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verso il referendum

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 1, 2005

Batticuorum per la ricerca

L’associazione Coscioni lancia la sfida per il dopo referendum

di Simona Maggiorelli

Non è bastata l’iniziativa di una trentina di scienziati che- per la prima volta nella storia italiana- hanno fatto lo sciopero della fame. Non è bastata la drammatica autoriduzione del cibo da parte del ricercatore universitario Luca Coscioni che, malato si batte per la libertà di ricerca in Italia. “A una settimana dal voto – denuncia il segretario dell’associazione Coscioni Marco Cappato – siamo in una situazione di pesante illegalità. Che riguarda l’informazione:, con il black out di Rai e Mediaset, ma anche le liste elettorali, in cui sono stati conteggiati i nomi degli italiani all’estero, senza verificare se siano morti o dispersi. Questo mentre il partito dell’astensione incassa illegalmente il non voto dei malati gravi che non si possono muovere dal letto, ma anche quello dei soldati italiani in missione all’estero. Il presidente Ciampi, come capo delle forze armate, potrebbe dire una parola su questo”.

Colpisce che in tv ci finiscano sempre personaggi come Antinori o Eleonora Porcu, più volte denunciati di falsificare e manipolare i risultati delle ricerche.  Con le loro testimonianze eccentriche si vorrebbe far credere che la comunità scientifica sia divisa?

L’obiettivo è la disinformazione. La falsificazione più grave riguarda la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali. Si racconta la storia per cui ci sarebbe addirittura equivalenza tra il filone di ricerca sulle embrionali e quello sulle cellule staminali adulte. Questo è oggettivamente falso. Basta consultare qualsiasi scienziato.

Perfino il biologo Vescovi, paladino della legge 40, nel suo ultimo libro è costretto ad ammettere il valore della ricerca sulle staminali embrionali.  Perché non passa?

Gli scienziati stanno cercando altri modi per fare informazione, forme più dirette, visibili, con il coinvolgimento diretto dei  loro centri. Siamo in una situazione per certi versi simile a quella in cui si è venuta a trovare la classe operaia, che in certi momenti della storia, si è trovata costretta a forme di partecipazione diretta per l’affermazione delle proprie libertà fondamentali, dei propri diritti.

Sul fronte politico cosa ostacola il quorum?

Non ha giovato la scelta di Rutelli e di Prodi di aprire ora la lacerazione. Una scelta artatamente costruita, a mio avviso, per distrarre dal referendum. Sarebbe stato logico rimandare questo confronto. Alle regionali, da destra e da sinistra, ci è stato impedito di varare le liste Coscioni-Radicali, “per non sovrapporre le due campagne”. Ora appare chiaro che si puntava solo all’eliminazione della campagna referendaria.

Anche una parte dei ds ha messo la sordina alla campagna referendaria?

La posizione presa a favore dei 4 sì non si è ancora trasformata in una lotta. Fassino non ha ancora avuto, la forza o la volontà, di ribaltare questa situazione. E’ in atto uno scontro. Lo hanno lanciato Ruini, il comitato Scienza e Vita, forte degli introiti dell’8 per mille. Bisogna vedere se si vuole rispondere o se si vuole, come ha detto Violante, sperare di non urtare la suscettibilità della Margherita.

Da liberale come giudica che lo Stato dia alla Chiesa la possibilità di intromettersi nel privato dei cittadini?

Il fatto grave è che a farne di più le spese sono i cattolici, colpiti doppiamente nella loro libertà di cittadini e come credenti. Il Vaticano non solo punta a occupare lo Stato, ma ha occupato la Chiesa come comunità. I fedeli si trovano costretti ad obbedire a regole che non hanno precedenti. A contraddizioni vistose anche in termini religiosi, per cui con la legge 40 si salvaguarda l’embrione ma si ammette l’aborto del feto.

Perché giudica illegali i richiami all’astensione dai pulpiti o nelle ore di religione?

Qui non si tratta di libera espressione. Ma di violazione delle leggi italiane. Con il concordato il Vaticano ha accettato un ruolo pubblico e parastatale. La conseguenza è che ci sono limiti alla possibilità di fare politica nell’esercizio di quella funzione. Un funzionario pubblico delle poste non può usare i soldi del ministero per fare volantini o usare le ore di lavoro per far campagna elettorale. Per la medesima ratio neanche un prete potrebbe farlo nell’esercizio delle sue funzioni.

Lei ha denunciato che volantini per l’astensione vengono distribuiti perfino negli asili. E’ così?

Abbiamo avuto delle segnalazioni di insegnanti di religione che in varie scuole e asili hanno dato ai bambini materiali per l’astensione dicendo loro di portarlo a casa. Tutto questo viene fatto con i nostri soldi.

Che cosa accadrebbe se continuasse questo stop alla libertà di ricerca continuasse?

Che qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di aver rimandato di anni cure che riguardano malattie devastanti e mortali per milioni di persone.

In Italia c’è già chi fa ricerca acquistando linee cellulari all’estero, dovendo poi rinunciare per contratto alla titolarità delle scoperte e  dei brevetti. Non è un danno anche per l’economia?

La negazione della libertà di ricerca rientra in un quadro di declino del sistema paese. All’estero ormai ci considerano inaffidabili in termini di certezze del diritto, ma anche per la scarsa capacità di avere un ruolo attivo da parte delle istituzioni che d’altro canto concedono poca libertà. In questo settore in particolare non c’è unaragione per cui un investitore dovrebbe puntare sull’Italia, se non per il valore dei singoli ricercatori che, però, si trovano a dover elemosinare i fondi o a emigrare.

da Avvenimenti, 2005

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Cattivi medici. Per legge

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 4, 2005

Luca Gianaroli: «Questo governo ci costringe alla malasanità»

di Simona Maggiorelli

C’è un sinistro spot che circola in rete. Un messaggio di smaccata propaganda. S’intitola Ancora un referendum contro la vita, ed è pieno zeppo di assurdità del tipo: l’impianto di tre embrioni (sani o malati che siano) giova alla salute della donna; la diagnosi genetica preimpianto non è un esame scientifico, tutto ciò che è artificiale è contro natura e via di questo passo. Mentre in primo piano scorrono immagini da manuale di medicina medievale con un omuncolo disegnato al computer, che miniaturizza le fattezze umane, chiamato di volta in volta, indifferentemente,“embrione”, “feto”, “bambino”, come se queste parole indicassero realtà equivalenti. È uno spot che via mail è arrivato a mezzo milione di italiani. Su questo che ci appare come l’ennesimo tentativo di confondere da parte di chi antepone la propria fede alla scienza,nell’avvicinarsi del referendum del 12 e 13 giugno, abbiamo chiesto lumi al professor Luca Gianaroli, direttore della società italiana di medicina riproduttiva, che di fecondazione assistita e di ricerca si occupa da  25 anni, in Italia e all’estero.

Facciamo un po’ di chiarezza professore, che cos’è l’embrione?
«Da un punto di vista strettamente scientifico è quell’entità in via di sviluppo che si ha 24 ore dopo la fertilizzazione. E bisogna dire anche che nei primi 14 giorni l’embrione nell’utero non dà segno di sé. Il fatto mistificatorio, in primis, riguarda la parola “concepimento”: prima delle tecniche di fecondazione in vitro, si riferiva al momento in cui la donna, con il ritardo mestruale, sapeva di essere incinta. Dopo la nascita, nel 1978, di Louise Brown, la prima bambina nata con la procreazione medicalmente assistita, si è cominciato a istillare nella mente della gente l’idea che il concepimento coincidesse con il momento in cui l’uovo viene fecondato. Dimenticando che la cellula fecondata non ha un patrimonio suo, autonomo. Tanto è vero che, nei giorni successivi, l’embrione si può dividere in due dando origine a due gemelli. Ma può anche trasformarsi in carcinoma: uno dei tumori più invasivi e distruttivi della donna. Dunque, dire che la cellula uovo fecondata sia un individuo è un errore grossolano, perché quella  cellula può diventare tutto: un tumore, un aborto, può diventare nulla. Sia  nel caso di fecondazione naturale che artificiale, c’è solo un 15 per cento di possibilità che quella cellula diventi embrione e poi individuo».

C’è chi sostiene che prima di 24 settimane non si possa parlare di individuo, perché il feto non può vivere fuori dall’utero. Che ne pensa?
«Non entro nel merito perché a questo livello ci potrebbero anche essere concezioni diverse. Ma tengo a ribadire che il pensiero che la cellula uovo fecondata sia una persona è assolutamente sbagliato. Su questo assunto non vero si basa la convinzione che la cellula debba essere salvaguardata vietando la fecondazione assistita».

Ma le tecniche non si limitano a riprodurre in vitro ciò che avviene in natura?
«Veniamo al punto. Una coppia fertile ha il 20-25 per cento di possibilità di concepire ogni mese. I circa 500mila bambini che nascono in Italia con rapporti naturali sono il prodotto di 2 milioni e mezzo di embrioni, di cui 2 milioni vanno persi all’interno dell’apparato genitale. È patetico pensare che la cellula uovo fecondata che i medici trasferiscono nell’utero venga “buttata via” se non s’impianta. Si tratta di un evento naturale. Senza contare che spesso l’ovulo fecondato ha tali anomalie cromosomiche da non potersi in nessun caso sviluppare. Esattamente come succede in natura. Le persone devono capire che la cellula uovo fecondata non è sinonimo di bambino. Nei nostri laboratori la cellula segue la stessa strada che seguirebbe per vie naturali».

Quanto è importante la diagnosi genetica preimpianto?
«Questo tipo di diagnosi è nata per ridurre il più possibile la sofferenza delle coppie. Fino a un anno fa, prima che la legge 40 bloccasse tutto, eravamo fra quelli che ne avevano eseguite di più. Nei nostri laboratori al Sismer venivano pazienti che avevavo abortito 2, 4, 5 volte pur di non mettere al mondo dei bambini gravemente malati. Piccoli che nel giro di un anno erano destinati a morire. Ci sono malattie genetiche che portano alla morte nel giro di 6 mesi. Ci sono anomalie cromosomiche per cui una gravidanza naturale abortisce al quinto e sesto mese. Non è assolutamente pensabile che si possa abolire una metodica come la diagnosi preimpianto che riduce gli aborti, limitandosi solo a non trasferire quelle cellule che con molta probabilità non avrebbero nemmeno la possibilità di impiantarsi».

La legge 40 proibisce l’eterologa, negando a persone malate di poter ricevere i gameti da donatori esterni alla coppia. Con quali conseguenze?
«In tutti i paesi europei è ammessa l’eterologa. Solo in Italia è proibita. Così le coppie vanno all’estero e non si rivolgono più al medico di fiducia, nemmeno per dei consigli. Del resto la nuova legge ci proibisce anche di dare informazioni. Molti cercano su internet, trovando di tutto. Cominciamo già adesso a vederne le conseguenze con disgrazie e incidenti di percorso, che tornano ai nostri medici. E una paziente che riporta dei danni come conseguenza di trattamenti fatti in centri di paesi lontani, come può denunciare il proprio caso ed avere, almeno, un risarcimento? Mentre al sistema sanitario italiano resta solo la cura della complicanza».

Si assiste anche a una fuga all’estero dei nostri scienziati?
«Inevitabilmente. Il problema è ancora poco sentito. Ma, se le cose non cambieranno, diventerà un fatto serio. La nostra sarà sempre più una comunità scientifica che non cresce, potendo confrontarsi solo con se stessa. In nessun altro paese al mondo un medico è costretto a fare quello che questa legge ci obbliga a fare, causando perdite di tempo e denaro alle coppie. Nel frattempo chi si è impegnato a lungo nella ricerca si troverà le porte chiuse di riviste internazionali, di certo non interessate a pubblicare studi arretrati. E sappiamo bene che ciò che tiene alta la dignità del ricercatore sono le sue pubblicazioni scientifiche».

Come può un medico che opera secondo “scienza e coscienza” trasferire in una paziente tre embrioni anche se malati?
«I medici finiscono in prima pagina quando fanno errori o si suppone che li facciano. Ma oggi noi abbiamo una legge che ci costringe ogni giorno a fare della malasanità, ed è drammatico. Trovarmi a lavorare a scartamento ridotto dopo che per 25 anni, con sforzi enormi, le ricerche sono avanzate, mi sembra terribile. Come medico, poi, ho trovato particolarmente umiliante che il nostro consenso informato fosse redatto dal ministero di Grazia e Giustizia e non solo da quello della Salute. Significa che non si ha la minima fiducia nella medicina e nella ricerca».

Dall’entrata in vigore di questa legge si sono ridotte le nascite?
«I dati riferiscono un calo del 10-15 per cento, se non di più. Quando in Italia ormai eravamo arrivati al punto che in ogni classe di 30 bambini ce n’era uno concepito con la fecondazione in vitro. Oggi c’è anche un forte aumento dei costi e dei cicli di trattamento. Un enorme dispendio di energia e di denaro, se si considera che si parla di coppie nel pieno dell’età lavorativa, costrette a prendere armi e bagagli per andare all’estero. Oppure, in Italia, obbligate a ripetere più e più volte i trattamenti. Per quale scopo poi? Solo per poter dire che la cellula uovo fecondata è “uno di noi”. Con un assunto che non corrisponde al vero. È raccapricciante».

Che fine faranno gli embrioni congelati?
«La legge, o meglio le linee guida, permettono di scongelare quelli conservati prima della sua entrata in vigore. Ma si determina un effetto paradossale. Una volta le coppie che volevano un altro figlio o quelle che, non avendone avuti, volevano riprovarci, tornavano a chiederci di poter riavere i propri embrioni congelati. Contrariamente a quello che si sente dire oggi, la crioconservazione nacque nel tentativo di salvaguardare un patrimonio genetico che avrebbe potuto avere un ruolo per la coppia. Oggi chi potrebbe tornare a chiederli, non lo fa, forse per paura. Coppie con due o tre embrioni conservati, preferiscono piuttosto andare all’estero e ricominciare tutto il ciclo di trattamenti da capo».

Di recente l’Accademia dei Lincei si è pronunciata a favore della ricerca sugli embrioni già congelati e non più richiesti. Che destinazione avranno?
«Se le cose non cambieranno, come ha stabilito Girolamo Sirchia quando era ministro, dovranno essere inviati attraverso l’Istituto Superiore di Sanità a un centro di conservazione di Milano, noto nel settore trasfusionale, ma che non ha il know how della crioconservazione degli embrioni e dei gameti».

Verranno utilizzati per fare ricerca come ha sostenuto Sirchia stesso?
«E come? Per poter fare ricerca su così poche cellule occorrono tecniche sofisticatissime, ma questi materiali vengono allontanati dai nostri centri attrezzati a farla. Ricerca, non dimentichiamolo, che la legge 40 proibisce. Ma che poi permette con un decreto ministeriale. È il festival della contraddizione».

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Quei figli fuori legge

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 3, 2005

di Simona Maggiorelli

 
“Non avranno i suoi occhi, non avranno il suo colore di capelli, ma i nostri due bambini hanno il suo sorriso. E mio marito quando sta con loro è felice”. Federica racconta così con parole semplici e la voce ancora emozionata l’esperienza di aver avuto due figli con la fecondazione eterologa, accettando il seme di un donatore. Ha scelto di raccontare in pubblico la propria storia. Ha preso un aereo
dall’Alsazia dove vive e lavora per essere a Roma, al convegno della onlus L’Altra Cicogna.
“Mi è sembrato importante -dice, con la piccola Clara di appena 40 giorni, in braccio -. Questa legge sembra parlare di concetti astratti, ma chi si vive sulla pelle le sue conseguenze, sa quanto siano pesanti”. La storia di Federica e Stephen – lei italiana, lui scozzese, entrambi ricercatori – comincia quando decidono di avere un figlio. Dopo i primi sei mesi di tentativi hanno cominciato a capire che qualcosa non andava. “Ci siamo divisi i compiti- racconta Federica -, ognuno si è fatto le sue visite specialistiche, per capire la causa”. La spiegazione arriva presto: “Scoprii – racconta Stephen – che per la risalita di un testicolo scoperta a 9 anni, nel mio sperma non c’erano spermatozoi. Non riuscivo a crederci, pensavo che a me una cosa del genere non sarebbe potuta succedere. Avevo sempre creduto – dice – che diventare papà fosse una cosa scontata e semplice. Ma quando è arrivata la diagnosi definitiva di azoospermia secretiva, il mondo mi è crollato addosso”. “Il dolore di aver scoperto di non poter avere figli era grande – prosegue Federica – ma non ci siamo isolati. Ne abbiamo discusso con le nostre famiglie, con gli amici, non ci siamo nascosti, neanche quando abbiamo scelto di “adottare” uno spermatozoo”. Federica e Stephen sono andati in Svizzera a cercare il seme di un donatore che fosse compatibile per gruppo sanguigno “di certo – dicono – non andavamo a cercare figli con gli occhi azzurri e i capelli biondi”.

Federica ce li ha davvero, di suo, gli occhi azzurri, “ma la somiglianza fisica – dice – non c’entra molto con l’essere genitore, c’entra l’amore”. E la neonata Clara e Samuele, di 3 anni, sono stati molto voluti, cercati con passione. Basta dire che nel 2000 la coppia fece il primo tentativo con l’eterologa, seguito da altri 6. Ogni volta la speranza, ogni volta una delusione. Via, via sempre più cocente. Finché, al settimotentativo, quando Stephen e Federica stavano quasi per mollare, andò a buon fine. “La scelta dell’eterologa, per persone sterili come me – racconta Stephen – è semplicemente accettare un dono grande e generoso. Non c’è niente di male, niente di cattivo, niente di cui vergognarsi. A me il dono di uno spermatozoo ha permesso di vivere insieme a mia moglie la stupenda esperienza della gravidanza”. “Geneticamente parlando – aggiunge – non sono il papà di Samuele e Clara, ma in realtà mi sento e sono al 100 per cento il loro papà”. “I nostri figli sapranno come sono venuti al mondo – dice Federica -. Non è vero che i bambini non capiscono. Capiscono moltissimo. Raccontargli come sono nati non è difficile – aggiunge -. Difficile sarà spiegare loro perché in Italia sono fuorilegge”. La preoccupazione di Federica e Stephen, nel caso di un eventuale rientro in Italia, non è senza motivo. L’eterologa è legalizzata in quasi tutti i paesi del mondo. Eccetto che in Egitto, in Turchia, in Arabia Saudita e, dal 10 marzo 2004, in Italia. Come sarebbero guardati? Che giudizi dovrebbero sopportare Samuele e Clara, si domanda la loro madre. Che ambiente troverebbero in Italia, dopo la pesante campagna ideologica e di disinformazione compiuta dalle gerarchie ecclesiastiche, ma anche da ministri come Carlo Giovanardi che in tv, a Porta a porta, ha detto esplicitamente che i figli dell’eterologa “sono fuori legge”. Ignorando un vistoso paradosso: che prima della legge 40, da noi, sono nati migliaia di bambini con l’eterologa.

“Nel caso malaugurato che il referendum fallisse – afferma Angelo Aiello, psicoterapeuta e autore del sito http://www.unbambino.it -, chiederei al re Juan Carlos la cittadinanza spagnola per i miei figli, nati grazie all’eterologa fatta in Spagna. Come provocazione – spiega -, ma anche come gesto di tutela. Rispetto a quanto sta accadendo in Italia dove rischiano di prendere sempre più piede le posizioni oscurantiste e gli anatemi di Ratzinger”. Angelo e sua moglie sono ricorsi all’eterologa per problemi genetici e, con l’entrata in vigore della legge 40, sono andati all’estero per continuare il percorso intrapreso con il Sismer, il noto centro di medicina della riproduzione diretto da Luca Gianaroli. “Siamo andati in Spagna – racconta Angelo -, sapendo che in quel centro lavoravano specialisti formati da lui. Il che, era già un’importante garanzia”. Questa coppia bolognese insomma, fa parte di quel 20 per cento in più di “turismo terapeutico”, dall’Italia all’estero, che si è venuto a creare con la nuova legge. I costi? “In tutto abbiamo speso circa 6200 euro – rivela Angelo -, ma da un anno a questa parte i prezzi sono molto lievitati e c’è chi se ne vede chiedere anche più di 9mila”. Senza contare che i trattamenti di fecondazione assistita raramente vanno subito a buon fine, e bisogna fare più cicli.

Inoltre, “rivolgendosi, come molti fanno, a quei centri che oltre confine stanno nascendo rapidamente, nella ex Jugoslavia, come a Lugano, – denuncia lo psicologo bolognese – non sempre si ha la garanzia di adeguati controlli sui donatori”. Un allarme lanciato anche dal dottor Andrea Borini, presidente del Cecos, un centro che si occupa da anni di eterologa E che solo, tra il 1997 e il 2002, ha praticato l’eterologa su quasi tremila coppie, facendo nascere 1178 bambini. “Una fase importante del nostro lavoro – dice Borini – era lo screening dei donatori, per vedere eventuali infezioni o altre patologie”. In Italia l’eterologa si praticava con controlli severissimi sugli spermatozoi e ovociti donati, ci spiega Guido Ragni direttore del centro di infertilità dell’Università di Milano, ma oggi una coppia che faccia l’eterologa in Albania o in Svizzera che garanzie ha? “Con questa legge – denuncia il professore – l’Italia delega ad altri stati il controllo e l’accurata selezione dei donatori, abdicando così alla difesa della coppia e del nascituro. Senza contare che il proibizionismo crea facilmente il mercato nero, al di fuori di ogni controllo”. In molti paesi la legislazione prevede la possibilità di compensi in denaro per chi dona i gameti, sperma o ovocita. In Italia, prima della 40, erano soprattutto le donne che si erano sottoposte a fecondazione assistita a donare gli ovociti in soprannumero.

Ma oggi storie come quella di Michele che, dopo aver avuto tre gemelli grazie l’eterologa, vorrebbero a sua volta farsi donatore, si confrontano con i duri stop della legge, che non permette più nemmeno di congelare gli embrioni.”Una legge insensata, piena di assurdi divieti – dice il professor Ragni -, una norma in cui già i nomi stessi sono del tutto sbagliati. Definire la fecondazione che avviene con gameti donati, “eterologa”, è un errore anche linguistico perché eterologo, per definizione, è ciò che appartiene a una specie diversa e porta con sé una valutazione negativa che esclude, per esempio, l’atto della donazione solidale. Quando dal punto di vista medico non c’è nessuna controindicazione a questa donazione, anzi, spesso è l’unico modo per offrire una soluzione ad un partner del tutto sterile”. Casi sempre meno rari, avvertono gli specialisti. In Italia una coppia su cinque ha problemi di infertilità. Per i cambiamenti sociali che spingono sempre più a ritardare la nascita di un figlio, ma anche per malattie genetiche o oncologiche che, che con radioterapia e chemio, riducono drasticamente spermatozoi e oviciti. Così tornano in mente le parole di Federica, che tenendo stretta la sua bambina, ripeteva: “Crediamo che sia stata una scelta dettata dall’amore. Certo non pretendiamo l’approvazione degli altri, ma chiediamo la possibilità di scegliere”.
 
Avvenimenti, aprile 2005
 
 

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Armi al fosforo a Falluja

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 17, 2005

A proposito di armi al fosforo a Falluja. Uscirono nel mese di febbraio e sulla base di quanto era emerso dalle inchieste di Avvenimenti. il deputato della sinistra Ds, Alfiero Grandi e la deputata di Rifondazione Comunista Elettra Deiana fecero un’interrogazione parlamentare alla quale risposte il sottosegretario alla Difesa Cicu

Da Avvenimenti nunero 7 del 17 febbraio 2005
di Simona Maggiorelli

Che cosa è accaduto realmente a Falluja durante l’attacco da parte delle truppe della coalizione? La questione è ancora tutta da indagare secondo Alice Mahon, la parlamentare del Labour party che l’ha sollevata, mettendo sotto pressione il governo Blair, chiedendo in maniera sempre più incalzante se le truppe angloamericane abbiano utilizzato il napalm. Una domanda a cui non è ancora stata data una risposta convincente, che sgombri il campo dai dubbi. Anche perché ormai sono davvero tante e autorevoli le denunce e le inchieste, apparse su testate arabe, ma anche pubblicate autonomamente da giornali e agenzie di stampa inglesi, tedesche e americane. E la domanda, il bisogno di sapere contagia, si allarga, specie fra chi, non avrebbe mai voluto questa guerra. Coinvolgendo anche l’Italia e le forze di opposizione al governo Berlusconi. Cosa sa il governo italiano del possibile uso di un’arma non convenzionale come il
napalm?
Un’interrogazione parlamentare, anche a partire dalle notizie riportate la settimana scorsa da Avvenimenti, è stata fatta dalla deputata del Prc Elettra Deiana e dal deputato della sinistra ds Alfiero Grandi e firmata da ventisei deputati dell’Unione. “Molte persone che erano a Falluja hanno detto di aver visto una quantità di corpi bruciati con i segni caratteristici che lascia il napalm”, dice Alice Mahon, laburista di quell’ampia area del partito di Blair che fin dall’inizio si è schierata contro la guerra in Iraq. Per il Labour party ha svolto missioni internazionali; di recente è stata osservatrice delle elezioni in Ucraina. “La Gran Bretagna – dice la parlamentare inglese – ha firmato il protocollo dell’Onu che mette al bando il napalm, ma gli Usa non lo hanno fatto”. E aggiunge: “Come membri di una coalizione siamo ugualmente responsabili”. Responsabili di morti atroci, con la famigerata miscela di gas, sali di alluminio e benzina o altri derivati del petrolio, di cui gli Usa fecero ampio uso durante la guerra del Vietnam. E che ora l’esercito americano in Iraq, per stessa ammissione di graduati dell’esercito Usa, utilizzerebbe in formula aggiornata, “a basso impatto ambientale”.
Per distruggere l’umano, ma senza inquinare, insomma. Nel contesto di una guerra cominciata per togliere a Saddam quelle armi chimiche di cui poi non si è mai trovato traccia.
Ma il governo britannico, ancora nega, fra non poche incongruenze.Alla lunga fila di interrogazioni sollevate da Alice Mahon e da altri parlamentari inglesi, solo stringate o evasive risposte da parte del governo Blair. Una storia che si può ricostruire dai verbali delle sedute del parlamento inglese pubblicate nel sito internet. La prima interrogazione della parlamentare laburista è del 29 novembre dell’anno scorso. Una domandina secca, in calce a un discorso sulle elezioni in Ucraina: “Durante la conferenza di Sharm el-Sheikh,
qualcuno ha parlato di uso di napalm o derivati da parte delle forze della coalizione?” chiede Mahon. “Non mi è stato riferito nulla in proposito”, liquida la faccenda il ministro degli Esteri Straw. La parlamentare del Labour torna alla carica agli inizi di dicembre, riformulando la domanda. Questa volta è Ingram a risponderle: “No – dice – il napalm non è mai stato usato in Iraq dalle forze di coalizione, né durante la guerra, né in altri fasi delle operazioni più recenti”.
Bugia palese, stando a quanto è uscito sui giornali inglesi e americani fin dall’agosto 2003. Sull’Independent, il 10 agosto di due anni fausciva un articolo di Andrew Buncombe in cui si diceva a chiare lettere: “gli Usa ammettono di aver usato il napalm in Iraq”. Il giornalista basa la sua inchiesta su dichiarazioni di piloti e graduati della Marina americana. Il Pentagono nega. Intervistato da Buncombe il colonello James Alles, comandante dell’undicesimo Marine Air Group ammette: “Abbiamo bombardato con il napalm i ponti sul canale Saddam e sul fiume Tigri, nel sud di Bagdad”. E poi aggiunge: “purtroppo c’erano delle persone, lì abbiamo visti nel
video, erano dei soldati iracheni. Non è un bel modo di morire. Mai generali amano il napalm. Ha un effetto psicologico molto forte”Già, la pelle che brucia, corpi che sembrano fondere per potere abrasivo del micidiale cocktail messo fuori legge da una convenzione internazionale del 1980, che gli Usa non hanno sottoscritto.
Un altro attacco al napalm del 21 marzo 2003 viene raccontato sul Sydney Morning Herald “La collina di Safwan – scrive l’inviato – vicina al confine con il Kwait è andata completamente a fuoco. “Ho pietà di chiunque fosse là sotto”, dice un sergente dei Marins, “li avevamo avvertiti di arrendersi”. Il San Diego Union Tribune, sempre nell’agosto 2003 riporta la testimonianza del Maggiore dei Marins Jim Amos che conferma l’uso di naplm in più occasioni durante l’invasione in Iraq. Ma è nell’inchiesta dell’Indipendent che esponenti del Pentagono parlano di operazioni chirurgiche, “a basso impatto ambientale”, eseguite non con il napalm direttamente ma con bombe derivate, le cosiddette bombe incendiarie Mark 77. Sullo stesso
giornale John Pike del Global Security Group commenta: “Puoi chiamarlo in un altro modo ma è sempre napalm. È stato riformulato, nel senso che ora utilizzano un differente distillato di petrolio come base, ma al fondo è sempre quello. Gli Stati Uniti sono uno dei pochi paesi – aggiunge – che abbiano fatto largo uso di napalm, non ho notizie di altri paesi che lo facciano”.
Questo accadeva più di un anno fa. E a Falluja nel novembre scorso? È perché si sono usati napalm e altre armi non convenzionali che non si è permesso e non si permette a giornalisti e media di indagare da quelle parti? Nel parlamento inglese la domanda è stata sollevata l’8 dicembre, questa volta dalla parlamentare Jenny Tonge. La risposta tarda e il 21 dicembre Alice Mahon lancia in Parlamento il suo affondo più duro: “Visto che – dice la deputata inglese – abbiamo la possibilità di fare domande, ma non ci viene permesso di aprire una discussione, voglio dire che questa guerra è illegale. È stata ingaggiata su false premesse. È, e resta, un’operazione dai costi altissimi, finanziari e umani. Una guerra che ha incrementato il terrorismo a livello internazionale”. E poi lancia una stoccata a Blair: “Andare a Bassora e nella green zone come ha fatto il nostro primo ministro, non è andare a visitare l’Iraq: mi piacerebbe vedere un primo ministro che parla con qualche rifugiato di Falluja. In quanti sono morti in quella città? La battaglia di Falluja è la battaglia che non siamo stati autorizzati a vedere. È la battaglia che avrebbe dovuto portare la democrazia in Iraq”. Tanto, che arrivati alle elezioni, non ha partecipato al voto, perché area, troppo inquieta e ribelle. “Che fine hanno fatto – incalza Mahon – gli sfollati che hanno lasciato la città? Perché non ci sono immagini delle persone che ancora vivono a Falluja, alcuni in condizioni davvero estreme? Che tipo di armi sono state usate là? Gli americani hanno ammesso di usare una sostanza simile al napalm quando cominciò l’invasione. Abbiamo avuto testimonianze, in particolare dalla Reuters, che armi veramente terribili sono state impiegate dalle truppe americane. Ho cercato più volte di ottenere una risposta qui, in parlamento, ma invano. Al-Jazeera è stata messa alla porta prima della seconda battaglia a Falluaja, così non ci sono state fonti d’informazione affidabili”. Poche le testimonianze dalla zona di Falluja, eccetto che dagli “embedded”. Un giornalista americano, Michael Schwartz, ha scritto il 16 dicembre scorso: “L’agghiacciante realtà di ciò che la città è diventata, comincia solo ora a venir fuori, mentre le forze militari americane continuano a bloccare quasi tutti gli accessi alla città, impedendo a tutti, reporter, cittadini, organizzazioni come la Mezzaluna rossa di entrare”. “Ci sono checkpoints a tutte le cinque entrate – prosegue – controllati dalle truppe americane. Chiunque voglia entrare viene fotografato, gli vengono prese le impronte digitali e il colore degli occhi viene registrato. Tutto viene trascritto su un documento di riconoscimento”. E mentre per i reporter americani l’intera operazione non richiede più di dieci minuti, per tutti gli altri, compresi i cittadini le operazioni sono lunghe e non è permesso girare senza una targhetta di riconoscimento. “È come creare un ghetto – ha denunciato Mahon in Parlamento – marchi di riconoscimento, segnali assai sinistri per persone della mia generazione che si sono a lungo occupati di lager nazisti. Non mi pare che sia portare la democrazia offrire 500 dollari per ogni casa che è stata distrutta.. La Croce Rossa denuncia – prosegue Mahon – che in città non c’è acqua e non c’è luce elettrica, non ci sono ospedali funzionanti e molte case sono state rase al suolo. Avevo fatto domande su Falluja prima della battaglia, avevo chiesto se quello che ci veniva raccontato dei bombardamenti fosse una strategia di democratizzazione dell’Iraq.
Se lo è, non funziona. Abbiamo bisogno di alcune risposte chiare su che cosa sia stato fatto a nostro nome in Iraq. Dobbiamo sapere di più su queste elezioni, quando è chiaro che gli abitanti di Falluja non sono stati in grado di parteciparvi in modo significativo. Penso che occorra convocare una conferenza di emergenza all’Onu, con tutti i paesi membri presenti. Dobbiamo aprire un tavolo di discussione all’interno della coalizione per il ritiro delle truppe dall’Iraq, perché in questo momento noi rappresentiamo più un problema che una soluzione”. E conclude: “Dopo aver visto l’esecuzione a freddo di un soldato iracheno ferito e inerme mi è parso chiaro che occorre mettere in piedi un tribunale contro i crimini di guerra. Lasciateci sapere che cosa gli Americani hanno fatto a Falluja. Per la Serbia fu istituito un tribunale di guerra e là in Kosovo i media erano presenti e potevano vedere e raccontare. Ora non sento nessuno chiedere a gran voce giustizia per i tantissimi civili iracheni che sono stati uccisi. Non mi pento di essermi schierata contro il governo sull’Iraq. Avevo ragione. Penso che che prima o poi ci dobbiate delle risposte e che qualcuno debba assumersi le sue responsabilità”. Responsabilità di aver bombardato gli ospedali di Falluja uccidendo decine di civili ricoverati, come riportano, tra
gli altri, il Washington Post del 13 novembre e come ha raccontato la BBC. Responsabilità, secondo quanto scrive Simon Jenkins del British Sunday Times di aver bombardato Falluja con armi al fosforo: “Alcuni pezzi d’artiglieria hanno aperto il fuoco con cariche di fosforo bianco – ha scritto – che creano uno schermo di fuoco che non può essere estinto con l’acqua. I ribelli hanno riferito di essere stati attaccati con una sostanza che gli ha sciolto la pelle, una reazione consistente con il fosforo bianco che brucia”.
Responsabilità di aver utilizzato il napalm, secondo il commentatore politico del Daily Mirror Paul Gilfeather, che il 28 novembre scorso ha scritto: “Le truppe statunitensi stanno usando in segreto dei gas al napalm proibiti per spazzare via i restanti ribelli a Falluja e nei dintorni. La notizia che il presidente George Bush ha consentito l’uso del napalm, una miscela mortale di polistirene e benzina, proibita dalle nazioni unite nel 1980, sbalordirà i governi di tutto il mondo”. Allo sbigottimento non ha ancora fatto seguito un assunzione di responsabilità da parte delle forze di coalizione. Le elezioni in Iraq ci sono state, ha vinto la coalizione sciita, ma sono ancora giorni di sangue. Quando le truppe della coalizione accetteranno di togliere l’assedio e andarsene?
su Avvenimenti numero 8 l’inchiesta continuava con “MK-77, bomba micidiale, ancora più letale del gas usato in Vietnam” di Umberto Rapetto, con la risposta del sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu all’ interrogazione urgente presentata da 26 parlamentari dell’Unione. Il portavoce del governo ammette di “Non avere elementi di riscontro sui fatti evocati”, “aggiungendo che: “i militari italiani impegnati in Iraq, nel rispetto della convenzione di Ginevra, non dispongono degli armamenti menzionati”. Senza fare parola su quello che l’interpellanza, di fatto, chiedeva: dell’uso di armi non convenzionali da parte delle forze statunitensi di cui il governo Berlusconi ci ha voluti stretti alleati. Gli Usa, come è noto, non hanno firmato la convenzione del 1980 contro le armi chimiche. E ancora, nel numero in edicola, un’intervista a Nuccio Iovene, senatore ds che ha firmato un progetto di legge per la messa al bando delle cluster bombs e la testimonianza di Ezio Di Nicolò, militare di 23 anni dimissionario dalla missione Antica Babilonia”.

In calce al pezzo su Avvenimenti, viene ripubblicato l’articolo de il manifesto in cui Giuliana Sgrena denuncia l’uso di armi al napalm su Falluja.

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Scienziato manager, con fede industriale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 3, 2004

Il nuovo corso di Confindustria targato Montezemolo ha già rilanciato più e più volte il tema. Prima di lui il presidente della Repubblica Ciampi. E, di recente, perfino Storace a Ballarò non ha resistito all’incalzante refrain: in Italia, occorre più ricerca. Per tenere il passo con il resto d’Europa. La classe politica di centrodestra e quella economica sembrerebbero aver aperto gli occhi su temi che la sinistra, almeno a parole, sostiene da tempo.
Ma qualcosa, forse non quadra esattamente. Basta dare un’occhiata a quanto questo governo sta facendo, sotterraneamente, con lentezza, ma in modo inesorabile, per la ristrutturazione del Cnr (dopo averlo commissariato) e dei maggiori centri nazionali di ricerca.

L’importante è tagliare
Partiamo dal fondo, dalle cifre che questi tre anni di governo Berlusconi lasciano sul piatto della ricerca italiana. Solo nell’anno scorso, il taglio delle risorse è stato del 5,3 per cento. La spesa per la ricerca nel nostro paese si assesta così sui 6,9 miliardi di euro, pari cioè allo 0,7 per cento del prodotto interno lordo. E non è solo un problema di risorse risicate, ma anche mal distribuite e di un sistema di accesso alla professione di ricercatore da parte delle nuove generazioni sempre più difficoltoso. Basta dire che ormai il blocco delle assunzioni nel settore è pressoché totale, mentre l’età media dei ricercatori continua a crescere. Si calcola che nel 2017 circa il 50 per cento di ricercatori e docenti in Italia sarà messo a riposo. Per i giovani invece si prospetta un precariato sempre più spinto, affidato agli assegni di ricerca e a contratti a termine. Ma non solo. Sono anche gli ambiti della ricerca – sempre meno libera e sempre più finalizzata e legata alla produzione di brevetti – ad essere stati fortemente ridotti. La situazione del Cnr, in questo senso, è emblematica. Da pochi giorni ha dovuto lasciare il suo scranno il commissario straordinario preposto al riordino del centro, il professore Adriano De Maio, fisico della materia, nonché rettore della Luiss. Nella relazione conclusiva del 10 giugno scorso compaiono tutte le linee guida del De Maio pensiero, con a latere anche qualche affermazione inquietante, detta a voce durante il saluto alla comunità scientifica, sul fatto che, dopo due anni di tagli di cosiddetti rami secchi (all’atto del commissariamento la rete scientifica del Cnr presentava 5.000 linee di attività. Adesso sono state ridotte a circa 500 macro-linee) ci si è accorti che il Cnr versava in uno stato migliore di quanto non lo si dipingesse.
Di fatto oggi il maggior istituto pubblico di ricerca, prima ancora che questo governo renda noti gli ordinamenti che lo regoleranno e mentre ancora si apettano, a giorni, le nomine ufficiali dei componenti del consiglio di amministrazione, si ritrova suddisviso in 11 dipartimenti.
Il dipartimento – scrive De Maio, che proprio su questo punto è arrivato a scontrarsi con il ministro Letizia Moratti –  è il punto nodale della riforma: se sarà fatto funzionare nel modo migliore si otterrà finalmente un sistema di ricerca non autoreferenziale. Il che, tradotto in altri termini, vuol dire un dipartimento che non squaderna più ad ampio raggio indirizzi di libera ricerca, ma funziona su progetti.  Gli stessi ricercatori dovranno aggregarsi intorno a un progetto, perché solo quello verrà finanziato. Con un risultato immediato e evidente: i ricercatori dovranno rinunciare a una parte della propria autonomia e risulteranno più controllabili. Su questo punto De Maio è molto chiaro: Il dipartimento – scrive – gode di un potere gerarchico relativamente ai progetti… li valida, indipendentemente da dove sia partita la proposta, li valuta, ne assicura il coordinamento reciproco e con le altre aree tematiche, attribuisce le risorse complessive e ne definisce le caratteristiche complessive, tempi e risultati od obiettivi attesi, cioè decide e governa il project concept.
Riguardo ai contenuti delle ricerche, poi, alcune linee e alcuni temi risultano particolarmente caldeggiati, quelli più funzionali all’industria, ovviamente, con una forte e preoccupante contrazione degli investimenti finanziari e non solo riguardo alle cosiddette scienze umanistiche. Capitolo rovente della riforma del Cnr, dacché Letizia Moratti ha caldeggiato la nomina a subcommissario della materia, un fin qui oscuro docente di storia dell’Università di Cassino, quel Roberto De Mattei, consigliere personale di Gianfranco Fini riguardo ai temi dell’Europa e che, anche attraverso l’associazione Lepanto, si è distinto per una serie di pubblicazioni e interventi di stampo oscurantista riguardo a religione, storia e società, arrivando perfino ad organizzare una marcia “di purificazione” come risposta al Gay Pride.

I muri e i confini
Le cinta murarie e i confini degli stati nazionali hanno custodito, nel tempo, le identità culturali dei popoli. Gli stessi limiti alla circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nonché delle idee e delle informazioni, hanno rappresentato fattori di stabilità delle medesime identità… La riappropriazione, sempre più diffusa, di simboli identitari – la bandiera, l’inno, i luoghi della memoria nazionale – nel nostro Paese, a differenza di altri (Francia, Inghilterra), rimasti sepolti dalle macerie della guerra, ne è l’espressione di più immediata percezione. Incredibile ma vero comincia proprio così la relazione del professor De Mattei, presentata al termine di un anno di lavoro lo scorso 10 giugno. In questa occasione il professore ha anche indicato i cardini che la ricerca umanistica dovrà tenere presenti nei prossimi anni: obiettivo primario delle scienze umane sarà valorizzare la memoria storica e elaborare i diversi profili delle identità locali, nazionali e sopranazionali. Dunque: priorità del “diritto romano”, promozione e salvaguardia della lingua e della cultura italiana, ma anche e soprattutto della tradizione e del pensiero religioso, attraverso la ricerca su Fonti e testi della tradizione religiosa italiana. E questo in un momento in cui la Costituzione europea ha appena espunto il riferimento alle radici cristiane.
Da segnalare un piccolo e non trascurabile dettaglio: mentre De Maio ha già dovuto lasciare il posto al nuovo che avanza: ovvero al più giovane Fabio Pistella, De Mattei è l’unico uomo  del vecchio organico di commissariamento che non se ne va, ma anzi vede rafforzata la sua posizione.
il suo l’unico nome certo, fino ad oggi, del nuovo consiglio di amministrazione del Cnr. I ricercatori che vorranno fare libera ricerca nell’ambito della storia possono cominciare a preparare le valigie.

L’uomo nuovo che viene dall’Enea
Freddo”, “distaccato, efficiente,”un uomo pragmatico, che si sa muovere bene nell’ambito del potere, “un uomo che ha una concezione alta del potere, specie se ce l’ha lui”. Sono queste le voci che si rincorrono sul conto del neo commissario generale del Cnr, Fabio Pistella, nei corridoi dell’Enea a Roma, l’istituto di ricerca che lo scienziato ha diretto fin dal 1984, quando giovane laureato e con appena un centinaio di pubblicazioni in tasca è stato assurto al cielo della massima carica dell’istituto. Un’istituto di ricerca che allora godeva ancora di molto prestigioracconta Franco Attura, ricercatore che al centro ricerche Enea Casaccia di Roma lavora da 35 anni. Pistella è un uomo intelligente – dice – con un’impostazione manageriale. Non di tipo Cnr classico, basata sui rapporti con l’università. Ha spinto l’Enea verso le imprese, la ricerca applicata, ma per quegli anni non è stato un male. Anche perché l’ Enea ha sempre avuto, comunque sia, una parte di libera ricerca e alcuni ricercatori che facevano attività di ricerca al di là dei grandi programmi che l’Enea si dava per ragioni strategicheサ”. Progetti con l’Ansaldo e altre aziende nazionali, con la Fiat; poi la svolta, la rapida decadenza a cui hanno contribuito molti fattori – spiega Attura – compreso il taglio dei finanziamenti pubblici. Siamo arrivati al 17 per cento in meno: adesso e la situazione si sta facendo davvero critica. Dobbiamo preoccuparci noi di reperire i fondi sul mercato. Ma le industrie sulla ricerca non mettono soldi in una situazione come questa, economicamente critica. Il rischio è anche di scadimento culturale. E per i giovani ricercatori ? L’Enea non rappresenta più una meta ambita – ammette Attura -. C’è sempre meno lavoro sicuro, sempre più precariato, legato  a contratti a tempo determinato, ad assegni di ricerca. Andando avanti di questo passo – conclude – il rischio è che l’Italia esca completamente dal panorama internazionale della ricerca. I segnali ci sono già.

La politica che verrà
Se Pistella si è insediato da poco e non ha avuto ancora il tempo di uscire pubblicamente con dichiarazioni d’intenti e programmi, in filigrana qualcosa della sua impostazione è leggibile nel programma di De Maio. Spesso, infatti, è stato Pistella a scriverne i contenuti. Sua l’idea di un’organizzazione del Cnr strutturata a matrice. Pistella era, insomma, il braccio operativo dell’ex commissario generale e in qualche modo gli ha scavato sotto. Risultando più gradito all’establishment Moratti.
De Maio – spiega Paolo Saracco, segretario nazionale Snur Cgil – come commissario speciale non è andato ad occupare militarmente il Cnr, applicando in maniera secca ciò che il ministro Moratti aveva detto e scritto. L’operazione che ha compiuto è stata più sottile: un ascolto selezionato dei poteri accademici forti, cercando di riportare dentro il Cnr coloro che se ne erano sentiti esclusi, fin dai tempi dei comitati nazionali di consulenza creati quando era ministro Berlinguer. Allora – spiega Saracco – si era costituita una rete esterna di professori universitari e di scienziati sicuramente di valore e anche molto targati politicamente che De Maio ha cercato di reimpiantare sul Cnr stesso, cercando di renderlo molto simile a come era una decina di anni fa”. De Maio, insomma, si è fatto portatore di un proprio progetto, di rappresentanza di poteri forti che vorrebbero un sistema della ricerca all’americana, molto concentrato su alcuni, pochi, prestigiosi, centri di ricerca. E cercherà di farlo passare, anche ora che ha rotto con Letizia Moratti, cercando nuove alleanze, anche nel centrosinistra.

da avvenimenti, 3 luglio 2004

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Macchine per l’oro e la seta. Ecco l’ingegnere Leonardo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 25, 2004

Un nuovo museo a Vinci, per presentare e far conoscere dal vero le macchine di fantasia che Leonardo (1452-1519) disegnava e tracciava instancabilmente sui fogli che oggi compongono i preziosi codici, dall’Atlantico allo Hammer. Frutto della mente di ingegnere, tecnico costruttore, abile inventore di macchine per feste di corte, anche per interesse spiccio al soldo di signori potenti come Ludovico il Moro. Astuto e geniale, Leonardo arrivò anche a preconizzare la bicicletta e perfino le materie plastiche con resine speciali a base naturale. Che poi funzionassero, questo è un altro par di maniche. Ma sta di fatto che dai disegni e degli schizzi leonardiani continuano ad uscire continue sorprese, che con i debiti aggiustamenti oggi storici della scienza e conservatori di musei si sono dati a realizzare, come mirabilia da offrire al pubblico e non senza rischi di scadere in una sorta di Disney Leonardiana. Il Museo Ideale Leonardo da Vinci diretto da Alessandro Vezzosi ha percorso fino in fondo questa strada; diverso invece il tracciato seguito dal museo comunale Leonardo da Vinci diretto da Romano Nanni, fin qui sempre oculato e attento a non presentare niente che non avesse una precisa valenza scientifica. Vedremo se sarà vero anche dopo questa vistosa svolta che si dipana da domani, con l’inaugurazione ufficiale di un nuovo spazio museale, a pochi metri dalla vecchia sede, nella Palazzina Uzzielli, anch’essa di proprietà pubblica, palcoscenico dove presentare, “per la prima volta al mondo”, una serie di modelli di macchine costruite a partire da disegni leonardiani. Quattro le novità assolute annunciate: la battiloro, macchina immaginifica, che sarebbe dovuta servire a produrre foglia d’oro e d’argento per broccati e altre lavorazioni preziose. E poi il binatoio a casse per trarre da due fili di seta uno più forte; e, ancora più complessa variazione sul tema: la filatrice multipla, immaginando i prodromi della meccanizzazione del processo della manifattura tessile. Fra le macchine da cantiere, invece, un’altra “prima”: è la gru a piattaforma anulare, in scala uno a due, perfettamente funzionante. Progettata da Filippo Brunelleschi per la costruzione della cupoletta della lanterna di Santa Maria del Fiore a Firenze, la grande gru è documentata dai disegni di Leonardo ma anche di Bonaccorso Ghiberti e altri tecnici del tempo. Alla base dei modelli e delle proposte del nuovo museo, racconta il direttore Romano Nanni, una fitta rete di ricerche storiche e di verifiche tecniche. Per il futuro, poi, l’idea è di espandere ulteriormente il progetto del museo aprendo entro la fine dell’anno anche una sala di ottica, che racconti l’affascinante legame, ancora da esplorare, fra le invenzioni leonardiane e quelle di Alhazen, scienziato arabo dell’XI secolo. E dovrebbe anche prendere forma concreta la nuova piazza Guidi, punto di raccordo fra la vecchia e la nuova sede del museo, progettata in geometrie pensate per produrre effetti di scomposizioni e ricomposizioni da un pittore visionario come Mimmo Paladino.

Simona Maggiorelli la Nazione

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Il ritratto interiore

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 12, 2004


El Greco, ritratto di gentiluomo

Nella forma del volto, l’anima si esprime nel modo più chiaro”, scriveva Georg Simmel in un affascinante saggio intitolato Il volto e il ritratto. E ancora di più l’interiorità si rende leggibile, scriveva, quando quel volto non viene semplicemente fotografato, fissato in un’ immagine descrittiva dei tratti somatici, ma quando viene tradotto e, per così dire, reinterpretato, sulla tela. Quando c’è di mezzo la percezione, la sensibilità e il lavoro dell’artista, insomma, il volto diventa ancor più specchio di un’immagine invisibile che la macchina fotografica non riesce cogliere. Basta pensare al sorriso di Monna Lisa o alla potenza espressiva dei ritratti di Rembrandt volti spesso anonimi, ma dai quali sembra di poter leggere il movimento interiore del soggetto e persino i suoi affetti e le sue pulsioni. Ma la vera rivoluzione del ritratto, si sa, arriverà con il cubismo quando Picasso si mise a scomporre sulla tela il volto delle donne amate, cercando di rappresentarne l’interiorità. Un’immagine frammentata, “regressiva”, tanto che diventa difficile dire se sia stata davvero un’immagine della musa o non, piuttosto, un’immagine interiore creata dall’artista stesso. E se anche il Novecento italiano non offre personalità così geniali e dirompenti, anche i nostri Boccioni e, soprattutto, Modigliani cercarono, attraverso la scomposizione l’uno e la deformazione e l’allungamento delle linee l’altro, una via a una rappresentazione della figura umana che non fosse solo freddamente razionale. Ma la strada per arrivarci è lunga. Attraversa cinquecento anni di storia del ritratto. La indaga a partire dalle sue radici moderne nella Venezia di Tiziano e poi di Veronese e Tintoretto la mostra Il ritratto interiore che si apre il 1 giugno nel museo archeologico di Aosta. Un percorso di quasi 150 opere, scelte da Vittorio Sgarbi, passando dalle carnali figure femminili di Tiziano (che già rompono la rigidità ufficiale dei ritratti di corte), ai penetranti ritratti di Lotto che, per la prima volta, allargano il campo del ritratto anche a persone comuni del ceto medio, artigiani e mercanti, cogliendone l’individualità e la psicologia. Come nel “ritratto d’uomo’, proveniente dalla collezione Otto Neumann di New York, che trasmette il senso di una presenza umana viva e vibrante. Ancora più ardito, il ritratto di gentiluomo di El Greco, con le sue linee ritorte e allungate, un’originalità che spicca in un contesto cinquecentesco ancora fermo. E poi il Seicento raccontato attraverso alcuni folgoranti ritratti di Diego Velazquez, la ritrattistica aneddotica del settecento, l’ottocento simbolista e romantico, fino al Novecento che Sgarbi sceglie di raccontare puntando più sulla tradizione che sull’innovazione. Eccezion fatta per le tele di Giacomo Balla, declinandolo qui fra il naif di Ligabue e le contorsioni interiori di Pirandello, passando per un insolito Ritratto col fiore in bocca di Pier Paolo Pasolini. Fino ad ottobre. Catalogo Skira ( Simona Maggiorelli)

dal quotidiano Europa, giugno 2004

dal quotidiano Europa

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La lucida follia degli aguzzini

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 21, 2004

da AVVENIMENTI 21.5.04

di Annelore Homberg*

Le immagini delle torture in Iraq costringono a prendere atto, per l’ennesima volta, di quello che l’essere umano può infliggere a un altro essere umano. Siamo costretti, almeno per un po’, a vedere ciò che sapevamo già. Vi è una ferocia lucidamente organizzata che viene attuata non solo da dittature del terzo mondo ma anche da paesi evoluti e industrializzati. Se è cosi, come abbiamo sentito nel dibattito di questi giorni, se queste atrocità non spariscono nemmeno nelle condizioni evolute delle democrazie parlamentari, allora il vero problema è la natura umana. Nell’uomo ci sarebbe una dimensione barbara e bestiale e questo nucleo non sarebbe eliminabile. Altri, più sofisticati, dicono che le persone non hanno un’identità propria, hanno un’identità solo se vengono riconosciute dal loro gruppo, quindi fanno di tutto, anche delle atrocità, pur di rimanere nel gruppo di appartenenza. Altri ancora hanno tirato fuori la vecchia storia del gruppo che toglie le inibizioni, così nella massa l’individuo si troverebbe a fare cose che da solo non farebbe mai. Come psichiatri riteniamo che nessuno si dovrebbe accontentare delle affermazioni che ho appena citato. Prima di tutto, non è affatto necessario ritenere che le atrocità commesse esprimano il male nascosto nell’essere umano o che siano la prova di avvenuta regressione all’animalità. Gli animali non torturano; è specifico dell’uomo che può diventare disumano. Va fatta una lunga ricerca sulle realtà interne che sostengono tale disumanità e troveremmo, con sopresa, che il motivo ultimo non è né l’odio né il sadismo né la paura dei superiori. Troveremmo una strana storia di persone lucide. L’uomo può arrivare a una realtà psichica alterata a tal punto che non riconosce più, interiormente, l’altro essere umano come tale. Per questo annullamento dell’altro come essere umano lo può poi trattare, razionalmente, come un oggetto, come mero mezzo per raggiungere altri obiettivi, come verme da schiacciare, come insetto da eliminare. *Psichiatra e psicoterapeuta

Cartoline da Bagdad

Come souvenir, le sevizie di guerra dei soldati «pacificatori»

di Simona Maggiorelli

Arrestati di notte e portati via così come si trovavano. Spesso, presi ancora nel sonno dai soldati della coalizione che usavano fare rastrellamenti nelle case private di Bagdad e nei villaggi per scovare nemici. I settemila stipati nel carcere di Abu Ghraib sarebbero tutti terroristi sospetti secondo le forze militari angloamericane. Da rinchiudere, torturare, ridurre in condizioni umilianti, sottoporre a sevizie. Qualche volta fino alla morte, come è accaduto al ventottenne Baha Mousa, ucciso di botte. Più spesso fiaccati da elettrodi a mani, piedi e genitali; spezzati dallo stillicidio di umiliazioni come l’essere incappucciati e ammassati, nudi, l’uno sull’altro, ridotti a masturbarsi con in testa mutande femminili, costretti a mimare scene di sesso orale fra uomini, sotto la luce dei flash e dei sorrisi fatui di soldatesse e soldati, certi dell’impunità.

Dal 70 al 90 per cento dei casi, si legge nel dossier della Croce Rossa internazionale, i prigionieri di Abu Ghraib e di altri carceri da campo sono persone arrestate per errore. Intanto le sevizie gratuite documentate da centinaia di foto e di cd rom, modello souvenir da riportare a casa insieme ai ritratti sotto la palma o con il cammello, cominciano a circolare, a far conoscere al mondo questa orrenda galleria degli orrori firmata dai «pacificatori», per usare l’espressione d iGianfranco Fini di Alleanza Nazionale. Una brutta faccenda che si fatica a comprendere, dal momento che si è dimostrata così diffusa, sistematica, comprovata, al di là della manciata di foto false che sono costate la poltrona al direttore della testata inglese The Mirror.

Un fenomeno che fa tornare alla mente tristi episodi di storia fascista. Le foto d’epoca in Eritrea, con i militari italiani che ostentavano come trofeo il cadavere evirato di un uomo o si facevano ritrarre accanto a donne con il seno scoperto. Ma dal cassetto delle cose più brutte della nostra memoria escono anche le “foto ricordo” delle sevizie compiute dagli italiani in Somalia e arrivando a l’altro ieri, la violenza sessuale usata come arma, in Kosovo, nel Congo, in Rwanda. E in tante altre guerre “dimenticate”.

Nella terza puntata della sua importnate inchiesta sul New Yorker, Seymour Hersh documenta come le sevizie, fin dal febbraio 2003, non fossero affatto il risultato della mente perversa di alcune cosiddette «mele marce», come la soldatessa Lynndie, pollice alzato e sorriso compiaciuto davanti alle sue malcapitate vittime accatastate in rappresentazioni fetish, costrette a strisciare, trascinate per ore con una cinghia al collo. Hersh ricostruisce che si trattava della messa in pratica di un preciso cliché (lo stesso generale americano Antonio Taguba, del resto, nel suo dossier parlava già delle sevizie come «systemic problems») secondo il protocollo «verde rame», di cui la prima regola era «prendi chi ti pare e fai quel che ti pare», in ottemperanza alla dottrina «della guerra senza limiti», varata dal ministro della Difesa americano Rumsfeld. «La stessa – scrive ancora Hersh – che è stata messa a punto e sperimentata in Afghanistan e a Guantanamo». Strumento principe: sevizie, stupri veri o mimati, abusi sessuali di ogni tipo, per calpestare la sfera più intima dell’altro, per entrare subito, con prepotenza, nella sua sfera più intima, nel suo mondo psichico, nella sua mentalità, nel suo modo di sentire.

«Per un arabo e un iracheno in particolare – commenta lo scrittore Youvnis Tawfik, dissidente del regime di Saddam e fondatore del centro di cultura araba di Torino – l’essere sottoposto a situazioni come quelle che abbiamo visto, denudato e oltraggiato, è un dramma. Peggio che essere fisicamente torturati. Peggio che rischiare di morire. Nella cultura islamica – spiega Tawfik -il corpo è specchio dell’anima, fa parte della propria intimità. Anche quando un uomo lavora può mostrare al massimo le braccia nude o il torace, non di più». Una cultura e una concezione del corpo, per certi versi chiusa e conservatrice, ammette lo scrittore iracheno, ma che, «diversamente che in Occidente sottintende un’integrità di corpo e mente», per cui « il nudo non è un fatto solo fisico». Aspetti che i soldati torturatori hanno sfruttato lucidamente. «Lo scopo delle sevizie – denuncia Tawfik – non era estorcere informazioni, ma rompere, calpestare la dignità degli iracheni. Spezzare l’orgoglio e la volontà del popolo iracheno». E aggiunge: «Anche per un laico come me che vivo all’estero, che sono entrato in contatto con tante culture diverse, è stato un dolore vivo vedere quelle immagini. In questo voler sbeffeggiare la virilità degli uomini iracheni, vi ho visto una rivalsa degli americani sulle proprie frustrazioni sessuali, utilizzate per affermare con violenza la propria superiorità.

Un messaggio chiaro diretto non solo agli iracheni, ma a tutti gli arabi». Che le sevizie siano un fatto lucido e studiato a tavolino lo sostiene anche Anteo Di Napoli di Medici contro le torture, un’associazione di internisti, ginecologi, psichiatri, nata in Italia come costola di Amnesty International (perché Amnesty per mandato non può fare attività clinica) e che si occupa del recupero delle vittime delle torture. «Per esperienza diretta – dice Di Napoli – posso dire che qualche forma di abuso sessuale viene sempre esercitata durante le torture, l’essere denudati abbassa immediatamente le difese, mette in una posizione più fragile, dà accesso all’intimo. E le torture sessuali, spesso, sono quelle che lasciano i segni psichici più forti, più difficili da scoprire». Medici contro le torture ha base a Roma e a fare ricorso alle loro cure sono soprattutto persone che vengono dalle regioni africane dei Grandi laghi e dall’Est. «Spesso si rivolgono a noi come medici di base, perché hanno dolori all’addome, mal di testa perenne perché non riescono a dormire. Denunciano sempre qualche sintomo fisico le donne, ma soprattutto gli uomini abusati non rivelano mai di aver subito torture violenze sessuali, lo scopri poi, se riesci ad agganciarli in un rapporto, rispondendo a queste loro prime richieste, perché la violenza sessuale viene spesso perpetrata in modo da distruggere interiormente l’altro, da procurargli un trauma perenne». Il quadro della diffusione di questo tipo di violenze è ancora oggi più che drammatico.

Basta leggere i recenti dossier fatti dalle organizzazioni non governative e da associazioni per i diritti umani. In Congo, racconta una ricerca sul campo di Medici senza frontiere pubblicata due mesi fa, «la violenza sessuale è un deliberato strumento di guerra, usato per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile». Gli abusi e le violenze riguardano soprattutto le donne e, in particolare, le adolescenti. «Vengono scelte, dicono i medici dell’associazione – perché il danno e le umiliazioni subiti feriscono profondamente non solo loro, ma anche le loro famiglie e spesso l’intera comunità». E la pratica dello stupro spesso continua anche quando la guerra è finita. In Rwanda dalle 300mila alle 500mila donne sopravvissute al genocidio sono state stuprate. E la violenza carnale è diventa arma letale con la diffusione del contagio da Hiv, senza adeguate cure. In paesi come la Cecenia, il Pakistan e l’Afghanistan, dove lo stigma sociale dell’essere state stuprate è particolarmente pesante, le donne spesso vengono ripudiate e uccise. In Sudan, in Burundi e in Rwanda, riporta un dossier di Amnesty International diffuso lo scorso febbraio, le situazioni di violenza non conoscono tregua. In Rwanda, in particolare, dove il 60 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà, anche la violenza domestica, non solo quella perpetrata dall’esercito, è andata aumentando. E l’essere violentate comporta per le donne la perdita di diritti civili e politici. «Spesso – raccontano i medici di Amnesty – sviluppano conflitti interiori al punto da avere sensi di colpa per essere sopravvissute allo stupro». Costrette ad aborti e a matrimoni forzati, molte volte sono spinte anche all’infanticidio. I fatti più drammatici riguardano la catena delle violenze che si riverbera poi sui figli, detti «enfants mauvais souvenir», oltraggiati in ogni modo. Il punto – ribadisce il dottor Anteo Di Napoli- è proprio questo. L’obiettivo del torturatore è distruggere la persona, in quanto persona e in quanto parte di un gruppo». E aggiunge: «Nella maggior parte dei casi, ci troviamo davanti a violenze praticate a freddo, in maniera lucida. Abbiamo assistito a casi di torturatori che ogni giorno alla stessa ora andavano a torturare una persona e poi magari tornavano a casa, a cena con i propri figli». Episodi sui quali, purtroppo, il nazismo ci ha lasciato ampia documentazione. Si può pensare che tutti i militari delle SS fossero pazzi o che lo siano tutti i giovani soldati anglo americani sul fronte? «Non ho elementi per dirlo – conclude Di Napoli – ma in nove anni di lavoro contro le torture, e leggendo la vasta letteratura sull’argomento, mi sono fatto l’idea che non si diventa facilmente torturatori. Una cosa è la situazione di guerra con tutti i suoi orrori, un’altra è la tortura che devi compiere sull’altro con cui hai un rapporto, che conosci, che dipende totalmente da te ed è inerme. Lì c’è un salto enorme».

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È su piazza la cultura italiana

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 23, 2004

di Simona Maggiorelli

La storia dell’«assalto al patrimonio culturale» comincia a fine 2001, quando circola la prima Finanziaria del governo Berlusconi che ventila la possibilità di un massiccio intervento dei privati nel settore dei beni culturali. La notizia si diffonde anche oltre confine e 37 direttori di musei firmano a New York un appello al governo italiano. Ma il ministro dell’Economia Tremonti, come nota Settis, si comporta come quel ministro lituano protagonista delle correzioni di jonathan Franzen che organizza via internet la vendita a pezzi del proprio paese, creando la Lithuania Incorporeted, «una nazione for profit». Così, con un decreto del 15 aprile 2002, il ministro dell’Economia da vita alla Patrimonio spa «per la valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio di Stato». Scatta l’allarme . Al ministro arriva anche una lettera di Ciampi. Ma dopo qualche leggero aggiustamento, a giugno, il decreto diventa legge. Comincia a circolare la parola “cartolarizzazione”, termine fin qui ignoto agli italiani. Alla Patrimonio spa d’ora in avanti potranno essere trasferiti «tutti i beni immobili del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato». Ma un decreto del ministro dell’Economia precisa che i beni potranno essere trasferiti in proprietà anche all’altra società per azioni, la Infrastrutture spa, aperta a capitale privato. In questo modo si crea un grosso fondo di beni che potranno essere «controllati mediante pacchetti azionari, ma anche venduti e dati in affitto». Anche il patrimonio culturale italiano entra a far parte di questo fondo, con l’unica garanzia in più che, per la sua vendita, ci vorrà anche la firma del ministro dei Beni culturali. Un principio del resto presto sconfessato. Il 24 dicembre 2003, ultimo giorno di finanziaria, viene approvato il decreto che introduce la dismissione urgente degli immobili pubblici, mettendo in vendita in tre giorni decine di palazzi e strutture, senza consultare il ministero dei Beni culturali. Fra questi l’ex Manifattura tabacchi di Firenze, edificio monumentale vincolato dal ministero, che sarebbe dovuto diventare la nuova cittadella della cultura e dell’arte contemporanea. Un altro esempio è la Manifattura di Milano, già destinata alla scuola nazionale di cinema. Stesso acquirente, la Fintecna. società privata controllata dallo stesso ministero dell’Economia. Sul Giornale dell’arte del febbraio 2003, intanto, l’archeologo e docente dell’University College di Londra, Gaetano Palumbo, scrive: «Sono 35 le proprietà vincolate messe in vendita nella prima fase delle aste Scip, la società di cartolarizzazione degli immobili pubblici creata, prima della Patrimonio spa. Sono già stati venduti Palazzo Correr a Venezia, un palazzo storico al centro di Palermo, e un edificio a Milano, costruito sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, la residenza termale dei Granduchi di Toscana a San Giuliano Terme, e Villa Manzoni a Roma. Questi ultimi – spiega Palumbo – essendo stati battuti già due volte, verranno messi in vendita con uno sconto del 25 per cento. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro». È andata male a Villa Manzoni a Roma, ma per fortuna il comune di San Giuliano è intervenuto impedendo lo scempio. Il fatto che tutta l’operazione gli sia passata sopra la testa fa pensare al ministro Urbani di aver bisogno di consiglieri. Nomina così un comitato scientifico di consulenza sulla tutela; ne fanno parte anche Salvatore Settis e l’ex ministro Antonio Paolucci. Nel frattempo, Urbani si mette a scrivere un nuovo codice dei beni culturali. Il lavoro sulle diverse edizioni delle bozze si protrae per mesi. Il 3 marzo, sul numero 52 della Gazzetta Ufficiale, viene pubblicato il decreto del 6 febbraio, firmato dal ministro dei Beni culturali, per la verifica dell’interesse culturale dei beni da ven-dere.Alla metà di marzo, il ministro Urbani, rispondendo alle interrogazioni sui criteri di vendibilità del patrimonio pubblico, giura di essersi svincolato dal rampante liberismo di Tremonti. «Non è il Demanio a proporre a noi quali beni possono essere alienati, siamo noi come ministero – assicura- a predisporre un elenco di beni cosiddetti non culturali, che potrebbero essere venduti». Lo spostamento di baricentro, secondo il ministro, sarebbe attribuibile proprio alla spada di Damocle del meccanismo del silenzio-assenso, di cui si dice fiero. Peccato che il 17 marzo si sia tenuta la prima riunione operativa dell’Agenzia del demanio per la messa a punto di una lista di beni che potrebbero, da qui a poco, essere venduti. Secondo una prima proiezione del Demanio, riportata sul Corriere della Sera del 17 marzo potrebbero essere I Smila i beni immobili interessati dalla privatizzazione nei prossimi tre anni. «Il Demanio – scrive Paolo Conti, nell’articolo – ha messo a punto on line una scheda per fornire tutte le indicazioni tecniche per completare l’istruttoria. Le schede verrano inviate alle soprintendenze che dovranno motivare il parere sulla cessione ai privati». E aggiunge: «Da tempo il rilevante del nostro patrimonio verrà svenduto ai privati. Ma associazioni culturali e ambientaliste continuano a temere il peggio, cioè una dismissione selvaggia». Nuove promesse smentite del ministro Urbani in una comparsata a “Che tempo che fa” di Fazio, subito rintuzzata da un soprintendente di chiara fama come Vittorio Emiliani che sull’Unità scrive: «In base alla legge Bottai del 1939 recepita nel testo unico del 1999 i beni immobili pubblici erano inalienabili in quanto tali. Non è vero quello che ha detto il ministro Urbani in tv e cioè che potevano essere venduti» Nelle votazioni alla Camera per la finanziaria del 2000 la Lega infilò un emendamento che ribaltava il principio della inalienabilità, «L’intero polo – scrive ancora Emiliani – votò quello, anche parte dell’Ulivo». Spitz, direttore dell’Agenzia del demanio, incaricata di un programma di vendita annuncia: saranno presto sul mercato gli immobili demaniali conferiti alla Patrimonio Spa. Entro aprile sarà pubblicato il bando pubblico per la vendita di 29 dei 39 cespiti conferiti con un decreto del 21 luglio del 2003. Non ci sono stime esatte sull’incasso che la società potrebbe ottenere dalla vendita di alberghi, terreni, aree fabbricabili e addirittura un isolotto nella laguna veneziana. Gli avvisi di vendita compariranno sui giornali e poi il via alle aste. Italia Nostra, insieme a molte altre associazioni, promette battaglia denunciando la possibile dismissione del Poligrafico della Zecca dello Stato oltre che del palazzo del servizio geologico nazionale a Roma. Tanto per cominciare. Il primo maggio intanto entra in vigore il nuovo codice. Secondo il soprintendente delle Marche, Francesco Scoppola, con il meccanismo del silenzio assenso, il lavoro delle soprintendenze, soltanto per i beni demaniali, si moltiplicherà per sette. «Il must sarà “fare cassa”- scrive Titti De Simone -. allarme c’è. perché il susseguirsi dei provvedimenti fin qui prodotti dal comitato di affari di questo governo rischiano di trasformare in un colabrodo quel museo a cielo aperto, unico al mondo, che è il nostro paese».

Avvenimenti

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All’incanto

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 19, 2004

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

A maggio entra in vigore il nuovo codice dei beni culturali voluto da Urbani. Iniziano i saldi di fine Paese. Il nostro patrimonio ceduto al migliore, ma mica tanto, offerente Salvatore Settis: “In 120 giorni le soprintendenze dovranno rispondere se un bene potrà essere venduto. Se tacciono è come se dicessero sì. Ma senza personale e con pochi fondi è difficile che riescano a fare il loro lavoro” di Simona Maggiorelli

Il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali voluto dal ministro Urbani e tra pochi giorni inizieranno ad apparire sui giornali gli avvisi di vendita e di aste per la cessione di beni del patrimonio pubblico. In una previsione del Demanio, ancora approssimativa, si parla di oltre 15mila immobili. Le soprintendenze territoriali, già acciaccate da tagli e accorpamenti e, sotto organico, saranno intasate dal lavoro. Su di loro pende la spada di Damocle del silenzio-assenso. Ogni mancata risposta al Demanio verrà letta, così dice la legge, come un via libera alla vendita. Le associazioni ambientaliste, esperti e storici dell’arte denunciano, da più parti, il rischio di dismissioni selvagge. Qualche assaggio si è già avuto lo scorso dicembre con la cessione della Manifattura tabacchi di Firenze. L’ha decisa il ministro Tremonti per decreto, senza consultare il ministero dei Beni culturali. “Alla vigilia della sua entrata in vigore il nuovo codice destava parecchia preoccupazione – spiega Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, uno dei cinque consulenti di Urbani per la tutela dei beni culturali e autore del polemico volume, Italia Spa – Assalto al patrimonio culturale -. Abbiamo temuto che per beni non si intendesse più ” tutto ciò che ha un interesse culturale”, ma soltanto ciò che ha “un interesse culturale particolarmente importante”. Così si sarebbe potuto considerare importante il Colosseo e magari non una tomba sulla via Appia. Per fortuna il testo è stato corretto in più punti. Ma restano, ancora, diverse ombre”.

Per esempio?
Il confine incerto fra le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. Si è adottata una via molto fumosa: allo Stato spetta la tutela e alle Regioni la valorizzazione. Una distinzione senza capo né coda. Che non ha luogo in nessun paese al mondo. Ma bisogna anche dire che molto si deve alla modifica del Titolo V della Costituzione, di cui la responsabilità politica va al precedente governo. Il presidente della Consulta ha ammesso, di recente, che la metà del lavoro della Corte riguarda l’interpretazione di questo titolo, il che vuol dire che la riforma è stata fatta veramente con i piedi.

Perché si è scagliato contro la norma sul silenzio-assenso? Eppure Urbani dice che con questo meccanismo aumenteranno le tutele.
“Ma no. Questo è un meccanismo molto negativo inserito il gennaio scorso su indicazione del ministro dell’economia Tremonti. Un modo per favorire le vendite. Alle soprintendenze spetterà dire se un bene che il Demanio vuole vendere abbia un valore culturale oppure no. Ma se la soprintendenza non risponderà entro 120 giorni, il silenzio verrà interpretato come un assenso alla vendita”.

Il nuovo codice ridisegna le soprintendenze. Che ruolo avranno?

“Il codice, di fatto, non stabilisce nulla in materia. Ma dà alle soprintendenze tantissimi compiti. Per rispondere entro i tempi stabiliti alle richieste di valutazione ci vorrebbe un adeguato personale. Invece le soprintendenze, da 20 anni a questa parte, stanno perdendo dipendenti. Nei cinque anni del centrosinistra sono state assunte circa 300 persone, a fronte di 3000 dipendenti che, nel frattempo, sono andati in pensione. Di questo passo la situazione diventerà ingestibile. Il ministro Urbani sta approntando un decreto che riordina tutta la materia delle soprintendenze. Ma ci sono aspetti che io trovo molto criticabili. Si continua a moltiplicare il numero delle posizioni di vertice, mentre diminuisce quello delle soprintendenze territoriali. Le posizioni di vertice erano quattro nel 1998. Con il ministroGiovanna Melandri, sono diventate nove. E adesso sono 15. La tutela si fa nelle soprintendenze territoriali, si fa sul luogo stesso, non a Roma nei corridoi dei ministeri. Le posizioni di vertice hanno stipendi elevati, così si depauperano le finanze del ministero, mentre sul territorio ci saranno sempre meno persone”.

Un quadro abbastanza fosco quello delle soprintendenze locali, stipendi bassi, pochi addetti, ridotti quasi a far volontariato…
“È così. Gli stipendi di chi lavora in soprintendenza non sono per nulla competitivi. E spesso si tratta di persone molto preparate. Se lavorassero in un museo americano, con le stesse mansioni, sarebbero pagati almeno 7 o 8 volte di più.”

Il sistema americano in Italia viene spesso citato astrattamente. Lei che è stato responsabile del Getty di Los Angeles che ne pensa? È davvero un modello da inseguire?
“Conosco il sistema americano, gli ho dedicato sei anni della mia vita. Per certe cose mi piace, per altre no. Apprezzo, ad esempio, il rapporto che gli americani hanno con la loro Costituzione: prima di metterci le mani ci pensano su parecchio. Da noi, invece, la Carta è diventata come una sorta di leggina che si può cambiare a piacimento. Per quanto riguarda i musei in senso stretto, non credo siano un modello esportabile in Italia. Le condizioni sono completamente diverse. Il Metropolitan Museum o il Getty non hanno nulla a che fare con il territorio circostante. Si va al Metropolitan per vedere un Tiziano, ma quando si esce per le strade di New York non c’è niente che gli corrisponda. Non è così a Venezia”.

Dunque?
“Il rapporto museo territorio da noi è un nesso stringente. Non è stata una scelta felice quella del ministro Melandri di creare i cosiddetti poli museali svincolati dal territorio. Non è mai stato così nella nostra storia. E poi i musei americani sono quasi tutti privati. E in Italia, per ingenuità, ma credo anche per disinformazione, quando si parla di gestione privata si pensa subito che il museo funzioni come una azienda e faccia profitti. Non è così”.

Il Getty o il Moma come si reggono?
“Il Getty spende ogni anno 200-250 milioni di dollari e ne incassa circa 1000. Certamente non è la biglietteria che lo fa andare avanti. Mister IL Getty ha circa 7 miliardi di dollari investiti in borsa. Con gli utili che producono viene tenuto in vita il museo. Quando sento dire facciamo degli Uffizi una specie di Getty mi viene da ridere, perché gli Uffizi sono grandi almeno 30 o 40 volte il Getty Museum e non hanno fondi investiti o investibili”.

I giornali economici dicono che nel 2003, su cinque milioni di imprese italiane, solo 571 hanno usufruito della norma delle erogazioni per i beni culturali. Tutti ignoranti o non ci sono gli strumenti adeguati?
“Ecco, come si fa a pensare di poter trasformare gli Uffizi o altri musei italiani in musei privati o retti da privati? E poi bisogna studiare la storia. In Europa, e in particolare in Italia, i musei nascono dallo Stato, prima dai sovrani poi dalla Repubblica, ed è lo Stato che ne assicura la vita perché sono dei servizi. L’America è troppo giovane per avere questo tipo di passato, fino al 1900 non c’era nessun museo importante. Da quella data in poi grandi mecenati hanno cercato di creare una grande rete dei musei, sostituendosi allo Stato. Insomma il modello americano da noi è un’assoluta impossibilità istituzionale ed economica e stupisce vederlo citato anche da persone che dovrebbero essere informate”.

Se dovesse pensare a come rilanciare i musei italiani da dove partirebbe?
“Innanzitutto dalla ricomposizione di quel nesso museo-territorio di cui dicevamo. Parlando degli Uffizi, è assurdo che facciano capo al polo museale fiorentino, mentre Palazzo Vecchio e le chiese cento metri più in là rispondano ad altri. Bisognerebbe creare più semplicemente una soprintendenza “città di Firenze”, una “città di Roma” e così via. E fare in modo che godano di larga autonomia. Bisognerebbe in primo luogo incrementare il finanziamento pubblico e al tempo stesso incoraggiare le donazioni private mediante un sistema di defiscalizzazione totale. Tentando un circolo virtuoso fra i due. Puntando non solo sul grosso personaggio che regala dieci quadri, ma anche sul singolo cittadino che dà cento o mille euro”.

Incoraggiare le donazioni ma non le speculazioni private?

“Quando si pensa a delle imprese private che entrano in un museo per guadagnarci, bisogna anche considerare che chi ci guadagna non incrementa i finanziamenti del museo”.

E con le attuali situazioni d’impasse? Per restare in tema il corridoio vasariano a Firenze, con tutto ciò che contiene, è chiuso al pubblico e probabilmente lo resterà ancora a lungo, nonostante i buoni propositi.
“Ovviamente bisogna cercare un maggiore dinamismo. Il corridoio vasariano che è una delle cose più belle, non solo di Firenze, ma al mondo, dovrebbe essere riaperto. So che c’è un progetto. Per realizzarlo occorre più personale e trovare una gestione che non tratti i musei in maniera polverosa.

In questo quadro qual è il ruolo delle fondazioni? La trasformazione del Museo Egizio in fondazione ha suscitato parecchie polemiche.
“Le fondazioni, io credo, vadano viste una per una. La situazione del museo egizio così come si presenta oggi, non mi piace. Quello è un caso in cui ci sono ben due fondazioni bancarie. L’esordio credo sia stato di 70 milioni di euro fra tutte e due. Il tipo di marchingegno che è stato creato fa sì che la fondazione inghiotta il museo. È inaccettabile che ci sia un consiglio di amministrazione composto da 9 persone di cui uno solo rappresenta la struttura delle soprintendenza. Lo Stato, che dà due o tre miliardi di euro con tutti gli oggetti del museo, dovrebbe avere la maggior parte del consiglio di amministrazione. Invece si mette in minoranza. Ora uno Stato che si mortifica, si genuflette per 70 milioni di euro, a me non piace. Io credo in uno Stato forte che negozia con i privati. Sono anche per un ruolo molto propositivo dei privati, ma non così”.

Allora cosa pensa del condono e della sua proroga?
“Lo considero una sciagura nazionale. È uno degli atti contraddittori che questo governo ha fatto, oltretutto dopo un mese o due che il ministro Urbani ha varato una legge sulla qualità architettonica. Non si può proteggere la qualità architettonica e insieme condonare qualsiasi orrore. Sono due concezioni completamente opposte. Il condono, fra l’altro, pare abbia prodotto un gettito inferiore a un quarto di quanto si attendeva. Non ho verificato questa cifra, ma al di là del possibile incasso penso sia un modo assai sbagliato di affrontare i problemi. Ne esce un discorsetto di questo genere: esistono delle regole, ma non importano più nulla se serve a fare cassa. Quando Craxi, nell’84, varò il primo condono, si disse che era una tantum. Da allora si è concesso altre due volte. Ormai tutti hanno la quasi certezza che ogni 5 o 6 anni ci sarà un condono e questo incoraggia gli abusivi.

(*) SALVATORE SETTIS: professore ordinario di storia dell’arte e archeologia classica, è direttore della Scuola Normale di Pisa. Dal 1994, per sei anni, è stato direttore del Getty Center Research Institute a Los Angeles e, l’anno scorso, è stato fra i cinque saggi a cui il ministro Urbani ha chiesto una consulenza sui temi della tutela. Fra i suoi tanti scritti, i saggi su Giorgione, sulla colonna Traina e sull’evoluzione del canone della pittura, fra sfumato e disegno, fra ‘400 e ‘500. Nel 2002 ha pubblicato il pamphlet Italia Spa, assalto ai beni culturali e, sempre per Einaudi, è appena uscito il suo Futuro del classico.

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