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Le morbide sculture di Henry Moore. Last week

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 5, 2016

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Curve morbide e femminili, figure di donna che diventano quasi astratte. Nonostante il duro marmo da cui sono ricavate, le sculture di Henry Moore sembrano levitare, sollevandosi da terra con un movimento leggero. La retrospettiva appena aperta alle Terme di Diocleziano ne sottolinea la forma classica e monumentale mettendole in rapporto con l’antica costruzione romana, inondata di luce settembrina. Qui sono raccolte sculture, bozzetti, acquerelli, stampe dello scultore inglese compresi i suggestivi schizzi, di grande immediatezza e forza emotiva che Moore fece dei rifugiati londinesi che cercavano riparo nella metropolitana durante gli attacchi aerei.

Suddivisa in cinque aree tematiche, la retrospettiva ripercorre tutta la carriera dello scultore inglese, dalle prime opere ispirate all’arte pre colombiana e cosiddetta “primitiva” a sculture caratterizzate da una crescente astrazione della figura.

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Moore ©Tate_-London-2015

Determinante nello sviluppo della poetica di Moore fu il lungo viaggio che fece a Firenze e in Toscana, che lo portò ad innamorarsi di Giotto e a studiare i grandi scultori del Rinascimento da Donatello a Michelangelo: sulle sue orme Moore andò sulle Apuane per scegliere i blocchi intonsi di marmo da scolpire. Ma non mancano in mostra anche opere più d’ispirazione romanica che trasformano i rigidi complessi scultori antichi in sognanti immagini di affetto e protezione e poi “icone” che sono diventate la cifra artistica e più riconoscibile di Moore come la “figura distesa”. Gran parte delle sessantaquattro opere esposte a Roma provengono dalla Tate, il museo londinese che possiede una delle collezioni più ricche e rappresentative al mondo di opere di Moore. A queste si aggiungono alcuni prestiti della Galleria Nazionale d’Arte Moderna (dove si tenne la prima importante retrospettiva di Moore negli anni Sessanta )e della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.La mostra Henry Moore è curata da Chris Stephens e Davide Colombo e promossa da Soprintendenza speciale per il Colosseo, Museo nazionale romano e area archeologica di Roma, aperta al pubblico da giovedì 24 settembre al 10 gennaio 2016. Catalogo Electa. @simonamaggiorel

La recensione

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Henry-Moore, Terme-di-Diocleziano/R.Galasso

Non tratta il marmo  come se fosse una materia qualunque, cercando di camuffarne la consistenza e la durezza. In mostra a Roma fino al 10 gennaio, le sculture di Henry Moore dichiarano la propria lontananza dalla tradizione seicentesca di Bernini. Lo scultore inglese (1898-1996) non tentava di far sembrare il marmo morbida pelle come invece faceva, con somma sprezzatura, l’artista barocco in capolavori come Apollo e Dafne della Galleria Borghese.

Dalle sculture di Moore, che evocano immagini di donna, possenti ed essenziali, si intuisce il corpo a corpo che l’artista ha ingaggiato con la materia inerte per cavarne una forma, tramite quell’arte del “levare” mutuata da Michelangelo, che lo indusse a salire sulle Alpi Apuane per scegliere di persona, nelle cave, i blocchi intonsi da lavorare. Ma anche alcuni altri aspetti della poetica di Moore vengono maggiormente in chiaro grazie a questa monografica alle Terme di Diocleziano, organizzata da Electa (che pubblica il catalogo) e dalla Soprintendenza. A cominciare dal carattere modernissimo e insieme antico, quasi primitivo, di queste sessantaquattro opere, monumentali, ieratiche ma come percorse da un ritmo, da un movimento interno, grazie ad un dinamico gioco di linee.

Nella luce soffice e diffusa di questa grande aula le sculture di Moore si stagliano con semplicità classica e straordinaria intensità. Provenienti dalla Tate, dalla Fondazione Moore e da collezioni museali italiane (come la Gnam, che acquistò sue sculture nel ‘48 e ospitò una grande retrospettiva nel ’61) le opere selezionate dai curatori Chris Stephens e Davide Colombo permettono di ripercorrere tutta la carriera dell’artista inglese, dalle prime prove ispirate all’arte pre-colombiana ai disegni e bozzetti, fino alle sculture monumentali caratterizzate, come accennavamo, da una crescente astrazione.

Ritroviamo qui alcune sculture che sono diventate la cifra stessa di Moore, identificandone tout court la poetica. Come ad esempio Figura distesa, una scultura, articolata fra pieni e vuoti, innervata da una molteplicità di tensioni. Dal bronzo emerge una forma “organica”, irregolare, che si dispiega nello spazio con una ricca articolazione volumetrica. Alla pietra dura, densa, scabra, Moore regala tridimensionalità e potenza espressiva. Da una lastra d’ardesia emerge il rilievo di una testa. Da un pezzo di roccia metamorfica nasce una grande maschera che riesce ad evocare un senso di profondità. È questa, ai nostri occhi, la “magia” di Henry Moore: saper rendere viva la materia. (Simona Maggiorelli, Left)

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Al banchetto del genio

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 13, 2009

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Da Mirò a Duchamp, a Moore e oltre. La fucina d’invenzioni picassiane bastò per tutti.  A Villa Manin lo racconta una nuova edizione della storica mostra anni Settanta , Omaggio a Picasso

di Simona Maggiorelli

Enrico Baj Omaggio a Picasso

Enrico Baj Omaggio a Picasso

“Picasso la grande preda”. Con un saggio che ha questo curioso titolo e una mostra in villa Manin a Passariano, Renato Barilli rilancia un tema caro alla critica d’arte anni Settanta, che con sguardo lungo già intravedeva con nettezza il profilo del Novecento, mettendo al centro il genio mobile e prolifico di Picasso circondato da compagni di strada, emuli ed epigoni. Quando, alla scomparsa dell’artista spagnolo, nel 1973 Wieland Schmied decise di organizzare una mostra invitando una sessantina di pittori e scultori a rendere omaggio a Picasso, molti nomi internazionali vennero allo scoperto raccontando visivamente quanto la propria arte fosse nata attingendo all’immenso serbatoio di invenzioni picassiane. Da Mirò a Guttuso, passando per Duchamp e i surrealisti, ciascuno mostrava di aver preso e sviluppato qualche aspetto del genio malaguegno.

Arrivando a esiti personali e originali come accade a Mirò quando, facendo sua l’ispirazione etnica e primitiva delle ceramiche di Picasso, dilata progressivamente i propri segni disponendoli in costellazioni imprevedibili, magiche e selvagge. Altri non riuscendo a separarsi del tutto dal maestro, si fermano a livelli più imitativi. In alcuni casi arrivando a  svuotare completamente di senso l’invenzione picassiana. Come fa Guttuso quando riprende la complessa composizione di Guernica nel figurativo pesante di una crocifissione. O come fanno i surrealisti che annegano la fantasia irrazionale di certe immagini dell’artista spagnolo in repertori di figure bizzarre o in astratte riproduzioni di sogni.

Con sommo dispetto dello stesso Picasso che nel ’26 a proposito degli «adepti della scuola surrealista» ebbe a dire: «Non potete immaginare quanto mi siano insopportabili tutti coloro che scimmiottano la mia arte, i miei lavori e perfino i miei tic!». Ma se i ready made di Marcel  Duchamp, di fatto, traducono i collage picassiani realizzati con materiali poveri e occasionali, in icone della fatuità e del “non sense”, artisti più veraci e aperti a una vena popolare come Enrico Baj trassero ispirazione da quegli stessi collage per realizzare opere giocose, materiche, a loro modo vitali. Analogamente, per fare un altro esempio, se le forme tondeggianti delle sculture di Henry Moore si richiamano in modo originale alle forme statuarie delle donne che corrono sulla spiaggia dipinte da Picasso negli anni Venti, artisti più tradizionali come Campigli ipostatizzarono quel riferimento picassiano al classico in pitture cupamente arcaicizzanti. Ma alla fine con Renato Barilli e la mostra Omaggio a Picasso (fino al 2 agosto 2009, Catalogo Mazzotta) non possiamo che dire: Picasso è stato una inesauribile fucina di arte.

da left-avvenimenti  del 17 luglio 2009

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