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Il ritorno del crociato

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 4, 2009

di Federico Tulli

Sbattuto fuori dalla porta nel 2004, il creazionismo all’italiana sta tentando di rientrare dalla finestra dei luoghi in cui si sviluppano la cultura e la scienza del nostro Paese. Fu in quell’anno che l’allora ministro della Pubblica istruzione Letizia Moratti assoldò un manipolo di esperti incaricandoli di trovare il grimaldello per fare spazio nei programmi scolastici di biologia alla favoletta cristiana che vuole il mondo creato tremila anni fa e l’essere umano privo di identità, incapace cioè di formulare pensieri e privo di fantasia, in quanto “tavoletta di cera” da plasmare in base ai dettami della cultura dominante. Che nella fattispecie, ovviamente, è e deve essere quella cristiana. Nei piani dell’attuale sindaco di Milano, tutto doveva avvenire eliminando l’insegnamento della teoria evoluzionistica di Darwin. Il progetto fallì miseramente nel più imbarazzante dei modi. Dopo le dure accuse di antiscientismo mosse dall’Accademia dei Lincei, il ministro affidò a Rita Levi Montalcini la presidenza di una commissione incaricata di decidere sull’utilità dell’insegnamento di Darwin. Al termine dell’indagine il colpo di scena: Vittorio Sgaramella, docente di Biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini denuncia (anche al nostro settimanale) una pesante manomissione del testo finale. Un’ignota mano aveva tentato di far passare la teoria del naturalista inglese per un’ipotesi come un’altra, annacquando le conclusioni degli scienziati.

Ora facciamo un salto indietro. Tra gli esperti incaricati in prima battuta dalla Moratti, che con le loro posizioni ideologiche antidarwiniane avevano provocato la reazione sdegnata degli accademici dei Lincei, c’era il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, “il crociato”, ideatore della Fondazione Lepanto che da 27 anni si impegna in «campagne pubbliche al servizio della Chiesa e della Civiltà cristiana». E’ lui che oggi (come allora) afferma che «dal punto di vista della scienza sperimentale entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionistica che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare». Questo scrive De Mattei in Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi, che contiene gli atti da poco pubblicati di un workshop svoltosi al Consiglio nazionale delle ricerche lo scorso febbraio. Quali siano i “filosofi” di riferimento di De Mattei è presto detto. In primis c’è Joseph Ratzinger. È il papa, infatti, la punta di sfondamento di quella “scuola” che mira a svuotare di significato la teoria evoluzionistica. Che questa non sia «ancora una teoria completa e scientificamente verificata», sono parole sue. L’obiettivo è chiaro. Declassificando il corpus di intuizioni e scoperte che hanno stimolato lo sviluppo delle più moderne discipline scientifiche, vien da sé che, al pari dei darwinisti, i genetisti o i biologi molecolari possono essere chiamati al confronto con l’ideologia cristiana sul campo delle semplici correnti di pensiero. Dove per incanto troviamo, insieme ai creazionisti, sia chi sostiene che l’embrione è un essere umano, sia chi vieta la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Tutti fautori di un non meglio identificato concetto di vita, che sicuramente tutto è tranne che umana, come è stato dimostrato. Non è un caso che il creazionismo punti a far passare l’idea che l’origine della vita, cioè la nascita umana, sia indimostrabile. A tal proposito torniamo ai filosofi graditi a De Mattei. Per esempio Hans Jonas, che sostiene l’impossibilità di verificare «dove si trovi l’esatto confine tra la vita e la morte», tesi che aleggiava in un altro convegno diretto da De Mattei a inizio 2009. Il titolo era: “La morte cerebrale è ancora vita?”. La risposta in estrema sintesi fu: «Sì». D’altronde, dice Jonas: «Chi può sapere che quando il bisturi comincia a tagliare non si causi uno shock, un ultimo trauma a una sensibilità diffusa, non cerebrale, ancora in grado di sentire il dolore». In poche parole, Hans Jonas credeva nell’esistenza degli zombie. Ma De Mattei non se ne cura. Forse perché, specie per chi resuscita c’è sempre un posto nel favoloso “progetto della creazione”. Dove, se non esiste la morte, pure la nascita diviene un concetto opinabile. Di qui a spacciare per un’ipotesi possibile “la vita eterna”, cioè l’esistenza di un creatore di tutto, il passo è breve. left 48/09

da left-avvenimenti del 4 dicembre 2009

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Un crociato al Cnr

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Un ritratto di Roberto De Mattei il subcommissario fondamentalista dell’ente nazionale di ricerca. Consigliere di Gianfranco Fini, fa parte delle milizie cattoliche preconciliari

di Simona Maggiorelli

Della vicenda del commissariamento del Cnr e dell’attacco alla ricerca mosso dal governo Berlusconi Avvenimenti si è occupato spesso nei mesi scorsi cercando di indagarne logiche, metodi, retro pensieri. Ora, scorrendo i nomi dei comissari e subcommissari appena nominati siamo andati a vedere il loro profilo.

Spinti anche dall’appello di dodici eminenti storici pubblicato da Repubblica il 28 giugno. Fra i firmatari ci sono Adriano Prosperi, Rosario Villari, Massimo Firpo, Giuseppe Galasso, Armando Petrucci e molti altri. Ma veniamo ai fatti. In una lettera indirizzata ai direttori d’Istituto, il 31 luglio, il commissario straordinario Adriano De Maio rivendica un potere pieno e assoluto nella ristrutturazione del Cnr, dispensando consigli e minacce, lasciando intendere che non ci si potrà opporre alla sua manovra, finché non sarà interamente compiuta. Se il suo piano dovesse fallire, avverte de Maio,il Cnr potrebbe chiudere.

Senza clamori, lontano dai riflettori, invece, è partito il lavoro dei subcommissari. Fra questi troviamo Roberto De Mattei, in questi giorni presenza assidua e discreta nelle stanze del quartier generale del riordino. Figura chiave, la sua, soprattutto per il ruolo politico che ha il professore. De Mattei è il consigliere per le questioni istituzionali del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. Caratteristica pregnante dello storico De Mattei sono le scelte “forti” in campo ideologico. Il nostro è un battagliero cattolico preconciliare, avverso ad ogni moderatismo centrista.

Quando sono state rese pubbliche le nomine ci si è domandati chi fosse questo oscuro professore associato di storia moderna dell’Università di Cassino assurto a subcommissario con delega per le scienze umane. Se De Maio è ben noto come rettore della facoltà della Confindustria (la Luiss), fin qui, di De Mattei si conoscevano solo alcune violente prese di posizione contro il Gay pride fiorite, nel 2000, in pesanti iniziative pubbliche organizzate con Forza Nuova. Così volendo mettere meglio a fuoco la sua figura, accanto ai fatti evidenti – ovvero che è cresciuto in ambienti di Alleanza cattolica molto vicina ad An e che è stato allievo di Augusto Del Noce – si scoprono altri più in ombra come il suo lavoro come guida dell’associazione Lepanto e il suo legame con il cattolicesimo confessionale e oscurantista professato dalla associazione brasiliana Tradizione Famiglia Società fondata dal teologo Plinio Correa de Olivera, sostenitore di due dittature militari, quella brasiliana e quella cilena. Di de Olivera, De Mattei è il biografo ufficiale, di lui il Nostro si dice discepolo e da lui ha ampiamente mutuato la visione manichea di un mondo in cui si fronteggiano le forze del Bene e del Male. Come si legge nelle pagine pubblicate da De Mattei sul sito www.lepanto.org e nella più esplicita versione brasiliana, che un amico che di mestiere fa lo storico ci ha utilmente suggerito di visitare (www.lepanto.org.br). Il Bene, vi si legge, è la civiltà cristiana, il Male il barbaro islam che mirerebbe alla conquista dell’Occidente con i mezzi dell’invasione demografica per poi imporre le proprie leggi. Cristianità contro islam, in contrapposizione rigidamente dualistica, riesumando medievali fantasmi di guerra santa.

Il manifesto del centro studi Lepanto del resto avverte: “Fondato nel 1982 con lo scopo di difendere i valori tradizionali, richiamandosi al magistero immutabile della Chiesa cattolica”, “sostenuto da una rete di amici con la preghiera, con l’azione, con il sacrificio anche finanziario”. Sfogliando le pagine web si fa sempre più chiara l’idea che non di convinzioni solo private si tratti. Lo precisa lo stesso Roberto De Mattei propagandando esplicitamente “un’idea di religione non come dimensione intimistica, ma come proiezione sociale”. Pensando alla carica istituzionale a cui è stato chiamato viene difficile pensare che il suo possa essere davvero solo un ruolo tecnico. E ancor più, tremano le vene e i polsi quando si leggono brani in cui de Mattei ripudia ogni radicale separazione fra ordine religioso e civile. Folgorante il passaggio sul semestre europeo affidato all’Italia. Per de Mattei non sembra contare molto che la Convenzione abbia deciso di tagliare dalla costituzione europea ogni riferimento alle radici cristiane d’Europa. “e’ significativo – scrive- che sia un premier italiano a ricevere il testo, si tratta di una coincidenza di forte valore simbolico… l’esecutivo vuole introdurre il riferimento alla religione e questo sarà un punto qualificante”.

Fra due anni in Francia si festeggerà il centenario della separazione fra stato e Chiesa come importante momento per la storia europea. De Mattei invece preferisce radicare il suo pensiero fuori dalla storia, sull’astratta trascendenza. La domanda quindi ritorna: ancoraggi metafisici di questo genere come potranno coniugarsi con un’idea di promozione della libera ricerca? E il quadro si fa ancora più scuro quando nei suoi scritti – emblematico il libro Guerra santa, guerra giusta Islam e Cristianesimo in guerra (Piemme, 2002) – si incontrano apologie della figura del “Cavaliere di cristo che uccide con la tranquilla coscienza e muore con ancor maggiore sicurezza… senza temere in alcun modo di peccare per l’uccisione del nemico”. E poi deprecazioni della tolleranza, mescolate ad operazioni di revisionismo storico che arrivano a negare i genocidi compiuti in nome della croce sostenendo che una cristianizzazione forzata non sarebbe mai esistita e che il cattolicesimo si è sempre diffuso attraverso la pacifica conquista dei cuori. A questo punto appaiono assai più chiare le affermazioni forti della lettera degli storici pubblicata da La Repubblica e rilanciata dal sito www.scienzaviva.wnet.it/osservatorio ricerca.

Senza soffermarci sul valore del professor De Mattei come studioso- recita la lettera- non possiamo fare a meno di constatare come la matrice fondamentalista di alcune sue asserzioni su momenti essenziali della democrazia occidentale così come sui valori della laicità dello Stato e del dialogo fra culture si collochi non solo in contrasto coi principi fondanti della nostra Costituzione ma anche in conflitto con le premesse della collaborazione scientifica internazionale e coi caratteri originari della ricerca storica come strumento di conoscenza e di comprensione di culture diverse”. Un passaggio che valeva la pena di riportare integralmente e a cui lo storico Rosario Villari, fra i primi firmatari della lettera ( a cui poi si sono aggiunti i nomi di altri trecento intellettuali, ricercatori, docenti universitari) aggiunge:”E’ anche il metodo di questa nomina che non convince, la comunità scientifica non è stata minimamente consultata e coinvolta nella decisione”. E più in là:”Non è la sola ricerca storica ad essere un pericolo- denuncia il professore-. E’ una faccenda che riguarda tutte le discipline e lw branche di specializzazione. C’è un clima di incoltura generale che va dal governo ai mass media, manca sempre più la cultura dell’approfondimento, basta guardare il tenore dei programmi televisivi”.

La ricerca sta subendo un attacco durissimo in questo momento in Italia” commenta Rino Falcone, coordinatore dell’Osservatorio sulla ricerca, fondato e promosso da una serie di scienziati e intellettuali di chiara fama, da Margherita Hack a Tullio Regge, per monitorare il campo, vigilare e denunciare, ma anche per fare concrete controproposte ai “riformatori”. “Gli istituti di ricerca pubblica- spiega Falcone- sono sempre più depauperati di risorse, l’autonomia progressivamente ridotta, chi ci lavora dentro è spinto verso una sempre maggiore precarietà e questo mentre, di pari passo, aumentano le sovvenzioni a istituti privati”. L’esempio più eclatante nelle ultime settimane è stato certamente quello dell’Istituto di studi politici San Pio V di Roma: una piccolissima istituzione privata che ha avuto la qualifica di ente di ricerca “non strumentale”al pari di prestigiose e storiche istituzioni pubbliche di ricerca. Questo governo prevede di dare all’università privata San Pio V, dove insegna il ministro Rocco Buttiglione, una cifra fra un milione e mezzo di euro (solo per il 2003). “ Un fatto indecente – sottolinea Falcone- anche perché diversamente dagli enti come il Cnr, il San Pio V non ha nel proprio statuto l’obbligo di fare ricerca”. Ma c’è di più, tutta l’operazione di commissariamento del Cnr è stata anche un pesante tentativo di screditarne l’immagine”. “De Maio pone molta enfasi sulle prove di valutazione e noi non ci opponiamo- spiega- ma la continua verifica non deve essere usata per irretire, come mezzo per mettere il Cnr sotto tutela. Dati alla mano, e sono notizie pubbliche e verificabili, abbiamo dimostrato di essere del tutto competitivi con gli istituti analoghi al nostro in altri paesi”. Sono i report della Commissione europea, della National science foundation e di altri istituti internazionali a sostenerlo. 2In questo quadro nomine come quella di Roberto De Mattei, di persone poste in ruoli chiave della riforma del Cnr non per meriti scientifici – prosegue Falcone- diventano segnali davvero preoccupanti. Il rischio è che si vada verso una occupazione politica del Cnr. Nel consiglio di amministrazione ci sono sempre stati dirigenti di nomina politica, ma al contempo c’erano organismi interni che facevano da contrappeso. Adesso non è più così quegli organismi sono stati svuotati di potere e il rischio che perfino negli istituti di ricerca siano nominate persone per motivi non strettamente scientifici”. L’Osservatorio sulla ricerca intanto promette di dare battaglia con iniziative, dibattiti pubblici, assemblee. Sei mesi fa a Roma fu il promotore di una significativa protesta. Ricercatori di differenti ambiti del sapere andarono a Montecitorio per riconsegnare simbolicamente gli strumenti della ricerca. A ottobre ci sarà una nuova iniziativa e all’università un’assemblea di tutti i ricercatori di istituti pubblici e privati. “La cultura,la libera ricerca sono le leve fondamentali dell’innovazione, ma anche della crescita civile e sociale- ribadisce Falcone- non possiamo accettare che siano imbavagliate, sarebbe un danno enorme per il paese”.

I libri del crociato De Mattei:

Roberto De Mattei è autore del volume Il crociato del secolo XX Plinio Correa de Oliveira (Piemme, 1996) e di Guerra santa guerra giusta. Islam e cristianesimo in guerra (Piemme, 2002). E ancora 1900-2000 due sogni si succedono: la costruzione e la distruzione (Centro culturale Lepanto, 1990) in cui si può leggere la summa delle campagne tradizionaliste dell’associazione Lepanto. In questo libro De Mattei condanna le opere di Prygogine e di altri filosofi del caos, colpevoli come Giordano Bruno di ammettere “la pluralità dei mondi e l’infinità dell’universo… contro l’insegnamento cristiano”. Ha anche scritto un libro sui fatti di Genova. Invece nel volume La responsabilità della classe dirigente cattolica analizzata dopo la lettera ai vescovi italiani di Giovanni Paolo II (Edizioni fiducia,1994) accusa la Dc di aver contribuito al processo di “scristianizzazione” dell’Italia attraverso le legislazione sull’aborto e l’abolizione della potestà maritale.

E ancora fra le pubblicazioni promosse dall’associazione Lepanto: Chiesa e omosessualità, le ragioni di una immutabile condanna e poi Islam, anatomia di una setta di Stefano Nitoglia con prefazione di Roberto De Mattei ( dopo la sua nomina ai vertici del Cnr queste pubblicazioni sono state tolte dal sito). Il centro culturale Lepanto pubblica anche una rivista. Fra i numeri “manifesto” in promozione sul sito c’è Comunismo , il crimine impunito del XIX secolo. Abbonarsi, si legge sul sito dell’associazione, “è un atto di amore alla verità”.

Da Avvenimenti 22 agosto 2003

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Editoria. La tentazione del cartello

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Dopo molti anni di crescita costante (anche se lenta) il mercato editoriale italiano nel 2009 segna una significativa battuta di arresto legata, in parte, alla congiuntura di crisi economica che il Paese sta attraversando. Ma a ben guardare, quel meno 4,2 per cento di libri venduti registrato dall’Associazione italiana editori (Aie) rispetto al 2008 potrebbe non essere poi così negativo.
Non si arrabbino gli editori ma scoprire tra le recenti rilevazioni di Nielsen Bookscan che la diffusione della lettura, anche grazie alle iniziative di biblioteche e di nuovi circoli di lettura, è passata dal 44 per cento del 2008 al 45,1 per cento del 2009 risulta incoraggiante; anche in vista del lungo cammino che l’Italia deve percorrere per avvicinarsi, per esempio, a Paesi europei come Francia e Spagna dove la passione per la lettura di libri contagia, rispettivamente, il 60 e il 72 per cento della popolazione. Come sia potuto accadere che in Italia si legga di più nonostante si comprino meno libri è la prima domanda a cui l’ottava edizione di Più libri più liberi tenterà di rispondere. La fiera romana della piccola e media editoria, in programma dal 5 all’8 dicembre al Palazzo dei Congressi dell’Eur, dedica a questo tema un convegno in cui interverranno, tra gli altri, Miria Savioli di Istat e Renata Gorgani de Il Castoro, con l’obiettivo di indagare anche il processo che ha portato i “lettori forti” in un anno dal 13,2 per cento al 15,2 per cento e quelli occasionali (che leggono da uno a tre libri l’anno) dal 47,7 per cento al 44,9. L’analisi di ciò che sta accadendo in Italia a raffronto con il resto d’Europa, infine, viene affrontato il 5 dicembre, in una tavola rotonda organizzata dall’Aie e dall’Osservatorio permanente europeo sulla lettura diretto da Michele Rak dell’università di Siena.

Ma capire come stia cambiando il pubblico dei lettori pur essendo importante non basta per fotografare il momento che sta attraversando l’editoria italiana, segnata com’è da sempre più forti presenze monopolistiche. Anche perché pare già tramontata la fase in cui da una parte c’era il colosso Mondadori con tutta la sua potenza economica e dall’altra una miriade di piccole e medie case editrici indipendenti, forti delle proprie idee. Nel corso degli ultimi due anni il panorama dell’editoria italiana si è fatto assai più ingarbugliato e difficile da leggere. Quel che emerge a occhio nudo è che, stretti nella morsa delle grandi concentrazioni, alcuni marchi prestigiosi della piccola e media editoria hanno cominciato ad ammainare la bandiera dell’indipendenza decidendo di apparentarsi a holding di grandi dimensioni. E se il fatto che la casa editrice Carocci sia entrata nell’orbita de Il Mulino non ha fatto troppo scalpore, (dal momento che si tratta di due case editrici “omogenee” nella scelta di ambito scientifico e universitario) diverso è il caso di uno storico marchio come Bollati Boringhieri e ancor più quello di una casa editrice che fa tendenza come Fazi, entrambe entrate questo autunno nel gruppo Mauri-Spagnol (GeMS). Parliamo in questo caso di una holding che dal 2005 a oggi ha acquisito una lunga fila di marchi: Longanesi, Garzanti, Guanda, Corbaccio, Vallardi, Tea, Nord, oltreché Ponte alle Grazie e Salani che già erano per metà controllate dalla famiglia Spagnol. Ma GeMs vanta nella sua “scuderia” anche una casa editrice “corsara” e di controinformazione come Chiarelettere (di cui detiene il 49 per cento).

Così, incontrando l’editore Elido Fazi per fare il punto sullo stato di salute della piccola e media editoria in occasione della fiera romana, la domanda sorge inevitabile: che cosa spinge un editore che non ha il bilancio in rosso a cedere il 34 per cento della proprietà a una holding esterna? «Nel mio caso volevo liberarmi di alcune competenze tecniche per concentrarmi di più sulle strategie editoriali, sulla parte più creativa del mio lavoro » confessa Fazi, editore di saggi coraggiosi come Il libro nero della psicoanalisi e di letteratura alta (dal premio Pulitzer, Straut, a Pahor a Manseau), ma anche eclettico saggista (sta scrivendo un libro sul poeta Keats che uscirà in primavera).
«Ma al di là delle mie esigenze personali  la decisione di entrare in GeMS- spiega Fazi – è dettata dal fatto che volevamo un’alleanza con un gruppo editoriale che ci permettesse di mantenere l’autonomia ma al tempo stesso ci fornisse il know how, le competenze necessarie per fare un ulteriore salto di qualità.  Insomma – chiosa l’editore – GeMS ci è sembrato la scelta migliore, è un gruppo estremamente vitale. Da parte nostra siamo cresciuti anche quest’anno. Siamo sani come un pesce». Tanto più allora: perché vendere? «Quando si è in buona salute una quota si vende meglio. è quando si è in difficoltà che si ottiene poco »abbozza l’editore romano che prima di mettersi a fare questo mestiere a quarant’ anni aveva alle spalle anni di lavoro all’Economist. «L’obiettivo – ribadisce – è mantenere l’autonomia all’interno di un gruppo in cui entriamo come uno dei marchi di punta, acquisendo al contempo competenze che in un medio editore sono un po’ scarse».

In un mondo editoriale in cui giganteggiano “majors” che possono controllare tutta la filiera – dalla produzione alla distribuzione, alla vendita – anche per un medio editore può risultare difficile riuscire a raggiungere il proprio pubblico e far sopravvivere i propri titoli al feroce turn over della vetrina. Anche per questo Feltrinelli un anno fa ha deciso di acquistare Pde (Produzione distribuzione editoria). Avendo già dalla sua il valore aggiunto di molte librerie sparse per la penisola. «Io non so se nel tempo quella di Feltrinelli si rivelerà la scelta giusta. Anche la loro dimensione non è sufficiente oggi per operare in piena autonomia. E tanto meno riesce a farlo un editore medio piccolo. Da solo non può giocarsela alla pari con i grandi editori». La situazione italiana da questo punto di vista è ben nota, Mondadori possiede il 30 per cento del mercato. «E tutti – stigmatizza Elido Fazi – vogliono andare lì per i soldi. Gran parte della sinistra va sulle ali di Berlusconi: tranquilla, perché paga bene. Perfino gli antiberlusconiani più accaniti come Vauro, quando si tratta di pubblicare, lo fanno con il Cavaliere. è una cosa italiana: tengo famiglia, i soldi fanno comodo a tutti».
Simona Maggiorelli

da Left-Avvenimentii del 4 dicembre 2009

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Una Marinella praticamente porno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 2, 2009

Tutto Faber on the road concerto per concerto. In un nuovo libro curato da Elena Valdini per Chiarelettere

di Simona Maggiorelli

Tourbook Chiarelettere

«Da sei anni svuoto scatole, sacchetti e sacchettini e mentre svuoto, leggo fogli e foglietti con appunti di canzoni, pensieri sparsi, numeri di telefono…autografi dal tratto lindo della trascrizione in stampatello o nati dal cortocircuito delle idee, sicché ormai distinguo la grafia dell’elaborazione da quella dell’urgenza…E’ Dori a portarli direttamente qui in Fondazione da quando la famiglia ha accettato di creare all’Università di Siena il fondo De André. Così il mio lavoro è anche quello di preparare ogni foglio per il suo viaggio in Toscana… leggo e mi perdo; staziono, riemergo e riordino. Poi metto tutto in una bella busta e saluto…».

Comincia così il lungo percorso a tappe di Tourbook, Fabrizio De André 1975-1998 (Chiarelettere,470 pagine,59 euro), il volume in cui Elena Valdini ricostruisce punto per punto i concerti dal vivo del cantautore genovese lungo un arco di più di vent’anni, raccogliendo una messe incredibile di scritti autografi, biglietti,locandine,articoli di giornale. Un pazzesco lavoro d’archivio,il suo: meticoloso, attento, come può esserlo quello di una giovane laureata in storia contemporanea e innamorata della ricerca. Un lavoro dipanato in centinaia di pagine, scritte con piglio leggero, da cui riemergono dimenticati flash di storia ma anche fotogrammi di un De André intimo. In cui si racconta, per esempio, la facilità e il piacere che il cantautore aveva nell’improvvisare dal vivo, ma anche della sua inveterata paura del palco. Così se tante volte, anche all’ultimo, annullava i concerti lamentando fantomatici mal di gola, di fronte al pubblico borghese e modaiolo de La Bussola versiliese De André fu capace di improvvisare una cruda e durissima versione de “La canzone di Marinella”, tanto che un giornale titolò scandalizzato: “Una Marinella praticamente porno”. Aspetti privati, ma anche di storia italiana del costume che Elena Valdini ha usato come pezzi di un puzzle per costruire questo suo originale Tourbook, fatto di parole e immagini. La Fondazione Fabrizio De André onlus le ha aperto gli archivi e personalmente Dori Ghezzi le ha messo a disposizione i suoi ricordi perché,lei dice, «Fabrizio è di tutti». E’ nato così questo insolito viaggio in Italia in cui, capitolo dopo capitolo, Elena Valdini non solo rintraccia e racconta le performance del cantautore genovese collazionando le cronache del tempo ma soprattutto raccoglie dal vivo le testimonianze di musicisti e amici che con lui condivisero la vita on the road.

«La sera del 23 luglio 1998 una tonda luna avrebbe illuminato il palco dell’anfiteatro comunale di Nuoro su cui Fabrizio De André si stava esibendo – scrive Elena Valdini in Tourbook – al punto di catalizzare ancora oggi il racconto di quella serata…a parte questo non c’era modo di capirne altro. Una sintesi insolita perché chi me ne ha parlato non solo è uno spettatore attento, ma anche un abile narratore, di quelli che non si accontentano di usare la retorica del cielo e rifuggono dai facili sentimentalismi». L’anomala combinazione del racconto ha incuriosito Elena al punto da decidere di volare in Sardegna «per provare a capire il significato di quella luna tonda». Scopriremo poi che quei narratori speciali si chiamavano Pierangelo Bertoli e Tazenda, storico gruppo etnopop della Sardegna. Altrove nel libro troviamo la voce degli scrittori Stefano Benni e Diego De Silva, di Cesare B. Romana che per Sperling & Kupfer ha scritto la biografia Fabrizio De André l’amico fragile, ma anche quelle di Giorgio Gori, di Mario Ricci e di Bepi Morgia, che come l’autore de “La buona novella” veniva dalla Genova “bene” e poi, attraverso l’esperienza dell’anarchia, era approdato alla musica e allo spettacolo del vivo, a fianco prima di Baglioni e poi, con un bel salto culturale, di Fabrizio. E non solo. Uno spicchio di storia inedita viene anche da Eugenio Finardi che nel suo contributo al libro ricorda i lunghi viaggi silenziosi di un tour in cui lui faceva musicalmente da spalla. «In macchina perlopiù parlavamo dei nostri figli, quasi mai di musica. Eravamo entrambi molto timidi» ricorda l’autore di Musica ribelle. Un episodio apparentemente marginale ma che ci dà la misura di quale fosse il “modo” di De André che «non voleva essere ingabbiato nel personaggio né nella professione di cantante», ma ci dice anche di quanto fosse differente, vent’anni fa, il mondo della musica. «Allora i cantautori e i musicisti erano persone reali, raggiungibili» commenta Elena Valdini che Terra ha raggiunto telefonicamente in Fondazione De André.Ed è curioso sentire lei parlare di quella stagione culturale con tanta passione, lei che è nata nel 1981 e che le canzoni di De André le ha conosciute con le ninne nanne che le cantava sua madre. «In realtà – confessa – dopo aver dichiarato il mio amore in alcuni scritti che erano piaciuti a Dori Ghezzi come Volammo davvero uscito per Rizzoli e Il suono e l’inchiostro (Chiarelettere) è stata lei a spingermi a impegnarmi in questo lavoro: “proprio tu che non mai visto Fabrizio dal vivo, mi ha detto, prova a vederlo». Il punto era fare una ricostruzione di quei lunghi anni di concerti in una chiave nuova, fresca, che potesse parlare al pubblico giovane di oggi. «In tutte le sue iniziative del resto- nota Elena Valdini- la Fondazione De André non è mai andata nella direzione della costruzione di un monumento». E se Elena dice di aver sempre pensato Fabrizio De André come «uno dei più importanti intellettuali del Novecento»,dall’altra parte ammette che per lei, fin dall’adolescenza, è stato «un semplice compagno di viaggio per comprendere le cose del mondo, grazie a quella maniera che aveva di proporle senza saccenza, aiutandoti a sviluppare un tuo sguardo critico».

Ed è stata questa la molla che alla fine ha spinto Elena, armata di taccuino, a mettersi davvero in viaggio, percorrendo in lungo e in largo la penisola. Uno spirito e un fiuto da cronista che l’ha portata anche a cercare un personaggio del tutto estraneo al mondo della canzone come il leader Radicale Marco Pannella. «L’ho incontrato chiedendogli di aiutarmi a ricostruire la data precisa di un concerto che Fabrizio De André tenne in piazza Navona a Roma – ammette Elena -. E mai mi sarei mai aspettata che venisse fuori quello straordinario racconto che Pannella mi ha regalato di quel 3 giugno 1975 e che ho ripreso nel libro». Furono una giornata e una serata per molti versi davvero speciali quelle in cui Dori Ghezzi e Fabrizio De André si trovarono a parlare con Marco Pannella, Adele Faccio e «la neoarruolata» Emma Bonino. Il concerto era stato organizzato dal Partito Radicale e, come racconta lo stesso Pannella in Tourbook «Fabrizio cantò un bel po’in quella nostra serata di diritti civili». E poi rivolgendosi alla giovane intervistatrice aggiunge:«Vedi,la cosa meravigliosa è che lui cantava quello che noi cercavamo di far vivere…».

E se per il leader radicale le parole in comune con De André erano quelle della non violenza gandhiana, Elena che ha quasi cinquant’anni di meno aggiunge:«le parole che mi hanno sempre colpito di quegli anni sono partecipazione e autenticità. E poterle riscoprire attraverso questo viaggio mi ha molto emozionato. Non vorrei apparire nostalgica, ma andare a rivedere quei giorni tentandone un’analisi per noi che siamo nati negli anni Ottanta quando il clima culturale era tutt’altro significa anche poter realizzare che c’è stato un tempo in cui quelle parole, partecipazione e autenticità, significavano una cosa concreta e finalmente poterci dire oggi: allora si può fare».

Dal quotidianto Terra del 6 dicembre 2009

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Ru486. l’abuso del ricovero ordinario

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2009

Ru486: Sacconi ha letto la sua relazione al Parlamento sull’aborto farmacologico? “Basta con questa manfrina del ricovero ordinario, le donne che interrompono una gravidanza non sono pazze da legare al letto! ” dice di Donatella Poretti, senatrice Radicali-Pd, segretario Commissione Igiene e Sanita’ La prassi del ricovero in day hospital per l’aborto farmacologico e’ certificato dalla relazione sulla 194 firmata dal ministro Sacconi. Testualmente: “due accessi in day hospital a distanza di due giorni per la somministrazione dei due farmaci, oltre ad una vista ambulatoriale di controllo in 14ma giornata”. Ora ci dice che solo il ricovero ordinario sarebbe ammesso? Ma allora perche’ invece che consegnare quei dati in Parlamento lo scorso luglio non li ha portati in Procura? Basta con questa manfrina del ricovero ordinario, le donne che interrompono una gravidanza non sono delle pazze da legare al letto! Nell’ultima relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 194 datata 29 luglio 2009 (il giorno prima della delibera dell’Aifa sulla commercializzazione della Ru486!) e firmata dal ministro Maurizio Sacconi a pagina 3 e 4 della sintesi e poi a pagina 30 e 31 della relazione vera e propria si riassume come dal 2005 (con sperimentazioni e con importazione diretta del farmaco) in istituti in alcune Regioni italiane si stiano realizzando aborti farmacologici e si preannuncia che dal 2010 sara’ meglio identificata questa metodica grazie ad una scheda D12/Istat da compilare in ambito ospedaliero. A questo link la Relazione: http://www.ministerosalute.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1010_allegato.pdf

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L’ultimo Calibano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2009

di Simona Maggiorelli

Tra la fine del 1997 e la primavera del 1998, dopo la tracheostomia a cui fu sottoposto suo malgrado e l’esperienza della rianimazione, Piergiorgio Welby concepì l’idea di un romanzo autobiografico. Un’opera che sarebbe stata il suo cantiere aperto fino alla fine, quando ormai senza voce, senza più la possibilità di scrivere o dipingere, la sua vita era diventata «solo un doloroso guardare il bianco del soffitto». Una tortura feroce per lui che era stato fin da giovanissimo poliedrico artista convinto che la creatività nasce dalle esperienze, dai rapporti, dalle passioni e non standosene rinchiuso ermeticamente in uno studio.

Proprio lui che – come ricorda Francesco Lioce che in casa di Welby trascorse gli anni dell’università – amava scrutare i cieli «quelli che gli richiamavano alla memoria certi dipinti di Cézanne e…i cieli di Renoir, morbide epifanie di corpi femminili,sensuali, carnosi…». Le donne., appunto. Sono le vere protagoniste di questo romanzo di una vita.

Con il titolo Ocean Terminal esce ora per Castelvecchi. Postumo, non finito. Piergiorgio non aveva voluto che il romanzo fosse pubblicato  prima, perché lì accennava a una brutta esperienza con la droga e aveva pudore a parlarne. Specie da quando il giovane Lioce, venuto a Roma dalla Sicilia, lo aveva eletto a fratello e amico. «Nei miei primi anni a Roma ho attrversato un aforte crisi,  sono stato sul punto di spezzarmi – ricorda lo stesso Lioce nella postfazione -.  E anche in questo fu decisivo il rapporto con Piergiorgio. La sua stanza era stata per sei anni una finestra aperta sul mondo. Lui si accorgeva delle mie debolezze, delle mie difficoltà…mi stimolava di continuo con l’ironia dei suoi paradossi».

Parole che evocano un Piergiorgio “maestro”, attento a sollecitare la parte migliore del  ragazzo. Diversissimo da quello che compare dalle torrenziali pagine del romanzo in cui Welby non nasconde la sofferenza che gli procura la distrofia muscolare, ma al tempo stesso non smette di interrogarsi su ciò che vede e legge. Così frugando fra queste sue righe (che lasciano trasparire un grande amore per Céline, per Lucrezio e la poesia) s’incontrano dolorose considerazioni, ma anche invettive e improvvise schiarite.

Amaro, Piergiorgio Welby si rivolge ai poster di Ho Chi Min e del Che appesi in camera: «che cazzo ne sapete voi- scrive – della guerra che combatto ogni giorno! Delle ritirate, delle imboscate, delle umilianti rese incondizionate. Mi hanno fatto prigioniero il giorno stesso che sono nato. Io ancora non lo sapevo ma i miei cromosomi malati sì che lo sapevano…regalo di un Dio logico, di un Dio sadico, il Dio degli imbecilli che quando tutto va bene lo ringraziano  pregando, ma se le cose vanno male se la prendono con l’umanità».

E poi inaspettati frammenti di leggerezza come quando, alla Bianciardi, Piergiorgio Welby si diverte a discettare sulle forme femminili su «culi come pianeti aristotelicamente perfetti, rotonde epifanie dell’esistenza di Dio…».

Più in là, lasciando sullo sfondo pensieri più importanti, fantastica su cosa sarebbe accaduto se Hitler nel 1906 fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti e i suoi acquerelli fossero  finiti in mostre. «Probabilmente il logorroico Adolf – annota Welby – invece di scrivere Mein Kampf avrebbe scritto Mein Kunstkampf con grande sollievo del popolo eletto e degli elettori di mezzo mondo». E non sono pochi i passi di Ocean Terminal in cui emerge con chiarezza il pensiero non violento e profondamente democratico del leader Radicale che dal 2002 scelse di fare della sua malattia uno strumento politico per la conquista di diritti civili per tutti. Emblematiche le sue considerazioni sulle bombe «intelligenti» scaricate sulla Serbia: «L’hanno chiamato disastro umanitario – annota- e tutti ci credono, anestetizzati dai Lerner, dai Vespa, dai Costanzo. Ma a parte l’ossimoro, che cazzo vuol dire… se è un disastro non è umanitario, se è umanitario non è un disastro…». E ancor più sul sogno americano di Enola Gay: «Quella era una bomba dimostrtiva! – scrive – Una bomba democratica! Una bomba a Stelle&strisce che assicura la pace! Come diceva quel vecchio puttaniere di Kant, Zum ewigen Frieden, iscritti a forza nel club della pace eterna».

dal settimanale left-avvenimenti  dicembre 2009

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Mario Staderini: Basta abusi vaticani

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 30, 2009

Propaganda sui media e pesanti ingerenze nella politica italiana. La Chiesa torna alle crociate. Ecco come fermarla
ddi Simona Maggiorelli

Mario Staderini

«La società italiana si va sempre più laicizzando. Aumentano i divorzi, sono sempre meno le persone che vanno a scuola dai preti e non solo». Di fronte ai dati del nuovo Rapporto sulla secolarizzazione di Critica liberale e Cgil nuovi diritti, il neosegretario dei Radicali Mario Staderini non ha molti dubbi: «Nessuno segue più gli anacronismi del Vaticano». Ma se da molti anni ormai nel vivere e nel sentire quotidiano degli italiani si riconosce una laicità di fondo, l’avvocato Staderini (anche per il suo lavoro con l’associazione Anticlericale.net) avverte: «Che la società civile sia sempre più distante dal catechismo non significa, però, che si riduca l’influenza della Chiesa e il potere delle gerarchie vaticane in Italia». In un Paese dove ogni dì tv e giornali si occupano del papa e riportano i pareri del clero su ogni tema e senza contraddittorio «lo strapotere mediatico della Chiesa cattolica – chiosa Staderini- condiziona  gli orientamenti politici degli italiani. Ma c’è anche un’influenza “culturale” che la Chiesa esercita sui più giovani con le fiction a sfondo religioso. Solo un esempio: vent’anni fa che un gruppo di liceali venisse al Partito radicale, come è accaduto, ad attaccare croci e slogan fondamentalisti era inimmaginabile. Non c’era l’humus culturale. Allora passavano i film di Magni sulla Roma papalina. Ora ci sono don Matteo e fiction agiografiche su madre Teresa. Le sparate vaticane trovano poi un terreno già pronto».
Lo Scisma sommerso fra Chiesa e società di cui parlava lo storico Pietro Prini si va ricomponendo?
C’è il rischio che quella spaccatura evidente venga ricomposta a forza. Certo non è un processo che parte dal basso, dalla vita quotidiana. Ma devo aggiungere anche che, se l’influenza “culturale” della Chiesa è in prospettiva la più pericolosa, non si può trascurare quella economica: sulla scuola, sulla sanità, sui beni culturali, sul turismo. Qui il Vaticano è un player determinante. Con tutti i vantaggi dell’8 per mille, delle agevolazioni fiscali, delle banche.
In Vaticano spa ( Chiarelettere), Nuzzi scrive di conti correnti intestati a mafiosi e a politici ma anche di soldi a Riina e Provenzano per finanziare un nuovo partito di centro. Ora la riapertura del caso Orlandi ci riporta ai soldi sporchi che la banda della Magliana prestava al Vaticano. Lo Ior continua a gettare un’ombra nera sulla democrazia italiana?
è certo che lo Ior è al di fori delle convenzioni internazionali sul riciclaggio del denaro e sulla trasparenza. Dunque tutto può succedere. Se i magistrati italiani indagano su eventuali conti aperti nello Ior devono fare una rogatoria internazionale. E il Vaticano non ha nessun obbligo di rispondere. Accadde già con Marcinkus.
Il terzo punto è l’intromissione politica della Chiesa. A Il Fatto lei ha detto: mai con la destra “Dio, patria e famiglia”. Ed è chiarissimo. Ora però, anche se per Marx la «religione era oppio dei popoli», da Togliatti  in poi la nostra sinistra ha sempre avuto sudditanza al pensiero religioso e “deferenza” verso il Vaticano. Perché?
Quella che lei chiama deferenza è in realtà una sudditanza al potere politico, economico e culturale del Vaticano. Serve a non inimicarsi quel potere che fa partire direttive a cui destra e sinistra si genuflettono. Tanto più oggi con partiti ridotti a oligarchie e a gruppi di potere se non d’affari. Così, per intenderci, se in Emilia Romagna la Cei spende 100 milioni di euro per nuove chiese, le cooperative rosse del cemento devono ambire a quelle commesse. Da parte sua la destra cavalca in modo perfino becero i diktat della Chiesa. Usa la croce come arma politica.
Il cardinal Ruini dice che la religione è antropologia. Di fronte a una Chiesa che propaganda la dottrina come scienza, perché i partiti di sinistra esitano a fare proprie le scoperte scientifiche che, per esempio, liberano la donna che decide di abortire dalle accuse di assassinio?
Ruini ha messo su una macchina gigantesca con una strategia dichiarata. Nel ’94, visto che con l’8 per mille gli arrivavano ben più dei 200 milioni di euro del Concordato mussoliniano, ha lanciato il suo «progetto culturale». Che ha consentito alla Cei di formare quadri in tutti i settori e di mettere in piedi una rete di media senza pari. Solo i Radicali si sono opposti. La sinistra non ha detto nulla perché si doveva cancellare la resistenza della cultura radicale che è l’alternativa al progetto di Ruini. La classe politica di centrosinistra ha praticato la solita scissione fra scienza e potere e la Cei è passata come una lama nel burro.
Cosa pensa della mozione Pd e Pdl in cui si chiede all’Europa di poter esporre simboli religiosi in ogni luogo pubblico?
Quella mozione vorrebbe appendere il crocifisso «in quanto identità nazionale». Questo è il fatto più grave. E pretendendo di esporlo in ogni luogo pubblico si farebbe peggio del fascismo che lo rese obbligatorio solo nelle scuole e nei tribunali.
Emma Bonino ha detto che il Vaticano è un sistema di potere che nega i diritti umani. E che attacca in modo particolare le donne. Come se ne esce?
Bisogna distinguere nettamente la Chiesa cattolica come comunità dei fedeli dallo Stato Città del Vaticano che, dice il papa, è il regno di dio e non impone nulla, mentre  è una monarchia assoluta, confessionale e patrimoniale che si basa sulla negazione totale dei diritti civili oltreché umani e in particolare delle donne. Per questo dico che è necessario riconvertire in altro lo Stato vaticano con un processo che segua il diritto internazionale.
Abolire il Concordato?
è il Trattato il vero vulnus. Tutte le fonti di finanziamento diretto dei preti dipendono dalla gerarchia che indica i cappellani, gli insegnanti etc. Abbiamo facilitato una svolta autoritaria nello Stato vaticano che ora va alla conquista di quello italiano.
Gli assurdo ostacoli che la Ru486 trova in Italia ne sono una spia?
Il dato interessante è che gli italiani sono favorevoli al 70, 80 per cento alla Ru486, alla pillola del giorno dopo, all’eutanasia, perché toccano il loro vissuto. Nonostante la propaganda a senso unico del papa.
Marco Pannella denuncia la pretesa del papa di imporci come vivere e morire ma anche la sua «idolatria dell’embrione».
La radicalizzazione moralistica, ideologica sui momenti della nascita e della morte da parte del Vaticano è la conseguenza della sua perdita di presa sull’individuo nella vita quotidiana.
La Chiesa demonizza il desiderio e ammette la sessualità solo per procreare…
I danni della sessuofobia vaticana stanno esplodendo all’interno della stessa comunità di religiosi. Le ultime  puntate de “Le iene” lo raccontano. Oltre ai numeri eclatanti di casi di pedofilia emergono più in generale aspetti di sessualità patologica. Il papa, ora, cerca di mettersi la foglia di fico con l’annessione degli anglicani.
Preti e pedofilia. Panorama tenta di confondere le carte. «In base alle norme sulla tolleranza zero varate nel 2001 dal cardinale Ratzinger,- vi si legge- il processo canonico a carico di Berti (il prete di S. Mauro a Signa accusato di pedofilia, ndr) è stato affidato all’ex Santo Uffizio». Ratzinger, al contrario, nel 2001 impose l’omertà ai vescovi.
Il punto è che non è stata superata l’impostazione vaticana, avallata e ribadita da Ratzinger, per cui si affidano i casi di pedofilia al processo canonico. Invece dovrebbe essere la giustizia ordinaria a fare l’accertamento della verità anziché lasciarla come interna corporis nell’ordinamento canonico.
Don Ruggero, il garante della famiglia proposto da Alemanno, è accusato di pedofilia. Nel processo lei si è costituito parte civile. E ha ricevuto minacce di morte. Cosa è accaduto?
L’ho fatto anche per costringere il sindaco Alemanno a prendere una posizione visto che si parla del “suo” garante della famiglia. La mia è stata una iniziativa politica. La verità sulla colpevolezza o meno di Ruggero Conti la decideranno i giudici. Ma in casi così c’è sempre il rischio che le vittime passino da accusatori ad accusati. Qui la presenza del Comune come parte civile era importante perché la vittima era due volte soggetto debole: in quanto minore e perché dall’altra parte c’è l’avvocato del Vaticano. Poi sono arrivate lettere con proiettili a me, a Mirabile dell’associazione La caramella buona e al pm Scavo. Minacce che potevano avere un effetto non tanto su di noi ma su chi doveva testimoniare.
L’articolo 7 della Carta va contro la Dichiarazione universale dei diritti umani, nota Maurizio Turco. Si potrebbe denunciare il Vaticano per violazione dei diritti umani?
Come nel caso del crocifisso, saranno le giurisdizioni internazionali le uniche alle quali si potrà chiedere giustizia. Vista l’assenza di Stato di diritto in Italia e il potere esercitato a tutti i livelli dal Vaticano, ogni conquista di laicità potrà avvenire o partendo dal basso qua in Italia, o molto più probabilmente rivolgendosi agli organi delle commissioni internazionali, a cominciare da quelle della Ue. Più in generale è la sovranità nazionale assoluta il vero problema; è necessario rivolgersi agli organi sovranazionali perché è l’unico modo per affermare i diritti individuali.

da left-avvenimenti

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Il declino dell’impero cristiano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 30, 2009

Propaganda sui media e pesanti ingerenze nella politica italiana. La Chiesa torna alle crociate. Ecco come fermarla

di Federico Tulli

Francis Bacon

Estendere la capacità giuridica al concepito. È questa l’ultima pensata filo-vaticana del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Il senatore, lo stesso che definisce «banalizzazione della vita» l’eventuale decisione di abortire per via farmacologica cui avrebbero diritto le donne italiane con l’entrata in commercio della pillola Ru486, ha poi precisato: «Siamo fermamente convinti della necessità di una norma di carattere generale, in grado di tutelare il fondamentale principio di uguaglianza fin dal momento del concepimento».

Questa proposta, che trasformata in legge sarebbe una pietra tombale per la norma 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, è solo l’ultima di una lunga serie di entrate a gamba tesa delle istituzioni contro diritti civili faticosamente acquisiti. Si sommerebbe, infatti, alla legge 40/04 sulla fecondazione assistita, giudicata cinque anni dopo l’entrata in vigore parzialmente incostituzionale dall’Alta corte perché viola gli articoli 3 e 32 della Carta. Oppure ancora al ddl Calabrò sul testamento biologico, che impone il ricorso al sondino per l’alimentazione forzata, in barba al diritto all’autodeterminazione che sempre la nostra Costituzione riconosce ai malati. Interventi “duri”, che se da un lato ricalcano fedelmente le indicazioni ora della Conferenza episcopale italiana, ora di altre gerarchie dello Stato Vaticano, dall’altro dicono di una classe politica che si muove nella direzione opposta a quella della società civile che dovrebbe rappresentare. E dicono pure di un potere, quello della Chiesa cattolica, costretto a serrare le fila (e alzare il tiro sulla altrui libertà di pensiero) per bilanciare una costante quanto inesorabile perdita di incisività e appeal culturale e religioso nei confronti dei cittadini italiani. Queste considerazioni trovano adeguato sostegno nei numeri del Quinto rapporto sulla secolarizzazione in Italia a cura di Critica liberale e dell’Ufficio Nuovi diritti Cgil nazionale. Il documento viene presentato a Roma nell’ambito del convegno internazionale “La secolarizzazione in Europa”, organizzato dalla Fondazione Critica liberale in collaborazione con lo European liberal forum. Il nostro settimanale left anticipa i passaggi più significativi della relazione di Silvia Sansonetti, ricercatrice in Politiche sociali all’università Sapienza di Roma, da cui emerge la tendenza laica «del mutamento nel tempo degli atteggiamenti degli italiani, circa aspetti della loro vita potenzialmente legati ai valori di riferimento della religione cattolica».
I numeri parlano di diminuzione dei matrimoni concordatari e dei battesimi, crescita delle unioni civili, dei divorzi e del numero di figli nati al di fuori del matrimonio. Due le cause principali individuate da Sansonetti. Da un lato i cittadini italiani decidono sempre più in autonomia rispetto a ciò che è corretto per la Chiesa, dall’altro cresce il peso del multiculturalismo iniettato nella società dai milioni di immigrati che professano religioni differenti da quella cattolica.

Così abbiamo i matrimoni civili che sono passati dal 17,5 per cento del 1991 al 33,7 del 2006 sul totale dei matrimoni celebrati in Italia (civili + concordatari), e la percentuale dei bambini battezzati con età inferiore a un anno che nello stesso periodo è calata di 12 punti assestandosi al 79,2 per cento. Tale diminuzione, secondo la ricercatrice, può dipendere da due fattori: «Da un lato, l’apporto alla natalità totale del Paese degli immigrati che, in molti casi, non professano la religione cattolica, dall’altro, un nuovo atteggiamento dei genitori. Costoro non percepiscono più il battesimo come urgente e lo rimandano negli anni». Per quanto riguarda le libere unioni, nel ricordare che la loro tendenza era in costante aumento nel periodo per il quale il dato è disponibile (1993-2003), un indicatore per gli anni a seguire può essere rappresentato dal costante aumento del rapporto tra i figli naturali e i figli legittimi, vale a dire tra bambini nati da genitori non sposati e da genitori sposati. Ebbene, tra il 1991 e il 2007 lo scarto è di quasi dodici punti percentuali, raggiungendo il 20,7 per cento dei nati. Le sentenze di divorzio, infine, dopo un andamento calante tra il 1991 e il 1993 (da 23mila a 19.800), sono in continuo aumento tanto da aver raggiunto quota 49.500 due anni fa.

Fin qui i “comportamenti” sui quali è più marcata l’insistenza delle gerarchie ecclesiastiche nell’indicare la via “corretta” per i cattolici italiani. Sansonetti evidenzia poi altre due scelte per le quali «la Chiesa cattolica tende a esporsi meno pubblicamente ma che sono ugualmente legate al senso di appartenenza religiosa»: la frequenza dell’ora di religione nelle scuole pubbliche e il finanziamento dello Stato Vaticano con l’otto per mille del gettito fiscale girato alla Chiesa. La strategia di muoversi sottotraccia non sembra aver condotto a risultati utili per quanto riguarda la partecipazione all’ora di religione: dopo essersi mantenuta costantemente intorno al 93 per cento fino al 2003 negli ultimi tre anni è diminuita in misura limitata ma costante raggiungendo nel 2007 il 91 per cento. Diverso è il discorso relativo all’otto per mille. «La Chiesa non si è mai esposta con dichiarazioni esplicite, ma da molti anni, ormai, nel periodo della dichiarazione dei redditi propone una campagna pubblicitaria martellante sul proprio ruolo nella società italiana.
Questo strumento non sembra essere molto efficace visto che l’ammontare devoluto al Vaticano, dal 2003 al 2006, è diminuito da 1.016 milioni a 930 milioni di euro, e che solo nel 2007 si è registrato un aumento a 991 milioni di euro». Molto peggio è andato alle gerarchie ecclesiastiche con le donazioni volontarie. «Queste tra il 1991 e il 2007 sono scese da 21,2 a 16,8 miliardi di euro. Il numero delle offerte ricevute tra il 1991 e il 2006 era passato da 185mila a 155mila e per il valore medio dell’offerta da 114,5 a 105 euro. Nel 2007 – conclude Sansonetti – pur evidenziandosi un aumento nel numero di offerte (171.500), il valore medio è sceso a 98 euro». Se il piatto piange, il Vaticano non ride.

26 novembre da left-avvenimenti

Chiesa in bancarotta per pedofilia

Nella cattolicissima Irlanda sono circa 800, tra religiosi, sacerdoti e suore, le persone sotto processo per oltre 30mila casi di violenza sessuale. In totale, se condannati, il Vaticano dovrà pagare 1,1 miliardi di euro alle loro vittime. Il caso irlandese ricalca fedelmente quanto avvenuto nell’ultimo decennio negli Stati Uniti. Qui, fino a oggi, sono 4.392 i sacerdoti denunciati per pedofilia. Mentre i risarcimenti già versati in seguito a condanne definitive ammontano a 2,6 miliardi di dollari. Una somma che ha portato sull’orlo della bancarotta la Chiesa dello Stato che adotta come motto nazionale: “In God we trust”. In Italia, il fenomeno sembra essere ancora sommerso. Sono 73 i casi di violenza su minori e oltre 235 le vittime di sacerdoti e religiosi.

L’impero economico del Vaticano

Tra contributi diretti, finanziamenti e agevolazioni, ogni anno l’Italia dà 4,5 miliardi di euro alla Chiesa. La somma, secondo stime molto prudenti, si articola in vari filoni tra cui: un miliardo di euro dell’otto per mille, 950 milioni per gli stipendi di 22mila insegnanti di religione e 700 milioni di euro che Stato ed enti locali versano in base a convenzioni su scuola e sanità. Poi ci sono i tanti vantaggi fiscali di cui la Chiesa gode. Come lo sconto del 50 per cento su Ires e Irap, l’esenzione sull’Ici (da 400 a 700 milioni di euro. Fonte Anci) e le agevolazioni per il turismo cattolico. Per quanto riguarda le rendite immobiliari, secondo l’inchiesta di Curzio Maltese pubblicata ne La questua (Feltrinelli) il Vaticano possiede circa il 20 per cento del patrimonio immobiliare complessivo italiano.

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La multinazionale dei pellegrinaggi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 30, 2009

di Lorenzo Miele

Immaginate una grande azienda che operi nel settore del turismo. I suoi uffici sono sparsi in diversi Paesi del mondo, con una predilezione particolare per quelli che ospitano mete del pellegrinaggio mariano. Questa azienda, per dimensione e per fatturato, può essere definita una multinazionale: ogni anno, infatti, i suoi bilanci milionari si intrecciano con un volume d’affari che si aggira intorno ai 5 miliardi di euro, ovvero alla cifra che ruota attorno al turismo religioso prodotto dalla Chiesa di Roma. Gli aerei di sua proprietà decollano e atterrano ogni giorno da decine di aeroporti europei mentre i pullman che gestisce trasportano centinaia di persone ogni ora per le strade selciate di un’importante capitale del Vecchio continente. Pensate, ora, se questa azienda operasse sul territorio di uno Stato sovrano, l’Italia ad esempio, senza essere soggetta alle norme fiscali a cui è sottoposto chi svolge analoghe attività. Non c’è più bisogno di molta immaginazione per capire che l’azienda che avete in mente esiste già: si chiama Opera romana pellegrinaggi.
L’Orp, così viene chiamata informalmente, è stata fondata esattamente 75 anni fa ed è oggi la mano operativa della Santa sede per la gestione del turismo religioso, e non solo, in mezzo pianeta. Sul suo sito ufficiale si autodefinisce «attività del vicariato di Roma, un organo della Santa sede, alle dirette dipendenze del cardinale vicario del papa» che svolge un «servizio pastorale volto a evangelizzare attraverso lo strumento del pellegrinaggio e a promuovere quei valori che esaltano la dignità dell’uomo e il suo essere creatura di Dio». Il sito internet non aiuta, però, chi vuole cercare dati e bilanci della sua attività, non essendo obbligato dalle leggi italiane a quelle elementari regole di trasparenza che regolano le società dei Paesi europei. A una lettura superficiale, quindi, l’Opera romana potrebbe sembrare un piccolo servizio del Vaticano offerto ai pellegrini per facilitare lo spostamento dei fedeli presso i principali santuari d’Europa, da Lourdes a Fatima, da Santiago De Compostela a Czestochowa, fino a San Giovanni Rotondo e, oltre i confini comunitari, a Gerusalemme, Betlemme e Guadalupe. Non è così. Basta imbattersi nei dati economici legati alla sua attività per rendersene conto.

Guidata dal presidente Agostino Vallini, vicario di Benedetto XVI, dal vicepresidente Liberio Andreatta e dall’ad padre Caesar Atuire, stella nascente della curia romana, l’Orp è un’organizzazione ramificata in tutto il mondo che ha stipulato convenzioni con 2.500 agenzie di viaggio. Detiene la proprietà, insieme a Poste italiane, della Mistral air, una compagnia aerea low cost fondata nel 1981 dall’attore Bud Spencer che, come ricordato in un’inchiesta di qualche anno fa di Curzio Maltese, fu «salvata durante il governo Berlusconi con un’operazione giudicata fuori mercato perfino da alcuni parlamentari della destra e ancora oggi avvolta nel mistero». I suoi aerei gialli e bianchi, con le insegne del Vaticano stampate sui fianchi e sulle poltrone interne, solcano i cieli di mezza Europa trasportando non meno di 150mila pellegrini ogni anno.

L’Opera romana gestisce, inoltre, il servizio di pullman turistici di “Roma cristiana”, grossi open bus panoramici che svolgono tour della città toccando i principali monumenti di Roma: Vaticano, Colosseo, Fori e basiliche maggiori. Con queste diverse attività, è stato calcolato in una recente indagine Trademark, la Chiesa cattolica, in particolare attraverso il contributo decisivo dell’Orp, muove un traffico annuo di 40 milioni di presenze e 19 milioni di pernottamenti con 250mila posti letto in circa 4.000 strutture, molte di sue proprietà. Il volume d’affari di oltre 5 miliardi di euro l’anno fa drizzare i capelli a quanti ancora ricordano la missione evangelica e pauperistica della Chiesa delle origini. Ma non è tutto. Perché l’Opera romana pellegrinaggi, essendo un “ente” del Vaticano gode di importantissimi vantaggi fiscali: i suoi uffici sono protetti dallo scudo dell’extraterritorialità e quindi sono esentati da Ici e Irap. La “registrazione” presso il Vaticano esenta l’Orp anche dal pagamento dell’Ires, l’imposta sul reddito delle società. Inoltre nei confronti dell’Opera non si può applicare il diritto italiano, anche in caso di ricorso di nostri connazionali, a favore della legge fondamentale del Vaticano.
La conseguenza di questa eccezionale situazione aziendale, a partire dal trattamento tributario, fa sì che l’Orp abbia consolidato negli anni una posizione dominante nel mercato turistico italiano. Facciamo due esempi: le tariffe concorrenziali dei pullman panoramici “Roma cristiana” rispetto agli open bus delle altre compagnie come la Trambus di proprietà del Comune (16 euro contro i 20 del servizio locale, che deve sostenere uscite fiscali e costi occupazionali più alti), e i prezzi scontati delle offerte turistiche in vendita presso la sua agenzia di riferimento, ovvero la QuoVadis travel di Roma. Una vacanza a Sharm el Sheikh, nello stesso periodo e nello stesso albergo, alla QuoVadis si trova a 690 euro, mentre con un noto tour operator nazionale costa 880. Sorprende che chi entra alla QuoVadis non sia obbligato ad acquistare un tour da pellegrino ma possa anche scegliere  una vacanza nel resto del mondo, dagli «itinerari missionari» di Giappone, India, repubbliche baltiche, Cina o Etiopia, fino alle poco cristiane Cayman, Maldive e Phuket e le mondane Capri e Cortina.

L’ultima novità del business legato all’Orp ha invece un nome storico: via Francigena. La vecchia via Romea era uno dei più importanti percorsi di pellegrinaggio in epoca medievale e collegava Canterbury a Roma. La strada esiste ancora e intorno al suo sfruttamento turistico, soprattutto quello legato ai pellegrini del nuovo millennio, si sta giocando una nuova corsa all’oro i cui capofila sono le regioni italiane da essa attraversate: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio. Ed ecco, allora, un fiorire miracoloso di accordi speciali. Malgrado il Veneto sia attraversato solo dalla via Francigena dell’Est, Venezia ha velocemente aderito al Gruppo europeo di iniziativa economica (Geie) e al progetto “I cammini d’Europa”, affidato dal Geie all’Orp. Una dichiarazione d’intenti è stata, invece, siglata tra Orp e Umbria: un pacchetto di azioni e progetti comuni nel settore del turismo religioso con particolare attenzione alla via Francigena di San Francesco. In via di perfezionamento l’atto che prevede di utilizzare la scalo aereo di Sant’Egidio di Perugia come punto d’arrivo per i Paesi interessati a portare pellegrini in visita ai luoghi sacri dell’Umbria. Il Lazio non fa eccezione: oltre a ospitare alla Fiera di Roma il Festival internazionale del turismo religioso, la giunta Marrazzo ha stipulato accordi con l’Orp per facilitare il transito di pellegrini nella regione. Stretti anche i rapporti con il Campidoglio, sia con l’attuale sindaco Alemanno, recentemente pellegrino a Lourdes, sia quando a comandare era Veltroni. Non a caso fu proprio quest’ultimo a facilitare il varo dei pullman “Roma cristiana” che – contrariamente a quelli di Trambus, il cui ricavato va interamente al Comune – portano il 50 per cento degli incassi nelle già ricche casse dell’Opera romana. Con buona pace dei messaggi evangelici: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli».

da left-Avvenimenti

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Un enigmatico Leonardo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 26, 2009

A Milano è in mostra il San Giovanni del Louvre. Con nuove ipotesi sulla sua genesi e storia

di Simona Maggiorelli

Leonardo, San Giovanni Battista Louvre

Lo sguardo magnetico che richiama quello della Sant’Anna nel celebre cartone di Londra. E il sorriso enigmatico che contrasta visibilmente con il gesto della mano, tradizionalmente utilizzato nella pittura sacra per indicare l’Altissimo. Ma che nella concezione umanistica di Leonardo potrebbe anche alludere a una nuova umanità futura.

Gli studiosi per secoli si sono rotti la testa per interpretare questa criptica rappresentazione che Leonardo fece del Battista. E lungamente incerta è rimasta anche la genesi di questa opera conservata al Louvre insieme alla Gioconda, alla Belle ferronnière e a una delle due versioni della Madonna delle rocce, dove un San Giovanni ancora bambino richiama il gesto di questo San Giovanni Battista che, invece, ha l’aria di un giovane Ganimede o di un Bacco pagano (per la pelle di pantera che ha addosso).

Dal 27 novembre al 27 dicembre, eccezionalmente, l’opera sarà esposta in Palazzo Marino a Milano. Le storiche dell’arte Valeria Merlini e Daniela Storti le hanno dedicato una mostra dal titolo Leonardo a Milano.Esposizione straordinaria del San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci, che offe l’occasione per fare il punto sugli ultimi trent’anni di studi leonardeschi.

Ne emerge che il quadro probabilmente fu iniziato a Firenze, come ha sostenuto fin dal 1977 Jean Rudel, il quale, studiando le prime radiografie del quadro, rilevava: «L’effetto generale di monocromo scuro, reso più ampio dal fondo unito, rafforza l’impressione di un avvolgimento d’ombra, ancora accresciuto dall’invecchiamento delle vernici superficiali: ciò aumenta il senso di mistero, velando alcune indiscutibili imperfezioni, rese meno percepibili, a prima vista, da una superficie spesso riflettente». Uno strato di pittura retrostante, con effetti di morbido e avvolgente chiaroscuro, contribuiva, secondo l’autrice di Leonardo. La pittura (Giunti), a rendere chiara l’autografia dell’opera. Che lungo la sua tribolata storia, fra sparizioni e riapparizioni in collezioni private, più volte era stata messa in discussione. Così, mentre avanzava fin dalla fine degli anni Settanta l’ipotesi di un’anticipazione della datazione del dipinto ai primi anni del Cinquecento – come ricostruisce Pietro Marani nel saggio pubblicato nel catalogo Skira che accompagna la mostra milanese – Rudel aveva aperto la strada al lavoro fondamentale di Martin Kemp.

In Leonardo da Vinci e mirabili operazioni della natura e dell’uomo (Phaidon e ora Mondadori) lo studioso inglese ha suggerito un’ipotesi affascinante, ovvero che il vero tema del dipinto fosse la luce. Servendosi del chiaroscuro Leonardo cercava «di inserire il rilievo nella superficie dipinta» e al tempo stesso di dare movimento alla figura, con una rotazione dai «mutamenti, potenzialmente infiniti».

Oltre a distinguere i danni reali che maldestri tentativi di restauro nei secoli hanno causato al quadro (che si era andato progressivamente scurendo), Kemp ha avuto anche il merito di fissare definitivamente la datazione del dipinto attorno al 1510, cogliendo il nesso con le ricerche sulle velature atmosferiche che Leonardo fece proprio in quegli anni.

Riguardo alle rocambolesche vicissitudini del quadro – che dopo la morte dell’artista in Francia “sparì” per tornare alla ribalta solo nel 1630 – nuovi studi ipotizzano che la tela sia rimasta sempre a Firenze. Leonardo non l’avrebbe portata con sé a Milano come si pensava. E neanche nella residenza francese Clos Lucé a Cloux nella quale visse gli ultimi due anni della sua vita.

da Left-Avvenimenti del  27 novembre 2009

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