qui e oggi, nella concretezza del presente: il maestro indiscusso di questo genere, comunque, resta senza dubbio Mircea Eliade, studioso e scrittore ben noto anche al pubblico del vostro paese.

L'incontro

Quanto al suo lavoro di giornalista impegnata nella società civile può raccontarci qualcosa dell’ esperienza di Rivista 22, l’unica rivista indipendente della Romania post-decembrista?
Per me, nel periodo in cui ho diretto la Rivista 22 , dal settembre del 1991 al maggio del 2005, a dire il vero il problema principale è stato quello di trovare i mezzi economici necessari a garantire l’ indipendenza della rivista, che ha sempre tenuto un atteggiamento estremamente critico nei confronti delle forze di governo. È esistito un certo supporto dall’opposizione, che però negli anni ’90 da noi cominciava appena a delinearsi. Altrettanto difficile è stato cercare di evitare la “manipolazione”, ovvero riuscire a distinguere chiaramente tra l’interesse della rivista e gli interessi personali dei suoi collaboratori. Alla fine, questi sono stati anche i motivi che mi hanno portato a concludere l’esperienza della direzione di Rivista 22, il che è stato tuttavia anche un bene poiché sono tornata alla letteratura, con i romanzi L’incontro e Provizorat (Provvisorietà, ed. 2010) e con la traduzione dei miei libri precedenti in altre lingue, a partire da Matinée perdue (ed. Gallimard, 2005).

Come è vista l’Italia dalla Romania oggi? E cosa pensa del reato di clandestinità creato in Italia dal governo di centrodestra e delle dure politiche di respingimento degli immigrati che sono in atto?
I Romeni oggi sono fortemente attratti dall’Italia, come dimostrano non solo il grande numero di immigrati che hanno trovato un posto di lavoro in questo paese ma anche il fatto che l’Italia, dopo l’Austria, è la meta turistica più amata dai romeni della middle e upper class. Mi pare evidente che la creazione di un reato di clandestinità rappresenti piuttosto una manovra politica a fini elettorali che non una soluzione reale dei problemi sollevati dal fenomeno migratorio. Certamente quel settore della politica dimentica che anche l’Italia è stato – e si avvia nuovamente ad essere, per quanto ho potuto capire, soprattutto nel caso della fuga dei cervelli – un Paese di emigranti verso paesi dalle condizioni economiche più promettenti, che ha a sua volta dovuto confrontarsi, sul banco degli accusati, con i pericoli della semplificazione e della manipolazione dell’immaginario. Certo, alcuni individui già in rotta con la legge possono aver commesso atti imperdonabili, ma il giudizio chiaramente e giustamente negativo espresso nei loro confronti non deve essere indebitamente esteso a ogni loro connazionale. Di questo è colpevole una politica populista e demagogica nonché certa parte dei media, affamati di sensazionalismo, i quali vanno contro gli interessi stessi dell’Italia dimenticando i vantaggi che molte imprese del vostro Paese hanno tratto dai massicci investimenti in Romania.

LETTERATURA ROMENA. I FAVOLOSI ANNI NOVANTA

Romania primi anni Novanta. Il muro di Berlino è caduto da poco e il regime di Ceausescu è stato abbattuto . In una tranquilla cittadina di montagna, all’interno di un sito archeologico, viene scoperta una fossa comune. A chi appartengono quelle ossa che riemergono dal terreno? E perché le falangi delle loro dita mignole sono sparite? Poliziotti, giornalisti, ex detenuti e politici, cittadini si riuniscono intorno alla fossa sfidandosi a colpi di ipotesi bizzarre e surreali, finché dall’Argentina una squadra di antropologi criminali esperti in desaparecidos è chiamata a esprimere il verdetto finale. Fra indagine storica (di denuncia della violenza di regime) e invenzione, questa storia surreale e crudele è al centro di Dita mignole (Fazi editore) è il romanzo d’esordio del giornalista e scrittore romeno Filip Florian. Nella Romania post-cortina è ambientato invece il nuovo romanzo di Dan Lungu, tradotto in italiano e pubblicato da Manni. Con il titolo Il paradiso delle galline, racconta che sotto le macerie del regime  di Ceausescu è rimasto un paradiso di nome Transizione.. E’ il paradiso dell’irrealtà, sobborgo della storia, dove nulla più accade e tutto si ricorda. Dove gli abitanti di un comune di periferia, in un Paese ex comunista sono come galline che escono al mattino a beccare il mangime e alla sera rientrano nel pollaio. Lungu racconta così come gli eroi del regime di Ceausescu ora vengono considerati zavorra. Operai, pensionati, casalinghe evocono vicende più o meno immaginarie del passato, preparano progetti fantasmagorici per il futuro e intanto bevono vodka e acquavite, ciarlando e baccandosi, stravaccati ai tavoli del trattore stazzonato.

dal quotidiano Terra del 27 ottobre 2010

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