Articoli

Le metamorfosi nella fantasia di Klinger

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 30, 2003

di Simona Maggiorelli

Sirena di Max Klinger

Una natura idealizzata e possente. Scene di passione sulla spiaggia. Di amanti senza nome. Nell’abbraccio, la donna rivela una sfuggente natura da sirena. Sono le figure immaginifiche, fantastiche, spesso mutuate dall’epos e dal mito, della pittura di Max Klinger, l’artista che contrassegnato con un proprio segno originale il passaggio dalla pittura romantica a quella simbolista nell’orizzonte europeo.

In un periodo in cui le varie discipline erano sempre più compartimentizzate, Klinger lavora a fondere i confini tra i generi inseguendo un’idea di arte totale in cui disegno e pittura non rinunciano a un effetto plastico e visionario. Allievo di Boecklin, soprattutto nel regalare sensualità alle figure, sciogliendo il rigido rigore della pittura tedesca.

Instancabile sperimentatore fra pittura, scultura e grafica, Klinger nasce a Lipsia nel 1857 e muore a Grossjena nel 1920. Dopo la prima importante antologica italiana che gli dedicò sei anni fa Ferrara in palazzo de’ Diamanti, ora una grossa scelta dalle sue opere – circa un centinaio fra olii, incisioni, a cqueforti, bulini e litografie – è in mostra a Trento, in palazzo delle Albere fino al 25 settembre . La curatrice Alessandra Tiddia, per rendere accessibile da subito il percorso della mostra, ha scelto di partire dall’opera più popolare di Klinger, il ciclo Parafrasi sul ritrovamento di un guanto, dove a dare il la alla pittura è un episodio di cronaca, in parte vero, in parte inventato. Nel quadro più famoso della serie, intitolato L’Azione (che piacque molto ai surrealisti) Klinger ritrae un uomo su una pista di pattinaggio, mentre si china per raccogliere il guanto che una pattinatrice ha lasciato cadere. Il pittore tedesco raccontò di aver vissuto davvero questo piccolo episodio e di essersi portato a casa quel guanto. Klinger lasciava intendere di averlo messo sul cuscino, generando un sogno in cui l’oggetto si animava di vita propria diventando protagonista di infinite avventure romanzesche e trasformazioni, fonte di ispirazione per altrettante opere su tela e su carta. Uno dei testi più cari a Klinger fu non, a caso, la favola di Apuleio. Da Amore e Psiche e dalle Metamorfosi, il pittore tedesco ricavò un ciclo di quadri che contenevano il movimento di una perenne trasmutazione degli elementi. Passaggio che poi troverà il suo apice ne Le fantasie per Brahms del 1894, la tela in cui Klinger tenta di dare musicalità silenziosa alle immagini. Brahms stesso, si dice, apprezzò moltissimo l’esperimento.

Da Europa quotidiano, 2003

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

L’oro e l’azzurro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 25, 2003


di Simona Maggiorelli

Cèzenne a Treviso

TREVISO. La forza viva e abbagliante della luce del Midi, un  viaggio mozzafiato alla scoperta del colore. Centoventi dipinti: molti capolavori assoluti di Van Gogh, Cézanne, Monet, Matisse,  insieme  a quadri impressionisti, Fauve,  Nabis, provenienti da collezioni private e da musei sparsi per il mondo, rari da vedere. Artisti di diverso talento, con poetiche radicalmente divergenti, ma tutti ugualmente soggiogati dalla potenza del blu del Mar Mediterraneo, dal demone meridiano del sud, dai colori caldi delle terre di Provenza. Nella mostra “L’’oro e l’azzurro”, aperta fino al 7 marzo  a Casa dei Carraresi, il prolifico Marco Goldin è riuscito a rendere tangibile quel certo cronotopo storico artistico che si forma all’’incrocio fra l’’ascissa geografica che da Marsiglia corre verso la Liguria e l’’ordinata temporale che dalla seconda metà dell’Ottocento si ’incunea in un Novecento inoltrato. E’ lì, in quel  lembo di terra, in quel radioso spazio- tempo, che alcuni dei più grandi pittori dei secoli scorsi ebbero una decisiva svolta creativa, facendo le  loro realizzazioni più importanti. Van Gogh  si trasferì ad Arles nel 1888, in due anni portò all’apice la sua opera di artista. Il suo sogno sarebbe stato creare con Gauguin una “scuola del mezzogiorno”,ma dopo le sue prime crisi, l’’amico e sodale si tira indietro. Per Van  Gogh sarà una ferita profondissima.  Venuto dalle nebbie del nord, il pittore olandese non trovò in Provenza quel sole anche interiore che si aspettava. Un inverno molto freddo e rigido, molta neve anche suoi propri affetti. A primavera di quell’o stesso anno nella sua pittura restano solo rami di mandorlo in fiore dentro un vasetto d’acqua, diafane visioni di germogli di albicocchi.

Braque

Quadri che visti in sequenza  a Treviso  trasmettono il senso di un’’infinità fragilità . Ma segnalano anche una tenue apertura, sono il preludio dell’ultimo furoreggiare di gialli accesi, di campi di grano incendiati di colore , di ulivi attorti di riflessi blu e viola.  Provenienti da Kansas City e da collezioni private, forse più dei coevi Lillà, questi nodosi ulivi in mostra aTreviso raccontano la vitalità febbrile, la potenza della rivolta artistica di Van Gogh, ultimo sprazzo in pennellate dense, materiche e serrate, prima del congedo, annunciato in quella famosa “ camera di Arles”, ordinata, colorata ma sinistramente vuota, che Goldin, con colpo di teatro, incornicia in una stanza buia alla fine del percorso. Quel semplice letto rifatto, eppure così drammatico, è uno dei più forti nodi di articolazione della mostra trevigiana. Insieme alla sala Cézanne in cui si squadernano, dirimpettaie, sei differenti versioni della montagna Sainte Victoire, dal 1882 agli ultimi anni di vita: visioni via via sempre più ardite, più scomposte,  quasi “pre cubiste”, virate a una tavolozza scura e intensa, che, superando ogni piatta mimesis, si propongono sempre più come originali e potenti immagini interiori dell’artista.  Tutta la prima parte della mostra fra cronologicamente ordinate riproposte del paesaggismo di Guigou, del marsigliese Monticelli, ma anche di Courbet- primi accenni di lotta contro l’accademismo – precipita  inequivocabilmente verso questo punto  di attrazione. In questo percorso, primo segnale di un  deciso oltrepassamento del descrittivismo iperazionale di ciò che si para davanti agli occhi del pittore, un rarissimo quadro di Cézanne del 1866, ‘Strada in Provenza’, dal Museo di Montreal e poi su su  una ventina di eccezionali tele, dall’  ‘Estaque, veduta del golfo di Marsiglia’  del 1878 proveniente dal Musée d’Orsay di Parigi, fino alle ultime opere in cui il pittore di Aix-en Provence,  per dirla con le parole di Merlau Ponty, riusciva sempre più a rendere “l’invisibile” sotteso al visibile, il latente, la creazione autonoma dell’’artista a partire dal percepito.

Appare chiaro a questo punto che“ L’’oro e l’azzurro”, ultimo capitolo di una trilogia di mostre  che Goldin ha concepito con Treviso è solo all’apparenza una ricognizione sull’’impressionismo. Si, certo, ci sono i molti Renoir che, incantato dalla bellezza della Provenza dopo un viaggio di studio con Monet, vi tornerà nel 1888 per stabilirsi definitivamente alle Collettes . Ci sono  le smagliate, vaporose vedute di Bordighera e di Antibes per le quali Monet invocava una tavolozza di diamanti e pietre preziose. Ci sono i molti Seraut e Signac nel tentativo di fondere, a furia di puntini, “l’autenticità della sensazione” con la nuova scienza della percezione . Ma  più sottilmente la mostra sembra proporre una ricerca su quella speciale rivoluzione che Van Gogh e Cézanne portarono nella pittura, su quel particolare, delicato, passaggio che i due artisti ancora in epoca di imperante positivismo riuscirono a compiere, e a prezzo di isolamento e incomprensione ( tornano in mente i tanti rifiuti ricevuti da Van Gogh e le sferzanti dichiarazioni di Zola che definì l’’amico Cézanne, pittore fallito, genio abortito) verso un modo di rappresentare che attraverso forzature prospettiche, attraverso uno spregiudicato uso del colore per dare evidenza e solidità  agli oggetti, riusciva a rendere la profondità di una visione interiore sgombrando il campo da ogni convenzionalità.
Aiutano a rintracciare questo sottotesto della mostra trevigiana anche le frasi d’artista, le dichiarazioni di poetica, brani di lettere che Goldin ha scelto da appuntare sui muri. “ Dare l’immagine di ciò che vediamo- scriveva con molta limpidezza Cézanne- dimenticando tutto ciò che in precedenza ci era apparso davanti agli occhi “. L’’obiettivo è arrivare a “ una propria visione, grande o piccola che sia”. Ognuno ha la propria.“Solo così l’artista può arrivare ad esprimere tutta la sua personalità”.

Cézanne L'estaque

Una generazione dopo, da percorsi diversi, ma sulla stessa scia di scoperta di una pittura di colori e figure deformate che attingono potentemente a una fantasia inconscia ( come ricreazione e trasformazione del percepito, senza essere la meccanica riproposizione di sogni)  Henri Matisse si cimenta in appassionanti e “leggere” visioni di presenze femminili in interni rossi. Come la figura indefinita, senza i connotati lucidamente definiti di un volto che campeggia davanti a un rialzato, azzurrissimo, mare nel dipinto “La donna seduta davanti alla finestra aperta” del ’1922 , prestito del Musée des Beaux Arts di Montreal o le molteplici, mosse, presenze femminili del “Carnevale di Nizza” del ’21, proveniente da Berna.  Addentrandosi nel Novecento, la mostra riserva ancora belle sorprese con una serie di ricche ricerche decostruttive di Braque,le brillanti vedute  del porto dell’Esatque del 1906 e le “Fabbriche del Rio tinto” dell’anno successivo. Ma ,nel percorso che attraverso i colori incandescenti dei Fauve, porta al  rassicurante finale dedicato al Novecento di Pierre Bonnard  e alle visioni scrigno dei Nabis ( due sale di interni borghesi pieni di preziosismi e piuttosto decorativi), si  resta ancora per un attimo attratti dai paesaggi dipinti da Edvard Munch a Nizza tra 1891 e 1892, opere poco  sconosciute, in cui sotto la scorza della brillante tavolozza,  nella ripetizione di griglie architettoniche razionali e ossessive, in paesaggi gremiti di figure, ma ugualmente chiusi in uno stranissimo vuoto pneumatico pare di rintracciare i prodromi de “L’’urlo” e della crisi psichica a cui Munch andò , di lì a poco, tragicamente incontro.

dal quotidiano Europa 24 ottobre 2003

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Alla riscoperta di Perugino

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 18, 2003

di Simona Maggiorelli

Perugino, particolare s. sebastiano 1493-94

Dopo anni di oblio da parte della critica perché giudicato artista provinciale e attardato, la rete museale dell’Umbria invita alla riscoperta di Perugino (Città della Pieve, 1450 circa – Fontignano, 1523), pittore delle geometrie rinascimentali, di paesaggi ordinati, pacificati, cristallini.

Maestro di Raffaello Sanzio, per secoli è stato nell’ombra, aduggiato dalla grandezza e dall´aura di quello speciale allievo. Relegato nei libri di storia dell´arte a un capitoletto propedeutico allo studio della pittura del divino Raffaello, Perugino di fatto solo da una decina d’anni a questa parte comincia a conoscere una nuova stagione di studi e di interesse più largo da parte del pubblico, attratto dall´Umbria come meta di turismo culturale in paesaggi naturali ancora intonsi. (Aspetto di non poco conto in un paese come l´Italia che ancora non riesce ad attingere al proprio patrimonio d´arte come risorsa culturale e senza sfregiarlo e sperperarlo).

In questo quadro pare importante l´iniziativa di sei comuni umbri, grandi e piccolissimi, da Perugia a Città della Pieve a Corciano che hanno unito le forze per organizzare un fitto carnet di iniziative sul maestro di Città della Pieve. Un percorso di sei mostre lungo un itinerario che arriva fino a Foligno.A far da epicentro di irradiazione dei percorsi la Galleria Nazionale dell´Umbria dove si terrà una retrospettiva pressoché completa delle opere pittoriche del Perugino con polittici che tornano in mostra dopo anni di restauri e soprattutto con importanti ricomposizioni di pale smembrate, conservate in pezzi separati in musei sparsi per il mondo.

Così nella galleria perugina, oltre a una meticolosa ricostruzione della formazione dell’artista, dei suoi anni fiorentini, delle influenze di Piero della Francesca e del Verrocchio, si potrà vedere la famosa pala Chigi ricomposta coera in originale così come fu creata per al chiesa di Sant’Agostino  a Siena, con predella  e due pannelli conservati al Metropolitan di New York e al Museum di Chicago.

Altra tranche interessante quella che si terrà nelle gallerie sotterranee della Rocca Paolina di Perugina, con una selezione di opere di Moreau, Baschet, Goncourt, Herbert e di altri pittori europei, soprattutto francesi, che testimoniano la forte impressione che la pittura del Perugino fece in Francia quando alcune sue opere furono “rapite” da Napoleone.

Nel monastero di San Pietro un´esposizione di miniature coeve all´unica opera di questo genere che Perugino ha lasciato: uno splendido San Sebastiano conservato alla British Library. Da segnalare infine nella città natale del pittore un suggestivo percorso di opere di pittura di paesaggio, fra scorci del Trasimeno e scoscese colline umbre che Perugino trasfigurava in un paesaggio ideale, dalle atmosfere dolci. L´intero progetto e le sei mostre saranno inaugurati il 28 febbraio prossimo.

dal quotidiano Europa 17 10 2003

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

picasso e la seduzione del classico

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 12, 2003

Picasso con Modigliani a parigi

Picasso e la seduzione del classico. Con questo titolo accattivante, ma che già rivela la scelta di puntare sulle opere più “commestibili” e tradizionali del pittore spagnolo, Villa Olmo a Como ospita, fino al 17 luglio 2003, un’ampia retrospettiva picassiana. Oltre centoventi opere tra dipinti, disegni, arazzi, incisioni e ceramiche provenienti da musei internazionali e da collezioni private, con cui la curatrice Maria Lluïsa Borràs ripercorre tutta la parabola artistica di Picasso, segnata da una continua ricerca, che- in realtà- solo raramente riposava su pacificate forme classiche.

Accadde forse solo nella fase della prima formazione e poi durante i periodi di crisi, durante gli anni Trenta, in cui Picasso si mise a dipingere figure massicciamente matronali e improntate a una possente monumentalità. Due momenti – insieme a quello finale dedicato alla ceramica – forse meno geniali e innovativi, ma comunque interessanti, da studiare, per capire tutti i passaggi della longeva attività artistica del pittore spagnolo. Così nella villa di Como (già protagonista mesi fa di una retrospettiva dedicata a Mirò) il percorso si snoda a partire dalla prima formazione di Picasso che, lasciata Malaga, approdò in una vivacissima Barcellona, tra il 1895 e il 1903. Sono gli anni in cui l’inventore del cubismo si esercita sulla figura umana.

L’impianto è ancora naturalistico, sono perlopiù ritratti di familiari, di amici, scene quotidiane, studi dal vivo. A questo periodo appartiene il suggestivo Torso di adolescente del 1897 e il noto ritratto del padre avvolto in una coperta di due anni prima, proveniente dal museo di Belle Arti di Malaga. Ma già nella Veduta delle terrazze e della chiesa di Santa Maria del Pi a Barcellona del 1902 la tavolozza assume toni notturni e onirici. E’ una delle prime testimonianze del passaggio al cosiddetto periodo blu. Un’ altra parentesi “classica” sarà poi quella della Deposizione del Minotauro in costume di Arlecchino, del 1936 (proveniente da Toulouse), ma anche de I banchetti e di una serie di opere realizzate negli anni Trenta  ispirate alla mitologia greca e ai miti del Mediterraneo.

Ma sotto all’attrazione per la statuaria e il vasellame calssico, c’è anche l’attenzione per una serie di miti e riti, dal Minotauro alla tauromachia, attraverso cui Picasso, con un colpo di genio, seppe rappresentare la forza cieca della pulsione di morte. Quella che si era manifestata nella guerra e quella che,- andando più a fondo -oltre la distruzione patente, è frutto dell’inconscio umano, quando si ammala. Picasso tenterà di darne rappresentazione in un’opera come  Guernica. La mostra comasca racconta anche questo importante punto di snodo dell’arte picassiana attraverso una interessante serie di disegni preparatori e incisioni autografe. (Simona Maggiorelli)

da Europa maggio 2003

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Patrimonio artistico svendesi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 9, 2003

Parla lo storico dell’arte Salvatore Settis: Così va tutto in malora
di Simona Maggiorelli

«L’Italia è il paese in cui è nato il concetto di tutela dei beni culturali come patrimonio pubblico, il paese che l’ha insegnato a tutto il resto del mondo», ricorda lo storico dell’arte Salvatore Settis, autore per Einaudi di un incisivo libretto, “Italia S.p.a”, contro la svendita del patrimonio storico artistico iniziata dal governo Berlusconi. «Nel futuro – dice – abbiamo due strade, o continuiamo a insegnare agli altri che cosa è la tutela o cominciamo a insegnare come si fa a mandare tutto in malora. In questo bivio io ho una posizione motto netta a favore di un’avanguardia dell’Italia conformata alla sua storia e alla sua Costituzione nel rafforzare le ragioni della tutela, lottando anche perché i nostri principi diventino i principi di tutta l’Europa». Con queste ragioni Settis, attuale direttore della Normale di Pisa e ex direttore del Getty Research Institute di Los Angeles, ha accettato di entrare a far parte del comitato scientifico istituito dal ministro Urbani, dopo i primi “fattacci” della vendita – mercé un decreto natalizio di Tremonti – di edifici come la ex manifattura tabacchi di Firenze, come palazzo Correr a Venezia e dopo la messa all’asta di 35 proprietà vincolate. Alcuni dei beni in vendita, essendo stati battuti già due volte e non avendo avuto compratori, saranno scontati del 25 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe anche acquistarli per pochi euro. «La situazione è grave – ammette Settis – perciò rispondere a Urbani mi è sembrato un dovere civico inderogabile. Era molto incuriosito da alcune pagine del mio libro, in cui per altro, il suo operato viene attaccato di continuo. Ci siamo incontrati, abbiamo discusso a lungo». E un serio ripensamento sembrerebbe aver colto davvero il ministro che, oltre a chiedere la consulenza scientifica di Settis e dell’ex ministro, il soprintendente del polo museale fiorentino Antonio Paolucci, ha radunato una commissione “legislativa”, affidando a Trotta, Cassese, De Vergottini e altri, il compito di disegnare una nuova legge di tutela che, sulla base della legge delega, riaffermi l’inalienabilità del patrimonio storico artistico. «Questione non di poco conto – ribadisce Settis – potrebbe voler dire l’inizio di un’inversione di tendenza. Ma significa anche una spaccatura all’interno dell’attuale governo. Il ministro del Tesoro Tremonti, con tutta evidenza pratica una diversa politica. C’è una discordanza nei fatti. Occorre chiarezza. Sui beni culturali governa Urbani o Tremonti? ». Settis, promette di chiederlo a gran voce, nelle sedi istituzionali e attraverso i giornali. Di recente investito da un’interrogazione parlamentare sui suoi compensi di consulente, squaderna alcune delle maggiori urgenze. «Innanzitutto ribadire l’inalienabilità del patrimonio storico», per questo occorre fare «un’approfondita indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, per stabilire in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico». E se le casse dello Stato necessitassero comunque di mettere in vendita qualcosa? «Si potrà cominciare con quello sterminato patrimonio di vecchie caserme, vecchie scuole degli anni 50». E quanto allo sbandierato modello americano di gestione privata dei musei? «Un mito da sfatare. Non può essere una soluzione da noi. Tutti i musei del mondo sono in passivo anche quando hanno milioni di visitatori. I musei americani sopravvivono perché hanno un grande capitale alle spalle, frutto di donazioni private. Il Paul Getty Museum ha un patrimonio di 7 miliardi di dollari. Ogni anno il museo incassa 15 milioni di dollari, che bastano a coprire solo il 20 per cento delle spese di gestione… Questo è il modello americano che si vorrebbe importare in Italia. Io non credo francamente che gli Uffizi abbiano 7 miliardi di dollari investiti da qualche parte».

Posted in Politiche culturali | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Leave a Comment »

Settis: I beni culturali vanno tutelati, non venduti

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 12, 2003

Intervista al direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis, a quasi un anno dall’entrata in vigore della legge sulla vendita del patrimonio pubblico

di Simona Maggiorelli

Hanno fatto appena in tempo a utilizzarlo come spazio per una mostra di arte contemporanea, con opere di Calzolari e altri maestri dell’Arte povera fra l’odore ancora intenso del tabacco. S’intitolava Sboom! e avrebbe dovuto segnare il primo passo verso la trasformazione della ex Manifattura Tabacchi di Firenze in cittadella della cultura. Un nome, un destino, avrebbe detto Tristram Shandy facendo contento il ministro Tremonti, che prima di Natale, mercé, un nuovo decreto, si è venduto il complesso fiorentino. E non solo. Dalla pagine del Giornale dell’arte l’archeologo e docente dell’University College di Londra, Gaetano Palumbo, denuncia: sono 35 le proprietà vincolate messe in vendita nella prima fase delle aste Scip, la società di cartolarizzazione degli immobili pubblici creata, prima della Patrimonio spa, nel novembre 2001. Sono già stati venduti Palazzo Correr a Venezia, un palazzo storico al centro di Palermo, e un edificio a Milano, costruito sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, la residenza termale dei Granduchi di Toscana a San Giuliano Terme, e Villa Manzoni a Roma. «Questi ultimi- spiega Palombo – essendo stati battuti già due volte, verranno messi in vendita con uno sconto del 25 per cento. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro». D’obbligo allora chiedere qualche lume in più al direttore della scuola Nornale di Pisa, lo storico dell’arte Salvatore Settis, fin qui strenuo avversario delle svendite volute dal governo di centro destra.

Professor Settis, l’assalto ai beni culturali da lei paventato nel libro Italia s.p.a (Einaudi) sembra già cominciato. Cosa sta succedendo realmente?

Negli ultimi mesi sono accaduti fatti molto discordanti. Da un lato ci sono state le vendite di cui parla Palumbo, dall’altro il ministro dei beni culturali Urbani rilascia dichiarazioni pubbliche e compie atti che vanno nella direzione opposta a quella indicata dal Ministro del Tesoro. Ha istituito una commissione di lavoro per una nuova legge di tutela che, sulla base della legge delega, riaffermi l’inalienabilità del patrimonio storico artistico.

Lei da poco ha accettato di entrare a far parte del comitato scientifico che affianca il lavoro di questa commissione diretta da Gaetano Trotta. Segno che crede alla sincerità del dietro front del ministro Urbani?

Fin’ora abbiamo fatto una sola riunione e anche in quell’occasione Urbani ha ribadito il suo impegno. Certo quello che non posso fare a meno di chiedermi è: qual è la politica del governo? Quella di Urbani o quella di Tremonti? Questo governo dovrebbe decidersi. Per parte mia lo sto chiedendo a gran voce nelle sedi istituzionali e attraverso i giornali. Occorre chiarezza, che si rispettino le regole, che pure ci sono. La vendita della Manifatura tabacchi, l’ho verificato di persona, è avvenuta senza chiedere il parere preventivo del Ministero dei Beni culturali, né tanto meno della soprintendenza locale. E questo è un fatto gravissimo, una violazione di quello che stabilisce la legge.

E se invece vincesse integralmente la linea Tremonti cosa accadrebbe?

Piano piano si venderebbero tutto il patrimonio, indistintamente. Io non sono un economista, ma se proprio dovessimo venderci qualcosa potremmo ben cominciare dalle scuole, dalle caserme dimesse degli anni’50, strutture e edifici che non abbiano un valore artistico o paesaggistico.

Lei parla spesso del patrimonio artistico come fulcro della nostra identità nazionale, della nostra memoria storica. Senza di questo che contributo possiamo dare all’Europa?

Intanto comincerei con il dire quello che l’Italia ha già fatto. Il nostro è il Paese in cui storicamente è nato il concetto di tutela dei monumenti, che lo ha insegnato al resto del mondo. Per il futuro si prospettano due strade: o continuiamo a insegnare agli altri che cosa è la tutela o cominciamo a insegnare come si fa a mandare tutto in malora. In questo bivio io ho una posizione molto netta a favore di un’avanguardia dell’Italia, in linea con la sua storia e la sua Costituzione, nel rafforzare le ragioni della tutela e perché i nostri princìpi diventino i princìpi di tutta l’Europa.

Avvenimenti 12 marzo 2003

Posted in Politiche culturali | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Alta tensione

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 1, 2002

L’elettroschok Rosy Bindi nel 1997 lo aveva sdoganato. E c’é ancora chi lo pratica

“Avevo cominciato ad avere fobie e deliri dopo la morte di mio padre, quando avevo 13 anni”, racconta Michele, un trentenne ricercatore universitario che con generosità ci racconta la sua storia chiedendoci in cambio di mantenere un suo giusto anonimato. “Episodi in cui la malattia mi si presentava con violenza, ossessioni che non mi lasciavano vivere, intervallate da momenti in cui riuscivo comunque a studiare a tenere dei rapporti sociali. Dopo la scomparsa di mio padre ho sempre convissuto con mia madre in rapporto stretto, certo non sano, simbiotico, lei viveva per me, impedendomi qualunque separazione. Comunque riconosco, è stata lei a portarmi, già agli inizi della malattia, da medici e psichiatri, accorgendosi che qualche cosa non andava. Prima un medico di base, poi uno psicanalista freudiano che sbadigliava,perennemente assente. Tentativi di cura che non producevano risultati.

POICI FU CONSIGLIATA UNA CLINICA
Poi ci fu consigliato di consultare uno psichiatra rinomato, il professor Cassano della clinica universitaria di Pisa. Titoli e posizione facevano pensare a un luminare. Eravamo agli inizi degli anni ’90, in poco tempo fui ricoverato al Santa Chiara, mi ritrovai in un
ospedale dove le norme igieniche erano a dir poco approssimative- io che avevo continui deliri di dovermi lavare le mani, paura della sporcizia- e con gli infermieri aguzzini che minacciavano di continuo di chiudere i rubinetti perché consumavo troppo. Una camerata di letti dove ogni tanto piombava una combriccola di studenti e professori. Alzavano qualcuno dal letto, lo mostravano come una scimmia. Mi ricordo una volta, un paziente fu fatto alzare, l’incaricato cominciò a elencare davanti a una quindicina di persone: ‘sguardo spento, riflessi ritardati?’. Mi sentivo morire per quel poveraccio. A ore fisse ci buttavano fuori dalla stanza, arrivavano con certi teli da mettere sul letto del malato. Seppi poi che venivano per sedute di elettroshock, fatte direttamente in camera, senza neanche una sala apposita e attrezzata. Lo proposero anche a me, ma per fortuna, forse stavo meno male di altri, ebbi la forza di rifiutarlo. Dopo ho saputo che avevano già provato a convincere mia madre e i miei parenti mentendo, dicendo loro che non mi ero dichiarato del tutto contrario al trattamento. Ripeto, per fortuna ebbi la forza di dire no e i miei familiari comunque fecero muro intorno a me. Un giorno riuscii a tornare a casa, a uscire da quella struttura in cui ancora nel 1990 si usavano corregge per legare le mani, in cui c’era un padiglione separato da una grata di ferro, che non sono mai riuscito a vedere all’interno, ma da cui giorno e notte provenivano urla agghiaccianti. Da allora sono riuscito a ribellarmi alle undici pasticche di psicofarmaci che mi imponevano ogni giorno, le ho ridotte a due e ho cominciato una nuova ricerca, una psicoterapia di gruppo che in due anni, sto ancora lottando, mi ha ridato una speranza di vita, di rapporti veri. Ma non mi dimenticherò facilmente cosa ho visto in quel padiglione, non è facile cancellare il ricordo, mi ricordo un paziente che non facevano dormire da quindici giorni infilarsi una forchetta nel collo durante il pranzo al refettorio. Ora ho rabbia per la mia giovinezza non vissuta, per quello che mi sono lasciato prendere dalla malattia, per la passività ce ho avuto verso personaggi come il professor Cassano che, sono certo, mi ha rubato almeno dieci anni di vita” .

Un’altra storia, non facile. Anno 1998, sul quotidiano l’ Unità, dopo aver smesso di scrivere e disegnare Tiziano Scalvi, l’ideatore di
Dylan Dog scriveva: ” Dal 1990 la mia depressione ha toccato il fondo e ha cominciato a scavare. Lo psicoanalista mi ha parlato di una roba praticata da uno psichiatra famoso, vado da lui a Pisa e faccio una cura a base di litio e altre cose. Cominciano a parlarmi di elettroshock…. ‘Dottore i pensieri mi fanno troppo male me lo faccia’. Stavo in una clinica di lusso, ma il fatto è che ogni due o tre giorni insieme ad altri pazienti ci caricavano su un furgone e ci portavano in un ospedale statale laido come pochi, lì ci spalmavano le
tempie con qualcosa e prima di addormentarmi vedevo già che stavano facendo l’ elettroshock a quello nel letto accanto a me che saltava su di colpo…. Sono stato a Pisa 20 giorni, mi è costato 24 milioni. Ho fatto sette elettroshock. La mia memoria è andata e forse non tornerà più come prima. Sono sparite piccole e grandi cose….”.

ALLA RICERCA DELLO “PSICOCOCCO”
Due dure storie a confronto, una da paziente senza troppi soldi in tasca, finito all’ospedale Santa Chiara di Pisa e l’altra, parallela , più o meno nello stesso torno di tempo, di un ricco ospite di una clinica di lusso a San Rossore che poi veniva trasportato nell’ospedale pubblico per fare l’elettroshock a pagamento. Dietro queste diverse vicende uno stesso psichiatra, il professor Giovan Battista Cassano, luminare dell’ organicismo, di quella psichiatria molto diffusa soprattutto negli Stati Uniti, che sostiene l’origine organica della malattia mentale. La pazzia secondo questa scuola di pensiero che non distingue la malattia della mente dalla malattia del corpo, la cerebropatia rilevabile con strumenti come la tac da disturbi del pensiero e degli affetti, starebbe nel mal funzionamento dei neuroni e dell’organo cervello e avrebbe perlopiù cause genetiche. E questo nonostante nessuno sia mai riuscito fin qui a scoprire l’ esistenza di un qualche “ psicococco”, né tanto meno di un gene del suicidio, come quello cercato fino a qualche anno fa, con grande dispendio di mezzi, dall’ eminente professore pisano e dal suo staff medico. Resta comunque il fatto, che nonostante la discutibilità di metodi e ricerche, da vari anni ormai il professor Cassano, mercé anche abbondanti passaggi televisivi su reti private,
è stabilmente alla guida di uno dei più grossi centri in Italia di terapia elettroconvulsivante: il famigerato elettroshock, praticato massicciamente fino agli anni’60 e ’70, quando ancora la scienza psichiatrica doveva fare parecchi passi avanti. Una tecnica basata sull’impiego di scariche elettriche che determinano una sorta di effetto lobotomia sul paziente, una temporanea remissione di sintomi per stordimento.

REGIONI CONTRO
Contro l’uso dell’ elettroshock si è da poco pronunciata la Regione Toscana, prima in Italia a mettere al bando questa pratica almeno per determinate fasce di pazienti: i bambini e i ragazzi, gli anziani, le donne in gravidanza. <La nostra proposta è nata per tutelare i pazienti psichiatrici da abusi, prima di presentarla l’ abbiamo sottoposta alla comunità scientifica, al parere della commissione di
bioetica, delle associazioni di cittadini, una gran messe di psichiatri e operatori del settore- racconta Giovanni Barbagli, consigliere regionale di Rifondazione Comunista e estensore materiale della proposta di legge per la messa al bando regionale dell’elettroshock – Non è possibile accettare la pratica indiscriminata che il professor Cassano, unico in Toscana, fa ancora oggi dell’elettroshock”. Punti di forza della proposta che è stata approvataall’unanimità dal Consiglio regionale toscano il 22 ottobre scorso sono il consenso informato del paziente e l’obbligo di dare informazioni ai cittadinisugli effetti dell’elettroshock e sui possibili trattamenti alternativi. “Una Regione non può legiferare su questa materia”, obietta il professor Cassano, riprendendo un vecchio adagio ben conosciuto da chi nella Regine Marche e Piemonte aveva già tentato nei mesi scorsi di far passare una messa al bando totale dell’elettroshock. “Il nostro tentativo è stato arenato per ora dalla Corte costituzionale- spiega Marisa Suino, prima firmataria Ds della proposta
per il Piemonte, ma non ci arrendiamo, se due o più regioni italianeriusciranno a legiferare in materia, sarà difficile poterci ignorare. Da noi inPiemonte sono in pochi a praticare l’elettroshock, non c’è un personaggio potente come Cassano, ma quello che conta veramente è che non passi più un certo tipo di pensiero, che non si abdichi alla ricerca psichiatra e alla cura, con palliativi violenti e inefficaci”.

CASSANO SI DIFENDE
Interpellato proprio su questo punto, l’efficacia e gli eventuali rischi ,il professor Cassano da Barcellona ci racconta:
“Certo non si può lasciar fare l’ elettroshock di qui e di là. Deve essere fatto con anestesisti in un centro attrezzato come il nostro. Noi trattiamo centinaia di casi. Ci chiamano e vengono da ogni parte d’Italia per farlo. Sono pazienti che vengono a farlo ambulatorialmente. Sanno di essere migliorati da questo tipo di sedute”. Risultati duraturi e positivi su lungo periodo? “I pazienti, spesso poi ripartono, non è facile seguirne gli sviluppi a distanza”. Più di uno psichiatra sostiene che si tratti di una terapia solo sintomatica, se una persona ha tendenze suicide o altro, dopo il tramortimento momentaneo provocato dall’elettroshock poi torna come prima.”Sono convinto che si tratti di una terapia salvavita, fondamentale nel trattamento delle depressioni resistenti,
che non rispondono al trattamento con i farmaci. Non comporta nessun rischio,non è uno stress, non è una violenza al paziente” . Una lunga messe di studi, rintracciabile anche via internet, sostiene palesemente il contrario. Sono tantissime le fonti che parlano di guasti permanenti prodotti dalla scarica elettrica. Si parla di danni ai vasi sanguigni del cervello, di danneggiamenti irreversibili al tessuto cerebrale, di possibili emorragie rimanendo al solo piano fisico e poi di danni alla memoria, alla capacità di parlare e molto
altro ancora. <Non sappiamo come funziona l’elettroshock, sappiamo che produce certi effetti e basta”, ammette lo steso psichiatra Paolo Pancheri alla guida di una delle prime università di Roma. ” Non è un trattamento fuori norma, lo prova anche una circolare ministeriale del centrosinistra”, replica ancora Cassano, portando a testimonianza un’infelice circolare dell’allora ministro Rosy Bindi, che nel 1997 ripristinò la pratica dell’elettroshock, salvo poi fare rapido dietro font, sotto una scarica di proteste piombate da sinistra e da destra. Allora, perfino lo psichiatra e senatore di Forza Italia Meluzzi”sentenziava. <L’elettroshock è una terapia psuedo-salvifica, scorciatoia di comodo, angosciante e inutile risposta ai bisogni del malato cui si dà una
bastonata in testa per non entrare in sintonia con lui”.

da Avvenimenti, settimanale dell’Altritalia, 1 novembre 2002

Posted in Psichiatria | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Vandana Shiva: le multinazionali condannano l’India al suicidio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 7, 2002

di Simona Maggiorelli

La denuncia della scienziata e scrittrice indiana intervenuta all’assemblea pubblica ‘From global to glocal’ nella tenuta toscana di San Rossore Da Avvenimenti, luglio 2002

La popolazione indiana sta morendo di fame, questa situazione ormai si trascina da molto tempo, ma negli ultimi anni è drammaticamente precipitata a causa delle menzogne dell’ingegneria genetica sostenute dagli interessi economici delle multinazionali: spazzato via in poco tempo ogni sistema di sussistenza locale, impossibile per i piccoli agricoltori indiani competere con i colossi industriali internazionali.
I più sono costretti ad abbandonare le terre. Si avvicinano alle grandi città, ma finiscono per addensarsi nella periferia, in fatiscenti slums in pessime condizioni igieniche. Di fatto, il numero dei suicidi fra i contadini in India sta aumentando di giorno in giorno.
E’ una dura e appassionata denuncia quella che Vandana Shiva, scienziata indiana che da anni si batte per la sopravvivenza del suo popolo, lancia durante l’assemblea pubblica From global to glocial che la settimana scorsa, su iniziativa del presidente della Regione Toscana Claudio Martini, si è tenuta nella tenuta toscana di San Rossore […]
Ma quale è esattamente il meccanismo economico che finisce per stritolare i produttori locali? “Ci sono multinazionali come la Monsanto – spiega Vandana Shiva – che hanno fatto dell’India il loro terreno di produzione e di profitti, raccontando al mondo intero una serie di orribili bugie intorno ai problemi della fame e alle possibili vie di soluzione”.
Si spieghi meglio. “E’ abbastanza semplice. I prodotti geneticamente modificati sono stati propagandati da queste industrie come la panacea per tutti i mali del mondo, senza fare controlli seri, badando di fatto solo al proprio profitto”.
Pensa a casi come quello del “golden rice” che ha fatto il giro del mondo? “Questo è uno dei tanti casi del genere. E’ stato detto che i semi geneticamente modificati avrebbero permesso colture intensive, raccolti sovrabbondanti, ma poi la realtà è stata tutt’altra. Mi è capitato d’incontrare una donna che vendeva pomodori lungo la strada. Il prezzo per ogni ortaggio era di una rupia, il corrispettivo di circa due euro. Si trattava di pomodori nati da colture in cui era intervenuta l’ingegneria genetica e sono venuta a sapere che lei aveva pagato almeno 10mila rupie per comprare i semi. Un costo insostenibile per qualsiasi piccolo contadino indiano. Che per acquistarli è costretto a indebitarsi entrando in un giro di strozzini e di ricattatori. Senza contare che ancora non sappiamo esattamente quali potrebbero essere gli effetti di cibo geneticamente modificato sulla salute umana”.
[…]
Qualcuno sostiene che i prodotti geneticamente modificati potrebbero essere molto utili nel settore della biomedicina: una persona potrebbe essere vaccinata mangiando per esempio una banana, o assumere un contraccettivo con una ciotola di riso. “Sarebbe una violenza a mio avviso grandissima. Sarebbe come sterilizzare masse di gente indistintamente, indipendentemente dal fatto che lo vogliano o no. E poi c’è qualcosa di ancora più grave. sappiamo benissimo che un vaccino comporta l’assunzione “omeopatica” di germi di malattia in maniera che l’organismo sia in grado di sviluppare anticorpi. Ma il tutto funziona a patto che vengano somministrate precise quantità, un assunzione maggiore e incontrollata potrebbe essere letale, potrebbe portare allo sviluppo automatico della malattia che si vorrebbe prevenire”.

Girando il mondo per le sue ricerche le sarà capitato di incontrare scienziati che sostengono queste tesi? “Purtroppo molto spesso. E mi rammarica che certe belle menti della scienza ragionino come i giornali economici foraggiati dalle multinazionali”.
Un po’ come è successo nella campagna internazionale contro l’olio di senape. “In quel caso è intervenuta addirittura la Banca Mondiale a impedirne la produzione in India. I programmi governativi indiani sono stati del tutto proni a questo dettato, facendo gli interessi delle multinazionali che intanto spingevano per introdurre in India l’olio di soia in quantità massicce. Nel mio centro abbiamo fatto studi accurati, scoprendo purtroppo che l’olio di soia impedisce l’assimilazione di certe proteine fondamentali in situazioni di mal nutrizione. In più in casi di alimentazione squilibrata contribuiva a favorire l’anemia e malattie anche più gravi. A confronto l’olio di senape risultava molto più sicuro, senza trascurare che lo si può produrre molto più facilmente , che è molto nutriente e che appartiene alla tradizione indiana da secoli. Da noi per esempio le madri sono solite massaggiare la pelle dei neonati con questo olio per proteggerla”.
Le donne insomma sono state le prime a sentirne la mancanza. “Come sempre del resto, in ecosistemi locali sono sempre loro ad avvertire i mutamenti per prime. Sono state delle donne non a caso che in India hanno denunciato il fenomeno dell’ipersalinità delle acque causato dall’inquinamento”. Ha fiducia che in India la rivolta contro gli effetti negativi della globalizzazione possa partire dalle donne? “Ho molta fiducia in loro. Forse perché per secoli sono stare escluse dalla gestione del potere hanno dovuto dedicarsi alla sfera domestica degli affetti, sta di fatto che oggi le donne si trovano avvantaggiate, in possesso i una sensibilità, di un rapporto con il sentire e gli affetti profondi, che la razionalità distruttrice degli uomini troppe volte ha escluso”.

Posted in Ricerca scientifica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Ferlinghetti bombarda Genova

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 4, 2002

L’intervista. Centomila poesie scritte su volantini sono stati lanciati dalla terrazza più alta di Palazzo Ducale. Per un giorno intero versi brucianti, su quanto è successo un anno fa, planano sulle case, sugli uffici, sui marciapiedi della città. Il poeta beat spiega come nasce l’idea del festival internazionale di poesia di Genova di Simona Maggiorelli

Erano firmate da nomi di spicco del canone occidentale, ma anche da Ferlinghetti, Jodorwsky, e poi da Pozzani e Giannini, i poeti che hanno inventato il festival internazionale di poesia di Genova. “Poesia di strada, come azione concreta di comunicazione”, “poesia come mezzo per scuotere le coscienze”. Erano i motti del poeta “beat” Lawrence Ferlinghetti già più di quarant’anni fa. E ora, questi vecchi slogan tornano ad avere un senso, o almeno a cercare una nuova verifica nella realtà concreta di una Genova che non sembra aver ancora portato alla luce tutti i suoi cadaveri. Di acqua sotto i ponti, certo, ne è passata dal quel 1919 quando Ferlinghetti nacque in America da madre ebrea e da padre italiano, battitore d’aste Oltreoceano. La storia anni’30 e ’40 racconta di un ragazzo costretto a trascorre diversi anni in orfanotrofio e che un giorno scopre, abbastanza per caso, i romanzi di Hemingway, di Dos Passos, di Miller. Uno schiudersi di sguardi su un nuovo mondo, una finestra su universi raccontati dalla poesia e della letteratura. “Forse non sono cambiato da allora – ammette Ferlinghetti, in Italia per questa insolita avventura di “rivoluzione poetica” genovese ma anche per gli stretti rapporti che lo legano alla libreria di Firenze, unica succursale mondiale della mitica City Lights di San Francisco prima casa editrice di Allen Ginsberg. “Credo ancora che la poesia, l’arte possano essere un modo per toccare in profondità racconta Ferlinghetti – un mezzo certamente non violento ma che può provocare sommovimenti profondi”. Gli fa eco la “carta” ufficiale del movimento di rivoluzione poetica presentato a Genova nei giorni scorsi a bordo di una nave. “Ci rivogliamo – recita il manifesto – a tutti quelli che credono che sogni e quotidiano debbano danzare insieme”, già prefigurando e mettendo in cantiere altri bombardamenti poetici sulla Borsa di New York e sulla sede Ue di Bruxelles. “Questo manifesto di Genova rappresenta un risveglio per i poeti del mondo – dice Ferlinghetti – e spero che sia un risveglio per Genova, per Bruxelles, per la Francia e che risvegli tutti gli intellettuali addormentati degli Stati Uniti”.

Parole importanti, ci spieghi meglio…

“Oggi la civiltà occidentale è in declino, perché si è lasciata dominare dalla monocultura americana di oggi”.

Ha in mente un passato più democratico o più vivo della cultura amercana?

“Mi sentirei di dire, per averli vissuti, che negli anni Sessanta negli Usa c’era coscienza politica e poetica, ma è anche vero che quella rivoluzione politica che noi alimentavamo poi ha abortito. E il risultato è che oggi siamo immersi in un disastro tragicomico”.

Quali strategie potremmo utilizzare per rimettere in movimento, per scuotere l’opinione pubblica, che sembra da qualche anno ormai sempre più acquiescente ai poteri forti, disposta ad accettare le bugie di chi promette milioni di posti di lavoro, demagogici abbassamenti delle tasse, mentre sotto banco toglie ogni ammortizzatore sociale?

“Sono davvero sempre più convinto che uno degli strumenti sia la poesia, perché i poeti, se sono veramente tali, non sono compromessi, sono puri e rappresentano davvero una speranza”.

Ma non crede che di questi tempi di culto della produttività, in questi anni di storia basati sull’utile e sul guadagno la parola poesia rischi l’incomprensione?

“Di più, rappresenta un modo di essere e di sentire assolutamente bandito dalle società in cui viviamo. L’altra parola dimenticata e ostracizzata è “socialismo”, nel suo senso originario. C’è un anatema contro quest’idea, socialismo è diventato una parola tabù, negli Stati Uniti e in gran parte dell’Occidente non puoi nemmeno pronunciarla, perfino fra le persone che si dicono di sinistra”.

Avvenimenti

Posted in Cultura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »

Testimoni di giustizia. Conto l’omertà di Stato

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 10, 2002

La legalità si afferma con il coraggio di molti piccoli imprenditori che si ribellano alla mafia. Ma lo Stato non sempre li protegge. Ecco la denuncia di Giuseppe Verbaro.

di Simona Maggiorelli

“Una vita dorata in alberghi a quattro stelle, ti può far impazzire, se te ne devi stare lì senza far niente, campato dallo stato, lontano dagli affetti, senza poterti cimentare in un’attività di lavoro”. Giuseppe Verbaro, smania in questa situazione di impotenza in cui si trova: protetto ma, al tempo stesso, anche confinato nella piccola cittadina di Prato dove lo ha destinato il programma di protezione previsto dalla legge 82-91.

E’ un testimone di giustizia che una decina di anni fa ebbe il coraggio di denunciare taglieggiamenti e minacce da parte della cosca dei Labate.
La sua è una storia che parte dal 1987 quando in società con il fratello Domenico decise di mettere in piedi a Reggio Calabria una piccola azienda alimentare di produzione di farine e pane biologico. “Ci eravamo accorti che la qualità del pane nella nostra città era scarsa e ci siamo dati a produrne di qualità- racconta- Abbiamo avuto riscontri positivi e a poco a poco la nostra attività si è allargata. Da prima con accordi con reti di supermercati calabresi, poi provando a conquistare anche il territorio siciliano. Ma alla mafia non piaceva che noi riuscissimo a lavorare su un mercato così ampio”.

Di lì a un passo le pressioni si fanno così forti che i due imprenditori calabresi decidono di affidare a un’impresa collegata alla famiglia malavitosa dei Labate la ristrutturazione del proprio capannone, sperando in questo modo di poterli acquietare: i lavori vengono fatti male, devono essere pagati cifre raddoppiate e in più, i Labate chiedono pegni sempre più altri. Esasperati i due fratelli decidono di rivolgersi alla giustizia, di denunciare la banda di taglieggiatori che rischiava di farli finire sul lastrico. Qualche anno dopo, arriva finalmente il processo.

Grazie alla testimonianza dei Verbaro i Labate il 16 giugno del 2000 vengono condannati: diversi ergastoli comminati, assieme a ingenti pene pecuniarie. Il peggio sembra passato. “Eravamo soddisfatti avevamo il nostro dovere di testimoni e la giustizia ci aveva dato ragione – ci racconta ancora Giuseppe nello studio del suo avvocato fiorentino Giampaolo Curandai. “Ma qui doveva, invece, cominciare il nostro calvario quotidiano per le disfunzioni, per la mancata applicazione da parte della polizia del servizio centrale di protezione del programma che il ministero degli Interni ci riconosceva”.

Un programma di protezione civile, ci spiega lo stesso avvocato Curandai, che garantiva a Giuseppe e Domenico la possibilità di avere una scorta per spostarsi, un sussidio di mantenimento, assistenza sanitaria e soprattutto la possibilità di reintegrarsi dal punto di vista sociale, al tenore di vita precedente. “Di fatto invece – spiega Verbaro – il servizio di scorta è sempre stato insufficiente, oltretutto con auto non blindate, vecchie e mal funzionanti, non posso andare a trovare mio figlio che studia all’università a Piacenza, non mi viene data la possibilità di tornare a fare il mio lavoro. Voglio tornare a campare con i miei soldi, per ripartire in un’altra città mi basterebbe una cifra assai inferiore a quella che lo Stato spende per mantenermi in questa condizione”.

Sempre più logorato dalla sordità delle istituzioni , dopo varie interpellanze andate a vuoto, Giuseppe è arrivato a un gesto provocatorio come quello di gettare benzina intorno all prefettura di Prato. Voleva essere solo un gesto dimostrativo, dice, non avrebbe mai appiccato il fuoco. Processato si è beccato sei mesi di carcere. Uscito con la condizionale, qualche settimana fa ha preso la macchina per andare a consegnare dei volantini di protesta direttamente nelle mani del presidente Ciampi in visita a Firenze, ma gli è stato sequestrato il mezzo.

Ora la sua unica speranza e che altri testimoni di giustizia – in Italia in questo momento in tutto sono 56 – decidano di venire allo scoperto per denunciare la propria situazione, mettendo a parte l’opinione pubblica di quanto poco la collaborazione dei testimoni di giustizia, nonostante la legge 82 venga di fatto valorizzata e incentivata. Qualcuno, come il pugliese Mario Nero, che ora vive a Pistoia lo ha già fatto e la sua storia è perfino finita in uno sceneggiato tv con Raul Bova. Tutto serve, anche la spettacolarizzazione, sembra dire, purché si cominci a riflettere sulla questione testimoni di giustizia e su quanto possano essere importanti per rompere quell’omertà che è da sempre terreno di coltura della mafia.

da Avvenimenti, maggio 2002

Posted in Giustizia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »