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La creatività è che conta

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 4, 2010

Il coraggio di fare immagini nuove. E di difenderle. In un momento di crisi dell’urbanistica e di deregulation. Le proposte dell’architetto fiorentino Fabio Sani e dell’ingegnere romano Nino Reggio d’Aci di Idearc

di Simona Maggiorelli

Palazzo Rosso di Massimo Fagioli progettettazione architettonica di Idearc e Lorenzo Fagioli

Il cemento sta ipotecando il futuro del Paese, scrive l’urbanista Paolo Berdini in Storia dell’abuso edilizio, da poco uscito per Donzelli.

Paolo Berdini ha ragione. La realtà è davanti agli occhi di tutti. L’urbanistica ha perso la sua “spinta propulsiva”. L’idea di piano, che accorda tutto in un unico disegno, è superata. La pretesa di prestabilire tutto costruisce una gabbia difensiva. Però è chiaro che l’insensata deregulation degli ultimi anni è una cura ben peggiore del male. Dietro vi si intravede infatti la direzione di quell’instancabile motore della crescita urbana che è la rendita. Il cambiamento di città e territorio è avvenuto senza che le amministrazioni lo governassero. Al moltiplicarsi della complessità urbana si è risposto estendendo l’area del negoziabile, della contrattazione, dello scambio politico, con una confusione di ruoli che è una delle cause dell’attuale fallimento delle nostre città. Noi non abbiamo una soluzione. Forse l’unica via, almeno per ora, è opporsi quando è possibile a quanto c’è di disumano e violento. Il buon progetto, il buon quartiere forse possono creare una contaminazione positiva, indicare una strada.
Quanto è difficile per un architetto “difendere” leproprie immagini dai diktat della cattiva politica?
Molto. Ma non è una questione di buona o cattiva politica. I condizionamenti ci sono sempre stati. La società ha sempre voluto attribuire compiti sociali all’architettura. L’autonomia e il controllo estetico della progettazione sono fra i temi più complessi della storia dell’architettura. D’altra parte l’architettura e il suo fare immagini è l’arte che ha più immediato impatto politico per la sua capacità di esprimere la fisionomia di una realtà sociale o di un certo regime politico. è un incontro inevitabile ma può essere anche un abbraccio mortale. La professionalità, intesa come sanità e identità dell’architetto, può contrastare la cattiva politica e la cultura della committenza.
Il fascismo ha fatto brutta architettura di regime, anche se ora c’è chi pretende di rivalutarla. D’altra parte il Corviale, progettato con le migliori intenzioni, è un ghetto. L’ideologia fa male all’architettura?

Palazzo rosso di Massimo Fagioli; progettazione architettonica di Idearc e Lorenzo Fagioli

Fa male, non solo all’architettura. Con il loro fortissimo potere di penetrazione, le ideologie hanno coinvolto milioni di esseri umani, con le conseguenze e i danni che conosciamo. L’architettura, in quanto arte “sociale” non ne è stata esente. L’architetto che accetta di porsi al servizio di un’idea politica rinuncia sempre a una propria immagine. Nella vicenda del fascismo, la critica ha messo bene in luce questo rapporto, spesso drammatico al di là di qualsiasi rivalutazione. E, più di recente, l’ideologia della” funzione” ha portato a  strutture che di “macro” hanno solo lo squallore e l’abbandono. Forse solo oggi, liberi dalle ideologie che li hanno a lungo paralizzati, gli architetti possono recuperare la possibilità di un rapporto diretto e immediato con le loro immagini.

Il Palazzo Rosso valorizzail territorio e la qualità della vita. L’architettura non deve perdere di vista l’umano? Cosa ispira la vostra progettazione?
In un suo bell’articolo recente, Vittorio Sgarbi dice che al di là delle archistar, è la «creatività artistica» che conta. Per questo ci siamo rivolti a Massimo Fagioli e la risposta è stata il Palazzo Rosso. Quanto a dire come avviene questo passaggio non è facile. Fagioli fa un disegno e noi lo concretizziamo materialmente? Rubiamo un’immagine a chi ce l’ha? Forse lasciarsi completamente andare? Tutto questo ma non solo. Quando ci incontrammo per il progetto di questo grande edificio nella campagna di Roma, ignorati i nostri modesti schizzi, ci spiazzò completamente prospettandoci un edificio rivoluzionario ed emozionante.
L’architettura del nuovo millennio s’incontra con l’arte?
Certo, una dialettica con l’arte è ineludibile. Quello che possiamo dire è che l’architettura, ricercando esclusivamente la funzionalità, rischia di trovare una identità senza fantasia.

da left-avvenimenti del 15 ottobre 2010

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Gregotti. Contro l’estetica della bigness

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 4, 2010

di Simona Maggiorelli

Gregotti, teatro di Aix

Professor Gregotti, in Tre forme di architettura mancata, da poco uscito per Einaudi, lei scrive che l’architettura dei nostri giorni rinuncia al disegno. E così facendo, rinuncia a incidere nel presente. In che modo?
In questo libro ho tracciato un quadro critico della situazione. Detto questo, non è che manchino buoni architetti, capaci di buone proposte. Ma il fatto è che i nomi di maggior successo oggi sono i più coerenti con la situazione politica mondiale, ovvero con il trionfo della globalizzazione e del capitalismo finanziario. Tutto questo fa dell’architettura solo un’illustrazione dei valori dominanti. Io ho sempre pensato che rinunciando alla distanza critica dalla realtà non si possa costruire alcun tipo di pratica artistica; questa è la riconferma.

Sulla scia del suo intervento al convegno “Idee italiane”, la mondializzazione in architettura è colonialismo o uso positivo delle differenze?
Non solo è un nuovo colonialismo ma è un nuovo autocolonialismo. Guardi un Paese emergente come la Cina: non fa che assumere tutti i caratteri di questa nuova condizione, a cominciare dal consumismo. Rinunciando così alla propria cultura. E, si sa, quando la differenza diventa minore c’è meno interesse reciproco. Bisogna che le persone siano diverse perché ci sia interesse a parlare.

Parlando di immagini in architettura, lei scrive che «l’immagine è forma del pensiero e non solo forma esteriore». Allora Platone aveva torto?
Ma scusi… la crisi della metafisica del linguaggio è una cosa di cui tutta la filosofia contemporanea parla! La considerazione che facevo in quelle pagine è che la proposizione da cui partire dovrebbe essere “io immagino”, non “io sono persuaso che”, o peggio “io credo”. L’architetto ha una prassi dotata di poiesis; disegnando formula un’ipotesi concreta. E qui torniamo all’inizio: il disegno è un progetto di modificazione della realtà, non mimesis. Davanti al foglio bianco o alla tela qualcosa può accadere, qualcosa che ancora non c’è e che si propone in un’opera che ha un’unità di forma e di senso. La flessibilità aperta della forma ha a che fare con la prelogicità dell’“io immagino”.

Contestando il privilegio della parola che da Platone a Sant’Agostino è sempre stata divina, lei rivendica l’importanza di un linguaggio delle immagini più creativo?
Certo, ma bisogna intendersi sulla parola immagine. Il fatto è che oggi, perlopiù, per immagine s’intende la riproduzione di cose e non la produzione. Le cose posseggono un’immagine, comunicano un significato che poi magari cambia nel tempo. Accade spesso che una persona che guarda un’opera le attribuisca significati diversi o ulteriori. Fa parte della capacità delle opere d’arte di essere sempre se stesse e di comunicare sempre nuovi messaggi.

Anche il termine creatività meriterebbe una riflessione più approfondita?

Qui il problema è l’inflazione del termine. Il suo svuotamento di significato. Oggi sono tutti creativi. Perfino la finanza è diventata creativa. In questo modo la prola perde la sua specificità. Che uno debba avere delle idee. essere inventivo, va bene, ma è cosa diversa se uno fa il brevetto di un tappo o, per dire, scopre che gli atomi hanno certe caratteristiche di mobilità. Sono due livelli differenti di capacità di indagine. E’ così anche in arte. E’ in questo ambito di artisticità diffusa e propagandistica che si assiste al passaggio della nozione di disegno ( in quanto progetto)a quella del design, in quanto packaging dell’oggetto in funzione del suo consumo.

Alla carenza di creatività si risponde con l’estetica da kolossal e la spettacolarizzazione?

E’ quella che io chiamo la logica del “bigness”. è la riduzione dell’arte e della cultura allo stupore. Certa architettura di successo fa sua la sfida quantitativa del gigantesco, del fuori scala, del mostruoso perché non ha rapporto con il contesto in cui è inserito. è proprio questa una delle tre forme di architettura mancata contro le quali ho scritto il mio libro.

da left-avvenimenti del 15 ottobre 2010

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