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Costantinopolitismo

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 10, 2010

di Simona Maggiorelli da Istanbul

Istanbul

Per una iniziativa partita dalla società civile un gruppo di intellettuali turchi nel 1999 perorò la causa di Istanbul capitale europea della cultura ricevendo un secco no dalla Ue dal momento che la Turchia non ne fa parte. Ma quella proposta partita dal basso, sul lungo periodo, ha dato i suoi frutti e il 16 gennaio Istanbul avrà la sua incoronazione ufficiale come capitale del 2010. La cultura in questo caso ha preceduto la politica. Dimostrandosi più sensibile e lungimirante nel preconizzare un allargamento dell’Europa che significherebbe anche riconoscerne le radici multiculturali e, dal punto di vista delle religioni, certamente non solo cattoliche ma anche islamiche e chissà – di questo passo, ci auguriamo – anche pagane. Da parte sua la capitale turca punta a festeggiare l’atteso evento con una ridda di appuntamenti internazionali di arte, letteratura, musica, danza e perfino di cucina e di moda.

Se ne è avuto qualche assaggio già durante le recenti festività, in una Istanbul che da alcune settimane insolitamente inonda di luci il mare scuro e profondo del Bosforo. Una Costantinopoli degli anni Duemila animata più che mai di locali, di feste e di concerti improvvisati a ogni angolo di strada, secondo la tradizione zingara più intima e seducente della città. Ma anche una capitale piena di cantieri aperti per restauro di monumenti simbolo come il Ponte di Galata sul Corno d’Oro e per la costruzione di nuovi centri culturali come il Museo dell’innocenza che il premio Nobel per la letteratura Ohran Pamuk ha fondato a pochi metri dalla sua casa-studio nello storico quartiere di Cihangir, traducendo in realtà una fantasia del protagonista del suo ultimo omonimo romanzo. E ancora per le centinaia di migliaia di turisti che durante le feste di capodanno hanno letteralmente preso “d’assalto” la metropoli (in tutto il 2009 sono stati 7,5 milioni e se ne attendono più di 10 milioni nel 2010) si aprono grandi mostre dedicate all’arte della Persia antica e ai rapporti fra Venezia e l’impero ottomano, mentre sfodera tutti i suoi gioielli lo storico Topkapi, che per secoli, con il suo dedalo di sale per consigli politici (divan), giardini con fontane, harem, ha fatto da palazzo pubblico e privato dei sultani ottomani. Intanto sul pontile di Galata pescatori di ogni età continuano a prendere all’amo pesci messi in fuga dal passaggio delle navi, per le strade del vecchio quartiere di Sultanahmet strillano i venditori di ciambelle, i gatti dormono sui tappeti in vetrina e la voce del muezzin continua a scandire le ore di preghiera in questa megalopoli (che dagli anni Cinquanta a oggi è passata da poco più di un milione di abitanti agli attuali 12 milioni) in cui da sempre convivono differenti culture e religioni e dove oggi fiere ragazze con la minigonna sfrecciano per le vie di Beyoglu accanto a donne velate. Una mescolanza singolare, non solo di culture turche, arabe, greche, armene, curde, come racconta la scrittrice turca Elif Shafak ne La bastarda di Istanbul (Rizzoli) e nel suo nuovo romanzo ma anche una particolarissima coesistenza di antico e moderno, di inerzia e movimento continuano a essere la cifra più vera di questa Bisanzio del nuovo millennio. Così il Museo di arte moderna, nato cinque anni fa, con il suo giardino di sculture in acciaio colorato si inserisce nello scosceso panorama di viuzze del quartiere di Cihangir (quello di Pamuk appunto), dominato da una svettante moschea. E in Santa Sofia una Madonna bizantina campeggia accanto a versetti del Corano.

Istanbul by night

Compresenze di Oriente e di Occidente che fanno il fascino sottile di questa capitale della cultura che, unica al mondo, si stende su due continenti. Una città che sul versante occidentale come sul quello asiatico continua a crescere in orizzontale, disinvoltamente senza centro, come volesse procedere all’infinito. Nei quartieri della parte più europea, palazzoni di cemento e piccole case di legno si ergono fianco a fianco, giocandosela in solitario nel conquistare un proprio posto in uno skyline “creativo”, gaddianamente «patrufaziano». Istanbul – e questo è parte della sua magia – trova anche il modo di far convivere il razionalismo dell’edilizia anni Settanta con il romanticismo delle vecchie Yali in legno, residenze di villeggiatura sul Bosforo della buona borghesia turca. Alcune sopravvivono come se il tempo non fosse passato, altre anche in mezzo all’abitato appaiono drammaticamente spanciate e ridotte a macerie da incendi e terremoti. Come quello, devastante, che colpì Istanbul nel 1999 causando più di 30mila morti. La città turca, di fatto, sorge su una faglia simile a quella californiana senza mai essersi dotata di adeguata edilizia anti sismica. E come scrive lo stesso Pamuk nel libro Altri colori (Einaudi) non c’è cupola o minareto qui che, nei secoli, non sia stato ricostruito almeno una volta. «Compresi quelli che ai nostri occhi hanno sempre rappresentato la continuità ottomana nei secoli». Comprese anche le magnifiche moschee del più importante architetto ottomano, Sinan (1489-1588), che punteggiano la città di monumentali cupole finemente decorate all’interno con ceramiche dipinte e con un complesso lessico aniconico. I fondi che il governo di Ankara è riuscito a racimolare grazie al fatto che Istanbul sia stata riconosciuta capitale europea 2010 serviranno in larga parte proprio a questo, a fare lavori di restauro e di consolidamento dei molti tesori d’arte che Istanbul possiede. Ma la faccenda potrebbe in realtà essere più complicata. Sui giornali turchi, infatti, nei mesi scorsi si è accesa una violenta polemica sulla gestione delle celebrazioni da parte dell’agenzia turca Istanbul 2010 european capital of culture. Nell’ufficio del suo segretario generale Yilmaz Kurt sono passate più di duemila proposte di progetti culturali dei quali ne sono stati selezionati 467 da spalmare durante tutto l’arco dell’anno. Fra questi, il restauro di Santa Sophia e di Palazzo Topkapi, ma anche progetti di festival cinematografici e di concerti di rockstar come gli U2. Il tutto con un budget che si aggira sui 375 milioni di lire turche. Metin Karada, noto architetto e segretario dell’Ordine, in più di un’intervista ha detto che l’Agenzia ha una struttura caotica e la suddivisione dei fondi «non è trasparente».

santralistanbul

Ma ci sono state anche altre accuse di corruzione e di mala gestione. Che a oggi però non sono state ancora provate. «Sull’Agenzia si sono fatte molte chiacchere – ha commentato il ministro della Cultura e del turismo Günay al quotidiano Daily News -. In realtà molti progetti sono stati rifiutati perché molto costosi oppure perché giudicati inadeguati, e questo ha generato malcontento fra chi li aveva avanzati». Di fatto, forte è stato lo scontento nel mondo dell’arte contemporanea per la selezione dei progetti. Un mondo che però a Istanbul vive da più di una decina di anni una stagione vivacissima. Basta dare uno sguardo a Santralistanbul (www.santralistanbul.com), uno straordinario reperto di archeologia industriale (si tratta della prima centrale elettrica dell’impero ottomano costruita nel 1911) trasformato da tre anni a questa parte in un cantiere internazionale d’arte dove si incontrano differenti linguaggi delle arti visive, della musica, della danza. Oppure al Museo di arte moderna o alla storia della lanciatissima Biennale di Istanbul, nata nel 1987. La vera movida di Istanbul abita qui. E continua a crescere da più di una decina di anni. er una iniziativa partita dalla società civile un gruppo di intellettuali turchi nel 1999 perorò la causa di Istanbul capitale europea della cultura ricevendo un secco no dalla Ue dal momento che la Turchia non ne fa parte. Ma quella proposta partita dal basso, sul lungo periodo, ha dato i suoi frutti e il 16 gennaio Istanbul avrà la sua incoronazione ufficiale come capitale del 2010. La cultura in questo caso ha preceduto la politica. Dimostrandosi più sensibile e lungimirante nel preconizzare un allargamento dell’Europa che significherebbe anche riconoscerne le radici multiculturali e, dal punto di vista delle religioni, certamente non solo cattoliche ma anche islamiche e chissà – di questo passo, ci auguriamo – anche pagane. Da parte sua la capitale turca punta a festeggiare l’atteso evento con una ridda di appuntamenti internazionali di arte, letteratura, musica, danza e perfino di cucina e di moda. Se ne è avuto qualche assaggio già durante le recenti festività, in una Istanbul che da alcune settimane insolitamente inonda di luci il mare scuro e profondo del Bosforo. Una Costantinopoli degli anni Duemila animata più che mai di locali, di feste e di concerti improvvisati a ogni angolo di strada, secondo la tradizione zingara più intima e seducente della città. Ma anche una capitale piena di cantieri aperti per restauro di monumenti simbolo come il Ponte di Galata sul Corno d’Oro e per la costruzione di nuovi centri culturali come il Museo dell’innocenza che il premio Nobel per la letteratura Ohran Pamuk ha fondato a pochi metri dalla sua casa-studio nello storico quartiere di Cihangir, traducendo in realtà una fantasia del protagonista del suo ultimo omonimo romanzo. E ancora per le centinaia di migliaia di turisti che durante le feste di capodanno hanno letteralmente preso “d’assalto” la metropoli (in tutto il 2009 sono stati 7,5 milioni e se ne attendono più di 10 milioni nel 2010) si aprono grandi mostre dedicate all’arte della Persia antica e ai rapporti fra Venezia e l’impero ottomano, mentre sfodera tutti i suoi gioielli lo storico Topkapi, che per secoli, con il suo dedalo di sale per consigli politici (divan), giardini con fontane, harem, ha fatto da palazzo pubblico e privato dei sultani ottomani. Intanto sul pontile di Galata pescatori di ogni età continuano a prendere all’amo pesci messi in fuga dal passaggio delle navi, per le strade del vecchio quartiere di Sultanahmet strillano i venditori di ciambelle, i gatti dormono sui tappeti in vetrina e la voce del muezzin continua a scandire le ore di preghiera in questa megalopoli (che dagli anni Cinquanta a oggi è passata da poco più di un milione di abitanti agli attuali 12 milioni) in cui da sempre convivono differenti culture e religioni e dove oggi fiere ragazze con la minigonna sfrecciano per le vie di Beyoglu accanto a donne velate. Una mescolanza singolare, non solo di culture turche, arabe, greche, armene, curde, come racconta la scrittrice turca Elif Shafak ne La bastarda di Istanbul (Rizzoli) e nel suo nuovo romanzo ma anche una particolarissima coesistenza di antico e moderno, di inerzia e movimento continuano a essere la cifra più vera di questa Bisanzio del nuovo millennio. Così il Museo di arte moderna, nato cinque anni fa, con il suo giardino di sculture in acciaio colorato si inserisce nello scosceso panorama di viuzze del quartiere di Cihangir (quello di Pamuk appunto), dominato da una svettante moschea. E in Santa Sofia una Madonna bizantina campeggia accanto a versetti del Corano. Compresenze di Oriente e di Occidente che fanno il fascino sottile di questa capitale della cultura che, unica al mondo, si stende su due continenti. Una città che sul versante occidentale come sul quello asiatico continua a crescere in orizzontale, disinvoltamente senza centro, come volesse procedere all’infinito. Nei quartieri della parte più europea, palazzoni di cemento e piccole case di legno si ergono fianco a fianco, giocandosela in solitario nel conquistare un proprio posto in uno skyline “creativo”, gaddianamente «patrufaziano». Istanbul – e questo è parte della sua magia – trova anche il modo di far convivere il razionalismo dell’edilizia anni Settanta con il romanticismo delle vecchie Yali in legno, residenze di villeggiatura sul Bosforo della buona borghesia turca. Alcune sopravvivono come se il tempo non fosse passato, altre anche in mezzo all’abitato appaiono drammaticamente spanciate e ridotte a macerie da incendi e terremoti. Come quello, devastante, che colpì Istanbul nel 1999 causando più di 30mila morti. La città turca, di fatto, sorge su una faglia simile a quella californiana senza mai essersi dotata di adeguata edilizia anti sismica. E come scrive lo stesso Pamuk nel libro Altri colori (Einaudi) non c’è cupola o minareto qui che, nei secoli, non sia stato ricostruito almeno una volta. «Compresi quelli che ai nostri occhi hanno sempre rappresentato la continuità ottomana nei secoli». Comprese anche le magnifiche moschee del più importante architetto ottomano, Sinan (1489-1588), che punteggiano la città di monumentali cupole finemente decorate all’interno con ceramiche dipinte e con un complesso lessico aniconico. I fondi che il governo di Ankara è riuscito a racimolare grazie al fatto che Istanbul sia stata riconosciuta capitale europea 2010 serviranno in larga parte proprio a questo, a fare lavori di restauro e di consolidamento dei molti tesori d’arte che Istanbul possiede. Ma la faccenda potrebbe in realtà essere più complicata. Sui giornali turchi, infatti, nei mesi scorsi si è accesa una violenta polemica sulla gestione delle celebrazioni da parte dell’agenzia turca Istanbul 2010 european capital of culture. Nell’ufficio del suo segretario generale Yilmaz Kurt sono passate più di duemila proposte di progetti culturali dei quali ne sono stati selezionati 467 da spalmare durante tutto l’arco dell’anno. Fra questi, il restauro di Santa Sophia e di Palazzo Topkapi, ma anche progetti di festival cinematografici e di concerti di rockstar come gli U2. Il tutto con un budget che si aggira sui 375 milioni di lire turche. Metin Karada, noto architetto e segretario dell’Ordine, in più di un’intervista ha detto che l’Agenzia ha una struttura caotica e la suddivisione dei fondi «non è trasparente». Ma ci sono state anche altre accuse di corruzione e di mala gestione. Che a oggi però non sono state ancora provate. «Sull’Agenzia si sono fatte molte chiacchere – ha commentato il ministro della Cultura e del turismo Günay al quotidiano Daily News -. In realtà molti progetti sono stati rifiutati perché molto costosi oppure perché giudicati inadeguati, e questo ha generato malcontento fra chi li aveva avanzati». Di fatto, forte è stato lo scontento nel mondo dell’arte contemporanea per la selezione dei progetti. Un mondo che però a Istanbul vive da più di una decina di anni una stagione vivacissima. Basta dare uno sguardo a Santralistanbul (www.santralistanbul.com), uno straordinario reperto di archeologia industriale (si tratta della prima centrale elettrica dell’impero ottomano costruita nel 1911) trasformato da tre anni a questa parte in un cantiere internazionale d’arte dove si incontrano differenti linguaggi delle arti visive, della musica, della danza. Oppure al Museo di arte moderna o alla storia della lanciatissima Biennale di Istanbul, nata nel 1987. La vera movida di Istanbul abita qui. E continua a crescere da più di una decina di anni.

Le due signore del Mediterraneo

Istanbul e Venezia, un rapporto lungo secoli

interno moschea, Istanbul

Centoventisei opere provenienti dai Musei civici veneziani e quarantacinque dai musei di Istanbul documentano in una grande mostra al museo Sakip Sabanci la lunga trama di rapporti che le due città ebbero nei secoli. Con il titolo Venezia e Istanbul in epoca ottomana (fino al 28 febbraio, catalogo Electa) questa rassegna, ideata per Istanbul capitale europea della cultura 2010, si concentra in particolare sul periodo che va dalla caduta di Costantinopoli nel 1453 alla battaglia di Lepanto del 1571 vinta dai cristiani (anche se, come è noto, si trattò di una data molto più simbolica che risolutiva in termini di egemonia). Arrivando poi fino al 1718, l’anno in cui i rapporti fra la Repubblica marciana e la Sublime Porta si conclusero definitivamente. (Vedi in proposito quanto scrive Ennio Concina nel libro Venezia e Istanbul, incontri, confronti e scambi, Forum). Dunque un lungo percorso con molte testimonianze di arte bizantina, di arte veneta protorinascimentale e rinascimentale, per arrivare all’orientalismo dell’arte ottocentesca. E se come ci ha insegnato lo storico dell’arte Otto Demus in libri come L’arte bizantina e l’Occidente (Einaudi) il ruolo svolto dall’arte bizantina nell’evoluzione dell’arte occidentale è stato fondamentale, con tanto di artisti bizantini usati come maestri e maldestri tentativi occidentali di imitazione, non meno trascurabile è stata l’influenza dell’arte turco-ottomana e, attraverso i traffici commerciali e i rapporti diplomatici con Istanbul, quella proveniente dai Paesi arabi. Le due signore del Mediterraneo La mostra al Sakip Sabanci, dunque, racconta di un ricco scambio biunivoco fra le due differenti culture, che da parte “europea” vide protagonista assoluta l’arte di Gentile Bellini con il suo potente ritratto del doge Giovanni Mocenigo (in mostra a Istanbul) ma anche con il suo celeberrimo Ritratto del sultano Mehmed II del 1480 conservato alla Nataional gallery di Londra. Un quadro che il pittore veneziano – primo artista occidentale a lavorare direttamente su committenza ottomana – realizzò vivendo per un periodo presso la corte del sultano. E non è certo un caso che si trattasse di un pittore che aveva bottega a Venezia. La Repubblica nei primi tre secoli di conflitti con i turchi aveva mostrato una certa condiscendenza sprezzante verso i rivali, cavalieri delle steppe abili nell’arte equestre ma nuovi all’arte nautica. Ma poi, vista l’esiguità del proprio apparato militare e per non offrire vantaggi alla rivale Genova, pensò bene di optare per una politica neutrale verso i turchi. Una politica che si tradusse in fitti scambi commerciali e qualche volta perfino in alleanze militari.

Lorenzo Lotto carpet

Testimonianze del secolare rapporto di Venezia con la cultura ottomana, anche per questo, si trovano nelle tele commissionate da ricchi committenti veneziani ai pittori più importanti tra fine Quattrocento e fine Cinquecento. Basta pensare alla precisa raffigurazione di tappeti turchi in alcune opere di Lorenzo Lotto. Oppure alla foggia di vestiti con turbante e alla presenza di minareti sullo sfondo di alcune tele di Carpaccio e in molta pittura “orientalista” che si sviluppò a Venezia dal XV al XVII secolo. Senza contare che determinante per la nascita del cosiddetto colorismo veneto (di cui furono protagonisti Tiziano, Veronese, Tintoretto e poi Tiepolo) fu l’impiego di particolari pigmenti usati dai miniaturisti persiani e ottomani e l’uso di polvere di pietre preziose nell’amalgama dei colori. E se prestiti orientali quasi non si contano nelle lacche veneziane e nelle rilegature di libri veneziani del XVI secolo, così come nella lavorazione di metalli ageminati, nei tessuti e nei velluti, colpisce a livello meno patente la penetrazione di certe suggestioni della cultura islamica contenute in capolavori come I tre filosofi (1504-08) di Giorgione in cui l’artista dà particolare rilievo e fierezza alla figura che secondo la lettura di Michael Barry (in Venezia e l’islam 828-1797, Marsilio) andrebbe letta come ritratto del filosofo Averroè.

Vermeer spleeping maid

Ma se i prestiti della cultura turco-ottomana all’arte italiana sono ancora materia per specialisti e, purtroppo, non compaiono sui manuali di scuola, spostandoci dal museo Sakip Sabanci al ricchissimo Museo di arte turca e islamica nei pressi della Moschea blu non si può non restare colpiti dal sistema di catalogazione delle opere e dei reperti. Questi ultimi per lo più sono schedati con il nome dell’archeologo occidentale che li ha riportati alla luce. Mentre per indicare le diverse e complesse grafie dei tappeti turchi vengono comunemente usati i nomi dei pittori italiani e olandesi (Bellini, Lotto, Holbein ecc) che dipinsero quelle tipologie di tappeto nei loro quadri. Tristemente, quasi fosse lo sguardo dell’Occidente a definirne il valore.

La pazzia del sultano, il tarlo ottomano

I loro antenati erano i turcomanni del III millennio a.C. Ma il potere ottomano non fu strutturato solo sulla potenza “equestre”. La chiave del lungo successo dell’impero, racconta Jason Goodwin ne I signori degli orizzonti (Einaudi), risiedeva in un complesso sistema militare e di governo. «Tra il 1320 e il 1390 gli Ottomani travolsero come un’onda impetuosa le secche del potere bizantino che aveva dominato per più di mille anni» scrive lo storico inglese. Nel 1326 gli Ottomani conquistarono Bursa facendone la loro capitale, poi a poco a poco si impadronirono della Grecia settentrionale, della Macedonia, della Bulgaria e quindi della Tracia e di Adrianopoli che, ribattezzata Edirne, divenne nel 1366 la loro capitale sul suolo europeo. La travolgente avanzata ottomana fu temporaneamente arrestata da Timur nel 1402 nella battaglia di Ankara. Nel 1453 però i turchi conquistarono Istanbul (gli occidentali la registrarono come la caduta di Costantinopoli). E l’avanzata ottomana riprese con forza fino ad arrivare poi a Vienna, nel cuore dell’Europa. Ma l’impero significò anche la costruzione di un’importante rete di istituzioni culturali e islamiche che permisero di presidiare il territorio conquistato: ovvero moschee, madrasse, biblioteche ma anche caravanserragli, bazar, ponti, acquedotti, ospedali e ospizi. Se gli Ottomani, insomma, non andavano tanto per il sottile quando erano in guerra, usavano il guanto di velluto quando si trattava poi di governare, lasciando che i popoli conservassero le loro tradizioni e credenze religiose. Ma quell’impero ottomano, che con il cosiddetto tributo dei ragazzi aveva congegnato un sistema di cooptazione della classe militare e della burocrazia facendo fuori ogni privilegio di sangue e ogni infida aristocrazia, aveva nella legge fratricida il proprio tallone di Achille. Con questa legge (che fu abolita solo nel 1603) i fratelli e i parenti del sultano venivano uccisi o rinchiusi in prigione perché non potessero tramare contro di lui. Ma la pratica invalidante di imprigionare i principi nelle gabbie finì per creare dinastie di disadattati. Osman III, per esempio, aveva passato cinquanta anni in una gabbia con sordomuti quando fu ripescato per prendere il posto del sultano che nel frattempo era morto. «Molti sultani – scrive Goodwin – erano mentalmente disturbati, un fatto che non può essere attribuito ai pericoli dei matrimoni tra consanguinei ma si spiega con le atroci condizioni in cui venivano allevati». s.m.

L’altra Istanbul. Uno scenario underground

C’è voluto il lungometraggio del turco tedesco Fatih Akin “Crossing the Bridge: il sound di Istanbul”, nel 2005, perché si cominciasse a parlare della Istanbul underground. Sezen Aksu, dalla band neo psichedelica Baba Zula alla cantante tradizionale curda Aynur Dogan, il mondo sotterraneo che gravita dal ponte di Galata a Istiklal Caddesi, sul lato occidentale di Costantinopoli, trovava finalmente diffusione. Istanbul è anche, e forse ultimamente soprattutto, questo. Una generazione nata lontana dalla città sul Bosforo, che fino a cinquant’anni fa era anche greca, figlia della città operaia di Izmit o emigrata dal Kurdistan in seguito al conflitto col Pkk. E approdata nel quartiere di Beyoglu, fra affitti improponibili, case occupate e disagi metropolitani, dopo essere cresciuta sotto la repressione del colpo di Stato, il divieto di apertura verso ovest ed Est, il nazionalismo e il militarismo più estremi, fino a sviluppare correnti e suoni del tutto unici. Non è Occidente né Oriente, la scena musicale di Istanbul: è semplicemente tutto quel che si può immaginare. Il turbo folk balcanico, la musica elettronica suonata col saz, e soprattutto la strada, luogo di socializzazione privilegiato di tutta l’area ottomana. A Istiklal si gira con lo strumento e ci si siede a suonare mentre dal lato occidentale, a Kadikoy, si vanno a incidere album che poi invadono internet e negozi. Dietro a tutto questo c’è anche molta politica; perché la libera espressione, in Turchia, è prima di tutto un atto di denuncia. C’è la questione delle minoranze curde, alevite, arabe e rom, per chi vuole fare musica tradizionale; c’è la questione dei diritti umani, per chi va a suonare agli scioperi e alle manifestazioni e per chi ha le radici ben piantate nel cemento della Turchia del boom economico e quindi del rock, del rap, e dell’elettronica; e ci sono i diritti dei migranti, perché Istanbul è anche un crocevia di profughi in arrivo da Africa, Afghanistan, Iraq e Palestina. Un esempio di questa commistione è Enzo Ikah, venticinquenne esule politico congolese; nato in Italia, studente della Sorbona, bassista di Youssu’n Dour e infine fuggitivo per aver criticato il regime della Repubblica Democratica del Congo, oggi fa il cantante reggae a Istanbul. In turco. Un fenomeno locale, che dopo due anni di concerti sta finalmente per pubblicare il primo disco – entro fine gennaio, pare. Alle sue spalle, un intero collettivo di band politicamente impegnate, l’Oppa tzupa sound. system. Una costellazione di esperienze che comprende la rock band Ahibba, che canta in arabo facendo metal con strumenti tradizionali; lo ska punk balcanico dei Bandista, che cantano in turco “Bella ciao” e “Fischia il vento”; il folk-jazz di Julide Oksel; e così via, evolvendosi ed espandendosi a un ritmo impressionante, inglobando collaborazioni con film maker, movimenti politici, artisti visuali e tutto ciò che di unico questa città sta producendo. In tempo reale.(contributo su Istanbul underground di Annalena Di Giovanni)

da left-avvenimenti

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Un crociato al Cnr

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Un ritratto di Roberto De Mattei il subcommissario fondamentalista dell’ente nazionale di ricerca. Consigliere di Gianfranco Fini, fa parte delle milizie cattoliche preconciliari

di Simona Maggiorelli

Della vicenda del commissariamento del Cnr e dell’attacco alla ricerca mosso dal governo Berlusconi Avvenimenti si è occupato spesso nei mesi scorsi cercando di indagarne logiche, metodi, retro pensieri. Ora, scorrendo i nomi dei comissari e subcommissari appena nominati siamo andati a vedere il loro profilo.

Spinti anche dall’appello di dodici eminenti storici pubblicato da Repubblica il 28 giugno. Fra i firmatari ci sono Adriano Prosperi, Rosario Villari, Massimo Firpo, Giuseppe Galasso, Armando Petrucci e molti altri. Ma veniamo ai fatti. In una lettera indirizzata ai direttori d’Istituto, il 31 luglio, il commissario straordinario Adriano De Maio rivendica un potere pieno e assoluto nella ristrutturazione del Cnr, dispensando consigli e minacce, lasciando intendere che non ci si potrà opporre alla sua manovra, finché non sarà interamente compiuta. Se il suo piano dovesse fallire, avverte de Maio,il Cnr potrebbe chiudere.

Senza clamori, lontano dai riflettori, invece, è partito il lavoro dei subcommissari. Fra questi troviamo Roberto De Mattei, in questi giorni presenza assidua e discreta nelle stanze del quartier generale del riordino. Figura chiave, la sua, soprattutto per il ruolo politico che ha il professore. De Mattei è il consigliere per le questioni istituzionali del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. Caratteristica pregnante dello storico De Mattei sono le scelte “forti” in campo ideologico. Il nostro è un battagliero cattolico preconciliare, avverso ad ogni moderatismo centrista.

Quando sono state rese pubbliche le nomine ci si è domandati chi fosse questo oscuro professore associato di storia moderna dell’Università di Cassino assurto a subcommissario con delega per le scienze umane. Se De Maio è ben noto come rettore della facoltà della Confindustria (la Luiss), fin qui, di De Mattei si conoscevano solo alcune violente prese di posizione contro il Gay pride fiorite, nel 2000, in pesanti iniziative pubbliche organizzate con Forza Nuova. Così volendo mettere meglio a fuoco la sua figura, accanto ai fatti evidenti – ovvero che è cresciuto in ambienti di Alleanza cattolica molto vicina ad An e che è stato allievo di Augusto Del Noce – si scoprono altri più in ombra come il suo lavoro come guida dell’associazione Lepanto e il suo legame con il cattolicesimo confessionale e oscurantista professato dalla associazione brasiliana Tradizione Famiglia Società fondata dal teologo Plinio Correa de Olivera, sostenitore di due dittature militari, quella brasiliana e quella cilena. Di de Olivera, De Mattei è il biografo ufficiale, di lui il Nostro si dice discepolo e da lui ha ampiamente mutuato la visione manichea di un mondo in cui si fronteggiano le forze del Bene e del Male. Come si legge nelle pagine pubblicate da De Mattei sul sito www.lepanto.org e nella più esplicita versione brasiliana, che un amico che di mestiere fa lo storico ci ha utilmente suggerito di visitare (www.lepanto.org.br). Il Bene, vi si legge, è la civiltà cristiana, il Male il barbaro islam che mirerebbe alla conquista dell’Occidente con i mezzi dell’invasione demografica per poi imporre le proprie leggi. Cristianità contro islam, in contrapposizione rigidamente dualistica, riesumando medievali fantasmi di guerra santa.

Il manifesto del centro studi Lepanto del resto avverte: “Fondato nel 1982 con lo scopo di difendere i valori tradizionali, richiamandosi al magistero immutabile della Chiesa cattolica”, “sostenuto da una rete di amici con la preghiera, con l’azione, con il sacrificio anche finanziario”. Sfogliando le pagine web si fa sempre più chiara l’idea che non di convinzioni solo private si tratti. Lo precisa lo stesso Roberto De Mattei propagandando esplicitamente “un’idea di religione non come dimensione intimistica, ma come proiezione sociale”. Pensando alla carica istituzionale a cui è stato chiamato viene difficile pensare che il suo possa essere davvero solo un ruolo tecnico. E ancor più, tremano le vene e i polsi quando si leggono brani in cui de Mattei ripudia ogni radicale separazione fra ordine religioso e civile. Folgorante il passaggio sul semestre europeo affidato all’Italia. Per de Mattei non sembra contare molto che la Convenzione abbia deciso di tagliare dalla costituzione europea ogni riferimento alle radici cristiane d’Europa. “e’ significativo – scrive- che sia un premier italiano a ricevere il testo, si tratta di una coincidenza di forte valore simbolico… l’esecutivo vuole introdurre il riferimento alla religione e questo sarà un punto qualificante”.

Fra due anni in Francia si festeggerà il centenario della separazione fra stato e Chiesa come importante momento per la storia europea. De Mattei invece preferisce radicare il suo pensiero fuori dalla storia, sull’astratta trascendenza. La domanda quindi ritorna: ancoraggi metafisici di questo genere come potranno coniugarsi con un’idea di promozione della libera ricerca? E il quadro si fa ancora più scuro quando nei suoi scritti – emblematico il libro Guerra santa, guerra giusta Islam e Cristianesimo in guerra (Piemme, 2002) – si incontrano apologie della figura del “Cavaliere di cristo che uccide con la tranquilla coscienza e muore con ancor maggiore sicurezza… senza temere in alcun modo di peccare per l’uccisione del nemico”. E poi deprecazioni della tolleranza, mescolate ad operazioni di revisionismo storico che arrivano a negare i genocidi compiuti in nome della croce sostenendo che una cristianizzazione forzata non sarebbe mai esistita e che il cattolicesimo si è sempre diffuso attraverso la pacifica conquista dei cuori. A questo punto appaiono assai più chiare le affermazioni forti della lettera degli storici pubblicata da La Repubblica e rilanciata dal sito www.scienzaviva.wnet.it/osservatorio ricerca.

Senza soffermarci sul valore del professor De Mattei come studioso- recita la lettera- non possiamo fare a meno di constatare come la matrice fondamentalista di alcune sue asserzioni su momenti essenziali della democrazia occidentale così come sui valori della laicità dello Stato e del dialogo fra culture si collochi non solo in contrasto coi principi fondanti della nostra Costituzione ma anche in conflitto con le premesse della collaborazione scientifica internazionale e coi caratteri originari della ricerca storica come strumento di conoscenza e di comprensione di culture diverse”. Un passaggio che valeva la pena di riportare integralmente e a cui lo storico Rosario Villari, fra i primi firmatari della lettera ( a cui poi si sono aggiunti i nomi di altri trecento intellettuali, ricercatori, docenti universitari) aggiunge:”E’ anche il metodo di questa nomina che non convince, la comunità scientifica non è stata minimamente consultata e coinvolta nella decisione”. E più in là:”Non è la sola ricerca storica ad essere un pericolo- denuncia il professore-. E’ una faccenda che riguarda tutte le discipline e lw branche di specializzazione. C’è un clima di incoltura generale che va dal governo ai mass media, manca sempre più la cultura dell’approfondimento, basta guardare il tenore dei programmi televisivi”.

La ricerca sta subendo un attacco durissimo in questo momento in Italia” commenta Rino Falcone, coordinatore dell’Osservatorio sulla ricerca, fondato e promosso da una serie di scienziati e intellettuali di chiara fama, da Margherita Hack a Tullio Regge, per monitorare il campo, vigilare e denunciare, ma anche per fare concrete controproposte ai “riformatori”. “Gli istituti di ricerca pubblica- spiega Falcone- sono sempre più depauperati di risorse, l’autonomia progressivamente ridotta, chi ci lavora dentro è spinto verso una sempre maggiore precarietà e questo mentre, di pari passo, aumentano le sovvenzioni a istituti privati”. L’esempio più eclatante nelle ultime settimane è stato certamente quello dell’Istituto di studi politici San Pio V di Roma: una piccolissima istituzione privata che ha avuto la qualifica di ente di ricerca “non strumentale”al pari di prestigiose e storiche istituzioni pubbliche di ricerca. Questo governo prevede di dare all’università privata San Pio V, dove insegna il ministro Rocco Buttiglione, una cifra fra un milione e mezzo di euro (solo per il 2003). “ Un fatto indecente – sottolinea Falcone- anche perché diversamente dagli enti come il Cnr, il San Pio V non ha nel proprio statuto l’obbligo di fare ricerca”. Ma c’è di più, tutta l’operazione di commissariamento del Cnr è stata anche un pesante tentativo di screditarne l’immagine”. “De Maio pone molta enfasi sulle prove di valutazione e noi non ci opponiamo- spiega- ma la continua verifica non deve essere usata per irretire, come mezzo per mettere il Cnr sotto tutela. Dati alla mano, e sono notizie pubbliche e verificabili, abbiamo dimostrato di essere del tutto competitivi con gli istituti analoghi al nostro in altri paesi”. Sono i report della Commissione europea, della National science foundation e di altri istituti internazionali a sostenerlo. 2In questo quadro nomine come quella di Roberto De Mattei, di persone poste in ruoli chiave della riforma del Cnr non per meriti scientifici – prosegue Falcone- diventano segnali davvero preoccupanti. Il rischio è che si vada verso una occupazione politica del Cnr. Nel consiglio di amministrazione ci sono sempre stati dirigenti di nomina politica, ma al contempo c’erano organismi interni che facevano da contrappeso. Adesso non è più così quegli organismi sono stati svuotati di potere e il rischio che perfino negli istituti di ricerca siano nominate persone per motivi non strettamente scientifici”. L’Osservatorio sulla ricerca intanto promette di dare battaglia con iniziative, dibattiti pubblici, assemblee. Sei mesi fa a Roma fu il promotore di una significativa protesta. Ricercatori di differenti ambiti del sapere andarono a Montecitorio per riconsegnare simbolicamente gli strumenti della ricerca. A ottobre ci sarà una nuova iniziativa e all’università un’assemblea di tutti i ricercatori di istituti pubblici e privati. “La cultura,la libera ricerca sono le leve fondamentali dell’innovazione, ma anche della crescita civile e sociale- ribadisce Falcone- non possiamo accettare che siano imbavagliate, sarebbe un danno enorme per il paese”.

I libri del crociato De Mattei:

Roberto De Mattei è autore del volume Il crociato del secolo XX Plinio Correa de Oliveira (Piemme, 1996) e di Guerra santa guerra giusta. Islam e cristianesimo in guerra (Piemme, 2002). E ancora 1900-2000 due sogni si succedono: la costruzione e la distruzione (Centro culturale Lepanto, 1990) in cui si può leggere la summa delle campagne tradizionaliste dell’associazione Lepanto. In questo libro De Mattei condanna le opere di Prygogine e di altri filosofi del caos, colpevoli come Giordano Bruno di ammettere “la pluralità dei mondi e l’infinità dell’universo… contro l’insegnamento cristiano”. Ha anche scritto un libro sui fatti di Genova. Invece nel volume La responsabilità della classe dirigente cattolica analizzata dopo la lettera ai vescovi italiani di Giovanni Paolo II (Edizioni fiducia,1994) accusa la Dc di aver contribuito al processo di “scristianizzazione” dell’Italia attraverso le legislazione sull’aborto e l’abolizione della potestà maritale.

E ancora fra le pubblicazioni promosse dall’associazione Lepanto: Chiesa e omosessualità, le ragioni di una immutabile condanna e poi Islam, anatomia di una setta di Stefano Nitoglia con prefazione di Roberto De Mattei ( dopo la sua nomina ai vertici del Cnr queste pubblicazioni sono state tolte dal sito). Il centro culturale Lepanto pubblica anche una rivista. Fra i numeri “manifesto” in promozione sul sito c’è Comunismo , il crimine impunito del XIX secolo. Abbonarsi, si legge sul sito dell’associazione, “è un atto di amore alla verità”.

Da Avvenimenti 22 agosto 2003

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