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Saccheggio in Mesopotamia

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 3, 2009

fales-nuovoCercando di fare capolino oltre la cronaca più spiccia. Oltre lo stillicidio di notizie che, a singhiozzo, dopo i giorni feroci del saccheggio sono comparse sui giornali. Puntando a ricostruire passo dopo passo la storia di uno dei più importanti musei dell’area dell’antica Mesopotamia: il museo di Baghdad. Dalla nascita nel 1923 sotto l’egida degli inglesi, alla nazionalizzazione del 1974, ai saccheggi avvenuti durante la Guerra del Golfo, fino al clamoroso sfascio dei primi giorni del dopo Saddam.

Con più di 15mila pezzi trafugati in una manciata di giorni, dall’ 8 al 12 aprile 2003, al termine della rapida invasione dell’Iraq da parte delle forze angloamericane, con migliaia di reperti poi rivenduti al mercato nero e via internet. Oggetti d’arte, che in parte poi sono comparsi in Siria, in Giordania, in Arabia Saudita, ma anche nelle botteghe antiquarie di mezza Europa e degli Stati Uniti.

A ripercorrere da vicino queste vicende in un prezioso volume di 470 pagine, Saccheggio in Mesopotamia, edito dalla casa editrice universitaria Forum di Udine è l’archeologo Frederick Mario Fales, uno dei primi italiani ad andare, più di vent’anni fa a scavare, insieme a colleghi tedeschi e inglesi, i siti archeologici dell’antica Mesopotamia, luoghi dai nomi mitici come Selucia, Babilonia, Ninive.

Lavoravamo negli scavi mentre sopra di noi volavano gli aerei della guerra Iran Iraq, che andavano a bombardare i Curdi” racconta l’archeologo. “Sotto il regime di Saddam – ricorda Fales – ho conosciuto il museo nel suo fulgore”: una teoria di oltre ventotto gallerie dedicate alla cultura sumera, babilonese, assira, arrivando fino all’età achemenide, ellenistico romana, e poi islamica. Con reperti che risalgono fino a 10mila anni fa.

Tra questi anche la famosa Dama di Uruk, misterioso e unico volto femminile scolpito prima dell’età del bronzo, molto prima che la civiltà di Uruk, raccontano gli studiosi, consegnasse all’umanità l’invenzione della scrittura. Un reperto che, per fortuna, compare oggi nella lista dei beni in salvo (alcuni dei pezzi più preziosi, racconta Fales nel suo libro, erano stati depositati prima della guerra in località segrete). Diversa la sorte toccata, invece, ad altri pezzi come, ad esempio, il vaso di alabastro del tempio di Uruk che risale a tremila anni prima di Cristo: è stato ritrovato sì, ma gravemente danneggiato.
E, se nel caos del 2003, il dramma era stato soprattutto la spoliazione del museo di Baghdad, nel 2004 i danni maggiori sono venuti dagli scavi calndestini dei siti archeologici : l’epicentro del racket dei furti, nel Dhi Qar, nei centri a nord di Nassiriya, come Ash Shatrah e Ar Rifa’i. I ladri hanno depredato con violenza, specie attorno a Nassiriya, dove non c’era sorveglianza.

Una strage su commissione, denunciano gli archeologi. E un danno gravissimo, irreparabile. Perché gli scavi fatti da incompetenti distruggono il contesto, separano il reperto dal suo tempo, dal suo significato. E in questo modo si finisce per perdere una quantità immensa di dati e informazioni. Ma chi c’è dietro quest’evento che si è ripetuto ogni giorno quasi inalterato dal 1991 si domanda Fales.” Purtroppo, per miseria,cercando di sopravvivere alla guerra – dice Fales  – soprattutto iracheni impoveriti che si recano ogni giorno al loro ‘lavoro’ di sterrare le aree archeologiche a caccia di reperti di pregio per poi cederli a ricettatori locali, dietro i quali ci sono organizzazioni internazionali dedite al commercio di reperti antichi. Un traffico – aggiunge – che spesso serve a riciclare denaro sporco”.

L’embrago americano  ha fatto le fortune della classe dirigente irachena – spiega Fales – ma il resto della popolazione irachena ha subito una severa proletarizzazione per un decennio, e le depredazioni di pezzi d’arte non hanno certo cambiato la loro situazione”. Ad arricchirsi, semmai, sono stati altri: antiquari, collezionisti, multinazionali. “Sul campo – prosegue l’archeologo – non sono rientrati soldi, è rimasta solo la ferita aperta di un mnemocidio, un assassinio della memoria storica”. E l’angoscia, per questa vertiginosa perdita non si placa, neanche oggi che arrivano notizie incoraggianti sui ritrovamenti e nonostante gli aiuti internazionali tesi alla ricostruzione del museo di Baghdad con l’ausilio  di metodologie ammodernate. Anche perché, denuncia Fales, in questi lunghi anni di guerra non si sono perse solo ricchezze artistiche ma si è interrotta quella crescita di nuove generazioni di esperti, studiosi e archeologi iracheni che aveva cominciato a produrre risultati importanti fino agli inizi degli anni Novanta. “A causa della  pauperizzazione degli statali causata dall’embargo – spiega – con conseguente impennata dell’inflazione c’è stata nell’ultima decina di anni una massiccia serie di abbandoni con migrazioni verso il settore privato e, soprattutto, verso altri paesi del Medio Oriente”.

“Oggi è urgente aiutare gli archeologi iracheni a difendere con dignità la propria reputazione professionale rispetto ai nuovi amministratori occidentali, che tendono ad epurare chi aveva un precedente ‘ tesseramento’ nel Baath,  è urgente -conclude Fales – cercare di aiutarli perché possano riprendere le redini dell’attività archeologica del paese riportando l’Iraq nella rete moderna dell’archeologia scientifica”

Da articoli del settimanale  Avvenimenti e del quotidiano Europa pubblicati  nel 2004

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Venere clandestina

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 2, 2006

latleta-della-croaziaAdriano La Regina: «L’Atleta non è di Lisippo. Potevamo anche lasciarglielo. Sarebbe stato un gesto di generosità» di Simona Maggiorelli

È stata trafugata dalla Sicilia, dopo uno dei tanti “scavi” illegali di opere d’arte. Ed è riapparsa nel Paul Getty Museum di Malibu, in California. Ora il direttore del museo, Michael Brand, promette che la Venere di Morgantina sarà restituita ma solo se, entro un anno, si riusciranno a trovare prove certe che sia stata rubata. La Venere è uno dei 52 pezzi contesi di cui lo stato italiano ha chiesto la restituzione. Ma il Getty non è disposto a mollarne più di una ventina. La settimana scorsa il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, è volato negli Stati Uniti per rilanciare la sua campagna di restituzioni. Il braccio di ferro continua. Ma il professor Adriano La Regina, ex soprintendente ai Beni archeologici di Roma, non è convinto dell’enfasi che accompagna questa operazione.

Professor La Regina, che cosa pensa della proposta di Rutelli di applicare ima glasnost ai musei stranieri, che non dovrebbero più esporre opere rubate?
È importante che abbia trovato ascolto a livello politico una richiesta che veniva da ambienti di studio e da Paesi come la Grecia, l’Italia e la Turchia che hanno subito una forte emorragia di reperti trafugati. Certo, si tratta di una proposta che arriva dopo le azioni della magistratura e dei Carabinieri, ma anche dopo che il governo americano ha dimostrato attenzione a questi temi.

Ma i musei americani non sono i primi indiziati del saccheggio?

Diversamente da quanto accade in Italia, il governo americano non ha potere sulle istituzioni museali, che sono in gran parte private. Ma ha giurisdizione sulle dogane e ha reso i controlli più severi pervenire incontro alle richieste dei Paesi stranieri. Una certa moralizzazione c’è stata anche in Svizzera che spesso è stata terra di transito per le opere rubate. Ripeto, è importante che il governo assuma questo impegno. Il problema ora è che fare.

Lei che strategie attuerebbe?
La soluzione alla quale avevo lavorato all’inizio degli anni Novanta e che divenne ima proposta di legge firmata dal sottosegretario Covatta, cercava di risolvere il problema del traffico illegale adottando una strategia di maggiore liberalità nei confronti dei Paesi stranieri, dando loro la possibilità di tenere in prestito a lungo, anche per 5 o 10 anni, materiali archeologici scavati in Italia. L’obiettivo era favorire la ricerca, lo studio, piuttosto che l’acquisto. Questo avrebbe depresso il mercato alimentato dai musei e dai privati che in Usa beneficiano di forti sgravi fiscali sulle donazioni.

Insomma occorre scoraggiare il business?
Si tratta di alleggerire la pressione sulla domanda del mercato, che incoraggia gli scavi clandestini e, quindi, la devastazione del patrimonio archeologico.

Perché la proposta di legge non ebbe fortuna?
Non fu bene accolta nell’ambiente degli storici dell’arte e degli archeologi. Che hanno una mentalità molto gelosa nei confronti dei materiali archeologici. E la legge non andò avanti. Ma ora leggo che il ministro Rutelli si sta orientando verso una politica di prestiti di più lunga durata. È positivo.

Rutelli ha recuperato la sua proposta?
Non direi questo. Piuttosto ha scelto una strada con divisa da molto tempo. Poi gli darà una sua impostazione. E mi pare giusto.

E sulla campagna di restituzione dei pezzi già migrati clandestinamente?
Non è semplice. Bisogna riuscire a dimostrare che si tratta di opere rubate. E nel caso di scavi clandestini è difficile arrivare a documentarlo. Qualche volta i Carabinieri ci sono riusciti. Ma su una cosa non sono d’accordo…

Quale?
Non si può da una parte chiedere la restituzione dei reperti e dall’altra accettare una sorta di politica di scambio. Per cui se voi mi restituite il mal tolto io sarò più disponibile nei prestiti. Sono due cose diverse. Se si chiede indietro un bene tenuto indebitamente, va fatto senza condizioni. Altrimenti non è serio. Poi si può aprire un rapporto diverso che riguarda una politica di prestiti di maggior durala, non vincolandola alla restituzione. Sennò diventa tutto ridicolo, è una presa in giro.

E quando un’opera come l’Atleta di Fano viene pescato in acque internazionali?

È un’altra questione. Interviene la magistratura, in base al diritto internazionale. Anche questa storia dell’Atleta che il Getty ci dovrebbe restituire mi pare un po’ esagerata.

In che senso esagerata?
Diciamolo, non sono d’accordo sull’esaltazione che si fa di queste operazioni di restituzione. E poi trovo esagerata tutta questa enfasi sull’opera. Intanto non è un Lisippo.

Però tutti lo chiamano l’Atleta di Lisippo.
È un bronzo ben conservato. Un pezzo di pregio, ma non è un Lisippo. Diciamo le cose come stanno, che reclamiamo un’opera di una certa qualità. Ma senza esagerare, perché altrimenti si da la sensazione che si tratti di un trofeo. Di statue così, i nostri musei ne hanno già un gran numero. Non si tratta di opere d’arte eccezionali, sono soltanto dei prodotti artistici di buona fattura.

Dunque meglio lasciar perdere?
A mio avviso, in casi così sarebbe utile adottare decisioni diverse. Invece di vantarsi della pretesa restituzione, per quel tipo di opera si poteva anche fare un bel gesto e lasciargliela in deposito, facendo un gesto di liberalità e generosità. Perché riportare questi reperti in Italia, per poi buttarli in qualche deposito? Diventa una cattiveria. Dovremmo sempre tener presenti quali sono i nostri interessi da tutelare, ma anche quelli del pubblico. D’accordo non subire rapine, ma quando abbiamo la possibilità di valorizzare il nostro patrimonio, la nostra tradizione culturale, con una produzione che altri possono ben curare, vale la pena di lasciarglielo fare.

E i vasi del Fine Art Museum, che in questi giorni sono in mostra in Palazzo Massimo a Roma?

Io li avrei lasciati al museo di Boston. Avrei chiesto che ce ne riconoscessero la proprietà e poi avrei firmato un protocollo d’intesa. La generosità è anche un comportamento che premia.

L’obiettivo è la conoscenza?
Nei musei vanno le scolaresche, ci si può fare lezione. Hanno la funzione di diffondere informazione culturale. Ripeto, è nostro interesse, attraverso strumenti adeguati e rapporti corretti, favorire l’opera dei musei all’estero.

Rutelli denuncia che dagli anni Sessanta agli Ottanta c’è stata una eccessiva trascuratezza nella tutela. Cosa ne pensa?

La trascuratezza non è stata delle istituzioni, è stata politica. Spesso dovuta alla sudditanza italiana nei confronti di Paesi forti e vincitori, che poi erano quelli che facevano i grandi traffici. Ma c’è stata anche una sudditanza verso il mercato. Noi sottostavamo alle posizioni politiche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia. Ma anche della Svizzera e della Germania, perché erano forti sul mercato. Dunque eravamo perdenti.

Quali sono state le perdite più importanti?
Le devastazioni sono quelle che purtroppo vediamo in Italia un po’ ovunque, a cominciare dal paesaggio. Ce lo siamo giocato nel nome del profitto, della rendita immobiliare, del mercato. Riguardo all’archeologia, il saccheggio è tuttora molto attivo in Etruria, Puglia e in molte altre zone.

Quanto ha pesato la guerra?

La guerra è un momento critico per antonomasia. Vuoi dire distruzione, minori controlli. Quello che è stato portato via come bottino, in gran parte è stato restituito. L’unica situazione non risolta riguarda la Germania e la Russia, che ha trattenuto delle opere come risarcimento dei danni subiti.

Nell’Iraq devastato continua lo stillicidio delle opere d’arte. Come soprintendente lei collaborò alla costruzione di un laboratorio di restauro nel museo di Bagdad. Che cosa ne è stato?
Lo stillicidio continua eccome. In situazioni di povertà e di illegalità il patrimonio artistico è esposto a danneggiamenti e rapine. Non tanto nel museo, dove i reperti ora sono stati messi al sicuro e in parte si stanno restaurando con l’aiuto di esperti anche italiani. Ma la situazione di crisi e i furti continuano a un ritmo ben superiore a quello dei recuperi. Left

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La lucida follia degli aguzzini

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 21, 2004

da AVVENIMENTI 21.5.04

di Annelore Homberg*

Le immagini delle torture in Iraq costringono a prendere atto, per l’ennesima volta, di quello che l’essere umano può infliggere a un altro essere umano. Siamo costretti, almeno per un po’, a vedere ciò che sapevamo già. Vi è una ferocia lucidamente organizzata che viene attuata non solo da dittature del terzo mondo ma anche da paesi evoluti e industrializzati. Se è cosi, come abbiamo sentito nel dibattito di questi giorni, se queste atrocità non spariscono nemmeno nelle condizioni evolute delle democrazie parlamentari, allora il vero problema è la natura umana. Nell’uomo ci sarebbe una dimensione barbara e bestiale e questo nucleo non sarebbe eliminabile. Altri, più sofisticati, dicono che le persone non hanno un’identità propria, hanno un’identità solo se vengono riconosciute dal loro gruppo, quindi fanno di tutto, anche delle atrocità, pur di rimanere nel gruppo di appartenenza. Altri ancora hanno tirato fuori la vecchia storia del gruppo che toglie le inibizioni, così nella massa l’individuo si troverebbe a fare cose che da solo non farebbe mai. Come psichiatri riteniamo che nessuno si dovrebbe accontentare delle affermazioni che ho appena citato. Prima di tutto, non è affatto necessario ritenere che le atrocità commesse esprimano il male nascosto nell’essere umano o che siano la prova di avvenuta regressione all’animalità. Gli animali non torturano; è specifico dell’uomo che può diventare disumano. Va fatta una lunga ricerca sulle realtà interne che sostengono tale disumanità e troveremmo, con sopresa, che il motivo ultimo non è né l’odio né il sadismo né la paura dei superiori. Troveremmo una strana storia di persone lucide. L’uomo può arrivare a una realtà psichica alterata a tal punto che non riconosce più, interiormente, l’altro essere umano come tale. Per questo annullamento dell’altro come essere umano lo può poi trattare, razionalmente, come un oggetto, come mero mezzo per raggiungere altri obiettivi, come verme da schiacciare, come insetto da eliminare. *Psichiatra e psicoterapeuta

Cartoline da Bagdad

Come souvenir, le sevizie di guerra dei soldati «pacificatori»

di Simona Maggiorelli

Arrestati di notte e portati via così come si trovavano. Spesso, presi ancora nel sonno dai soldati della coalizione che usavano fare rastrellamenti nelle case private di Bagdad e nei villaggi per scovare nemici. I settemila stipati nel carcere di Abu Ghraib sarebbero tutti terroristi sospetti secondo le forze militari angloamericane. Da rinchiudere, torturare, ridurre in condizioni umilianti, sottoporre a sevizie. Qualche volta fino alla morte, come è accaduto al ventottenne Baha Mousa, ucciso di botte. Più spesso fiaccati da elettrodi a mani, piedi e genitali; spezzati dallo stillicidio di umiliazioni come l’essere incappucciati e ammassati, nudi, l’uno sull’altro, ridotti a masturbarsi con in testa mutande femminili, costretti a mimare scene di sesso orale fra uomini, sotto la luce dei flash e dei sorrisi fatui di soldatesse e soldati, certi dell’impunità.

Dal 70 al 90 per cento dei casi, si legge nel dossier della Croce Rossa internazionale, i prigionieri di Abu Ghraib e di altri carceri da campo sono persone arrestate per errore. Intanto le sevizie gratuite documentate da centinaia di foto e di cd rom, modello souvenir da riportare a casa insieme ai ritratti sotto la palma o con il cammello, cominciano a circolare, a far conoscere al mondo questa orrenda galleria degli orrori firmata dai «pacificatori», per usare l’espressione d iGianfranco Fini di Alleanza Nazionale. Una brutta faccenda che si fatica a comprendere, dal momento che si è dimostrata così diffusa, sistematica, comprovata, al di là della manciata di foto false che sono costate la poltrona al direttore della testata inglese The Mirror.

Un fenomeno che fa tornare alla mente tristi episodi di storia fascista. Le foto d’epoca in Eritrea, con i militari italiani che ostentavano come trofeo il cadavere evirato di un uomo o si facevano ritrarre accanto a donne con il seno scoperto. Ma dal cassetto delle cose più brutte della nostra memoria escono anche le “foto ricordo” delle sevizie compiute dagli italiani in Somalia e arrivando a l’altro ieri, la violenza sessuale usata come arma, in Kosovo, nel Congo, in Rwanda. E in tante altre guerre “dimenticate”.

Nella terza puntata della sua importnate inchiesta sul New Yorker, Seymour Hersh documenta come le sevizie, fin dal febbraio 2003, non fossero affatto il risultato della mente perversa di alcune cosiddette «mele marce», come la soldatessa Lynndie, pollice alzato e sorriso compiaciuto davanti alle sue malcapitate vittime accatastate in rappresentazioni fetish, costrette a strisciare, trascinate per ore con una cinghia al collo. Hersh ricostruisce che si trattava della messa in pratica di un preciso cliché (lo stesso generale americano Antonio Taguba, del resto, nel suo dossier parlava già delle sevizie come «systemic problems») secondo il protocollo «verde rame», di cui la prima regola era «prendi chi ti pare e fai quel che ti pare», in ottemperanza alla dottrina «della guerra senza limiti», varata dal ministro della Difesa americano Rumsfeld. «La stessa – scrive ancora Hersh – che è stata messa a punto e sperimentata in Afghanistan e a Guantanamo». Strumento principe: sevizie, stupri veri o mimati, abusi sessuali di ogni tipo, per calpestare la sfera più intima dell’altro, per entrare subito, con prepotenza, nella sua sfera più intima, nel suo mondo psichico, nella sua mentalità, nel suo modo di sentire.

«Per un arabo e un iracheno in particolare – commenta lo scrittore Youvnis Tawfik, dissidente del regime di Saddam e fondatore del centro di cultura araba di Torino – l’essere sottoposto a situazioni come quelle che abbiamo visto, denudato e oltraggiato, è un dramma. Peggio che essere fisicamente torturati. Peggio che rischiare di morire. Nella cultura islamica – spiega Tawfik -il corpo è specchio dell’anima, fa parte della propria intimità. Anche quando un uomo lavora può mostrare al massimo le braccia nude o il torace, non di più». Una cultura e una concezione del corpo, per certi versi chiusa e conservatrice, ammette lo scrittore iracheno, ma che, «diversamente che in Occidente sottintende un’integrità di corpo e mente», per cui « il nudo non è un fatto solo fisico». Aspetti che i soldati torturatori hanno sfruttato lucidamente. «Lo scopo delle sevizie – denuncia Tawfik – non era estorcere informazioni, ma rompere, calpestare la dignità degli iracheni. Spezzare l’orgoglio e la volontà del popolo iracheno». E aggiunge: «Anche per un laico come me che vivo all’estero, che sono entrato in contatto con tante culture diverse, è stato un dolore vivo vedere quelle immagini. In questo voler sbeffeggiare la virilità degli uomini iracheni, vi ho visto una rivalsa degli americani sulle proprie frustrazioni sessuali, utilizzate per affermare con violenza la propria superiorità.

Un messaggio chiaro diretto non solo agli iracheni, ma a tutti gli arabi». Che le sevizie siano un fatto lucido e studiato a tavolino lo sostiene anche Anteo Di Napoli di Medici contro le torture, un’associazione di internisti, ginecologi, psichiatri, nata in Italia come costola di Amnesty International (perché Amnesty per mandato non può fare attività clinica) e che si occupa del recupero delle vittime delle torture. «Per esperienza diretta – dice Di Napoli – posso dire che qualche forma di abuso sessuale viene sempre esercitata durante le torture, l’essere denudati abbassa immediatamente le difese, mette in una posizione più fragile, dà accesso all’intimo. E le torture sessuali, spesso, sono quelle che lasciano i segni psichici più forti, più difficili da scoprire». Medici contro le torture ha base a Roma e a fare ricorso alle loro cure sono soprattutto persone che vengono dalle regioni africane dei Grandi laghi e dall’Est. «Spesso si rivolgono a noi come medici di base, perché hanno dolori all’addome, mal di testa perenne perché non riescono a dormire. Denunciano sempre qualche sintomo fisico le donne, ma soprattutto gli uomini abusati non rivelano mai di aver subito torture violenze sessuali, lo scopri poi, se riesci ad agganciarli in un rapporto, rispondendo a queste loro prime richieste, perché la violenza sessuale viene spesso perpetrata in modo da distruggere interiormente l’altro, da procurargli un trauma perenne». Il quadro della diffusione di questo tipo di violenze è ancora oggi più che drammatico.

Basta leggere i recenti dossier fatti dalle organizzazioni non governative e da associazioni per i diritti umani. In Congo, racconta una ricerca sul campo di Medici senza frontiere pubblicata due mesi fa, «la violenza sessuale è un deliberato strumento di guerra, usato per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile». Gli abusi e le violenze riguardano soprattutto le donne e, in particolare, le adolescenti. «Vengono scelte, dicono i medici dell’associazione – perché il danno e le umiliazioni subiti feriscono profondamente non solo loro, ma anche le loro famiglie e spesso l’intera comunità». E la pratica dello stupro spesso continua anche quando la guerra è finita. In Rwanda dalle 300mila alle 500mila donne sopravvissute al genocidio sono state stuprate. E la violenza carnale è diventa arma letale con la diffusione del contagio da Hiv, senza adeguate cure. In paesi come la Cecenia, il Pakistan e l’Afghanistan, dove lo stigma sociale dell’essere state stuprate è particolarmente pesante, le donne spesso vengono ripudiate e uccise. In Sudan, in Burundi e in Rwanda, riporta un dossier di Amnesty International diffuso lo scorso febbraio, le situazioni di violenza non conoscono tregua. In Rwanda, in particolare, dove il 60 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà, anche la violenza domestica, non solo quella perpetrata dall’esercito, è andata aumentando. E l’essere violentate comporta per le donne la perdita di diritti civili e politici. «Spesso – raccontano i medici di Amnesty – sviluppano conflitti interiori al punto da avere sensi di colpa per essere sopravvissute allo stupro». Costrette ad aborti e a matrimoni forzati, molte volte sono spinte anche all’infanticidio. I fatti più drammatici riguardano la catena delle violenze che si riverbera poi sui figli, detti «enfants mauvais souvenir», oltraggiati in ogni modo. Il punto – ribadisce il dottor Anteo Di Napoli- è proprio questo. L’obiettivo del torturatore è distruggere la persona, in quanto persona e in quanto parte di un gruppo». E aggiunge: «Nella maggior parte dei casi, ci troviamo davanti a violenze praticate a freddo, in maniera lucida. Abbiamo assistito a casi di torturatori che ogni giorno alla stessa ora andavano a torturare una persona e poi magari tornavano a casa, a cena con i propri figli». Episodi sui quali, purtroppo, il nazismo ci ha lasciato ampia documentazione. Si può pensare che tutti i militari delle SS fossero pazzi o che lo siano tutti i giovani soldati anglo americani sul fronte? «Non ho elementi per dirlo – conclude Di Napoli – ma in nove anni di lavoro contro le torture, e leggendo la vasta letteratura sull’argomento, mi sono fatto l’idea che non si diventa facilmente torturatori. Una cosa è la situazione di guerra con tutti i suoi orrori, un’altra è la tortura che devi compiere sull’altro con cui hai un rapporto, che conosci, che dipende totalmente da te ed è inerme. Lì c’è un salto enorme».

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