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L’impegno civile degli Intellettuali 2.0

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 4, 2013

Mario Merz "Che fare?" 1968-73

Mario Merz “Che fare?” 1968-73

 di Simona Maggiorelli

«L’unica capacità che ancora oggi dovrebbe contraddistinguere l’intellettuale è il fiuto avanguardistico per ciò che conta. Ciò richiede virtù tutt’altro che eroiche: il senso per quel che non va e che potrebbe andare diversamente; un pizzico di fantasia per progettare alternative, un poco di coraggio un’asserzione forte e provocatoria per un pamphlet». Così scrive il filosofo Jurgen Habermas ne Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa (Laterza, 2010). Salvo aggiungere: «Più facile a dirlo che a farlo. E lo è sempre stato».

E ancor più difficile è oggi, con il restringersi degli spazi per un dibattito pubblico di alto a livello. A cominciare dalle pagine dei giornali che offrono sempre meno approfondimento e riflessione critica. Come ci raccontano in queste pagine alcuni degli intellettuali più autorevoli della generazione intorno ai quarant’anni. Intanto la politica latita e le amministrazioni locali spendono i pochi soldi a disposizione per eventi che danno un immediato ritorno immagine invece di investire in biblioteche e musei connessi con il territorio. Ma c’è chi non si arrende. E dagli appelli pubblici, ai circoli di lettura, dalle proposte ad alto tasso di creatività di piccoli editori, alle occupazioni dei teatri, fioriscono le iniziative dal basso. Ed è un miracolo tutto italiano, visto che come ci ricorda Roberto Ippolito nel libro Ignoranti (Chiarelettere) l’investimento in Cultura in Italia è pari allo 0,19% del bilancio pubblico.

Sporcarsi le mani

Tomaso Montanari a L'Aquila

Tomaso Montanari a L’Aquila

Non ci sta Tomaso Montanari a svalutare l’impegno civile che, a suo avviso, dovrebbe procedere di pari passo al lavoro accademico. Docente di storia dell’arte all’Università di Napoli, 43 anni, lo studioso fiorentino è stato appena nominato dal presidente Napolitano commendatore dell’ordine al merito della Repubblica per il suo impegno in difesa del patrimonio d’arte. Promotore dell’adunata di storici dell’arte che si tiene a L’Aquila il 5 maggio ( a cui partecipa anche il neoministro Massimo Bray), Montanari interviene nel dibattito di left sul ruolo degli intellettuali cominciando con una precisazione: «Non credo che abbia molto senso parlare oggi di “intellettuali”, come categoria astratta – dice- . Ha senso, invece, parlare di comunità della conoscenza e della ricerca. Beninteso io stesso ho scritto un libro (A cosa serve Michelangelo?, Einaudi , 2011 ndr) sul tradimento etico, scientifico e politico della mia comunità, quella degli storici dell’arte italiani. Ma credo che chi ha il privilegio di lavorare nella ricerca abbia il dovere di fare entrare il metodo e, per quanto possibile, anche i risultati della ricerca nel discorso pubblico generale: dobbiamo incessantemente restituire il più possibile alla comunità civile che ci paga lo stipendio».

Il ministro Bray ad Onna

Il ministro Bray ad Onna

Un esempio? «Una delle cause della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione – spiega Montanari – è proprio l’incapacità degli storici dell’arte di parlare ai cittadini. Ora dobbiamo chiederci abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per spiegare “quanti e quali valori si trattava di proteggere” come scrisse Roberto Longhi all’indomani del bombardamento di Genova, nel 1944? Abbiamo provato ad essere davvero “popolari”, per farci capire dai cittadini che del patrimonio d’arte sono gli unici padroni’? Abbiamo fatto in modo che la storia dell’arte non serva solo agli storici dell’arte? Senza una nuova alfabetizzazione figurativa degli italiani, il patrimonio non si salva, e l’articolo 9 della Costituzione non si applica». Ma c’è anche un altro dovere che gli intellettuali non possono trascurare secondo Montanari: «Ogni ricercatore è anche, e prima di tutto, un cittadino. E oggi è il momento in cui ogni cittadino che ne è capace deve prendere la parola in pubblico, deve agire in prima persona “politicamente”: il che non vuol dire candidarsi a qualcosa, ma contribuire a costruire la “polis” con le proprie idee. Chi fa ricerca lo farà, si spera, condividendo con gli altri un modo meno conformista di guardare al mondo. Non perché è un’ “intellettuale”, ma perché come ricercatore è pagato per cambiare il mondo attraverso la conoscenza». Da qui la sua scelta di firmare l’appello di Settis, Bodei e altri? «Quando Barbara Spinelli mi ha chiesto se volessi firmare un appello al Movimento 5 Stelle perché si impegnasse a formare un governo ho detto sì. Personalmente pensavo a un governo a termine guidato da una personalità come Stefano Rodotà, che mi pare ancora l’unica via d’uscita possibile». Paolo Mieli, però, ha detto che voi firmatari eravate degli ingenui. «Certo rispetto a Mieli, lo sono – dice Montanari -. Mi chiedo, però, se in un Paese distrutto anche dal cinismo di alcuni squali navigatissimi sia proprio un gran difetto essere ingenuo. Ma la questione è un’altra. E chiedo a Mieli: per capire ciò che sarebbe successo alle elezioni era più utile leggere gli editoriali dei principali giornali italiani, o leggere un libro come Azione popolare di Salvatore Settis? Chi ha oggi strumenti migliori per capire il Paese? Dopo di che, ognuno deve fare il suo mestiere, e un appello non ha l’ambizione di produrre direttamente effetti in politica: ha il fine di spingere al pensiero critico individuale, di fare un graffio sulle coscienze».

La miopia della politica

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia

«D’accordo Settis, Montanari, Rodotà. Difficile non concordare con quanto propongono» chiosa Nicola Lagioia, scrittore, blogger, conduttore di Radiotre e editore per conto di Minimum Fax. «Quando con il sito Minima et Moralia abbiamo proposto Rodotà come presidente della Repubblica abbiamo avuto un’infinità di contatti. Ma sono pochissimi gli intellettuali come lui che parlano direttamente a tutti noi». Futuro gramo per gli intellettuali italiani? «Devo dire che sono piuttosto pessimista – ammette Lagioia – .Quando gli intellettuali scendono nell’agone pubblico si prestano a farlo secondo i codici di comunicazione della Tv,e dei grandi media; nolente e volente, si trovano a parlare il linguaggio del potere. E’ successo anche a Cacciari con Sgarbi a Servizio pubblico.

Anche se dicevano cose diverse, alla fine il linguaggio era lo stesso, quello della baruffa Tv. A cui Cacciari si è prestato involontariamente. Anch’io quando sono andato in tv mi sono accorto che alla fine ero costretto a parlare la lingua della comunicazione che non ha niente a che fare con la letteratura e con la cultura, perché sei costretto a parlare per slogan». E allora cosa resta? Scrivere la propria opera, fare un blog «anche se in Italia è difficilissimo bucare il cono d’ombra o di luce degli addetti ai lavori».

scuola_nuova_3 E non dipende solo dagli intellettuali: il problema più grosso in Italia, dice Lagioia, è la mancanza di interlocutori politici. «Se non ora quando, il movimento TQ, al Valle Occupato c’è stato nell’ultimo anno un bel fermento dal basso, ma non c’è stata risposta politica».

E se allarghiamo lo sguardo vediamo che «in Europa i Paesi che riescono ancora a tenere sul piano dello sviluppo sono quelli che più hanno investito in cultura e ricerca. Hanno politici che sono dei veri statisti, fanno investimenti di lungo periodo, guardando alle generazioni future, non alle prossime elezioni». Al contrario di quanto accade in Italia. «Da elettore di sinistra noto purtroppo che questi partiti non sanno neanche dove mettere le mani quando si tratta di scommettere sulla cultura – constata Lagioia -. Credono che la cultura siano i talk show, i programmi tv di Fazio, di Saviano, della Dandini, i pezzi di Scalfari.

Ma la cultura è molto più vasta. Non c’è solo Riccardo Muti per la musica, non c’è soloUmberto  Eco per la letteratura». C’è un distacco fra intellettuali e politica? «C’è uno iato enorme. I partiti, Pd compreso, hanno perso del tutto il polso della situazione, si accontentano della spettacolarizzazione. Allora ecco Lidia Ravera alla Regione Lazio e non importa quanto ne sappia di politica locale, ecco Nanni Moretti che alla chiusura della campagna elettorale urla “da Lunedì gli italiani non saranno più ostaggio di Berlusconi”. E poi sappiamo come è andata…»

Nostalgia del Novecento

Matteo Marchesini

Matteo Marchesini

Se nell’Ottocento e nel Novecento almeno fino alla Resistenza si poteva parlare di una élite di intellettuali che erano riconosciuti come tali da un pubblico, in rapporto a un’impresa di portata più ampia, che era poi quella della società in generale, oggi questo patto è venuto meno, nota il filosofo Rino Genovese nel suo nuovo libro Il destino dell’intellettuale (Il Manifesto libri): ora a prevalere è perlopiù l’esperto e il comunicatore di massa, mentre i meccanismi dell’industria culturale si fanno sempre più pervasivi e si riduce lo spazio per la dissidenza. Un’analisi su cui in parte sembra concordare anche il più giovane dei nostri interlocutori, lo scrittore e critico Matteo Marchesini, classe 1979, ma che in libri come Soli e civili (Edizioni dell’Asino, 2012) non nasconde una certa nostalgia per tipi intellettuali come Fortini, come Bianciardi o come il poeta Noventa.

«Gli appelli vanno anche bene, purché liberi dalla retorica e linguisticamente sorvegliati – dice Marchesini – ma prima di tutto bisogna capire come si configura la scena pubblica oggi e cosa significa essere reclutati come intellettuali: dagli anni Cinquanta in poi con la crescita dell’industria culturale significa in primis essere esaltati dal potere mediatico, a prescindere dalla qualità e consistenza del proprio lavoro intellettuale. Per questo – spiega lo scrittore bolognese – mi è molto cara la distinzione che faceva Fortini fra funzione intellettuale (che hanno tutti universalmente dal momento che fanno un lavoro intellettuale) e intellettuale come ruolo, che dà l’idea di un notabilato»

Franco Fortini

Franco Fortini

. Chi sono oggi gli intellettuali di “ruolo”? «Quegli autori che accettano di essere ridotti a divi Tv, quelli che sui giornali fingono di fare critica ma fanno pubblicità editoriale, quelli che ti offrono analisi da bar appena un po’ più raffinate invece di tentare una disamina dei meccanismi patologici del mercato editoriale. Più che invenzioni dei media come i Baricco, che ormai sono cosa vecchia, o gli Ammanniti – approfondisce Marchesini – mi colpiscono i tipi alla Michele Serra che mentre denunciano giustamente la corruzione morale e intellettuale dell’era berlusconiana accettano di scrivere certe trasmissioni tv e non si preoccupano di questa palese contraddizione. Molti di loro sono di provenienza marxista e dovrebbero aver sentito parlare di critica dell’ideologia, ma non dicono niente sui compromessi del loro lavoro. Se penso ai tipi alla Fazio e Saviano, poi, mi sembra davvero che sulla linea di Fortini abbia vinto quella del suo amico e avversario Pasolini, che puntava sulla mitizzazione della propria figura e chiedeva adesione totale o rifiuto. E allora come uscire da questo impasse? Dedicandosi con impegno al proprio lavoro di scrittura, torna a dire Marchesini, ma anche ricominciando a incontrarsi fuori da i riflettori. «La letteratura non è spettacolo. Intanto gli enti pubblici spendono per festival ed eventi cifre che basterebbero dieci anni alle biblioteche di quartiere. Con questo non demonizzo i festival ma a me piacciono le iniziative in cui le persone si incontrano e a mani nude per parlare di libri. Qui a Bologna l’associazione dell’Elefante, per esempio, organizzava serate di lettura in cui chiunque poteva proporre un testo da discutere e poi lo si faceva tutti assieme».

Viva la perdita di aura

Andrea Di Consoli

Andrea Di Consoli

«Chi sono, oggi, gli intellettuali? Sono la somma degli scrittori, architetti, filosofi, musicisti, registi, artisti, teologi, blogger, giornalisti, storici, docenti universitari, direttori di istituzioni culturali, antropologi, ecc. cioè la somma di tutti coloro che maneggiano quotidianamente idee, ideologie, pensieri, parole, materiali dell’immaginario, del pensiero, della cultura» dice lo scrittore e critico letterario Andrea Di Consoli.

«Dunque – prosegue – sono intellettuali tutti coloro che pensano in senso lato, cioè tutti coloro che lo fanno in maniera sistematica e non episodica». E in uno scenario sempre più allargato. «Di fatto il benessere moderno ha comportato una straordinaria proliferazione numerica degli intellettuali, perché la principale caratteristica delle società avanzate è la possibilità, da parte della massa, di abbandonare il lavoro manuale per il lavoro intellettuale».

twittE cosa porta con sé questo allargamento della cerchia degli intellettuali in Italia? «Comporta orizzontalità, pluralismo, frammentazione, affollamento. Ma perché dovrebbe essere un male? A mio avviso la perdita dell’alone ieratico e solenne che un tempo circondava alcuni intellettuali non è affatto da deprecare. Secondo me è un bene che in una società ci sia ricchezza di punti di vista, di argomenti e discipline, e pluralismo delle idee. Certo, questo comporta l’esperienza della solitudine per quasi tutti gli intellettuali (a parte per le poche figure superstiti di tipo novecentesco: come Eco, Magris, Saviano, Fo, Asor Rosa). Ecco – rilancia Di Consoli – è bello e liberatorio che ci sia tutta questa ricchezza intellettuale, ma sarebbe un errore, per invidia o per rancore, far passare l’idea ingenerosa e improduttiva che tutti gli intellettuali hanno lo stesso peso. Cambia in base alla caratura del proprio lavoro». Ma esiste uno spazio per gli intellettuali in Italia? «Sì a condizione che non si abbia in testa il dominante modello del successo mediatico. Gli intellettuali devono immaginare il loro lavoro e il loro impegno come tasselli di un infinito mosaico che tutti gli intellettuali concorrono a creare.

Poi, certo, ci sono quelli che riescono a piazzare cento tasselli, oppure tasselli bellissimi, e quelli che ne riescono a piazzare pochi, e magari poco cruciali per il disegno. Ma, una volta accettata fino in fondo questa umiltà e questa solitudine – rifiutando il pessimismo del “non contiamo nulla”, “la gente non legge”, “i giornali non ci cercano mai” – io credo che ciascun intellettuale possa fare con dignità e serietà la propria parte all’interno di un processo culturale che comunque è collettivo, corale»

 dal settimanale left-avvenimenti

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Anteprima Biennale di Venezia. Pietromarchi: “il mio padiglione italiano, fra arte e storia”

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 2, 2013

Biennale d'arte Venezia, 2013

Biennale d’arte Venezia, 2013

di Simona Maggiorelli

Lontano dall’idea che l’epicentro dell’arte sia, sempre e comunque, in capitali occidentali come New York, Londra e Parigi,  Bartolomeo Pietromarchi, curatore del padiglione Italia 2013 alla Biennale di Venezia è un attento e curioso esploratore anche di culture lontane, come quelle asiatiche.  Come racconta la bella mostra del giapponese Hidetoshi Nagasawa che ha voluto al Macro di Roma da lui diretto e la prossima retrospettiva romana dell’artista Ji Dachun, che riprende l’antica tradizione cinese per leggere il contemporaneo. Ma Bartolomeo Pietromarchi è anche e soprattutto uno studioso di arte italiana contemporanea.

Agli ultimi cinquant’anni della nostra storia il direttore del Padiglione Italia del- la Biennale internazionale di arte 2013 ha dedicato il suo ultimo libro L’Italia in opera, la nostra identità attraverso le arti visive, uscito nel 2012 per Bollati Boringhieri. Un volume in cui, forte dell’esperienza alla Fondazione Adriano Olivetti (che ha diretto dal 2002 al 2007) traccia un’appassionata mappa delle arti visive italiane che narrano il nostro tempo presente. Raccontando come l’Italia sia diventata «il soggetto di opere che con impegno politico e civile scandagliano le cronache quotidiane e i nodi irrisolti della nostra storia». «Opere che – scrive il critico d’arte – s’infiltrano tra le pieghe di realtà sommerse, scuotono le coscienze e aprono squarci di verità scomode o ignorate».

Pietromarchi, il pensiero espresso nel suo libro è anche alla base della collettiva inti- tolata Vice versa nel suo Padiglione Italia alla Biennale che si apre il primo giugno?

Bartolomeo Pietromarchi

Bartolomeo Pietromarchi

E’ un pensiero che giunge da lontano, che fa tesoro della lezione di Olivetti e si è sviluppato in un percorso che ho fatto in questi anni seguendo, con studi e mostre, sia gli artisti della mia generazione, nati intorno al ’68, sia quelli della generazioni precedenti. Il Padiglione italiano rappresenta per me un passaggio ulteriore, un approfondimento ma anche un sostegno e una promozione dell’arte italiana degli ultimi anni. Ci credo moltissimo. Ci sono molti artisti validi nel nostro Paese ai quali però manca un sostegno quantitativo e continuativo. Molto spesso gli artisti italiani devono trovarsi le proprie occasioni andando all’estero. Qui non trovano chi li sostenga con una strategia. Mi piacerebbe che questo mio lavoro potesse essere un segnale di come si può e si deve fare a livello istituzionale. Con un po’ di creatività, che è la cosa fondamentale

Tra il caos della collettiva organizzata due anni fa da Vittorio Sgarbi e l’aristocratica mostra di Ida Gianelli che scelse due soli autori, lei come si collocherà?

Ho scelto 14 artisti. Il progetto Vice versa prevede 7 ambienti: di cui 6 sono all’interno del Padiglione e uno è nel Giardino delle Vergini. Ogni ambiente ospiterà due artisti per volta, accostati in un dialogo ideale sulla base di affinità sia tematiche che processuali. È pensato come una riflessione sulla loro opera. Ma il curatore ha anche il compito di aiutare gli artisti, di metterli nelle condizioni perché possano esprimersi al meglio.

Un esempio di “connessione”?

ca-giustinian-biennale-veneziaQuella fra Fabio Mauri e Francesco Arena sul tema del corpo e della storia, per esempio. Entrambi hanno interpretato passaggi importanti della nostra storia: Mauri, il fascismo, Arena, il terrorismo. Ma filtrati attraverso il proprio corpo.In Mauri la performance. Con Arena ritroviamo quei suoi lavori che fanno riferimento al suo corpo come misurazione delle cose.

L’attenzione al sociale ha sempre connotato fortemente il suo lavoro di curatore. Anche in questo caso?

Sì, per me l’arte è inscindibile da una prospettiva sociale. E i veri artisti interpretano il loro tempo. Questo nel Padiglione sarà estremamente evidente. Da curatore penso sia importante arricchire il lavoro degli artisti con la sociologia, con la storia, con la politica, in senso alto. Anche con la geografia. A Venezia ci sarà, per esempio, Luigi Ghirri che ha lavorato tantissimo sull’idea di paesaggio. Così come Luca Vitone. Saranno insieme nella stessa stanza. In tutto il mio percorso è sempre stato vitale questo tipo di approccio.

Già questo è un elemento di novità rispetto al main stream che va per la maggiore nei musei occidentali…

Forse sono meno visibili di altri ma ci sono artisti che affrontano questioni a livello globale, non solo a livello locale. Parlo di un’arte che ha riflettuto sulle tematiche del territorio, del sociale, a livello politico. Un tipo di arte con cui molti della mia generazione sono cresciuti. Il tipo di arte di cui lei parla è ascrivibile a una dimensione di mercato. E in effetti in questi anni a prevalere sono state altre logiche, legate a derive di quel sistema. Il mercato in sé non sarebbe un male ma negative sono le derive del mercato, quando il mercato diventa speculazione, quando diventa pura finanza e alcuni musei, gallerie e molti collezionisti hanno rivolto l’attenzione a quell’aspetto. Con la crisi, oggi, questo sistema si è molto ritratto. Un tipo di arte di “successo” fa già parte di un panorama passato. E un altro modo di fare arte penso abbia ora la possibilità di essere più visibile.

La crisi, paradossalmente, ha avuto effetti positivi?

Positivi fra virgolette. Virtualmente positivi. Anche questo sarà evidente a Venezia. Gli interventi saranno molto secchi, le opere non voglio dire che siano dure, ma avranno un aspetto di grande impegno. Anche rispetto allo spazio, che sarà molto forte, molto caratterizzato. Gli artisti stanno sviluppando dei progetti che reagiscono al contesto. Visivamente sarà un percorso teso. Di certo non farà leva sulla decorazione.

Nelle ultime tre edizioni della Biennale d’arte, nella mostra internazionale, ha prevalso l’arte concettuale, quella più autoriflessiva, razionale, disseccata. Al confronto le ultime edizioni delle Biennali architettura sono apparse più ricche di fantasia, “calde”, coinvolgenti. Forse perché l’architettura deve tener conto dell’abitare umano.

C’è una distinzione da fare: mentre i padiglioni nazionali presentano delle monografiche o comunque contano su un numero limitato di artisti e lì si può fare un discorso curatoriale, la mostra principale, quella internazionale, ha a che fare con più di cento artisti; ha a che fare con tutto e con tutti, l’obiettivo è far vedere, documentare ciò che sa accadendo. Con titoli molto ampi. Per usare un eufemismo. Titoli del tipo “Fare mondo”, “Illuminazioni”…

Massimiliano Gioni

Massimiliano Gioni

Ma non è responsabilità anche di quelli che Bonito Oliva chiama «curatori camerieri»?

Certo, c’è chi tenta di dare una propria visione e chi fa un lavoro più di servizio. Non è il caso di Massimiliano Gioni (il direttore della Biennale 2013, ndr) a mio avviso, che invece ha individuato un tema molto interessante e guarda anche fuori dal mondo dell’arte recuperando aspetti antropologici, sociologici, intorno al tema dell’archivio e della classificazione.

Con uno sguardo al mondo della moda?

No, decisamente.

Lei ha sempre detto che le piace collaborare. Con Gioni avete avuto modo di confrontarvi in questi mesi?

Collaborare è una parola grossa in questo caso. Il tempo è pochissimo. Però ho trovato molti punti di contatto nella scelta dei temi, c’è un contesto che ci unisce. La collaborazione invece si è sviluppata nel grande team che sta lavorando al padiglione e per la realizzazione del catalogo: ho invitato più autori – fra loro Marco Belpoliti, Elena Volpato e Stefano Chiodi – ad affrontare le tematiche sviluppate dagli artisti nelle varie stanze. Questa riflessione sfocerà in un convegno ad ottobre dove riprenderemo i fili di quanto succederà in Biennale.

dal settimanle left

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Van Gogh at work. Duecento opere in mostra

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 1, 2013

Van Gogh Starry nights

Van Gogh Starry nights

Fino al 12 gennaio 2014  una grande retrspettiva del pittore olandese ad Amsterdam. Per il quarantennale del Museo Van Gogh.  Appena restaurato

di Simona Maggiorelli

Il suo modo di dipingere all’apparenza spontaneo. La pennellata selvaggia e vibrante. La scelta dei colori quasi espressionista e dalla forte risonanza interiore. E poi la dirompente visionarietà dei suoi paesaggi solitari e le sue sommarie e quasi primitive scene di vita contadina, che formano un ruvido epos popolare. Nella breve e bruciante parabola artistica di Vincent Van Gogh (1853 -1890) tutto sembra parlarci di un talento innato e originalissimo, che si sviluppa lontano da tutto e da tutti. Di pari passo, la sua tormentata biografia, punteggiata di slanci verso gli ultimi e totale chiusura in sé, di tentativi disperati di unirsi a comunità di artisti e violente rotture, fa pensare a un artista in conflitto mortale con la società e le convenzioni, fino all’autolesionismo.

Tutto questo ha alimentato il mito di un Van Gogh “genio folle”. Che nel ‘900 ha portato alle stelle le quotazioni delle sue opere, a dispetto dell’assoluta indigenza in cui il pittore olandese trascorse tutta la sua breve esistenza. Negli anni Venti, in particolare – come ci è capitato altre volte di ricordare – fu lo psichiatra e filosofo esistenzialista Karl Jaspers a rinchiudere definitivamente Van Gogh nella gabbia del genio maledetto. Nelle pagine di Genio e follia Strindberg e Van Gogh (Raffaello Cortina) Jaspers lo descriveva come artista in preda a un furore sordo nel dipingere, sostenendo poi che «il più alto grado del suo sviluppo creativo coincideva con il momento più eclatante dell’esplosione della turba psicologica». Salvo poi aggiungere: «Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita».

Van Gogh at work

Van Gogh at work

Ma se la moderna psichiatria ha del tutto sconfessato questo assioma dimostrando che non ha alcuna fondatezza scientifica, più duro a morire nella cultura corrente è il binomio arte e pazzia. A smontare questo luogo comune è ora anche la grande mostra Van Gogh at work che si apre il primo maggio ad Amsterdam per i quarantennale della fondazione del Museo Van Gogh, da poco restaurato. Ad anticiparne i contenuti a left è la stessa curatrice, Nienke Bakker:«La mostra raccoglie per la prima volta ducento opere di Van Gogh. Oltre ai dipinti e ai disegni della nostra collezione i visitatori troveranno importanti prestiti da musei internazionali, come la National Gallery di Londra, dalla quale, per esempio, proviene una versione dei Girasoli che abbiamo affiancato a quella conservata qui. Sarà interessante – sottolinea Bakker – poter fare un confronto dal vivo fra le due opere, così come fra le due versioni de La stanza da letto, una delle quali arriva dall’Art Istitute di Chicago». Il percorso della mostra, che resterà aperta fino al 12 gennaio 2014, si dipana sui quattro piani del Museo e segue un filo cronologico. «In cui però abbiamo inserito delle finestre tematiche – spiega la curatrice – che riguardano i materiali e gli attrezzi usati da Van Gogh, i diversi tipi di tela, i colori e le vernici che sperimentava. Contrariamente a quanto si pensa – aggiunge Bakker – Van Gogh era molto attento a queste questioni e studiava assiduamente i vari tipi di tecniche pittoriche». Un aspetto che emerge con chiarezza dalle lettere. Di cui nel 2009 è uscita finalmente l’edizione critica completa, frutto di una ricerca durata quindici anni.

Van Gogh, Camera da letto , Chicago

Van Gogh, Camera da letto , Chicago

Un’opera in sei volumi che raduna le 2mila lettere di Van Gogh che sono giunte fino a noi, di cui il novanta per cento è conservato proprio al Museo di Amsterdam. « L’edizione critica delle lettere è alla base della mostra Van Gogh at work – spiega la curatrice -. Dall’epistolario sono emersi elementi che ci hanno permesso di approfondire aspetti ancora poco noti del suo lavoro, come il tempo e l’impegno che dedicava alla propria formazione. Diversamente da Picasso che aveva un talento naturale e che a quattro anni disegnava già in modo straordinario – sottolinea Nienke Bakker – Van Gogh dovette applicarsi molto per progredire nella propria arte. E vi si dedicò consapevolmente. Vincent  non era un talento “selvaggio” e non era affatto chiuso alle novità. Si interessava alle nuove tendenze della sua epoca. Anche per questo in mostra, accanto alle sue opere, sono esposte tele di Gauguin, Monet, Seurat e di altri artisti impressionisti». Ma dall’edizione critica delle missive, scritte in olandese, francese e inglese, emerge anche che l’ininterrotto flusso di ricerca del genio olandese aveva un preciso filo rosso. E’ come se, lettera dopo lettera, si dipanasse davanti ai nostri occhi un vero e proprio libro sull’arte della pittura. In questi scritti d’occasione Van Gogh formula pensieri “filosofici” e sull’arte, in modo stringente, quasi aforistico, alternando prosa e schizzi. La sua scrittura è forbita, letteraria, e insieme schietta. Rivela un lettore colto. Come si può evincere anche dalla scelta di Lettere a Theo pubblicate in Italia da Guanda.

Van Goghe lettere

Van Goghe lettere

Da quelle pagine emerge con forza la sua idea di fare arte «per la gente». Come fosse una sorta di servizio all’umanità, da svolgere fuori dalle congreghe ecclesiastiche e borghesi (le lettere sono piene di suggestioni socialisteggianti). La sua ambizione era riuscire a cogliere l’essenza delle cose, la loro verità più profonda, con uno stile personale.

Ci riuscirà in un tempo concentrato, poco più di dieci anni, partendo da una immersione totale nella realtà e nel paesaggio fino ad arrivare al totale abbandono della mimesis come calco del reale. Van Gogh non arriverà a distruggere la figura come faranno ad inizio Novecento i cubisti, ma certe sue oniriche deformazioni ci dicono già di un tentativo di cogliere una realtà invisibile al di là della superficie delle cose. Per raggiungere questo obiettivo sente di aver bisogno di acquisire e di saper padroneggiare le varie tecniche, come mezzo essenziale per poter esprimere il proprio mondo interiore, per riuscire a dare forma a ciò che rischiava altrimenti di andar perduto. La mostra di Amsterdam lo racconta con un percorso che attraversa tutte le fasi del lavoro vangoghiano, dai disegni a china, paesaggi graffiati quasi incisi nella carta, ai primi esercizi per apprendere il disegno e la prospettiva studiando su manuali come la Guide de l’alphabet du dessin (1880) di Armand Cassagne. Poi le prime ombreggiature a carboncino.

L’immagine si approfondisce. Va a lezione da Anton Mauve per apprendere le tecniche dell’acquerello. Con cui Van Gogh traccia paesaggi evocativi, intinti di malinconia. Poi l’ostinato e ambizioso tentativo di rappresentare la figura umana, scansando il dettaglio dei ritratti individuali, cercando l’universale. Per un periodo dipingendo singolari personaggi senza volto (su cui avanza alcune interessanti ipotesi interpretative Mariella Guzzoni ne L’infinito specchio, et al.Edizioni, 2012). Poi la scoperta del valore espressivo del colore: dalla tavolozza di terre dei Mangiatori di patate ai colori piatti, irrealistici e squillanti del periodo giapponese (ad Amsterdam è esposto il Ritratto di Père Tanguy) fino al totale abbandono del disegno – Van Gogh a questo punto non ha più bisogno di griglie strutturanti – e alla costruzione di paesaggi di solo colore. Procedendo sempre più verso uno stile personale, coraggioso, che riusciva a sussumere tutto ciò che aveva fin lì appreso senza che ve ne fosse più traccia esplicita.

 dal settimanale Left-avvenimenti

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Scandalosa Venere. Da Tiziano a Manet

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 27, 2013

Eduard Manet Olympia (1863)

Eduard Manet Olympia (1863)

La scandalosa Olympia (1863) di Manet è arrivata  a Venezia. Offrendo la straordinaria occasione di un confronto dal vivo con una delle sue fonti: La Venere di Urbino di Tiziano.

Grazie alla collaborazione fra il Museo d’Orsay con musei americani e britannici in Palazzo Ducale a Venezia, fino al primo settembre,  nella mostra

Manet, ritorno a Venezia si possono vedere ottanta opere di Édouard Manet (1832-1883), fra le quali Il balcone e Il pifferaio, in un percorso, espositivo curato da Stéphane Guégan, che punta ad indagare i rapporti fra il pittore francese e i maestri dell’arte italiana che furono un punto di riferimento forte nella sua formazione (insieme agli spagnoli Velàzquez e Goya).

Al centro della mostra veneziana, coprodotta da 24 Ore Cultura – come accennavamo – c’è l’incontro al vertice fra due capolavori assoluti del nudo come l’Olympia e la Venere che Tiziano dipinse nel 1538 per Guidobaldo II Della Rovere , due capolavori che, in epoche diverse, fecero aggrottare la fronte di molti benpensanti.

Quella di Manet per il piglio crudo e diretto con cui l’artista ritrasse la sua amante nella posa di una prostituta, in mezzo ad aggetti quotidiani e con un’espressione vagamente plebea, come ebbero a dire i curatori del Salone dei Rifiutati che nel 1863 rimandarono al mittente Le déjeuner sur l’herbe in cui Manet ricreava il Concerto campestre (1510) di Giorgione, rappresentando la sua amante e modella completamente nuda in primo piano, fra uomini vestiti di tutto punto. L’opera fu giudicata oltraggiosa e come l’Olympia scatenò una ridda di polemiche.

Tiziano, Venere di Urbino (1538)

Tiziano, Venere di Urbino (1538)

Certo il linguaggio pittorico di Manet era radicalmente innovativo, per il violento contrasto dei toni,  l’assenza di prospettiva, per la provocatoria quotidianità dei soggetti rappresentati, per la scelta di colori piatti e l’accentuazione dei contorni alla maniera antirealistica, tipica delle stampe giapponesi. Ma tutto questo non basta a giustificare il biasimo che l’Olympia valse al suo autore.

Pietra dello scandalo, a bene vedere, era il fatto che una modella, presenza normale e accettata anche nuda negli studi di artista, si facesse poi vedere a spasso con il suo mentore-artista.

In epoca ben diversa, in quel Cinquecento in cui su cui si allungava l’ombra della Controriforma, Tiziano fece un passo se possibile ancor più ardito scrivono Guy Cogeval e Isolde Pludermacher nel catalogo Skira che accompagna la mostra:   «La Venere di Tiziano è un capolavoro di erotismo – notano i due studiosi – la testa leggermente inclinata, lo sguardo insinuante, il corpo abbandonato tra i morbidi  cuscini, i capelli d’oro, la luce riflessa che sembra accarezzare la pelle nuda, fanno da scrigno all’improbabile gesto della mano sinistra.Tiziano rappresenta in realtà una donna che si tocca il sesso mentre ci guarda, un unicum nella storia del nudo femminile».

Edouard_Manet_016 Un gesto così inusitato e irraccontabile «che molti commentatori d’epoca, non ne parlano affatto. Glissano».

Il coraggio di Tiziano, va detto, si deve certo alla libertà che si era guadagnato con una fama che, grazie alla committenza dei sovrani di Spagna, dilagò a livello internazionale, ma si deve anche alla atmosfera di colta libertà che si respirava alla corte di  Urbino e al fatto che questa Venere arditissima fu commissionata a Tiziano dal duca Urbino, espressamente per la sua camera da letto nuziale. E a Manet che conosceva bene Venezia (fu in Italia nel 1853 e nel 1857) , certo sarebbe piaciuto vedere questo capolavoro di Tiziano ( che aveva copiato dal vivo agli Uffizi) vicino alla sua Olympia.

Così come il suo Il balcone accanto alle Due dame di Carpaccio che in Palazzo Ducale sembrano richiamarsi per la strana sognante fissità dei soggetti femminili rappresentati. Confronto altamente suggestivo anche se forse non supportato da riscontri filologici. Che fa risaltare il personalissimo e ispido modo di Manet nel dipingere i ritratti. Soprattutto quelli femminili. Improntati a una cerea distanza. Come ha raccontato la retrospettiva dedicata dalla Royal Accademy di Londra proprio alla ritrattistica del pittore francese , appena conclusa.

(Simona Maggiorelli)

 dal settimanale left-avvenimenti

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Trubbiani, il miglior fabbro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 24, 2013

l'allestimento della mostra di Trubbiani ad Ancona

l’allestimento della mostra di Trubbiani ad Ancona

Strano e affascinante personaggio Valeriano Trubbiani che dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso porta avanti una sua ricerca personalissima nell’ambito dell’arte, infischiandosene delle mode e delle correnti, di ciò che si muove nel panorama internazionale ma anche in casa nostra. Nelle sue appartate terre marchigiane  – prima a Macerata e poi ad Ancona – l’anarchico e provocatorio Trubbiani coltiva con appassionata ostinazione un proprio universo immaginifico, animato da bizzarre creature, figure fantastiche, lucenti animali fusi in bronzo con grande maestria artigianale, ancestrali segni e simboli di popoli scomparsi o forse esistiti solo nella sua mente.

Un universo che da oltre un cinquantennio sembra vivere di vita propria, slegato dalla realtà. Ma che a uno sguardo più attento rivela una inquieta e sferzante critica alla società e alla cultura in cui viviamo. I suoi vessilli di potere medievale ridotti a grotteschi totem, le sue selvagge invasioni di «topacci» (come li chiamava Fellini), le sue macchine agricole trasformate in monumenti ci raccontano di un indomito spirito d’artista, riottoso ai concitati ritmi della vita contemporanea e irridente verso i suoi idola.

Con piglio corrosivo, che nasconde un fondo di pessimismo leopardiano, Trubbiani si presenta come moderno erede degli artisti rococò e barocchi nel costruire mirabilia scintillanti di metalli nobili oppure, all’opposto, ricavati da materiali poveri come il legno. Come la portentosa macchina scenica che – con la complicità degli architetti Massimo Di Matteo e Mauro Tarsetti – Trubbiani ha realizzato nel ventre della Mole Vanvitelliana. Nell’imponente costruzione realizzata al porto di Ancona dall’architetto Luigi Vanvitelli tra il 1733 e il 1738, l’artista marchigiano presenta sculture, ambientazioni, disegni realizzati tra il 1965 e il 2008 e che in questo straordinario spazio acquistano un fortissimo impatto scenografico: capace di coinvolgere un pubblico anche molto lontano dalla sua estetica vagamente retrò.

Trubbiani, Macchine belliche

Trubbiani, Macchine belliche

Prova ne è il fatto che questa mostra intitolata De Rerum Fabula, aperta dallo scorso ottobre, a grande richiesta, è stata prorogata fino al 5 maggio. Curata da Enrico Crispolti, l’esposizione presenta 160 opere, fra le quali la serie di uccelli imbracati e appesi a testa in giù, la selva di barbariche aste di Stato d’assedio (1971-72), surreali marchingegni da artigiano. Antiretorica e irridente verso ogni gigantismo, la scultura di Trubbiani si fa beffe della scultura commemorativa e allegorica e abolisce ogni sudditanza verso la committenza, cercando anche quando si tratta di opere per spazi pubblici di onorare la scultura come creazione autonoma, imprevista e straniante.

Ma non si tratta di solo ribellismo. «La scultura di Trubbiani contribuisce a costruire il fondamento di una questione di “alternativa resistenziale” italiana lungo il XX secolo ed oltre» sostiene il critico d’arte Enrico Crispolti nel catalogo edito da Silvana Editoriale che accompagna questa rassegna, perché lavora su «nessi antropologici e sociali» e di «profondità memoriale». Ma se è vero che nell’opera di Trubbiani affiorano ricreate in forme del tutto nuove e inaspettate memorie d’infanzia trascorsa a Villapotenza, narrazioni per immagini che evocano la vita di paese nelle botteghe, non sempre – ci permetteremmo di  dire – questa trasfigurazione riesce: talora l’accento sulla bizzarria sembra sovrastare tutti gli altri e in quel caso la scultura rischia di scadere a mero oggetto curioso.

(Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Mondolfo, Gramsci e la crisi della sinistra oggi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 21, 2013

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona  Maggiorelli. Ernesto Longobardi

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona Maggiorelli. Ernesto Longobardi

di Simona Maggiorelli

Il libro della filosofa Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni) ha il merito di riproporci una figura di intellettuale piuttosto rara in Italia e ingiustamente trascurata dagli studi. Una figura di raffinato studioso della filosofia antica che nei suoi 99 anni di vita (Mondolfo era nato a Senigallia nel 1877 e morì nel 1976 a Buenos Aires) non separò mai studi accademici dall’impegno civile, portando avanti la propria ricerca come forma di resistenza antifascista perché tutta volta- basta vedere i suoi scritti sulla pedagogia – a risvegliare il senso critico, a dare strumenti di lettura della storia e del presente ai suoi studenti. Fra i quali a Torino forse ci fu anche Gramsci.

Un lavoro di insegnamento che Rodolfo Mondolfo svolse con grande coerenza, senza soluzione di continuità, prima nelle scuole superiori e poi all’Università di Torino, di Padova (1907) e di Bologna (1913-38), fin quando – dopo aver promosso e firmato il Manifesto degli intellettuali contro il fascismo – nel 1938 fu costretto dalle leggi razziali a cercare riparo a Buenos Aires.

Rodolfo Mondolfo intellettuale dal profilo non comune nel panorama italiano, dicevamo. Anche perché profondamente laico. Un aspetto indigesto all’establishment politico in Italia. Ancora oggi. Basta vedere il desolante mancato sostegno alla candidatura di Rodotà da parte del Pd  Alle giornate della Repubblica delle idee che, proprio qui a Bari, mentre parliano pretendono di mettere insieme scienza e fede.Oppure al neoconfessionalismo dei marxisti ratzingeriani, ovvero Pietro Barcellona e Mario Tronti, intellettuali organici del Pci e che oggi, dopo il crollo delle ideologie, sono diventati organici al Vaticano.

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Rodolfo Mondolfo no. Da socialista e illuminista si oppose sempre a ogni forma di oscurantismo. Andando a spigolare validi anticorpi nel pensieri di filosofi come Giordano Bruno, Feuerbach, e Marx. Del quale – scrive Elisabetta Amalfitano- Mondolfo seppe dare una lettura originale, coniugandolo con Rousseau nel tentativo di superare la scissione cartesiana (fra corpo e mente, fra teoria e prassi). Il tentativo era quello di mettere al centro della propria riflession l’essere umano nella sua interezza, nella sua complessità di bisogni ed esigenze, che riguardano l’alimentazione, il lavoro, la salute, ma anche la formazione, la conoscenza, la qualità dei rapporti dei rapporti umani, la creatività. In questa chiave , ricostruisce Elisabetta , Mondolfo, lavorò all’ipotesi di una via riformista al socialismo, prendendo le distanze da ogni forma di materialismo metafisico e deterministico. E prendendo esplicitamente le distanze per esempio dalla proposta di Antonio Labriola: “Il suo materialismo dimentica che nella storia la realtà vera ed essenziale sono gli uomini”.

La libertà per Mondolfo era importante quanto l’uguaglianza e cercò per tutta la vita di elaborare una filosofia della prassi che riuscisse a coniugare questi elementi. Tacciato di moderatismo dai giovani Gramsci e Gobetti presi dal fuoco della rivoluzione bolscevica, il pensiero di Mondolfo apparve del tutto inattuale ai giovani del ’68 e ai fautori di una lettura strutturalista del marxismo quando, proprio nel ’68, pubblicò Umanesimo di Marx. Ma come ho avuto il piacere di dire anche in un’altra occasione a me pare che – superata quella fase storica – oggi il pensiero di Mondolfo offra invece molti spunti interessanti di riflessione a questa sinistra che ha urgente bisogno di ripensare e rilanciare la propria identità. Elisabetta Amalfitano, in questo suo appassionato libro, ne squaderna molti.

A cominciare dall’idea che la trasformazione sociale che per Mondolfo parte dalla trasformazione interiore degli individui. E dal rifiuto della violenza, in nome invece di una forza della praxis che significa anche resistenza, capacità di reagire, di proporre un pensiero. E ancora.

Lontanissimo dall’essere per la morte heideggeriano, Mondolfo – potremmo dire parafrasando quello che il professor Luciano Canfora ha scritto a proposito di di Arthur Rosenberg ne l’inquietante mestiere dello storico (Ll’uso politico dei paradigmi storici, Laterza) invita alla lotta, con i mezzi della ricerca storica e filologica, contro l’ideologia a base razzistica andata al potere nelle università tedesche nel 1933 e veleno che dilagava anche in Italia.

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Per misurare tutta la distanza di Mondolfo dal pensiero conservatore basta leggere le pagine che Elisabetta dedica alla sua concezione delle masse che nel XXI secolo si sono affacciate da protagoniste sul palcoscenico della storia. Una concezione lontanissima da quella di Lombroso, ma anche da quella di Freud, che sulla scorta di Le Bon, in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921 libro molto amato da Mussolini) parlava delle masse come reviviscenza dell’orda primordiale e distruttiva, come lacrima di Batavia che basta che sia colpita in un punto perché finisca in mille schegge, una massa lavoratrice che secondo Freud ha sempre bisogno di un capo carismatico che le dia coesione. E di leggi che permettano la convivenza civile impedendo il fratricidio. Rodolfo Mondolfo, scrive Elisabetta Amalfitano, non aveva questa concezione pessimistica della massa. E per questo rifiutava anche l’idea della necessità di un partito novello principe che imponga dall’alto il cambiamento. Ma qui mi fermo, perché con noi c’è Il professor Luciano Canfora che molto di più può dirci sul rapporto fra Gramsci e Mondolfo.

Intervento introduttivo alla presentazione del libro di Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni), alla libreria Laterza di Bari, il 20 aprile 2013, con Luciano Canfora, Ernesto Longobardi, Maria Laterza e l’autrice

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La regista cinese Emily Tang sfida la censura.

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 14, 2013

Perfect life

Perfect life

Nel pluripremiato film Perfect life – che nel 2008 a Venezia l’ha fatta conoscere anche al pubblico italiano – la regista cinese Emily Tang raccontava due personaggi femminili agli antipodi: una contadina delle campagne più povere della Cina che lotta per sopravvivere e una giovane che si vende come modella e accompagnatrice a Hong Kong, in cambio di una vita agiata. In questo piccolo capolavoro cinematografico  le discrasie della Cina post maoista sono riassunte in una sintesi potente e suggestiva. E la censura cinese non glielo ha mai perdonato. Ma da Hong Kong Emily Tang è riuscita a continuare il suo lavoro, che mette a fuoco le contraddizioni più brucianti della Cina di oggi.

«Nei decenni passati la rapida crescita economica ha portato moltissimi cambiamenti», racconta Emily, fra gli ospiti dell’Asian Film Festival che si è svolto dal 6 all’11 aprile a Reggio Emilia. «I cinesi erano abituati a vivere in un sistema sociale stagnante, conservatore, autocentrato. Affrontare questi repentini cambiamenti, correre per recuperare il ritardo, cercare di adattarsi alla nuova situazione, per molti è difficile. Ci si scopre passivi, non si ha chiaro lo scopo di questi sconvolgimenti».

Quali sono gli anelli più deboli della società in questa corsa?
Le donne soffrono molto questa accelerazione. Tradizionalmente erano loro a occuparsi della casa, dei figli, della cucina. Poi, negli anni Ottanta del secolo scorso, milioni di donne hanno lasciato le terre d’origine per cercare lavoro altrove. Proprio come le due protagoniste di Perfect life. Dalla misera campagna alle città ricche, pagandone il prezzo e le difficoltà. Con il rischio di idealizzare il passato come “ vita perfetta” . Un posto come Shenzhen, vicino ad Hong Kong, per molti è stato il miraggio da inseguire. Perciò ho girato lì la sparatoria finale del mio film. Oggi Shenzen ha una popolazione di 12 milioni di persone. Più di 10 sono immigrati da aree poverissime e il 70 per cento di loro sono donne. Senza questa immensa forza lavoro Shenzen non sarebbe mai passata, in pochi decenni, da villaggio di pescatori a megalopoli. Tutto il merito è andato alla politica di apertura di Deng Xiaoping e nessuno parla di queste lavoratrici. Lasciano i loro figli al Paese, soffrono la solitudine e lottano per sopravvivere in una città caotica. Con la telecamera ho cercato di cogliere il loro mondo interiore, ignorato da tutti. Sono orgogliosa che siano diventate le “eroine” del mio film».

All Apologies

All Apologies

Nel suo nuovo film All Apologies racconta il dramma di Yunzhen, maltrattata dal marito per aver perso un figlio. Un nuovo capitolo della ricerca sull’identità femminile?
Per trent’anni la Cina ha sostenuto la politica del figlio unico, per controllare la crescita della popolazione. Ma  i problemi più seri sono sorti per il modo spesso disumano con cui la polizia ha costretto le donne ad abortire e a farsi sterilizzare. Yunzhen rappresenta queste vittime: vive da sola con un figlio, senza il marito al fianco per lunghi periodi. Mentre lui è via, subisce un intervento di sterilizzazione. Ma la tragedia scoppia quando muore il figlio, che era tutto per lei. Il marito, tornato a casa, scopre che lei non può più partorire e reagisce con violenza. Più dell’intervento subito, sono i valori tradizionali e  una cultura retrograda a mandarla in pezzi.

Però alla fine del film Yunzhen trova il coraggio di chiedere il divorzio…
Mentre giravo questa parte del film ero emozionatissima, mi sentivo partecipe, sapevo quanto fosse difficile per Yunzhen prendere quella decisione, ma speravo che il mio personaggio avrebbe trovato il coraggio di dire addio alla tristezza e allo sfruttamento.

In una società atea come quella cinese lontana dalla condanna cristiana del desiderio femminile, il rapporto fra uomo e donna è più libero e paritetico?
La cultura cinese è priva di un fondo religioso, ma ha subìto per più di due millenni un sistema feudale e patriarcale. Se una donna restava vedova non poteva risposarsi. Anche se questa usanza è scomparsa il sessismo è ancora dilagante. Ora è tempo che le donne prendano in mano il proprio destino. Questo è il messaggio che ho voluto dare nei miei film.

La regista Emily Tang

La regista Emily Tang

Il suo stile è fantasioso, evocativo. E conserva un forte rapporto con la realtà. Come ha trovato questa un cifra così originale?
Fare film è sempre stato il mio sogno. Sul set seguo il mio istinto, senza esitazioni. Diversamente dalla maggior parte dei miei colleghi non esco da una scuola di cinema. Mi sento libera da fardelli teorici. E ammiro maestri come Edward Yang, Antonioni e Angelopoulos.

Perché la censura cinese teme i suoi film?

Non mi curo molto della censura. Se hai un’idea, se hai qualcosa da dire, alla fine nessuno ti può fermare. Dieci anni fa girai Conjugation sentendo l’urgenza di farlo, ed è questa esigenza di esprimermi che conta, anche se in Cina quel film è ancora all’indice. Con All Apologies la faccenda è più complicata. Non possiedo i diritti. Per farlo uscire ho dovuto modificare un paio di frasi nei dialoghi.
Il Premio Nobel Mo Yan ha detto che la censura, alla fine, è stata l’occasione per sviluppare il proprio talento…
Ciascuno ha il suo modo di trattare con la censura. Ma non mi piace la condotta di Mo Yan. È inevitabile fare i conti con le limitazioni imposte dal potere. Ma non non si può certo dire che sia la condizione ideale.
Un artista come Ai Weiwei, intanto. continua a denunciare la violazione dei diritti umani in Cina. Che ne pensa?
Lo apprezzo moltissimo.

E’ già alle prese con una nuova opera?
Ho appena finito di girare un docudrama che parla dell’unica concessione commerciale italiana in Estremo Oriente, quella di Tianjin, che è rimasta in vigore tra il 1900 e il 1947. Per lunghi anni è stato una sorta di tabù parlare di come vivevano in queste aree i ricchi occidentali mentre noi eravamo poveri. L’unica parola che usavamo per descrivere  quella situazione era imperialismo. Ora, dopo aver vissuto uno sviluppo “ad alta velocità”, la Cina non è più umile come una volta. Ed è pronta a rivedere la propria storia in una prospettiva più ampia.

da left-avvenimenti

Chinese filmaker Emily Tang against censorship

Perfect life

Perfect life

In Perfect life you “compared” the stories of two very different women, who have many problems of identity and autonomy unresolved. In recent years something has changed for women in China? And in Hong Kong?

 

In the past decades, the rapid economic growth of China has brought a lot of changes to people’s way of living. Chinese people used to live in a stagnated, conservative and self-sufficient social system for such a long period of time. While facing such rapid changes, many peoples find it difficult to adapt to new situation. In the middle of the process, we may be consciously trying to catch up with all these changes, but finally we find out that we are actually in a very passive position, we even confused the purpose of all these changes, or is it worth the pursuit on the origin of our departure.I believe Chinese women suffer even more under such social changes. In the past, their natural duties would be farming, give birth, cooking and housework. In the 1980’s, millions of women left their land and went out for jobs, just like the two women characters in my film PERFECT LIFE. You can treat them as one person, working hard to fight for a better life, but eventually they no longer recognize their own meaning. Move from the poor area to an expensive city, they have to pay the cost and endure the pain. They have to keep struggle without turn back to seek for a imagined “perfect life”. A place called Shenzhen conveys such common dream. It is the shooting place of my film’s ending, near Hong Kong, which is referred as the world’s factory. It has a population of twelve million, over 10 million of them are the migrant workers from the poor area over the big country, and among all these workers nearly 70 percent are women. Without this huge work force, Shenzhen is impossible to change from a small fishing village into a megacity in a few decades. All the glory and merit belongs to the success of opening policy implemented by leader Deng Xiaoping, but who really care about the women workers. They leave their children in the poor countryside, endure loneliness and struggle to survive in a messy city. I attempt to use my camera and capture their inner world being ignored. I am very pleased that they become the hero in my film.

 

All apologies

All apologies

Your new film All Apologies tells the drama of Yunzhen. Is It a new chapter in your cinematographic research on the identity of women?

 

China has implemented the one-child policy for three decades in order to control population growth. This is a matter of last resort. But serious problem arise due to the inhuman way in executing the policy, the officers very often against the will of women, forced them to receive abortion or sterilization. Yunzhen is a representative of victims, I am concerned about the kind of women she lived with her child in the hometown without the presence of husband for long period of time. In accordance with the policy, she has a boy and loses the right to give birth another child. Forced ligation surgery will be implemented to her by the village officers. The two men (a husband and a son) in the family become her everything. But her world collapsed after the son died, especially when the husband learnt that she cannot give birth anymore. Although it is a tragedy caused by a traffic accident, but then we see that the traditional values and demand upon her is the actual force to tease her apart. I have deep sympathy for the character Yunzhen, at the end of the movie, Yunzhen sent a text message to her husband and ask for a divorce. While writing this scene, I was very excited. In accordance with the logic of the character, it must be very difficult for her to make this decision, but I hope my character will say goodbye to sadness and exploitation. In fact, the role of Qiaoyu is most crucial in the film to reveal inequality problem. After the traffic accident, when Yonggui broke into her room and rape her to reproduce a new life to him, she made a seemingly only the oriental women can do under such social context: the surrogate. It is also become the solution for her in order to have the money to pay for the surgery she simply cannot afford for her injured husband. This is a game that I imagined most distorted, the most painful, but the most well-intentioned fertility; or simply a woman to borrow her body for the salvation of others. Some might say that this is not necessary, why not ask for help from law enforcement bodies to protect themselves? I have to say, in China, the laws usually protect bigwigs. If you are the one without much education, struggling at the bottom of society, you don’t have much option after you are in trouble or badly ill. After Qiaoyu’s husband learnt that she give birth a son for Yonggui, he make a decision to take away their only daughter as her lifetime punishment. The scenes are act perfectly and with convinced most Chinese audience. I am hoping to express that in a male-dominated society, men’s selfishness and narrow-mindedness will come out without much constraint.

 

 Monotheistic religions for centuries have oppressed women, painting them like the devil. We imagine that Chinese culture, more secular, offers the possibility of a free and equal relationship between man and woman . Is that right? Wich are the problems in China?

Chinese cultural context is in lack of the sense of religion like Christianity. China built up a rigid feudal system for over two thousand years. The ethics of feudal society has always been patriarchal, for instance, in the past after the man die, his wife cannot remarried. Although this kind of practice is no longer retained, but sexist value still exist and commonly practice in every aspect of our society. Women should take over their own fate, this is the underlying theme in all my past films.

 

 Your way of making films is both poetic and attentive to the reality. How did you find your own way? Did you have some directors, some models, that inspired you?

 

I always comply with my heart to make films, seems like a voice telling me I should make this film and should handle the subject matters this way. I make use of my impulse and basic instincts without hesitation. Unlike most of the film directors in China, I am not professionally trained as filmmaker in film school. I did not study any film genre or theory seriously. Start from the very beginning, I am free of burden. I admire Edward Yang, Antonioni and Angelopoulos.

 

 What Chinese censorship feared about your films?

 

I do not take China’s censorship system seriously. If there is a story or an ideas that you really want to make it into film, I don’t think anyone can stop you. The authority never stop us from shooting a film. I made my first film CONJUGATION ten years ago impelled by strong passion, now it is still black-listed by the authority and cannot be public release in China. ALL AP OLOGIES is a bit complicated, unlike the past films I made, I did not own the copyrights. In order to release the film, I made one modifications: two dialogue lines of Yunzhen were redubbed in order to blur her passiveness for receiving forced ligation surgery.

 

Il premio Nobel Mo Yan

Il premio Nobel Mo Yan

Recently, the Nobel Prize Mo Yan said that the censorship forced him to find a more complex, allusive, fantastic styke in writing. What do you think?

 

All Chinese authors and creators have their thought and have their own way to deal with censorship. I do not appreciate the attitude of Mo Yan. Although all of us have to face the same censorship issue, we cannot think the situation now is as it should be.

 

 Ai Weiwei never gets tired of denouncing the situation of human rights in China . Which is your point of view?

 

I respect him a lot.

 

 Is Art an universal language that allows you to communicate strong contents beyond national barriers?

 

Yes, this is one of the reason I was obsessed with Art. An interesting experience is that I travelled a lot to many difference places due to shooting or presenting my films, in turn, it expanded how I watch the world and myself, and then influenced my films.

 

 Are you working to a new film project?

 

I just finish shooting a docudrama and now in postproduction status. It is about the past Italian concession in Tianjin, China. That concession was setup from 1900 until 1947, the only concession in the Far East in Italy’s history. For many years, it is a taboo for the Chinese people to talk about the details of how Westerners lived in the concessions during that humble period. We only imply a term “imperialism” to describe the whole. While experienced such high-speed economic development, China is not humble anymore, I think it is time for us to review the history with a broader scope. (Simona Maggiorelli)

From the italian weekly magazine Left-avvenimenti

 

 

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Il Sindaco che cercava la Battaglia di Anghiari

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 6, 2013

Matteo Renzi alla ricerca della Battaglia di Anghiari

Matteo Renzi alla ricerca della Battaglia di Anghiari

Una legislatura vissuta pericolosamente. Dalla scuola, dall’università ma anche e soprattutto dal patrimonio d’arte.

Così Tomaso Montanari racconta, con lingua viva e tagliente, ciò che è accaduto in Italia sotto l’egida del ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi «l’unico ministro incompetente di un governo tecnico», che, per giunta «ha moltiplicato intorno a sé l’incompetenza come fossero pani e pesci» scrive lo storico dell’arte dell’università di Napoli nel suo nuovo libro Le pietre e il popolo, restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (Minimum Fax).

Un volume che stigmatizza il vuoto culturale e la mancanza di strategie che ha connotato il governo Monti. Che ha finito per proseguire sulla strada dello smantellamento del bene comune perpetrata dal governo Berlusconi e dalla “finanza creativa” di Tremonti con famigerate cartolarizzazioni (per far cassa), scandalosi condoni e svendite di interi pezzi di patrimonio pubblico.

Ne Le pietre e il popolo Montanari ci mostra come questo tipo di scellerata politica che attacca l’articolo 9 della Costituzione e il Codice dei beni culturali sia stata praticata anche dal governo tecnico, in doppio petto e nascosto sotto il credito internazionale.

Un esempio per tutti. Il ministro Ornaghi nel 2012 nomina direttore della Girolamini di Napoli tal Marino Massimo De Caro, con alle spalle molteplici lavori fra cui anche l’aver gestito una libreria antiquaria a Verona e intimo amico di Marcello Dell’Utri. Nel capitolo “La danza macabra di Napoli”, Montanari tratteggia il suo incontro con l’improbabile direttore preposto alla tutela della biblioteca dove andava a studiare Vico: fra cani che si aggiravano con ossi in bocca fra rari incunaboli e bionde presenze sgattaiolate al suo arrivo.

Biblioteca Girolamini

Biblioteca Girolamini

Ma soprattutto racconta come a poco a poco il suo lavoro di storico dell’arte sia diventato quello di un giornalista d’inchiesta che riesce abilmente a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle della clamorosa truffa che, poche settimane fa, ha portato alla condanna di De Caro a sette anni di carcere per aver sottratto duemila libri alla Girolamini.

L’appassionato lavoro di difesa del patrimonio d’arte e del suo valore civico che Montanari svolge da diversi anni parallelamente alla sua attività accademica e di studioso del Seicento si concretizza, in questo  libro, anche in ficcanti pagine di denuncia delle privatizzazioni mascherate che passano, per esempio, attraverso la creazioni di Fondazioni (vedi il caso del  museo Egizio di Torino e il rischio che corre Brera).

524788_491969040852542_1202966870_nE da questo punto di vista va detto che la vena più caustica e corrosiva di Montanari si appunta sull’amministrazione della sua Firenze. In pagine che non esiteremmo a definire esilaranti, se non fosse tragico il senso che ci trasmettono.

Alla sbarra c’è l’improvvida politica di valorizzazione dei beni culturali ridotta a mero marketing da parte del sindaco Matteo Renzi, che oltre ad aver bucherellato gli affreschi di Vasari alla ricerca di lacerti Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci e ad aver pensato di sostituirsi a Michelangelo nel completare la facciata di San Lorenzo, ha affidato il suo pensum, sui beni culturali «petrolio d’Italia» a un imbarazzante libro come il suo Stil Novo, soprattutto ha eletto a suo Ganimede il vicesindaco Dario Nardella che, come ci ricorda Montanari, «dal 2003 caldeggia la cessione degli Uffizi a una fondazione». (Simona Maggiorelli)

da left-avvenimenti

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Leonardo da Vinci LIII lettura vinciana di/by Marco Biffi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 6, 2013

Lettura vinciana

Lettura vinciana

Ingegneria linguistica tra Francesco di Giorgio e Leonardo / Linguistic engineering from Francesco di Giorgio to Leonardo

di / by Marco Biffi
Sabato 13 aprile 2013, ore 10.30 / Saturday 13 April 2013, 10.30am.
Vinci, Biblioteca Leonardiana

Nella Toscana della seconda metà del Quattrocento giunge a piena maturazione il processo di formazione della figura dell’“ingegnario”. Non letterato, e quindi senza una base culturale latina di partenza, ma formato in un fertile terreno volgare, l’“ingegnario” appartiene a quello che è stato definito da Carlo Maccagni lo “strato culturale intermedio”, intersecato strettamente con le arti e con alcuni settori tecnici della società che da medievale si avviava a diventare rinascimentale. Così le artes mechanicae diventano progressivamente liberales, mutando forma e metodo, acquisendo un solido fondamento nella scrittura di trattati e maturando nel corso del tempo una lingua specialistica appropriata. Questo processo affonda le sue radici nella tradizione classica, con una progressiva acquisizione della conoscenza della lingua latina che porterà molti degli “ingegnari” a volte semplicemente a consultare, altre a compulsare e persino a tradurre testi fondamentali (come ad esempio il De architectura di Vitruvio). Ma ha anche collegamenti con il presente delle botteghe artistiche e artigiane, e si lancia verso il futuro attraverso nuovi metodi, che prevedono il confronto con il dato reale e l’osservazione della natura. Due settori particolarmente vivaci e interessanti da questo punto di vista sono l’architettura e la meccanica: con la prima, attraverso il confronto sistematico con Vitruvio, si arriverà alla precoce nascita di una trattatistica portavoce del canone classico fino all’Ottocento; la seconda passerà progressivamente dai classici all’osservazione diretta dei fenomeni, si staccherà dalle cose per avviarsi alla moderna meccanica teorica passando da Leonardo e arrivando a Galileo Galilei. Lo sviluppo metodologico passa anche attraverso la conquista di una lingua tecnica e scientifica, caratterizzata quindi dalla necessità di una precisione univoca della parola che si fa termine. Tra Quattrocento e Cinquecento quest’operazione non è facile per discipline che da secoli hanno di fatto solo una lingua orale in un’Italia che non ha una lingua unitaria e che quindi, soprattutto in ambito tecnico, mostra evidenti differenziazioni locali; non facile ma affrontata con successo da Francesco di Giorgio e da Leonardo.

In Tuscany in the second half of the fifteenth century, the figure of the ingegnario gradually became fully delineated. The ingegnario was not a man of letters, and so did not have a cultural grounding in Latin. Instead, he sprang from a fertile vernacular terrain, belonging to what has been described by Carlo Maccagni as an “intermediate cultural layer”, closely intertwined with the arts and with some technical spheres of a society that was moving from the medieval towards the renaissance. The artes mechanicae thus became progressively liberales, changing form and method, acquiring a solid foundation in the writing of treatises and building up, over the course of time, an appropriate specialist language. This process was rooted in classical tradition, and marked by a growing familiarity with Latin, which would enable many of the ingegnari either simply to consult, or to carefully examine, or even to translate key texts (for example, Vitruvius’s De architectura). But it also had ties with the present reality of the artists’ and craftsmen’s workshops, and looked to the future through new methods that grappled with real data and involved the observation of nature.
Two particularly lively and interesting sectors from this point of view were architecture and mechanics: in the first, systematic engagement with Vitruvius led to the precocious growth of a body of treatises that would give voice to the classic canon until the nineteenth century; in the second, there was a gradual shift away from the classics towards direct observation of phenomena, and then a detachment from things with the move towards modern theoretical mechanics, from Leonardo through to Galileo Galilei. The development of methodology also involved the acquisition of a technical and scientific language, due to the need for unambiguity in the meaning of words, which thus became terms. In the late 1400s and early 1500s this was not easy to achieve in disciplines which, for centuries, had effectively only had an oral language, in an Italy that did not have a unitary language and which, especially in the technical field, displayed evident local differentiations. Not easy, but tackled with success by Francesco di Giorgio and Leonardo.

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Il caso Stamina e il mercato della speranza

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 31, 2013

Vannoni di Stamina con un membro di Milita Christi

Vannoni di Stamina con un membro di Milita Christi

 Il giorno di  Pasqua i sostenitori di Stamina manifestano in piazza San Pietro contro la comunità scientifica che non riconosce il metodo utilizzato dalla Onlus di Vannoni come terapia medica e contro l’Aifa che l’ha giudicato non conforme ai protocolli internazionali.  Intanto, il 21 marzo scorso il ministro della Salute Renato Balduzzi, con un decreto, ha stabilito che la piccola Sofia continui con le discusse infusioni di staminali mesenchimali

di Simona Maggiorelli

Adriano Celentano ha chiesto pubblicamente che la piccola Sofia, affetta da una grave patologia neurodegenarativa, potesse continuare con i rimedi della Stamina Foundation, la onlus di Davide Vannoni (laureato in Lettere e filosofia) nonostante i suoi metodi non siano stati validati scientificamente. E quell’intervento, rilanciato in tv da Le Iene, ha portato a un tam tam pro Stamina.

Impossibile non essere solidali con Sofia e con tutti quei bimbi che sono affetti da malattie per le quali manca ancora una cura. Ma metterli nelle mani del team di Stamina che somministra “terapie” a base di staminali significa davvero aiutarli? O non siamo piuttosto di fronte a un nuovo caso Di Bella, a uno sciagurato mercato della speranza? La domanda sorge se si ripercorrono le tappe di questa complicata storia: nel maggio 2012 l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) bloccò il metodo Stamina, perché non conforme ai protocolli internazionali.

La scienziata Elena Cattaneo

La scienziata Elena Cattaneo

Il procuratore Guariniello ha avviato nel frattempo un’inchiesta su Stamina e, al contempo, si è assistito a una ridda di provvedimenti contrastanti: due giudici hanno autorizzato la piccola Celeste a Venezia e Smeralda a Catania a proseguire con Stamina. Poi lo stop del Tar. Per tutta risposta la onlus di Vannoni è stata “convenzionata” e accolta nei locali della Asl Spedali civili di Brescia. Il suo inserimento in questa struttura sanitaria pubblica ha fatto scattare un’inchiesta del ministro Balduzzi, affidata a Iss, Nas e Aifa.

Più di recente, come accennavamo, è emerso il caso di Sofia, affetta da leucodistrofia metacromatica, che attacca il sistema nervoso. Il tribunale di Firenze le ha imposto di interrompere le “terapie” di Stamina a base di infusioni di staminali mesenchimali (estratte dallo scheletro), in base all’ordinanza Aifa, ma il 21 marzo il ministro Balduzzi ha presentato un decreto in cui la si autorizza a proseguire sulla strada avviata.

Un provvedimento che è stato accolto con sconcerto dalla comunità scientifica e in particolare da quegli scienziati di fama internazionale (Cattaneo, Garattini, Cossu, De Luca, Bianco ecc.) che in una lettera avevano raccomandato al ministro di non aprire al metodo Stamina perché «non esiste nessuna prova che queste cellule abbiano efficacia nelle malattie per cui sarebbero impiegate». Pena «lo stravolgimento dei fondamenti scientifici e morali della medicina» e un disconoscimento «della dignità del dramma dei malati. Una condizione che ci motiva empaticamente a produrre e garantire risultati attendibili, visibili e pubblici, senza i quali nessuna ipotesi diventerà mai cura».

Dopo la presentazione del decreto Balduzzi abbiamo chiesto un commento all’ordinario di Farmacologia Elena Cattaneo, che da anni lavora con le staminali: Nel metodo Stamina «di scientifico non c’è nulla», afferma. «Se i dati e la strategia seguita fossero messi a disposizione, come tutti noi facciamo per sottoporre i nostri piani e risultati alla valutazione dei colleghi, si potrebbe valutare, confrontare, discutere. In genere quando nulla è messo a disposizione è perché non c’è nulla di cui discutere. Quindi non è scienza e non è medicina». Professoressa Cattaneo rischiamo un nuovo caso Di Bella? «A me pare addirittura peggio. Qui i tribunali decidono che è terapia da somministrare a esseri umani ciò che i medici specialisti non possono definire terapia per evidenti mancanza di prove». Quanto al decreto del ministro Balduzzi «per me è scioccante – dice -. È un decreto che sembra ripudiare la pratica scientifica e medica che impone la verifica dell’efficacia e della sicurezza di un preparato prima della somministrazione all’uomo. È un decreto che rinnega anche le disposizioni, contrarie al trattamento, emesse dalle stesse agenzie ministeriali deputate al controllo oltre a contravvenire alle regole degli enti regolatori europei, recepite anche dall’Italia, in materia di impiego di staminali nella medicina rigenerativa». Ma c’è di più.

L'avvocato Filomena Gallo

L’avvocato Filomena Gallo

«Questo decreto – denuncia Elena Cattaneo – impone anche alla collettività di farsi carico di trattamenti non provati. E apre all’eventualità che ognuno possa esigere dallo Stato la terapia che (purtroppo) non c’è e che ciascuno riterrà più idonea per sé. Dimentica che le scorciatoie in medicina non esistono e che i trattamenti non provati sono anche pericolosi. Il decreto inganna la speranza dei malati. Non contiene nessuna etica medica». Nettissimo è anche il parere di un altro firmatario della lettera, Gilberto Corbellini, storico della medicina de La Sapienza: «Ho letto la descrizione del metodo riportata nel brevetto, ho parlato con colleghi che studiano la biologia della cellule mesenchimali e – dice a left – sono giunto alla conclusione che: è una truffa!».

I media come hanno trattato la questione? «Quelli italiani credo siano tra i peggiori d’Occidente, inseguono i luoghi comuni e speculano sulle sofferenze. Creano le notizie e si guardano dal fornire ai lettori informazioni documentate e istruzioni per capire, alimentando incomprensioni tra mondo scientifico e società ». Quanto al decreto Balduzzi, dice Corbellini, «se fosse stato emanato in un altro Paese occidentale, i dirigenti delle agenzie regolatorie e degli anti di vigilanza sulla sicurezza e l’appropriatezza delle terapie di quel Paese si sarebbero dimessi. E le società medico-scientifiche si sarebbero sollevate. Quel decreto – conclude – è vergognoso e offende la memoria e il lavoro di coloro che dopo il processo di Norimberga ai medici nazisti hanno cercato di fondare la medicina solo su solide basi etiche, sottraendola a un pericoloso paternalismo che giustificava l’inganno… per il bene dei pazienti». E sono proprio i malati a prendere la parola attraverso l’Associazione Luca Coscioni.

«Le notizie che arrivano sono di bambini che muoiono e che peggiorano, dall’altro lato ci sono tante famiglie di bambini malati che vogliono accedere alle cure: sperano per i propri figli», dice l’avvocato Filomena Gallo che guida l’Associazione. «Avevamo chiesto al ministro che facesse solo il suo dovere di applicare le norme italiane in linea con quelle comunitarie, fare chiarezza, pretendere i dati pre clinici con un rapporto di confidenzialità. Non è stato fatto ed è inammissibile. Dal punto di vista scientifico gli esperti dell’Istituto superiore di sanità e dell’Aifa hanno dato parere negativo. Se questi importanti organi tecnici non hanno alcun valore per il ministro Balduzzi ci dica allora per quale motivo sono stati consultati». Il decreto Balduzzi conclude Filomena Gallo «sembra ancor più fumoso del provvedimento con cui ha autorizzato le terapie sottolineando che non erano state ottenute in conformità agli standard di sicurezza. Qui la contraddizione riguarda persino l’accesso che discrimina fra chi ha iniziato e chi deve iniziare, quasi fosse una questione di ordine cronologico».

dal settimanale left

staminali, ok del Senato al decreto Balduzzi. Nobel Yamanaka “preoccupato per sì a terapie”

Il provvedimento passa ora all’esame della Camera. Prevista la sperimentazione per 18 mesi in strutture pubbliche controllate per chi ha già iniziato il trattamento. Lo scienziato giapponese: “Decisione italiana desta preoccupazione nella comunità scientifica internazionale”. E il ministro ribatte: “Nessuna autorizzazione a terapie, solo alla prosecuzione del metodo in via eccezionale e sotto stretto monitoraggio”

ROMA – L’Aula del Senato ha approvato il ddl di conversione in legge del decreto Balduzzi su staminali e proroga della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Il provvedimento passa ora all’esame della Camera.

Ieri sera la commissione speciale del Senato aveva dato il via libera all’unanimità al decreto Balduzzi sulle staminali. Dei 18 emendamenti presentati, ne sono stati approvati 4. “Si è trattato di un testo condiviso”, aveva fatto sapere la senatrice Pdl, Anna Cinzia Bonfrisco.

Con gli emendamenti approvati, è prevista ora la sperimentazione per un massimo di 18 mesi dell’uso di cellule staminali mesenchimali “nell’ambito di sperimentazioni cliniche controllate, effettuate presso strutture pubbliche”. Il ministero della Salute informerà “con cadenza almeno semestrale” le commissioni competenti e la Conferenza delle Regioni.

Il decreto a cui il Senato ha dato un primo via libera prevede quindi che chi abbia già iniziato la cura con il metodo Stamina possa proseguire la terapia. Inoltre, come previsto dalle modifiche apportate al dl nel corso dell’esame del provvedimento, per i prossimi 18 mesi sarà possibile ampliare la platea di pazienti senza dover ricorrere al giudice, all’interno di “sperimentazioni cliniche controllate presso strutture pubbliche” e con medicinali preparati in “idonei” laboratori. Per evitare il rischio di speculazioni economiche sulla terapia, il testo prevede infine che la metodologia non possa essere utilizzata per chiedere ed ottenere l’immissione in commercio.

Le bimbe come Sofia, che hanno già iniziato il trattamento, potranno quindi proseguire le cure. Ma sul dibattito in merito alla validità del protocollo pesano le parole del premio Nobel Shinya Yamanaka, punto di riferimento a livello internazionale della ricerca sulle cellule staminali. “La recente decisione annunciata dal ministro italiano della Salute, autorizzando la somministrazione di cellule descritte come mesenchimali a pazienti con malattie neurologiche ha destato preoccupazione nella comunità scientifica internazionale”, afferma il Nobel sul sito della Società Internazionale per la Ricerca sulle Cellule Staminali (Isscr), della quale è presidente.

Parole a cui replica il ministro Renato Balduzzi, con una nota. Il ministro della Salute risponde che l’Italia “non ha autorizzato alcuna terapia non provata a base di staminali” e che “l’autorizzazione alla prosecuzione dell’uso del metodo Stamina avviene “in via eccezionale” e sotto “stretto monitoraggio clinico”.

Rileva inoltre che “il Governo italiano non ha autorizzato alcuna terapia non provata a base di staminali. Il decreto del 25 marzo 2013 ha solo concesso in via eccezionale la prosecuzione di trattamenti non conformi alla normativa vigente per i pazienti per i quali erano stati già avviati alla data di entrata in vigore del decreto, la maggior parte dei quali in applicazione di sentenze della magistratura, e ha contemporaneamente imposto uno stretto monitoraggio clinico dei casi in questione”.

(10 aprile 2013) La Repubblica

Metodo Stamina, la denuncia di Nature:
«Plagio e dati fallaci nella domanda di brevetto»

Stroncato il controverso metodo dell’italiano: «Plagio di un altro studio già sviluppato e soprattutto tecnica inefficace» Corriere della Sera 2 luglio 2013

«Un’indagine di Nature evidenzia che le immagini utilizzate nella domanda di brevetto nel 2010, su cui Davide Vannoni dice che il suo metodo si basa» sarebbero «duplicate da precedenti e non correlati studi». È quanto annuncia on line la prestigiosa rivista, che torna sul tema del metodo Stamina con un nuovo duro articolo intitolato «Il trial italiano sulle cellule staminali basato su dati fallaci».

«DATI DIFETTOSI» – «Davide Vannoni, uno psicologo diventato imprenditore medico – si legge – ha polarizzato l’attenzione della società italiana nel corso dell’anno, tentando di ottenere l’autorizzazione per la sua terapia a base di cellule staminali. Ha ottenuto un fervente sostegno pubblico affermando di poter curare malattie mortali, e ha sollevato l’altrettanto fervente opposizione di molti scienziati che dicono che il suo trattamento non è provato. Ora questi scienziati vogliono che il governo italiano cancelli il finanziamento accordato a maggio scorso di 3 milioni di euro per la sperimentazione clinica della terapia, dopo aver ceduto alle pressioni dei pazienti. I ricercatori sostengono infatti che il metodo di preparazione delle cellule staminali di Vannoni» si baserebbe «su dati difettosi».

«SPRECO DI DENARO» – Il trial al via in Italia, secondo Paolo Bianco, ricercatore sulle cellule staminali dell’università Sapienza di Roma, è «uno spreco di denaro e dà false speranze alle famiglie disperate». «Non sono sorpreso di apprendere tutto questo», dice sempre nell’articolo Luca Pani, direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), che ha sospeso le infusioni con metodo Stamina presso i laboratori dell’ospedale di Brescia a maggio 2012. «Lì abbiamo visto un tale caos. Sapevo che non ci poteva essere un metodo regolare». Ora «i dubbi sollevati in merito al brevetto che è alla base della metodologia che sarà usata per la sperimentazione potrebbero essere dinamite», sottolinea Nature.

«MICROFOTOGRAFIA NON ORIGINALE» – «La terapia – si ricorda – prevede l’estrazione di cellule dal midollo osseo dei pazienti, la loro manipolazione in vitro, e poi l’infusione negli stessi pazienti. Vannoni ha ripetutamente evitato di rivelare i dettagli del suo metodo al di là di quelli disponibili nella sua domanda di brevetto, che ha indicato come completata. Nature ha scoperto in maniera indipendente che una microfotografia chiave presente in questa domanda di brevetto, raffigurante due cellule nervose che sembrano apparentemente differenziate dalle cellule stromali del midollo osseo, non è originale. Un esperto di cellule staminali contattato da Nature afferma che la micrografia mostrata nella figura 3 del brevetto di Vannoni è identica a quello della figura 2b di un documento di ricerca pubblicato nel 2003 da un team russo e ucraino».

L’AUTRICE DELLO STUDIO RUSSO E UCRAINO – «Elena Schegelskaya, biologo molecolare della Kharkov National Medical University e co-autore del documento del 2003 – si legge ancora sull’articolo on line – ha confermato a Nature che la fotografia» in questione «è stata prodotta dalla sua squadra». Lo studio della Schegelskaya puntava anch’esso a dimostrare la differenziazione di cellule del midollo osseo in cellule nervose. Ma mentre il metodo Vannoni dice che la trasformazione avviene incubando la coltura di cellule di midollo osseo per due ore in una soluzione a 18 micromolari di acido retinoico dissolto in etanolo, lo studio di Schegelskaya impiega soluzione di acido retinoico con solo un decimo di quella concentrazione e mette in incubazione le cellule per diversi giorni. Quindi – evidenzia l’articolo – immagini identiche rappresentano due differenti condizioni sperimentali. Schegelskaya sottolinea anche che la figura 4, una micrografia in bianco e nero, è identica a un’immagine a colori da lei pubblicata nel 2006 sull’Ukrainian Neurosurgical Journal».

LA REPLICA DI VANNONI – «È il solito articolo politico e non scopre nessun segreto: noi abbiamo sempre lavorato e condiviso materiale con i russi e con gli ucraini, che ci hanno aiutato a perfezionare la metodica». È il commento di Davide Vannoni alla inchiesta di accuse al metodo Stamina pubblicato su Nature. «Non c’è niente di trafugato – dice Vannoni all’Adnkronos Salute – e ho già detto in varie occasioni che il nucleo della metodica deriva dagli studi di due scienziati russi. Questo traspare anche dalla documentazione che ho consegnato in Parlamento e infatti io non ho mai detto di essere l’unico scopritore del metodo Stamina».

Redazione Online2 luglio 2013 | 20:56

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