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#VanGogh, dipingere con le parole. Painting with words. Van Gogh’s letters

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 23, 2013

Van Gogh, ritratto di Gachet

Van Gogh, ritratto di Gachet

di Simona Maggiorelli

C’è un libro che chi ama Van Gogh, negli anni, ha continuato a leggere e rileggere, è Lettere a Theo nell’edizione Guanda. Per quanto si tratti di un’esigua selezione dall’epistolario (che ad oggi conta 819 lettere superstiti) è stato fin qui lo strumento principe in italiano per conoscere più da vicino la vita e il pensiero di questo genio del colore che ha rivoluzionato la pittura dell’Ottocento, mandando definitivamente in soffitta la pittura intesa come mimesis, come calco dal vero, cronaca dell’esistente.

Ora, a quattro anni dalla pubblicazione in Olanda dell’edizione critica delle lettere di Van Gogh, un corposo volume nella collana Millenni Einaudi permette, anche in Italia, di allargare lo sguardo affiancando alle missive al fratello Theo decine di altre indirizzate a parenti e ad amici pittori (Bonnard, Gauguin, ecc).

E se i rari messaggi inviati alla madre Anna hanno un tono formale e distaccato, lasciando percepire un abisso di rabbia e di incomprensione fra lui e la famiglia, spiccano invece per freschezza quelle indirizzate alla sorella Willemien, alla quale Vincent confidava progetti e aspirazioni, senza nascondersi e senza dover giustificare le proprie scelte che non si accordavano alle mode e al gusto corrente, come invece avrebbe voluto il pragmatico Theo.

Doctor-Gachet-Sitting-at-a-Table-with-Books-and-a-Glass-with-Sprigs-of-FoxgloveProprio scrivendo alla sorella mette insieme per la prima volta esplicitamente «arte del colore» e «arte delle parole», facendo così delle lettere un momento importante del processo creativo. Lo rileva acutamente Cynthia Saltzman nell’introduzione a questa nuova pubblicazione Einaudi dal titolo Vincent Van Gogh Le lettere. Un aspetto reso immediatamente tangibile dall’impaginazione del volume, punteggiata da riproduzioni anastatiche di missive in cui lo scritto è accompagnato da schizzi e disegni.

«Nella mente di Van Gogh, così come nella pratica – nota Saltzman- la scrittura, il disegno e la pittura sono strettamente legati». «Dipingere è disegnare con i colori» scriveva Van Gogh «e disegnare è dipingere in bianco e nero». Il disegno è l’ossessione degli anni giovanili: anni di studio “matto e disperatissimo”, passati a cercare di impadronirsi delle differenti tecniche come base e alfabeto necessario per potersi poi esprimere liberamente, fuori dai rigidi canoni d’accademia.

Leggendo in sequenza le lettere qui raccolte – che vanno dal 1872 all’anno del suicidio del pittore nel 1890 – si ha l’impressione di una forsennata corsa contro il tempo, come se fosse consapevole di non averne molto . L’urgenza espressiva che lo muoveva traspare dal modo deciso, vigoroso,apparentemente frettoloso di dare le pennellate, dall’uso visionario, intensificato, del colore, ma anche dal modo in cui, nelle lettere, compone parole e immagini per far arrivare all’altro, più profondamente, ciò che ha in mente.

Lettera 252

Lettera 252

E traspare dalla calligrafia che muta a seconda delle circostanze, delle emozioni, degli interlocutori e via via si fa più istintiva e gestuale. Ma c’è anche un altro aspetto che emerge con forza da questo epistolario: la coerenza e l’unitarietà dell’opera di Van Gogh che non consisteva di singoli quadri, per quanto forti e originali, ma di interi cicli intorno a un tema o a un motivo. Così accadde per i contadini, dai volti indefiniti per rappresentare un universale umano, o dalle figure deformate, fin quasi alla caricatura negli anni dei vagabondaggi in Belgio e Olanda. Così accadde per la serie delle barche e ad Arles per i girasoli.

«Penso di decorare il mio atelier con una mezza dozzina di quadri di girasoli» scriveva a Emile Bernard nel 1888. Un aspetto che la grande mostra Van Gogh at work aperta fino al 12 gennaio al Museo Van Gogh ad Amsterdam evidenzia in modo straordinario attraverso un percorso di 200 tele (vedi left 16, 27 aprile)  fra le quali, appunto, due versioni dei girasoli esposte insieme alla Berceuse (1889) secondo la sequenza immaginata dall’artista.Diseguali, poliglotte, piene di riferimenti agli amati Shakespeare, Dickens e Hugo, le lettere dimostrano quanto Van Gogh fosse curioso e attento alle novità artistiche che emergevano nel suo tempo, ma anche quanto fosse determinato a portare avanti una propria originale ricerca sul valore espressivo del colore («il pittore del futuro è un colorista come non ce ne sono ancora stati», scriveva) e un’idea di pittura intesa come ricerca del vero, non in senso naturalistico descrittivo, ma come capacità di cogliere e rappresentare in ogni circostanza una verità umana. Perciò Van Gogh amava i ritratti. Prendendo le mosse da Rembrandt cerca «il ritratto che abbia il pensiero, che abbia l’anima del modello». Cerca «la rappresentazione dell’umanità».

«Vorrei fare ritratti che tra un secolo alla gente di quel tempo, sembreranno apparizioni. Quindi non cerco di rappresentarci attraverso la somiglianza fotografica, ma attraverso le nostre espressioni appassionate» scriveva a Willemien il 5 giugno 1890. E furono autoritratti e ritratti pieni di dolorosa, bruciante, verità, come quello del dottor Gachet, dallo sguardo malinconico mentre la bocca fa una smorfia. Dopo l’internamento nel 1890 a Saint Remy, è il medico a cui Van Gogh aveva affidato le sue ultime speranze, mentre le crisi psichiche si facevano sempre più violente. «Il dottor Gachet mi ha dato l’impressione di essere piuttosto eccentrico» scrive a Theo il 20 maggio del 1890. «Mi pare confuso e malato quanto te e me». Come medico alienista Gachet ripeteva a Van Gogh di non preoccuparsi, che le sue crisi non erano nulla di grave. Il 29 luglio 1890 Van Gogh si sparò. In Chi ha ucciso Vincent van Gogh? (Skira) lo storico Pierre Cabanne scrive che la freddezza e l’impotenza terapeutica di Gachet contribuirono a determinare quel tragico gesto.

dal settimanale left-avvenimenti

 

van-gogh-letterThere is a book that anyone who loves Van Gogh, over the years , he continued to read and reread , it’s Letters to Theo (Guanda) . Though it is small selection from the correspondence ( which now counts 819 surviving letters ) has been so far the main instrument in Italian to know more about the life and thought of this genius of color who revolutionized nineteenth century painting , finally overcoming painting as mimesis , as calculated mould from the chronicle of reality.

Now , four years after its publication in the Netherlands of the critical edition of the letters of Van Gogh, a substantial volume in the series Millennia Einaudi allows , even in Italy , broaden our vision, uniting the letters to his brother Theo to dozens of others  letters sent to relatives and artist friends ( Bonnard , Gauguin, etc. ) .

And if the rare messages sent to his mother Anna have a formal tone and detached , allowing us to see  the deep sense of anger and misunderstanding between him and the family , on the contrary stand for freshness the letters addressed to his sister Willemien, to whom Vincent confided  plans and aspirations , without hide and without having to justify his choices which did not accord with current fashions and tastes , as pragmatic Theo would have liked . Writing to his sister Vincent van Gogh makes clear the importance of putting together,” painted art” ‘and’ art of words ” , thus making letters a moment of his creative process . Cynthia Saltzman observes this acutely in the introduction to this new publication Vincent Van Gogh ‘s letters (Einaudi) .

lettereThis is an aspect immediately made tangible from the layout of the book, punctuated by anastatic reproductions of letters in which the script is accompanied by sketches and drawings . ” In the mind of Van Gogh, as well as in practice, writing, drawing and painting are closely linked “, says Saltzman. ” Painting is drawing with colors” , Van Gogh  wrote. ” Drawing is  painting in black and white” . Drawing is the “obsession” of his youth years of frenetic study , spent trying to master the different techniques as a base alphabet necessary to be able to express himself freely, outside the rigid academic canons. Reading in sequence all the letters  collected here ( ranging from 1872 to the year of the painter’s suicide in 1890) one gets the impression of a frantic race against time , as if he were conscious of not having a lot. The expressive urgency that moved him shines through the decided , vigorous, seemingly hasty  brush strokes ,through his visionary use of intensified colors, but also in the letters , where words and images  get together, as to express more profoundly , what he had in mind. The handwriting  itself  changes depending on the circumstances  gradually becoming  more instinctive. But there is also another aspect that emerges strongly from this correspondence : the coherence and unity  of Van Gogh’s work:  his art did not consist of single paintings , altough strong and original . Is art dispalied in cycles a s a variation on a single theme . During his years of wanderings in Belgium and the Netherlands so it was for the  paintings dealing with farmers ,that Van Gogh painted with indefinite  faces to express an  universal humanity , or in deformed  figures , almost to caricature . This is what happened to the number of boats and Arles’ sunflowers .

“I wuold like to decorate my studio with half a dozen paintings of sunflowers ,” he wrote to Emile Bernard in 1888. One aspect that the important exhibition Van Gogh at work (open until January 12) at the Van Gogh Museum in Amsterdam highlights in an extraordinary way through a series of 200 paintings (see left 16 , April 27 ) between which , in fact, we can find  two versions of sunflowers exposed together with the Berceuse (1889) according to the sequence imagined by the artist. uneven, polyglot , Van Gogh’s letters are full of references to the beloved Shakespeare , Dickens and Hugo . An let us know  his curiousity and interest in studing the  artistic innovations of his age. This letters show us  his strong decision to carry out its own original research on the expressive value of the color ( “the painter of the future is a colorist as we do not have yet ,” he wrote ) and an idea of ​​painting as a quest for truth, not in the sense descriptive nature , but as the ability to capture and represent a human truth in all circumstances . That’s way Van Gogh loved the portraits . Under the auspices of Rembrandt , Van Gogh was seeking ” a portrait with thought and  soul ” He was in search of “the representation of humanity .”

“I would like to take portraits that within a century  seem apparitions to the people of that time. It has no sense to try to represent us through photographic resemblance , but through our passionate expressions” he wrote in Willemien June 5, 1890 . In this way his  self-portraits and portraits are full of painful , burning , truth , like that of Dr. Gachet , with  amelancholy look while his mouth makes a face .

After internment  in Saint Remy ( 1890), Dr Gachet is the doctor to whom Van Gogh had entrusted his last hopes , while the psychic crisis became violent. “Dr. Gachet gave me the impression of being rather eccentric ,”Vincent van Gogh wrote to Theo on May 20, 1890. ” It seems to me confused and sick as you and me.” As a doctor, psychiatrist Gachet said may times to Van Gogh not to worry, according to him  Van Gogh’s crises were nothhing serious. On July 29, 1890 Van Gogh shot himself . In the book  Who Killed Vincent van Gogh ? ( Skira ) the historian Pierre Cabanne writes that the coldness and helplessness therapeutic Gachet helped to determine Van Gogh’s tragic gesture.

  (Simona Maggiorelli for weekly magazine Left)

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Van Gogh at work. Duecento opere in mostra

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 1, 2013

Van Gogh Starry nights

Van Gogh Starry nights

Fino al 12 gennaio 2014  una grande retrspettiva del pittore olandese ad Amsterdam. Per il quarantennale del Museo Van Gogh.  Appena restaurato

di Simona Maggiorelli

Il suo modo di dipingere all’apparenza spontaneo. La pennellata selvaggia e vibrante. La scelta dei colori quasi espressionista e dalla forte risonanza interiore. E poi la dirompente visionarietà dei suoi paesaggi solitari e le sue sommarie e quasi primitive scene di vita contadina, che formano un ruvido epos popolare. Nella breve e bruciante parabola artistica di Vincent Van Gogh (1853 -1890) tutto sembra parlarci di un talento innato e originalissimo, che si sviluppa lontano da tutto e da tutti. Di pari passo, la sua tormentata biografia, punteggiata di slanci verso gli ultimi e totale chiusura in sé, di tentativi disperati di unirsi a comunità di artisti e violente rotture, fa pensare a un artista in conflitto mortale con la società e le convenzioni, fino all’autolesionismo.

Tutto questo ha alimentato il mito di un Van Gogh “genio folle”. Che nel ‘900 ha portato alle stelle le quotazioni delle sue opere, a dispetto dell’assoluta indigenza in cui il pittore olandese trascorse tutta la sua breve esistenza. Negli anni Venti, in particolare – come ci è capitato altre volte di ricordare – fu lo psichiatra e filosofo esistenzialista Karl Jaspers a rinchiudere definitivamente Van Gogh nella gabbia del genio maledetto. Nelle pagine di Genio e follia Strindberg e Van Gogh (Raffaello Cortina) Jaspers lo descriveva come artista in preda a un furore sordo nel dipingere, sostenendo poi che «il più alto grado del suo sviluppo creativo coincideva con il momento più eclatante dell’esplosione della turba psicologica». Salvo poi aggiungere: «Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita».

Van Gogh at work

Van Gogh at work

Ma se la moderna psichiatria ha del tutto sconfessato questo assioma dimostrando che non ha alcuna fondatezza scientifica, più duro a morire nella cultura corrente è il binomio arte e pazzia. A smontare questo luogo comune è ora anche la grande mostra Van Gogh at work che si apre il primo maggio ad Amsterdam per i quarantennale della fondazione del Museo Van Gogh, da poco restaurato. Ad anticiparne i contenuti a left è la stessa curatrice, Nienke Bakker:«La mostra raccoglie per la prima volta ducento opere di Van Gogh. Oltre ai dipinti e ai disegni della nostra collezione i visitatori troveranno importanti prestiti da musei internazionali, come la National Gallery di Londra, dalla quale, per esempio, proviene una versione dei Girasoli che abbiamo affiancato a quella conservata qui. Sarà interessante – sottolinea Bakker – poter fare un confronto dal vivo fra le due opere, così come fra le due versioni de La stanza da letto, una delle quali arriva dall’Art Istitute di Chicago». Il percorso della mostra, che resterà aperta fino al 12 gennaio 2014, si dipana sui quattro piani del Museo e segue un filo cronologico. «In cui però abbiamo inserito delle finestre tematiche – spiega la curatrice – che riguardano i materiali e gli attrezzi usati da Van Gogh, i diversi tipi di tela, i colori e le vernici che sperimentava. Contrariamente a quanto si pensa – aggiunge Bakker – Van Gogh era molto attento a queste questioni e studiava assiduamente i vari tipi di tecniche pittoriche». Un aspetto che emerge con chiarezza dalle lettere. Di cui nel 2009 è uscita finalmente l’edizione critica completa, frutto di una ricerca durata quindici anni.

Van Gogh, Camera da letto , Chicago

Van Gogh, Camera da letto , Chicago

Un’opera in sei volumi che raduna le 2mila lettere di Van Gogh che sono giunte fino a noi, di cui il novanta per cento è conservato proprio al Museo di Amsterdam. « L’edizione critica delle lettere è alla base della mostra Van Gogh at work – spiega la curatrice -. Dall’epistolario sono emersi elementi che ci hanno permesso di approfondire aspetti ancora poco noti del suo lavoro, come il tempo e l’impegno che dedicava alla propria formazione. Diversamente da Picasso che aveva un talento naturale e che a quattro anni disegnava già in modo straordinario – sottolinea Nienke Bakker – Van Gogh dovette applicarsi molto per progredire nella propria arte. E vi si dedicò consapevolmente. Vincent  non era un talento “selvaggio” e non era affatto chiuso alle novità. Si interessava alle nuove tendenze della sua epoca. Anche per questo in mostra, accanto alle sue opere, sono esposte tele di Gauguin, Monet, Seurat e di altri artisti impressionisti». Ma dall’edizione critica delle missive, scritte in olandese, francese e inglese, emerge anche che l’ininterrotto flusso di ricerca del genio olandese aveva un preciso filo rosso. E’ come se, lettera dopo lettera, si dipanasse davanti ai nostri occhi un vero e proprio libro sull’arte della pittura. In questi scritti d’occasione Van Gogh formula pensieri “filosofici” e sull’arte, in modo stringente, quasi aforistico, alternando prosa e schizzi. La sua scrittura è forbita, letteraria, e insieme schietta. Rivela un lettore colto. Come si può evincere anche dalla scelta di Lettere a Theo pubblicate in Italia da Guanda.

Van Goghe lettere

Van Goghe lettere

Da quelle pagine emerge con forza la sua idea di fare arte «per la gente». Come fosse una sorta di servizio all’umanità, da svolgere fuori dalle congreghe ecclesiastiche e borghesi (le lettere sono piene di suggestioni socialisteggianti). La sua ambizione era riuscire a cogliere l’essenza delle cose, la loro verità più profonda, con uno stile personale.

Ci riuscirà in un tempo concentrato, poco più di dieci anni, partendo da una immersione totale nella realtà e nel paesaggio fino ad arrivare al totale abbandono della mimesis come calco del reale. Van Gogh non arriverà a distruggere la figura come faranno ad inizio Novecento i cubisti, ma certe sue oniriche deformazioni ci dicono già di un tentativo di cogliere una realtà invisibile al di là della superficie delle cose. Per raggiungere questo obiettivo sente di aver bisogno di acquisire e di saper padroneggiare le varie tecniche, come mezzo essenziale per poter esprimere il proprio mondo interiore, per riuscire a dare forma a ciò che rischiava altrimenti di andar perduto. La mostra di Amsterdam lo racconta con un percorso che attraversa tutte le fasi del lavoro vangoghiano, dai disegni a china, paesaggi graffiati quasi incisi nella carta, ai primi esercizi per apprendere il disegno e la prospettiva studiando su manuali come la Guide de l’alphabet du dessin (1880) di Armand Cassagne. Poi le prime ombreggiature a carboncino.

L’immagine si approfondisce. Va a lezione da Anton Mauve per apprendere le tecniche dell’acquerello. Con cui Van Gogh traccia paesaggi evocativi, intinti di malinconia. Poi l’ostinato e ambizioso tentativo di rappresentare la figura umana, scansando il dettaglio dei ritratti individuali, cercando l’universale. Per un periodo dipingendo singolari personaggi senza volto (su cui avanza alcune interessanti ipotesi interpretative Mariella Guzzoni ne L’infinito specchio, et al.Edizioni, 2012). Poi la scoperta del valore espressivo del colore: dalla tavolozza di terre dei Mangiatori di patate ai colori piatti, irrealistici e squillanti del periodo giapponese (ad Amsterdam è esposto il Ritratto di Père Tanguy) fino al totale abbandono del disegno – Van Gogh a questo punto non ha più bisogno di griglie strutturanti – e alla costruzione di paesaggi di solo colore. Procedendo sempre più verso uno stile personale, coraggioso, che riusciva a sussumere tutto ciò che aveva fin lì appreso senza che ve ne fosse più traccia esplicita.

 dal settimanale Left-avvenimenti

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Immagini dal mondo fluttuante

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

 

La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh

La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh

L’arte stilizzata del  giapponese Hiroshige, che piaceva a Van Gogh

 

di Simona Maggiorelli

 

 

 

Chi abbia avuto la fortuna di vederle accanto, da vicino- come ci è capitato al Museo Van Gogh di Amsterdam – il paragone fra le due opere risulta piuttosto imbarazzante. Tanto la potenza del colore e l’invenzione d’immagine del Susino in fiore (1887) di Vincent Van Gogh sovrasta l’originale xilografia realizzata dal maestro giapponese Utagawa Hiroshige nel 1857 e su cui l’opera del pittore olandese era esemplata: omaggio di un allievo che non aveva piena consapevolezza del proprio genio a un maestro che, tuttavia, ne restava irrimediabilmente aduggiato.

 

Ma ora, incontrando di nuovo questa xilografia originale de L’albero di susino nella casa del tè a Keimedo nell’ambito della coerente ricostruzione dell’arte di Hiroshige curata da Gian Carlo Calza nelle sale del Museo Fondazione Roma in via del Corso (fino al 7 giugno, catalogo Skira) si riesce a vederla in un’altra ottica, riuscendo a ricollocarla nel suo contesto storico originario e apprezzandone i valori di immediatezza, di precisione, in un ventaglio di colori, a un tempo vastissimo e calibrato. Al centro della scena  un ramo fiorito su uno sfondo albeggiante, virato al rosso. Una composizione apparentemente semplice, ma che si staglia potente come una pittura di arte astratta.

 

Di stampe giapponesi ci eravamo già occupati su left a proposito della ristampa del libro Stampe giapponesi. Un’interpretazione di Frank Lloyd Wright, ma vale la pena di fare ancora una scappata nel Sol levante con questa ampia mostra organizzata nell’ex Museo del Corso a Roma da Calza, docente dell’università Ca’ Foscari di Venezia e curatore di una recente mostra sull’arte del Giappone alla Fondazione Cini di Venezia. Con il suo libro e con questa mostra il professore invita a un viaggio in un Giappone antico: quello della cultura Ukiyo-e, fra immagini dal “mondo fluttuante”, secondo l’impetuosa cultura giovane che fiorì fin dal XVII secolo nelle città di Edo (oggi Tokyo) e di Osaka e Kyoto. Prima documentata in opere in inchiostro cinese, poi in stampe colorate a mano e successivamente in stampa policrome, di fatto  un’arte raffinatissima che si sviluppò come un percorso parallelo di pittura e poesia ( Hiroshige stesso fu anche poeta).  Era l’impronta culturale di una nascente borghesia giapponese, che avrebbe avuto un’influenza fortissima sugli artisti d’Occidente: dagli impressionisti a van Gogh, come dicevamo, e successivamente dall’architettura organica al beat.

 

Così in un percorso espositivo allestito come  un viaggio di fantasia nel Giappone antico sfilano immagini di una natura indomita e potente, onde vertiginose di tsunami, ma anche – intercalati di versi poetici- schizzi delicati di giardini,  uccelli, vedute fiorite. Ma che incredibilmente non hanno nulla di decorativo. L’assenza di chiaroscuro, l’uso di colori piatti, lo studio della composizione fanno di queste stampe un esempio di arte originalissima. “Hiroshige visse in un’epoca del Giappone socialmente e artisticamente molto ricca di fermenti”, spiega Gian Carlo Calza. Il paese era uscito tardivamente dal medioevo ma fra la fine del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento l’arte delle stampe divenne un’arte insieme raffinata e popolare, non più esclusivo appannaggio di una elite. Il rapporto con la natura – prosegue Calza- fu uno degli aspetti centrali di una cultura che aveva radici antichissime: secondo i miti delle origini in cui uomini e dei, piante e animali, rocce e oceani erano sorti da un’unica fonte che li rendeva parimenti degni di rispetto”.

 

Ma-facendo un passo indietro nel tempo – a Calza si deve anche una bella introduzione alla antica letteratura giapponese, pubblicata per i tipi di Electa, nella collana Pesci rossi. Diversamente da quando accadeva nelle regioni dell’Europa cavalleresca, l’antica letteratura giapponese era in gran parte scritta da donne come si evince da Genji il principe splendente, il libro in cui Gian Carlo Calza ricostruisce la genesi del celebre romanzo Genji scritto nel 1008 a Heian (Kyoto) dalla dama di corte Murakasi Shikibu e che rappresenta “la massima espressione del filone letterario femminile in lingua volgare”. Al centro della vicenda, l’immagine ideale di un principe, Genji, che in un’epoca medievale assai misogina quale quella in cui era ambientato il romanzo, aveva una profonda lealtà verso tutte le donne della sua vita. Considerato il primo “romanzo psicologico” della letteratura non solo giapponese, il romanzo ha avuto una circolazione anche al di là delle barriere linguistiche grazie alla più antica illustrazione rimasta del racconto: rotoli dipinti di circa un secolo posteriori alla stesura del romanzo e che avrebbero impresso un’immagine potente nella storia della pittura giapponese. Tanto da influenzare profondamente anche l’arte ottocentesca di Hiroshige come si può ben vedere in questa retrospettiva romana.

da Left-Avvenimenti del 13 febbraio 2009

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