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L’ultimo Calibano

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2009

di Simona Maggiorelli

Tra la fine del 1997 e la primavera del 1998, dopo la tracheostomia a cui fu sottoposto suo malgrado e l’esperienza della rianimazione, Piergiorgio Welby concepì l’idea di un romanzo autobiografico. Un’opera che sarebbe stata il suo cantiere aperto fino alla fine, quando ormai senza voce, senza più la possibilità di scrivere o dipingere, la sua vita era diventata «solo un doloroso guardare il bianco del soffitto». Una tortura feroce per lui che era stato fin da giovanissimo poliedrico artista convinto che la creatività nasce dalle esperienze, dai rapporti, dalle passioni e non standosene rinchiuso ermeticamente in uno studio.

Proprio lui che – come ricorda Francesco Lioce che in casa di Welby trascorse gli anni dell’università – amava scrutare i cieli «quelli che gli richiamavano alla memoria certi dipinti di Cézanne e…i cieli di Renoir, morbide epifanie di corpi femminili,sensuali, carnosi…». Le donne., appunto. Sono le vere protagoniste di questo romanzo di una vita.

Con il titolo Ocean Terminal esce ora per Castelvecchi. Postumo, non finito. Piergiorgio non aveva voluto che il romanzo fosse pubblicato  prima, perché lì accennava a una brutta esperienza con la droga e aveva pudore a parlarne. Specie da quando il giovane Lioce, venuto a Roma dalla Sicilia, lo aveva eletto a fratello e amico. «Nei miei primi anni a Roma ho attrversato un aforte crisi,  sono stato sul punto di spezzarmi – ricorda lo stesso Lioce nella postfazione -.  E anche in questo fu decisivo il rapporto con Piergiorgio. La sua stanza era stata per sei anni una finestra aperta sul mondo. Lui si accorgeva delle mie debolezze, delle mie difficoltà…mi stimolava di continuo con l’ironia dei suoi paradossi».

Parole che evocano un Piergiorgio “maestro”, attento a sollecitare la parte migliore del  ragazzo. Diversissimo da quello che compare dalle torrenziali pagine del romanzo in cui Welby non nasconde la sofferenza che gli procura la distrofia muscolare, ma al tempo stesso non smette di interrogarsi su ciò che vede e legge. Così frugando fra queste sue righe (che lasciano trasparire un grande amore per Céline, per Lucrezio e la poesia) s’incontrano dolorose considerazioni, ma anche invettive e improvvise schiarite.

Amaro, Piergiorgio Welby si rivolge ai poster di Ho Chi Min e del Che appesi in camera: «che cazzo ne sapete voi- scrive – della guerra che combatto ogni giorno! Delle ritirate, delle imboscate, delle umilianti rese incondizionate. Mi hanno fatto prigioniero il giorno stesso che sono nato. Io ancora non lo sapevo ma i miei cromosomi malati sì che lo sapevano…regalo di un Dio logico, di un Dio sadico, il Dio degli imbecilli che quando tutto va bene lo ringraziano  pregando, ma se le cose vanno male se la prendono con l’umanità».

E poi inaspettati frammenti di leggerezza come quando, alla Bianciardi, Piergiorgio Welby si diverte a discettare sulle forme femminili su «culi come pianeti aristotelicamente perfetti, rotonde epifanie dell’esistenza di Dio…».

Più in là, lasciando sullo sfondo pensieri più importanti, fantastica su cosa sarebbe accaduto se Hitler nel 1906 fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti e i suoi acquerelli fossero  finiti in mostre. «Probabilmente il logorroico Adolf – annota Welby – invece di scrivere Mein Kampf avrebbe scritto Mein Kunstkampf con grande sollievo del popolo eletto e degli elettori di mezzo mondo». E non sono pochi i passi di Ocean Terminal in cui emerge con chiarezza il pensiero non violento e profondamente democratico del leader Radicale che dal 2002 scelse di fare della sua malattia uno strumento politico per la conquista di diritti civili per tutti. Emblematiche le sue considerazioni sulle bombe «intelligenti» scaricate sulla Serbia: «L’hanno chiamato disastro umanitario – annota- e tutti ci credono, anestetizzati dai Lerner, dai Vespa, dai Costanzo. Ma a parte l’ossimoro, che cazzo vuol dire… se è un disastro non è umanitario, se è umanitario non è un disastro…». E ancor più sul sogno americano di Enola Gay: «Quella era una bomba dimostrtiva! – scrive – Una bomba democratica! Una bomba a Stelle&strisce che assicura la pace! Come diceva quel vecchio puttaniere di Kant, Zum ewigen Frieden, iscritti a forza nel club della pace eterna».

dal settimanale left-avvenimenti  dicembre 2009

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Scienziati disobbedienti

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 22, 2005

Ecco “Che fare” dopo il referendum di Simona Maggiorelli

«Il nostro lavoro è divenuto pressoché impossibile, se non pagando un prezzo inaccettabile: tradire il giuramento di Ippocrate». Così sì legge nella lettera che una sessantina di medici e biologi hanno inviato al presidente Ciampi. Una drammatica presa d’atto che, con la legge 40, per i medici che si occupano di fecondazione assistita è diventato impossibile praticare quell’alleanza terapeutica fra medico e paziente necessaria al successo delle cure. Ma soprattutto denuncia Adolfo Allegra, direttore del centro di fecondazione assistita Andros di Palermo e promotore dell’iniziativa. «per legge i medici sono costretti a praticare terapie inadeguate, se non dannose per i pazienti». I punti di contrasto fra la legge 4o e la deontologia medica sono molti, dal divieto di ricorrere alla fecondazione in vitro per i portatori di malattie genetiche, all’obbligo di trasferire tutti e tre gli embrioni con rischi di gravidanze trigemine, al divieto della diagnosi genetica preimpianto. Tanto da spingere i medici riuniti nell’assemblea dei mille organizzata a Roma dall’associazione Luca Coscioni a lanciare una forte campagna di disobbedienza civile alla legge 40. «Su questa scelta abbiamo avviato un lavoro comune», si legge ancora nella lettera a Ciampi. «Non vogliamo certo eludere la legge o ingannarla, ma sentiamo l’urgenza di affermare, assumendocene la responsabilità, il rispetto della lettera della Costituzione e della nostra coscienza».

Che il quadro in Italia, per pazienti e medici, sia drammatico è notizia che da tempo circola, anche oltre confine. In partenza per il congresso europeo dì fecondazione assistita, che si tiene a Copenhagen, Ettore Barale del nuovo ospedale della Versilia racconta: «La reazione dei colleghi stranieri? Una pacca sulla spalla, mentre ti infilano nel taschino un biglietto da visita per mandargli i pazienti”. «E pensare che in Europa eravamo considerati la punta di diamante della ricerca in questo settore», aggiunge con rammarico. Per lui, come per molti altri, la tentazione di «prendere baracca e burattini e continuare il lavoro all’estero», è fortissima. Ma c’è anche chi – e all’assemblea romana degli scienziati promossa dai Radicali erano in molti – adesso, più che mai, è deciso a dare battaglia. Nel documento finale dei lavori letto dal docente di storia della medicina della Sapienza, Gilberto Corbellini, parole durissime contro «il comportamento diseducativo che hanno avuto le massime cariche dello Stato nell’invitare all’astensione», ma anche proposte per rilanciare, facendo tesoro di un fatto indubbiamente nuovo per la società italiana la partecipazione alla campagna referendaria dì medici e biologi che hanno aperto i laboratori e fatto informazione, di Nobel e scienziati internazionali che hanno firmato documenti contro la legge 40. «Era insolito incontrare i colleghi, che di solito vedi nei congressi internazionali, in uno studio tv o in piazza Duomo – dice Elena Cattaneo, responsabile del laboratorio cellule staminali della Statale dì Milano -, ma, nonostante il tempo sottratto alle ricerche, è stato importante partecipare alla battaglia per i quattro sì». E aggiunge «Dobbiamo continuare per far capire alla gente che chi fa ricerca non è certo qualcuno che progetta Frankestein, ma persone dalla deontologia fortissima, con l’unico obiettivo di trovare una cura per malattie inguaribili, scienziati che, spesso, per il loro lavoro ricevono uno stipendio di appena mille euro».

Un convegno mondiale in autunno per riaprire il dibattito su questi temi, è la proposta del segretario dei Radicali Daniele Capezzone, dal palco dell’hotel Ergife dove campeggia la gigantesca scritta “Che fare?”. Tentare di far entrare questi temi nei programmi elettorali del centrosinistra è la scommessa del diessino Lanfranco Turci e dei parlamentari del comitato referendum presenti all’assemblea dei mille. Mentre i Radicali, dal vertice alla “base”, vanno ri petendo che con il centrodestra ormai è una partita chiusa. «Berlusconi ha lasciato il campo alle forze clericali – commenta il radicale Marco Cappato -. l’appuntamento per noi ora sono le primarie dell’Ulivo».

Avvenimenti

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