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Scandalosa Edna

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 8, 2013

 

Edna O'Brien, Country girl

Edna O’Brien, Country girl

I suoi libri furono arsi sul sagrato delle chiese. Perché giudicati immorali. In romanzi come Ragazze di campagna  Edna O’Brien ha saputo raccontare l’universo femminile parlando di desiderio, di passione, ma non solo. Scandagliando la vitale e talora sanguinosa dialettica fra uomo e donna. Nel memoir Country girl la scrittrice irlandese ripercorre la prima avventura umana e creativa

di Simona Maggiorelli

Il suo primo romanzo, Ragazze di campagna (1961), fu bruciato sul sagrato della chiesa nel piccolo paese, Tuamgraney, dove Edna O’Brien è nata nel 1930. Il ministro dell’Economia irlandese e il vescovo si trovarono d’accordo nel giudicare quel folgorante esordio un libro immondo, che non doveva stare in nessuna casa timorata di Dio. Sembra una storia quasi ottocentesca, quella che la scrittrice racconta nella sua autobiografia, Country girl (Elliot), ma accadeva agli inizi degli anni Sessanta nell’Irlanda cattolica e bigotta, dove le ragazze venivano mandate a studiare in convento dalle suore e, a parte le solite «angoscianti preghiere», le uniche pagine che si potevano leggere erano quelle del giornale Irish messenger, impegnato «a scongiurare l’influsso delle peccaminose orchestre da ballo e a contrastare l’avanzata del comunismo».

Anche in casa O’Brien gli unici libri che circolavano erano breviari e storie agiografiche. Per il resto la madre di Edna guardava alla parola scritta con grande sospetto. Ma lei da ragazzina, per caso, scoprì un dozzinale romanzo d’amore e lo leggeva in segreto, tenendolo nascosto dietro la cassa dell’avena per i polli. «La religione era pervasiva, condizionava i pensieri e perfino i sogni», ricorda.

Ma «a me piaceva andare a scrivere nei prati. Le parole correvano insieme a me». E se quasi tutta la letteratura di Edna O’Brien ha qualcosa di autobiografico, questa autobiografia ha qualcosa della scrittura icastica e cinematografica dei suoi romanzi. Come negli amati quadri di Jack Yeats, pieni di grumi di colore azzurro, verde e rosso, le sue pagine risuonano di colori e odori di un’Irlanda profonda: il profumo delle violaciocche, i colori della torbiera, l’ardesia bluastra dei tetti. Senza dimenticare quella strada azzurra del racconto The small town lovers che tanto fece infuriare un intellettuale raffinato e cosmopolita come Ernest Gébler che Edna aveva sposato giovanissima.

Sprezzante, lui rimarcava che non esistono strade azzurre. E non le perdonò mai di avere talento. Ernest l’aveva aiutata ad aprire gli occhi, a emanciparsi da quella famiglia cattolicissima che l’aveva denunciata alla polizia, minacciando di farla rinchiudere in manicomio e che voleva costringerla ad abortire in Inghilterra per espiare il peccato di essersi unita a un uomo divorziato. Eppure lui, dopo i primi successi, le preferì una donna più giovane, «gentile, premurosa, modesta, sana di mente e senza ambizioni letterarie», come Ernest annotò in una pagina del proprio diario. Ma intanto Edna aveva fatto in tempo a conoscere la Dublino di Maud Gonne, la coraggiosa compagna del poeta William Butler Yeats e lo humour sferzante di Flann O’Brien (pseudonimo di Brian O’Nolan) che smascherava un’Irlanda «fatta di scemi e creduloni ossessionati da Dio».

E, ancor più, a Londra aveva spiccato il volo verso un mondo culturale libero e non convenzionale. Nel memoir Country girl rievoca le collaborazioni più stimolanti nel cinema e in teatro e i suoi tanti incontri in Europa e negli Stati Uniti con autorevoli compagni di strada come Harold Pinter, Philip Roth, Norman Mailer, Gore Vidal, Peter Brook e mostri sacri del Novecento come Samuel Beckett.

Edna O'Brien con il marito Ernst

Edna O’Brien con il marito Ernst

«Lo incontrai per la prima volta a Londra e poi, spesso, a Parigi», racconta O’ Brien a left. «Come uomo e, ovviamente come scrittore, era unico: molto alla mano, ma allo stesso tempo introverso. C’era qualcosa di imperscrutabile nel suo carattere e questo attraeva le persone». A legarla a Samuel Beckett e a James Joyce è stato anche il comune destino di irlandesi costretti ad andarsene per poterne scrivere liberamente. «È strano, ma l’Irlanda nutre l’immaginazione dei suoi autori e allo stesso tempo li fa scappare», commenta la scrittrice che l’8 dicembre è al Palazzo dei congressi, a Roma, per incontrare il pubblico della fiera della piccola e media editoria, Più libri più liberi ( ore 18, sala Smeraldo).

«Certamente – aggiunge – tutto questo accadeva in passato, quando l’Irlanda era un Paese religioso, claustrofobico e repressivo. Io sono cresciuta in quel clima e sono stata costretta ad emigrare per potermi esprimere liberamente. Ma devo anche ammettere di aver portato con me molto d’irlandese. Per James Joyce, nel 1904, fu ancor più necessario andarsene: l’Irlanda allora era, se possibile, ancor più rigida. Eppure permea profondamente il suo lavoro e la sua fantasia. Beckett scappò con una ferita altrettanto bruciante, ma i suoi testi, anche se in francese, hanno un ritmo e un modo molto irlandese. Insomma – sintetizza O’Brien – siamo davanti a un autentico paradosso».

Tanto più se pensiamo che fu proprio in quel clima da caccia alle streghe (in un’Irlanda che certamente non considerava la scrittura una faccenda per donne) che lei mosse i primi passi nella letteratura. «In realtà fin da bambina scrivevo e recitavo ad alta voce piccoli brani ispirati all’ambiente e alle persone che mi circondavano. L’impulso di scrivere e “la vocazione” cominciarono lì. Così come la ricerca incessante di parole che suonassero diverse. Finché, verso i 17 o i 18 anni, scoprii la poesia e la narrativa. Al villaggio non c’erano biblioteche o librerie.Il primo autore a cui mi avvicinai veramente fu Joyce, leggendo i Dubliners e un estratto da Ritratto di un artista da giovane in un’antologia curata da T.S. Eliot».

Ma non appena Edna trovò la propria voce originale, con romanzi come Ragazze di campagna (Elliot) e La ragazza dagli occhi verdi (edizioni e/o), subito si trovò a doverla difendere anche da chi le stava a fianco e, apparentemente, l’aveva incoraggiata. «Credo che per un uomo sia più duro accettare le ambizioni letterarie e progressi della propria compagna», commenta. «La gran parte degli scrittori che conosco hanno mogli che li sostengono e che non entrano in competizione. Hemingway, per esempio, sposò Martha Gellhorn ma la loro storia finì presto e poi lui espresse tutto il suo disgusto per le donne letterate e colte. Come scrittore, mio marito Ernest si irrigidì scoprendo che sapevo scrivere. Questo fece precipitare il nostro matrimonio, che era già traballante». «Un abisso si era aperto fra noi. Fatto di gelido risentimento» scrive O’Brien a questo proposito nell’autobiografia, ricordando che libri come August is a wicked month, giudicati una bomba contro l’istituzione famiglia, e addirittura additati come pornografici dalla critica benpensante, poi furono usati da Ernest nella causa di divorzio per toglierle l’affidamento dei figli.

Ma che cosa dei racconti di Edna O’Brien davvero spaventava e faceva scandalo? «La Chiesa, la mia famiglia d’origine, i vicini, i preti e i politici irlandesi, fin dal mio esordio, si scagliarono contro di me perché negli anni Sessanta i miei libri sembravano loro troppo audaci, irriverenti e addirittura scioccanti. Proprio perché scritti da una donna. Una critica che mi sono sentita ripetere per anni è che i miei romanzi erano uno sfregio e un affronto al modello femminile irlandese. A ben vedere, la stessa accusa che era stata rivolta a J. M. Synge per il suo Playboy or the western world: così quell’anatema passava da una generazione all’altra». Ma se l’establishment più conservatore non le perdonava l’indagine profonda sulla psicologia femminile, sulla passione, sul desiderio, ma anche sul senso di perdita e l’anaffettività, dall’altra parte le femministe non le hanno mai perdonato di raccontare la dialettica fra uomo e donna come vitale e ineludibile, nonostante talvolta possa essere sanguinosa. «L’uomo è diverso dalla donna. Trovo limitante e stridente l’idea avanzata da alcune femministe che l’identità di genere sia una prigione – commenta Edna O’Brien -. Non è una prigione. È un fatto evidente. Banalmente gli uomini non hanno le mestruazioni, non fanno figli. Ma su questo ci sarebbe molto altro da dire». E poi aggiunge: «L’unica cosa che riconosco alle femministe è l’aver ottenuto più libertà e più diritti per le donne nella sfera pubblica e sociale. Comunque la battaglia è ancora lunga. Come scrittrice impegnata in questo ambito da più di cinquant’anni posso dire che una donna deve faticare molto di più per essere riconosciuta per ciò che è e che vale». Una battaglia a cui né la psicoanalisi né certa antipsichiatria in voga nell’ambiente londinese anni Settanta hanno contribuito positivamente, sembra dire O’Brien. In cerca di aiuto, ad un certo punto, lei decise di rivolgersi a Roland D. Laing, che era molto presente nel mondo dello spettacolo e intellettuale che lei frequentava. In risposta lui le propose di assumere l’Lsd, presentandole poi un conto esorbitante per fantomatiche sedute. «Credo che fosse un cavallo pazzo», dice oggi Edna O’Brien. «Forse lui stesso amerebbe essere ricordato più come poeta, o per meglio dire come poeta allo stato embrionale, piuttosto che come analista e psichiatra».

 In finale la nostra conversazione torna a vertere quasi inevitabilmente sull’Irlanda. Di cui O’Brien si è occupata anche sul piano del recupero delle tradizioni pagane e popolari con libri come Elfi e draghi, racconti irlandesi (Einaudi) e, sul piano politico, con reportage sull’Irlanda del Nord e con un libro come Uno splendido isolamento (Feltrinelli), ancora una volta la storia di una donna, ma stavolta sullo sfondo del conflitto. Una ferita ancora aperta, dice Edna O’Brien, mentre l’Irlanda del sud, a poco a poco, sembra avanzare verso un cambiamento positivo anche sul piano della laicità e dei diritti. «Trovo che il premier Enda Kenny abbia mostrato grande coraggio – sottolinea – nel denunciare finalmente lo scandalo della pedofilia del clero che il Vaticano e le gerarchie irlandesi hanno nascosto per anni. Più di recente ho apprezzato come ha sfidato le ire di frange conservatrici introducendo dei miglioramenti nella legge sull’aborto. Ma ovviamente c’è ancora molta strada da fare».

 

 

dal settimanale left-avvenimenti

Ecco l’intervista Live di Marino Sinibaldi ad Edna O’Brien su Radiotre. Durante la conversazione il direttore di Radiotre ha citato questa intervista pubblicata da left. Qui il podcast per riaascoltare la  trasmissione dell’8 dicembre 2013 Fahreneit

Lunedì 9 dicembre Nicola Lagioia ha aperto la trasmissione di Radiotre  tre Paginatre leggendo e commentando questa intervista ecco il  podcast della trasmissione

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L’impegno civile degli Intellettuali 2.0

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 4, 2013

Mario Merz "Che fare?" 1968-73

Mario Merz “Che fare?” 1968-73

 di Simona Maggiorelli

«L’unica capacità che ancora oggi dovrebbe contraddistinguere l’intellettuale è il fiuto avanguardistico per ciò che conta. Ciò richiede virtù tutt’altro che eroiche: il senso per quel che non va e che potrebbe andare diversamente; un pizzico di fantasia per progettare alternative, un poco di coraggio un’asserzione forte e provocatoria per un pamphlet». Così scrive il filosofo Jurgen Habermas ne Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa (Laterza, 2010). Salvo aggiungere: «Più facile a dirlo che a farlo. E lo è sempre stato».

E ancor più difficile è oggi, con il restringersi degli spazi per un dibattito pubblico di alto a livello. A cominciare dalle pagine dei giornali che offrono sempre meno approfondimento e riflessione critica. Come ci raccontano in queste pagine alcuni degli intellettuali più autorevoli della generazione intorno ai quarant’anni. Intanto la politica latita e le amministrazioni locali spendono i pochi soldi a disposizione per eventi che danno un immediato ritorno immagine invece di investire in biblioteche e musei connessi con il territorio. Ma c’è chi non si arrende. E dagli appelli pubblici, ai circoli di lettura, dalle proposte ad alto tasso di creatività di piccoli editori, alle occupazioni dei teatri, fioriscono le iniziative dal basso. Ed è un miracolo tutto italiano, visto che come ci ricorda Roberto Ippolito nel libro Ignoranti (Chiarelettere) l’investimento in Cultura in Italia è pari allo 0,19% del bilancio pubblico.

Sporcarsi le mani

Tomaso Montanari a L'Aquila

Tomaso Montanari a L’Aquila

Non ci sta Tomaso Montanari a svalutare l’impegno civile che, a suo avviso, dovrebbe procedere di pari passo al lavoro accademico. Docente di storia dell’arte all’Università di Napoli, 43 anni, lo studioso fiorentino è stato appena nominato dal presidente Napolitano commendatore dell’ordine al merito della Repubblica per il suo impegno in difesa del patrimonio d’arte. Promotore dell’adunata di storici dell’arte che si tiene a L’Aquila il 5 maggio ( a cui partecipa anche il neoministro Massimo Bray), Montanari interviene nel dibattito di left sul ruolo degli intellettuali cominciando con una precisazione: «Non credo che abbia molto senso parlare oggi di “intellettuali”, come categoria astratta – dice- . Ha senso, invece, parlare di comunità della conoscenza e della ricerca. Beninteso io stesso ho scritto un libro (A cosa serve Michelangelo?, Einaudi , 2011 ndr) sul tradimento etico, scientifico e politico della mia comunità, quella degli storici dell’arte italiani. Ma credo che chi ha il privilegio di lavorare nella ricerca abbia il dovere di fare entrare il metodo e, per quanto possibile, anche i risultati della ricerca nel discorso pubblico generale: dobbiamo incessantemente restituire il più possibile alla comunità civile che ci paga lo stipendio».

Il ministro Bray ad Onna

Il ministro Bray ad Onna

Un esempio? «Una delle cause della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione – spiega Montanari – è proprio l’incapacità degli storici dell’arte di parlare ai cittadini. Ora dobbiamo chiederci abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per spiegare “quanti e quali valori si trattava di proteggere” come scrisse Roberto Longhi all’indomani del bombardamento di Genova, nel 1944? Abbiamo provato ad essere davvero “popolari”, per farci capire dai cittadini che del patrimonio d’arte sono gli unici padroni’? Abbiamo fatto in modo che la storia dell’arte non serva solo agli storici dell’arte? Senza una nuova alfabetizzazione figurativa degli italiani, il patrimonio non si salva, e l’articolo 9 della Costituzione non si applica». Ma c’è anche un altro dovere che gli intellettuali non possono trascurare secondo Montanari: «Ogni ricercatore è anche, e prima di tutto, un cittadino. E oggi è il momento in cui ogni cittadino che ne è capace deve prendere la parola in pubblico, deve agire in prima persona “politicamente”: il che non vuol dire candidarsi a qualcosa, ma contribuire a costruire la “polis” con le proprie idee. Chi fa ricerca lo farà, si spera, condividendo con gli altri un modo meno conformista di guardare al mondo. Non perché è un’ “intellettuale”, ma perché come ricercatore è pagato per cambiare il mondo attraverso la conoscenza». Da qui la sua scelta di firmare l’appello di Settis, Bodei e altri? «Quando Barbara Spinelli mi ha chiesto se volessi firmare un appello al Movimento 5 Stelle perché si impegnasse a formare un governo ho detto sì. Personalmente pensavo a un governo a termine guidato da una personalità come Stefano Rodotà, che mi pare ancora l’unica via d’uscita possibile». Paolo Mieli, però, ha detto che voi firmatari eravate degli ingenui. «Certo rispetto a Mieli, lo sono – dice Montanari -. Mi chiedo, però, se in un Paese distrutto anche dal cinismo di alcuni squali navigatissimi sia proprio un gran difetto essere ingenuo. Ma la questione è un’altra. E chiedo a Mieli: per capire ciò che sarebbe successo alle elezioni era più utile leggere gli editoriali dei principali giornali italiani, o leggere un libro come Azione popolare di Salvatore Settis? Chi ha oggi strumenti migliori per capire il Paese? Dopo di che, ognuno deve fare il suo mestiere, e un appello non ha l’ambizione di produrre direttamente effetti in politica: ha il fine di spingere al pensiero critico individuale, di fare un graffio sulle coscienze».

La miopia della politica

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia

«D’accordo Settis, Montanari, Rodotà. Difficile non concordare con quanto propongono» chiosa Nicola Lagioia, scrittore, blogger, conduttore di Radiotre e editore per conto di Minimum Fax. «Quando con il sito Minima et Moralia abbiamo proposto Rodotà come presidente della Repubblica abbiamo avuto un’infinità di contatti. Ma sono pochissimi gli intellettuali come lui che parlano direttamente a tutti noi». Futuro gramo per gli intellettuali italiani? «Devo dire che sono piuttosto pessimista – ammette Lagioia – .Quando gli intellettuali scendono nell’agone pubblico si prestano a farlo secondo i codici di comunicazione della Tv,e dei grandi media; nolente e volente, si trovano a parlare il linguaggio del potere. E’ successo anche a Cacciari con Sgarbi a Servizio pubblico.

Anche se dicevano cose diverse, alla fine il linguaggio era lo stesso, quello della baruffa Tv. A cui Cacciari si è prestato involontariamente. Anch’io quando sono andato in tv mi sono accorto che alla fine ero costretto a parlare la lingua della comunicazione che non ha niente a che fare con la letteratura e con la cultura, perché sei costretto a parlare per slogan». E allora cosa resta? Scrivere la propria opera, fare un blog «anche se in Italia è difficilissimo bucare il cono d’ombra o di luce degli addetti ai lavori».

scuola_nuova_3 E non dipende solo dagli intellettuali: il problema più grosso in Italia, dice Lagioia, è la mancanza di interlocutori politici. «Se non ora quando, il movimento TQ, al Valle Occupato c’è stato nell’ultimo anno un bel fermento dal basso, ma non c’è stata risposta politica».

E se allarghiamo lo sguardo vediamo che «in Europa i Paesi che riescono ancora a tenere sul piano dello sviluppo sono quelli che più hanno investito in cultura e ricerca. Hanno politici che sono dei veri statisti, fanno investimenti di lungo periodo, guardando alle generazioni future, non alle prossime elezioni». Al contrario di quanto accade in Italia. «Da elettore di sinistra noto purtroppo che questi partiti non sanno neanche dove mettere le mani quando si tratta di scommettere sulla cultura – constata Lagioia -. Credono che la cultura siano i talk show, i programmi tv di Fazio, di Saviano, della Dandini, i pezzi di Scalfari.

Ma la cultura è molto più vasta. Non c’è solo Riccardo Muti per la musica, non c’è soloUmberto  Eco per la letteratura». C’è un distacco fra intellettuali e politica? «C’è uno iato enorme. I partiti, Pd compreso, hanno perso del tutto il polso della situazione, si accontentano della spettacolarizzazione. Allora ecco Lidia Ravera alla Regione Lazio e non importa quanto ne sappia di politica locale, ecco Nanni Moretti che alla chiusura della campagna elettorale urla “da Lunedì gli italiani non saranno più ostaggio di Berlusconi”. E poi sappiamo come è andata…»

Nostalgia del Novecento

Matteo Marchesini

Matteo Marchesini

Se nell’Ottocento e nel Novecento almeno fino alla Resistenza si poteva parlare di una élite di intellettuali che erano riconosciuti come tali da un pubblico, in rapporto a un’impresa di portata più ampia, che era poi quella della società in generale, oggi questo patto è venuto meno, nota il filosofo Rino Genovese nel suo nuovo libro Il destino dell’intellettuale (Il Manifesto libri): ora a prevalere è perlopiù l’esperto e il comunicatore di massa, mentre i meccanismi dell’industria culturale si fanno sempre più pervasivi e si riduce lo spazio per la dissidenza. Un’analisi su cui in parte sembra concordare anche il più giovane dei nostri interlocutori, lo scrittore e critico Matteo Marchesini, classe 1979, ma che in libri come Soli e civili (Edizioni dell’Asino, 2012) non nasconde una certa nostalgia per tipi intellettuali come Fortini, come Bianciardi o come il poeta Noventa.

«Gli appelli vanno anche bene, purché liberi dalla retorica e linguisticamente sorvegliati – dice Marchesini – ma prima di tutto bisogna capire come si configura la scena pubblica oggi e cosa significa essere reclutati come intellettuali: dagli anni Cinquanta in poi con la crescita dell’industria culturale significa in primis essere esaltati dal potere mediatico, a prescindere dalla qualità e consistenza del proprio lavoro intellettuale. Per questo – spiega lo scrittore bolognese – mi è molto cara la distinzione che faceva Fortini fra funzione intellettuale (che hanno tutti universalmente dal momento che fanno un lavoro intellettuale) e intellettuale come ruolo, che dà l’idea di un notabilato»

Franco Fortini

Franco Fortini

. Chi sono oggi gli intellettuali di “ruolo”? «Quegli autori che accettano di essere ridotti a divi Tv, quelli che sui giornali fingono di fare critica ma fanno pubblicità editoriale, quelli che ti offrono analisi da bar appena un po’ più raffinate invece di tentare una disamina dei meccanismi patologici del mercato editoriale. Più che invenzioni dei media come i Baricco, che ormai sono cosa vecchia, o gli Ammanniti – approfondisce Marchesini – mi colpiscono i tipi alla Michele Serra che mentre denunciano giustamente la corruzione morale e intellettuale dell’era berlusconiana accettano di scrivere certe trasmissioni tv e non si preoccupano di questa palese contraddizione. Molti di loro sono di provenienza marxista e dovrebbero aver sentito parlare di critica dell’ideologia, ma non dicono niente sui compromessi del loro lavoro. Se penso ai tipi alla Fazio e Saviano, poi, mi sembra davvero che sulla linea di Fortini abbia vinto quella del suo amico e avversario Pasolini, che puntava sulla mitizzazione della propria figura e chiedeva adesione totale o rifiuto. E allora come uscire da questo impasse? Dedicandosi con impegno al proprio lavoro di scrittura, torna a dire Marchesini, ma anche ricominciando a incontrarsi fuori da i riflettori. «La letteratura non è spettacolo. Intanto gli enti pubblici spendono per festival ed eventi cifre che basterebbero dieci anni alle biblioteche di quartiere. Con questo non demonizzo i festival ma a me piacciono le iniziative in cui le persone si incontrano e a mani nude per parlare di libri. Qui a Bologna l’associazione dell’Elefante, per esempio, organizzava serate di lettura in cui chiunque poteva proporre un testo da discutere e poi lo si faceva tutti assieme».

Viva la perdita di aura

Andrea Di Consoli

Andrea Di Consoli

«Chi sono, oggi, gli intellettuali? Sono la somma degli scrittori, architetti, filosofi, musicisti, registi, artisti, teologi, blogger, giornalisti, storici, docenti universitari, direttori di istituzioni culturali, antropologi, ecc. cioè la somma di tutti coloro che maneggiano quotidianamente idee, ideologie, pensieri, parole, materiali dell’immaginario, del pensiero, della cultura» dice lo scrittore e critico letterario Andrea Di Consoli.

«Dunque – prosegue – sono intellettuali tutti coloro che pensano in senso lato, cioè tutti coloro che lo fanno in maniera sistematica e non episodica». E in uno scenario sempre più allargato. «Di fatto il benessere moderno ha comportato una straordinaria proliferazione numerica degli intellettuali, perché la principale caratteristica delle società avanzate è la possibilità, da parte della massa, di abbandonare il lavoro manuale per il lavoro intellettuale».

twittE cosa porta con sé questo allargamento della cerchia degli intellettuali in Italia? «Comporta orizzontalità, pluralismo, frammentazione, affollamento. Ma perché dovrebbe essere un male? A mio avviso la perdita dell’alone ieratico e solenne che un tempo circondava alcuni intellettuali non è affatto da deprecare. Secondo me è un bene che in una società ci sia ricchezza di punti di vista, di argomenti e discipline, e pluralismo delle idee. Certo, questo comporta l’esperienza della solitudine per quasi tutti gli intellettuali (a parte per le poche figure superstiti di tipo novecentesco: come Eco, Magris, Saviano, Fo, Asor Rosa). Ecco – rilancia Di Consoli – è bello e liberatorio che ci sia tutta questa ricchezza intellettuale, ma sarebbe un errore, per invidia o per rancore, far passare l’idea ingenerosa e improduttiva che tutti gli intellettuali hanno lo stesso peso. Cambia in base alla caratura del proprio lavoro». Ma esiste uno spazio per gli intellettuali in Italia? «Sì a condizione che non si abbia in testa il dominante modello del successo mediatico. Gli intellettuali devono immaginare il loro lavoro e il loro impegno come tasselli di un infinito mosaico che tutti gli intellettuali concorrono a creare.

Poi, certo, ci sono quelli che riescono a piazzare cento tasselli, oppure tasselli bellissimi, e quelli che ne riescono a piazzare pochi, e magari poco cruciali per il disegno. Ma, una volta accettata fino in fondo questa umiltà e questa solitudine – rifiutando il pessimismo del “non contiamo nulla”, “la gente non legge”, “i giornali non ci cercano mai” – io credo che ciascun intellettuale possa fare con dignità e serietà la propria parte all’interno di un processo culturale che comunque è collettivo, corale»

 dal settimanale left-avvenimenti

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