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Posts Tagged ‘Museo di Santa Giulia’

Matisse, linea e volume

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 14, 2011

La seduzione che la scultura di Michelangelo esercitò su Matisse al centro di una grande mostra nel complesso di Santa Giulia a Brescia. Con centottanta opere del maestro francese

di Simona Maggiorelli

Matisse, nudo blu, 1957

Quella di Michelangelo scultore fu per antonomasia “arte del levare”, in un titanico corpo a corpo con blocchi di marmo intonso, fino a a cavarne forme originali e possenti. Basta pensare alla forza plastica del David. Oppure al drammatico e vibrante affiorare alla superficie della pietra dell’ultimo movimento ribelle dei Prigioni.

Nel Novecento, Henri Matisse fu uno dei più grandi ammiratori del maestro rinascimentale e uno degli artisti che seppe rielaborarne la lezione nel modo più vivo e moderno. Con questa idea Claudia Beltramo Ceppi (dopo aver esplorato il rapporto fra Matisse e l’Oriente nel 1997 a Firenze) ora ha curato la mostra Matisse. La seduzione di Michelangelo che fino al 12 giugno raduna centottanta opere del pittore francese nel complesso di Santa Giulia a Brescia.

Una grande retrospettiva, dai primi dipinti fauve fino alle ultime gouaches découpées costruita dal vivo e nel catalogo Giunti seguendo il filo rosso delle testimonianze di questa passione lasciate da Matisse stesso, negli scritti e nelle lettere. In quelle da Firenze datate 1907, per esempio, confessava di aver tempo per una sola donna: la Notte delle Cappelle Medicee, dicendo di trascorrere intere giornate a studiare la torsione delle quattro statue che paiono come scivolare giù dalle tombe di Lorenzo e Giuliano de’ Medici.

Curiosamente, come il visitatore della mostra bresciana può notare di primo acchito, di questa intensa frequentazione nell’opera di Matisse scultore quasi non vi è traccia. Un bronzo come Nudo disteso del ‘27 (prestito del museo di Minneapolis) appare ispirato, piuttosto, al modo fluido di modellare la materia del romantico Rodin, mentre filiformi creazioni in ferro sembrano rincorrere le invenzioni di Picasso e degli altri cubisti della prima ora. è solo di fronte a quadri come Il grande nudo blu (1907) o come Il Ratto d’Europa del 1929 che si comincia a notare una eco michelangiolesca nelle pose della modella. Più in là, nel celebre Nudo seduto su sfondo rosso (1925), l’evidenza scultorea del corpo femminile si staglia potentemente su uno sfondo purpureo, sfumato, senza prospettiva geometrica.

Ma è nei découpages della maturità che quell’ispirazione produrrà i suoi frutti più sorprendenti. Quando, già avanti negli anni e meno libero nei movimenti, Matisse si mise sulle orme di Michelangelo armato di cartoncino e forbici. A questo punto monumentalità e rappresentazione della figura in movimento diventano nello studio dell’artista francese decantazione e semplificazione della forma, ricerca dell’essenziale e del massimo di profondità e di energia. Siamo già oltre la Danse del MoMa e di San Pietroburgo dove l’omaggio a Michelangelo è esplicito nella torsione e nei tratti massicci, quasi androgini, delle danzatrici. Con i découpages Matisse cerca quasi l’impossibile: la tridimesionalità della scultura su una superficie piatta. Ci prova con la sagoma levitante di Icaro che nuota nel blu e, soprattutto, con le figure stilizzate e astratte della serie Jazz il lanciatore di coltelli del 1943-44. Papier découpé, composizioni di tinte brillanti, in cui la solidità scultorea è ottenuta solo ritagliando forme dalla linea netta e in colori piatti. Senza tratteggi, ombre o mezze tinte. Senza alcun elemento descrittivo delle figure umane rappresentate, perché: «E’ sufficiente un segno per un volto, non c’è nessun bisogno di imporre degli occhi. Bisogna lasciar il campo libero al sogno dello spettatore».

da left -avvenimenti

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I tesori degli Inca

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2009

Un viaggio nella cultura di questo antico popolo andino che fu sterminato dai conquistadores. A Brescia una grande mostra con reperti per la prima volta esposti in Italia

di Simona Maggiorelli

maschera Inca

Dimenticare per un attimo il mondo che ci circonda per immergerci in una cultura antica come quella degli Inca e fare un viaggio immaginario nel Perù preispanico che nell’area andina toccò il suo apice fra il XIII e XVI dando vita a un vasto impero. Un viaggio scoperta di una civiltà precolombiana che fu ferocemente sterminata dai conquistadores occidentali. “Quando con Giuseppe Orefici e Antonio Aimi abbiamo cominciato a pensare alla curatela di questa mostra italiana – racconta Paloma Carcedo de Mufarech, ideatrice della mostra Inca  origini e misteri della civiltà dell’oro ( aperta fino al 27 giugno 2010 al Museo di Santa Giulia a Brescia) – abbiamo cominciato a pensare che, avendo questa splendida occasione di portare in Italia pezzi fin qui raramente usciti dai musei peruviani, volevamo mostrare qualcosa di diverso, fare in modo che emergesse la complessità di una cultura come quella degli Inca basata su una originale cosmogonia e una ritualità lontanissima dalla cultura occidentale”. Una cultura, prosegue Carcedo de Mufarech, in cui la natura era trattata “come un essere vivente, oggetto di rispetto e di venerazione per i doni che regalava agli esseri umani”.

E in cui il culto degli antenati serviva a tramandare alle generazioni future una sapere sedimentato di generazione in generazione. Ma anche – come documentano alcune sezioni di questa importante mostra bresciana- una cultura che accanto a straordinarie conquiste di civiltà nell’ambito delle scienze applicate testimoniate da straordinari reperti d’oro e d’argento, contemplava forme di religione particolarmente oppressive. “Le culture preispaniche erano caratterizzate da una religione pervasiva – racconta Antonio Aimi-. Quasi tutti i reperti che conosciamo provengono dai corredi funerari e avevano quindi una precisa funzione rituale. E se questo da un lato ci ha reso particolarmente difficile penetrare in quella che poteva essere la vita quotidiana degli Inca, dall’altra parte – precisa lo studioso- ci ha permesso di conoscere i loro riti cosmogonici e di capire che quegli splendenti ori e quelle magnifiche ceramiche sopravvissute allo scempio dei conquistadores e del tempo non rappresentavano eventi mitologici ma rituali ben concreti e reali”.

Alcuni reperti in mostra a Brescia raccontano le vari fasi della cerimonia del sacrificio conosciuta fin dalle prime fasi di popolamento delle Ande centrali. Un ruolo centrale in questi riti era svolto dagli sciamani, ai quali si attribuiva la capacità di comunicare con le divinità e con gli spiriti degli antenati. “All’interno di ogni collettività – spiega Giuseppe Orefici nel catalogo Marsilio che accompagna la mostra – gli sciamani diventarono i custodi incaricati di conservare, trasmettere e rinnovare le rappresentazioni cosmogoniche, grazie alle loro cognizioni di mitologia, di interpretazione del passato e alle loro conoscenze di astronomia e nell’uso di piante medicinali. Con le loro parole, gesti, riti, si pensava fossero in grado di garantire la fertilità della natura e il benessere della comunità”.

dal quotidiano Terra del 31dicembre 2009

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