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Archive for the ‘Arte’ Category

La forza della vulnerabilità

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 1, 2011

Da Olmi a Friedman, a Hatoum e oltre. Dialoghi inediti all’Hangar Bicocca

di Simona Maggiorelli

Mona Hatoum, hangar Bicocca

Un maestro del cinema come Ermanno Olmi e un architetto come Yona Friedman, all’Hangar Bicocca di Milano, grazie a Terre vulnerabili A Growing Exhibition, intrecciano dialoghi inediti con alcune delle personalità di maggiore spicco del panorama artistico internazionale: dalla palestinese Mona Hatoum, all’austriaco Franz West (che in comune hanno una profonda riflessione sui temi dell’esilio e dello sradicamento), per arrivare poi alla ricerca delle nuove generazioni rappresentate qui dalle immaginifiche costruzioni del belga Hans Op de Beek e dai delicati grafismi di Elisabetta di Maggio, ma anche dalle opere minimal di Christiane Löhr e dalle installazioni di Stefano Arienti. Per chiudere poi idealmente il cerchio con le opere di emergenti come la videomaker Rä di Martino e la scultrice Alice Cattaneo.

Così, nello spazio di archeologia industriale dell’Hangar Bicocca, affiorano dal buio schegge cinematografiche, frammenti video, installazioni che creano ambienti di fantasia, immagini luminose che aprono finestre su mondi diversi e sensibili, attraendo lo spettatore al loro interno.

Ra di Martino

In un rimando continuo fra creazioni site specific di artisti da ogni angolo del mondo. Che, in stili diversissimi, sono chiamati a indagare il tema della vulnerabilità: nel rapporto con l’altro, con le forti passioni che mette in campo. E nella relazione con l’ambiente che di continuo ci rimanda messaggi di allarme e di violazione. Ancora una volta la direttrice artistica dell’Hangar, Chiara Bertola, compie il piccolo grande miracolo di trasformare un “non luogo” come l’Hangar in uno spazio vivo d’incontri. E tale promette di restare fino a maggio 2011. Senza soluzione di continuità, infatti, a gruppi sempre nuovi, decine di altri artisti si daranno il cambio nei mesi a venire nel tenere accesa la fiaccola di questa mostra in costante cambiamento.

3 dicembre 2010

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Macro in movimento

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 25, 2010

Per la prima volta in Italia le “sculture”disegnate dell’inglese Antony Gormely

di Simona Maggiorelli

Gormerly, Macro

Nel nuovo millennio, l’arte del disegno , specie quello figurativo, sembra essere scomparsa. Non ne incontriamo traccia, o quasi, nei musei che più fanno tendenza, dal MoMa di New York al Pompidou di Parigi. In queste sale internazionali (tutte quante stranamente appiattite su uno stesso tipo di estetica tardo pop o concettuale) primeggiano le installazioni multimediali, le opere di videoarte e le sculture polimateriche di grandi dimensioni: realizzazioni diversissime ma che in comune hanno un forte impatto visivo e altamente spettacolari.

Quanto di più lontano, insomma, da un’arte artigianale, sensibile e discreta come quella che richiede il disegno, che geni del Rinascimento come Leonardo e Michelangelo ancora consideravano indispensabile. Così, con questa consapevolezza e questa inevitabile retroterra culturale, entrando nelle sale del nuovo Macro di Roma dove l’inglese Antony Gormley ha allestito la mostra Drawing space, non si può che rimanere sorpresi e colpiti.

Niente bigness trionfante, niente “opere mondo” che per dimensioni e gusto difficilmente potremmo immaginare in una abitazione privata, ma solo il fluire continuo e danzante di una vitale linea nera con cui Gormley crea originali sculture disegnate. Vorticosi gomitoli di linee che fanno pensare a mondi immaginifici e giocosi. Oppure sculture “elastiche”, dinamiche, che tratteggiano esseri umani in movimento.

Sono le immagini “in movimento” di ottanta tavole che l’artista inglese ha realizzato dal 1991 ad oggi e che, con bella scelta in controtendenza, il direttore del museo Macro Luca Massimo Barbero ha deciso di esporre per la prima volta in Italia, in un grappolo di iniziative espositive che proseguono fino al 6 febbraio 2011.

da left-avvenimenti , 12 novembre 2010

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L’eros che non era peccato

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

Censurate dal Giappone occidentalizzato, riemergono ora opere di una lunga tradizione con radici nei miti arcaici della fertilità. Gian Carlo Calza le ha pubblicate in un libro Phaidon

di Simona Maggiorelli

Hokusai

Nate dalla cultura del mondo fluttuante (ukiyoe) dei quartieri del piacere nella Tokyo premoderna le stampe erotiche sono state fra le espressioni artistiche più longeve e diffuse in Giappone, anche fuori dalle ristrette elite di potere di questo paese dell’estremo Oriente che fino al 1868 ha mantenuto una struttura sostanzialmente medievale. Parliamo di un genere d’arte che ha attraversato quattro secoli di storia, dalla fine del XVI al XX secolo, in varianti originali, grazie a maestri come Hokusai e Utamaro che nel Settecento seppero creare opere uniche entro un canone rigido e standardizzato fatto di lunghe sequenze di immagini raccolte in rotoli o in libri: al centro scene di sesso al tempo stesso stilizzate e iperrealistiche nei dettagli, in cui figure anonime di uomini e donne si stagliano definite da forti linee nere e da ampie campiture di colore senza chiaroscuro.

Immagini all’apparenza seriali ma che ci parlano di una cultura giapponese libera dall’idea di peccato originale e da ogni cristiana condanna del desiderio. E che, nella splendida raccolta che ne ha fatto Gian Carlo Calza per Phaidon nel volume Il canto del guanciale e altre storie di Utamaro, Hokusai , Kuniyoshi e altri artisti del mondo fluttuante, ci trasmettono per la prima volta il senso più profondo della raffinata cultura ukiyoe in cui pittura, teatro kabuki e poesia erano strettamente legate.

«Per secoli in Giappone c’è stata una notevole produzione di arte erotica che conservava un legame con i miti arcaici della fertilità e con l’antica tradizione scintoista nella raffigurazione gli organi sessuali in primo piano; un genere artistico che solo ora riemerge compiutamente – racconta lo studioso milanese a left -. Perché dopo l’occidentalizzazione il Giappone l’ha censurata, mutando da noi un senso di condanna». Tanto che Il canto del guanciale, appena uscito per i tipi dell’ inglese Phaidon, è di fatto la prima ampia raccolta di stampe erotiche giapponesi pubblicata da un editore internazionale. «Al contrario che in Giappone, nella storia dell’arte occidentale troviamo poca produzione erotica e molto nudo – approfondisce Calza -. Sì certo, ricordiamo le illustrazioni di Marcantonio Raimondi per i libri dell’Aretino ma si tratta di casi isolati. Nell’arte fluttuante nata dalla borghesia giapponese, invece, troviamo stampe, grandi dipinti, lunghi rotoli, numerose tavole che illustrano gli atti dell’amore. Perlopiù senza ricorrere al nudo. Nell’ Occidente cristiano, dove il nudo era proibito, si ricorreva al mito e agli “dei falsi e bugiardi” per poter rappresentare una bella donna svestita. In Giappone, invece – spiega il professore -, non se ne sentiva l’esigenza, perché c’era un rapporto più disinvolto con il corpo e persone nude si vedevano ogni giorno nei bagni pubblici come negli attraversamenti di corsi d’acqua e di fiumi». Allora che cosa cercava il pubblico borghese dei quartieri del piacere in questo tipo di rappresentazione del rapporto sessuale fra uomo e donna? «Cercava la trasgressione. Non è un caso – sottolinea Calza – che molte scene riprodotte in questo libro rappresentino amori fugaci o illeciti. Fino alla scena dei due giovani che fanno l’amore e poi si suicidano. Non va dimenticato che la rigida etica samuraica non era favorevole al sesso che, si pensava, distogliesse dalla disciplina. E più la borghesia con cui i samurai erano indebitati prendeva piede, più loro irrigidivano il proprio codice» .

Così mentre le cortigiane erano dette “rovina castelli”in Giappone, le ragazze di buona famiglia dovevano rigare dritto se non volevano guai. E se come ci ha raccontato lo stesso Gian Carlo Calza in libri come Genji il principe splendente (Electa) e Utamaro e il quartiere del piacere (Electa) il primo romanzo psicologico giapponese fu scritto nel 1008 da una donna di corte e nel Seicento le grandi cortigiane erano donne colte che sapevano suonare e improvvisare versi, la realtà femminile in Giappone restava in gran parte in ombra e sottomessa. «E’ da notare, infatti- aggiunge lo studioso milanese – che nel Seicento compaiono famose cortigiane nelle stampe erotiche. Poi sempre più raramente. Qualche volta troveremo ancora negli antefatti queste donne che nella loro epoca erano assai famose. Le giovani donne che vediamo in primo piano nelle stampe erotiche sono perlopiù delle prostitute. E vi compaiono tristemente come corpi usati. Ma in altri casi no, come accennavamo, vengono rappresentate delle scene d’amore». E in questo caso artisti come Hokusai toccano il massimo dell’espressione, anche solo attraverso la rappresentazione di un appassionato scambio di sguardi.

da Left-avvenimenti

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Utamaro, nella città senza notte

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

Mentre in palazzo Reale  Milano prosegue fino al 31 gennaio la mostra Shunga: arte e letteratura nell’erotismo giapponese, lo studioso Gian Carlo Calza torna a esplorare il mondo fluttuante

di Simona Maggiorelli

Utamaro, un disegno

Dopo Genji il principe splendente, in cui Gian Carlo Calza ricostruisce la storia dell’omonimo romanzo giapponese e della sua geniale autrice vissuta intorno all’anno Mille nella città di Heian (Kyoto), lo studioso di storia e arte asiatica esce con un nuovo libro illustrato nella collana Pesci rossi di Electa. Un raffinato volume Utamaro e il quartiere del piacere in cui ricostruisce la storia e la fortuna de Gli annali delle case verdi, in cui l’artista giapponese celebra il mondo fluttuante (ukiyo-e) e le sue eroine, creando una serie straordinaria di ritratti femminili.

«Il libro – racconta Calza – fu concepito per far sognare chi non poteva vivere quel mondo di piaceri che veniva descritto o, in qualche più raro caso, per ricordare». Di fatto, insieme all’ex samurai ed editore Jippensha Ikku (1765-1831), Kitagawa Utamaro creò agli inizi dell’Ottocento una delle opere simbolo di quella cultura – condivisa da colte cortigiane, nobili e ricchi mercanti – dalla quale  maturarono innovazioni culturali profonde, importantissime per un Giappone ingessato in un interminabile Medioevo.

Utamaro , Ukiyoe

Due volumi che mentre descrivevano il corredo notturno delle cortigiane e il debutto in società delle loro assistenti, oppure la cerimonia del tè e quella delle lanterne, diffondevano i contenuti di una filosofia e di uno stile di vita in cui la consapevolezza dell’impermanenza di tutte le cose, anche le più belle, si mescolava a disciplina e studio assiduo delle arti.

Unica ancora nel mondo fluttuante, la passione amorosa. Nella rappresentazione che ne dà, la letteratura nasce da piccoli gesti, da apparizioni furtive e veniva coltivata attraverso allusioni e sotterfugi per sfuggire al rigido cerimoniale delle corti. Di fatto, amori mercenari in cui le cortigiane non conoscevano diritti. Ma Utamaro, in omaggio alla femminilità, non si stancava di offrirne ritratti idealizzati, in figure slanciate ed eleganti, dall’espressione distaccata e assorta.

da left-avvenimenti 5 dicembre 2009

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Immagini dal mondo fluttuante

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

 

La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh

La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh

L’arte stilizzata del  giapponese Hiroshige, che piaceva a Van Gogh

 

di Simona Maggiorelli

 

 

 

Chi abbia avuto la fortuna di vederle accanto, da vicino- come ci è capitato al Museo Van Gogh di Amsterdam – il paragone fra le due opere risulta piuttosto imbarazzante. Tanto la potenza del colore e l’invenzione d’immagine del Susino in fiore (1887) di Vincent Van Gogh sovrasta l’originale xilografia realizzata dal maestro giapponese Utagawa Hiroshige nel 1857 e su cui l’opera del pittore olandese era esemplata: omaggio di un allievo che non aveva piena consapevolezza del proprio genio a un maestro che, tuttavia, ne restava irrimediabilmente aduggiato.

 

Ma ora, incontrando di nuovo questa xilografia originale de L’albero di susino nella casa del tè a Keimedo nell’ambito della coerente ricostruzione dell’arte di Hiroshige curata da Gian Carlo Calza nelle sale del Museo Fondazione Roma in via del Corso (fino al 7 giugno, catalogo Skira) si riesce a vederla in un’altra ottica, riuscendo a ricollocarla nel suo contesto storico originario e apprezzandone i valori di immediatezza, di precisione, in un ventaglio di colori, a un tempo vastissimo e calibrato. Al centro della scena  un ramo fiorito su uno sfondo albeggiante, virato al rosso. Una composizione apparentemente semplice, ma che si staglia potente come una pittura di arte astratta.

 

Di stampe giapponesi ci eravamo già occupati su left a proposito della ristampa del libro Stampe giapponesi. Un’interpretazione di Frank Lloyd Wright, ma vale la pena di fare ancora una scappata nel Sol levante con questa ampia mostra organizzata nell’ex Museo del Corso a Roma da Calza, docente dell’università Ca’ Foscari di Venezia e curatore di una recente mostra sull’arte del Giappone alla Fondazione Cini di Venezia. Con il suo libro e con questa mostra il professore invita a un viaggio in un Giappone antico: quello della cultura Ukiyo-e, fra immagini dal “mondo fluttuante”, secondo l’impetuosa cultura giovane che fiorì fin dal XVII secolo nelle città di Edo (oggi Tokyo) e di Osaka e Kyoto. Prima documentata in opere in inchiostro cinese, poi in stampe colorate a mano e successivamente in stampa policrome, di fatto  un’arte raffinatissima che si sviluppò come un percorso parallelo di pittura e poesia ( Hiroshige stesso fu anche poeta).  Era l’impronta culturale di una nascente borghesia giapponese, che avrebbe avuto un’influenza fortissima sugli artisti d’Occidente: dagli impressionisti a van Gogh, come dicevamo, e successivamente dall’architettura organica al beat.

 

Così in un percorso espositivo allestito come  un viaggio di fantasia nel Giappone antico sfilano immagini di una natura indomita e potente, onde vertiginose di tsunami, ma anche – intercalati di versi poetici- schizzi delicati di giardini,  uccelli, vedute fiorite. Ma che incredibilmente non hanno nulla di decorativo. L’assenza di chiaroscuro, l’uso di colori piatti, lo studio della composizione fanno di queste stampe un esempio di arte originalissima. “Hiroshige visse in un’epoca del Giappone socialmente e artisticamente molto ricca di fermenti”, spiega Gian Carlo Calza. Il paese era uscito tardivamente dal medioevo ma fra la fine del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento l’arte delle stampe divenne un’arte insieme raffinata e popolare, non più esclusivo appannaggio di una elite. Il rapporto con la natura – prosegue Calza- fu uno degli aspetti centrali di una cultura che aveva radici antichissime: secondo i miti delle origini in cui uomini e dei, piante e animali, rocce e oceani erano sorti da un’unica fonte che li rendeva parimenti degni di rispetto”.

 

Ma-facendo un passo indietro nel tempo – a Calza si deve anche una bella introduzione alla antica letteratura giapponese, pubblicata per i tipi di Electa, nella collana Pesci rossi. Diversamente da quando accadeva nelle regioni dell’Europa cavalleresca, l’antica letteratura giapponese era in gran parte scritta da donne come si evince da Genji il principe splendente, il libro in cui Gian Carlo Calza ricostruisce la genesi del celebre romanzo Genji scritto nel 1008 a Heian (Kyoto) dalla dama di corte Murakasi Shikibu e che rappresenta “la massima espressione del filone letterario femminile in lingua volgare”. Al centro della vicenda, l’immagine ideale di un principe, Genji, che in un’epoca medievale assai misogina quale quella in cui era ambientato il romanzo, aveva una profonda lealtà verso tutte le donne della sua vita. Considerato il primo “romanzo psicologico” della letteratura non solo giapponese, il romanzo ha avuto una circolazione anche al di là delle barriere linguistiche grazie alla più antica illustrazione rimasta del racconto: rotoli dipinti di circa un secolo posteriori alla stesura del romanzo e che avrebbero impresso un’immagine potente nella storia della pittura giapponese. Tanto da influenzare profondamente anche l’arte ottocentesca di Hiroshige come si può ben vedere in questa retrospettiva romana.

da Left-Avvenimenti del 13 febbraio 2009

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Il fascino della linea

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

Hiroshige

Hiroshige

Cromia spregiudicata e forme essenziali. Un’interpretazione delle stampe giapponesi firmata da architetto ribelle come Frank Lloyd Wright

di Simona Maggiorelli

Senza apparente ricercatezza. Forme ridotte all’essenziale. Al punto che paesaggi, ritratti e perfino scene intime e erotiche arrivano a sembrare creazioni astratte. Lontane da ogni mimesis, le stampe di Hiroshige (1797-1858) appaiono come invenzioni di fantasia. E più ancora le vedute del ribelle Hokusai (1760-1849) che, in una società feudale rigida come quella del Giappone del XIX secolo, intuì la potenza di questa arte popolare e, in chiave polemica, la rivolse contro la supremazia della tradizione classica. Facendone un’arte “d’avanguardia”.Nella serie dedicata al monte Fuji di Hokusai, a ogni nuovo punto di vista corrisponde un cambio di tono; e il monte visto dal fiume Sumida si tinge di rosso, ma se è visto dal ponte, al crepuscolo, diventa blu come l’acqua profonda.

 

La linea – come notava Frank Lloyd Wright – è il fulcro di questa antica arte;è la corda musicale che fa risuonare l’insieme. Linee nette, definite,“che rimangono impresse sulla carta delicata quando questa riceve il colore dalla matrice in legno incisa”. Linee che fanno immagini distillate, realizzate per decantazione, libere da ogni superfluo. Mentre una cromia spregiuducata, a base di colore piatto, senza ombre o chiaroscuri,diventa l’altro elemento fondamentale della composizione. Due aspetti quello della semplificazione e della ricerca intorno colore puro che attrassero anche Vincent Van Gogh, che dalla Provenza scriveva che al Meridione “si vede con un occhio più giapponese, si sente il colore in modo diverso”. Alla continua ricerca di una tecnica pittorica che gli permettesse di esprimere appieno la propria originale “visione”,Van Gogh ravvisava nelle stampe giapponesi un’arte fatta di regole e infinita attenzione alla natura, ma da cui potevano scaturire straordinarie invenzioni. E le sue stesse sue copie da Hiroshige ( nella foto) si dimostrano potenti reinvenzioni.

 

Proprio questa serrata dialettica fra forma, canone e libera fantasia agli inizi del Novecento – sull’altra sponda dell’Oceano e in un contesto culturale del tutto diverso da quello di Van Gogh – colpì profondamente un architetto come Wright. Spirito libero e anticonformista, il leggendario architetto della casa sulle cascate si innamorò delle stampe giapponesi per quella loro capacità di suscitare emozioni profonde al di là di ogni comprensione razionale. Come se in quei segni e in quelle forme essenziali rimanesse qualcosa di profondamente umano, “una qualità psichica”, qualcosa della fantasia più profonda, della personalità e del calore emotivo dell’artista. Durante i suoi numerosi viaggi in Giappone (non solo per la costruzione del celebre Imperial Hotel) Wright diventò uno dei più fini conoscitori delle stampe giapponesi. Ne divenne collezionista, mercante, ma soprattutto sensibile interprete. Come si evince da Le stampe giapponesi, una interpretazione, il saggio del 1912 recuperato e ora pubblicato da Electa con interventi di Margo Stipe e Francesco Dal Co. Un saggio quasi rapsodico nell’andamento e ricco di intuizioni. Wright capiva quanto fosse importante per l’arte americana malata di troppo razionalismo confrontarsi con una cultura e con forme completamente estranee alla tradizione Usa ed europea. “L’arte giapponese – scriveva – è poeticamente simbolica, quella occidentale tende a un realismo che finisce per essere pateticamente letterale”. Nelle stampe giapponesi Wright vede qualcosa che si avvicina al suo modo di sentire l’architettura come un modo di progettare forme “organiche”, con un organizzazione ben definita degli elementi in un insieme vitale. Quell’ideale estetico e insieme di vita che come, ha raccontato ne La fonte meravigliosa la scrittrice Ayn Rand, Wright cercò sempre senza scendere a compromessi.

Da Left-Avvenimenti

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Bronzino, in nuova luce

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 12, 2010

Per la prima volta a Firenze è riunito gran parte del corpus delle opere del pittore manierista. Un inedito naturalismo emerge
da alcuni suoi ritratti intimi e poco noti

di Simona Maggiorelli

Bronzino, Ritratto di donna 1530

Tornando a Firenze per l’antologica che Palazzo Strozzi dedica fino al 23 gennaio a Bronzino (1503-1572) pensavamo di andare a ritrovare l’arte raffinata e un po’ esangue di questo pittore che fu allievo e amico di quell’«omo fantastico e solitario» che era il Pontormo nella testimonianza di Vasari. Diversamente dal suo orgoglioso e introverso maestro, si sa, Agnolo di Cosimo detto Bronzino mise da parte gli ardori repubblicani per mettersi al servizio della committenza medicea, quando, finito il sogno della seconda Repubblica fiorentina, con la salita al potere di Cosimo I Medici nel 1540, se ne presentò necessità. Così con Bronzino, e più ancora con la “seconda maniera” di Daniele da Volterra, Vasari e Salviati, anche a Firenze la retorica di corte prese il posto dell’originalità inquieta e dell’irriverenza di Pontormo e di Rosso. La statica bellezza di cera di Eleonora da Toledo, ritratta da Bronzino nel 1545, sembra campeggiare al centro di Palazzo Strozzi proprio per ricordarcelo. Circondata com’è da tante scene mitologiche che, su indicazione degli intellettuali dell’Accademia di Ficino, Bronzino riempì di simboli neoplatonici e di figure scultoree, algide e smaltate, recuperate dall’antico. Grandi tele come Venere, Amore e satiro (1553) della Galleria Colonna ci appaiono qui ormai lontanissime dalla vibrante rappresentazione di Pigmalione e Galatea con cui in anni giovanili Bronzino alludeva alla liberazione di Firenze.

Ma uno dei maggiori meriti di questa bella antologica curata da Carlo Falciani e dal direttore degli Uffizi Antonio Natali è proprio questo: aver per la prima volta ricostruito a tutto raggio la parabola di Bronzino attraverso un eccezionale percorso di una sessantina di opere autografe: prestiti dei maggiori musei del mondo ma anche pezzi provenienti da collezioni private e inaccessibili. Un percorso che, con l’aggiunta di tre inediti (fra cui un’inaspettata crocifissione di recente attribuzione) permette ora di vedere chiaramente quanto ricca e poliedrica fosse la ricerca di questo pittore fiorentino del Cinquecento.

Bronzino, Lucrezia Pucci Panciatichi

Come era già accaduto nel 1996, quando con l’indimenticabile mostra L’officina della maniera Natali riaprì la discussione critica sul manierismo, con Bronzino pittore e poeta alla corte dei Medici (catalogo Mandragora) lo studioso toscano adesso sgombra ulteriormente il campo dal deja vu. Lo fa squadernando importanti inediti, come si diceva, ma anche ricontestualizzando filologicamente il lavoro di Bronzino nel dibattito cinquecentesco percorso da correnti carsiche di umanesimo esoterico ma anche da istanze riformiste (che lambirono anche la corte di Cosimo I). Una complessa koiné culturale di cui Bronzino ci ha lasciato testimonianza indiretta attraverso una serie di ritratti intimi e personali. Come quello velato di malinconia di Lucrezia Pucci finita sotto processo per eresia. O come quello che ci mostra un’anonima, ma quanto mai viva, figura di donna stagliarsi dal fondo rosso di un quadro dipinto nel 1530 e appartenente alla collezione della regina Elisabetta II.

Smessi i panni di pittore di corte, sembra di poter dire, Bronzino smetteva anche la bizzarria, il capriccio e il cifrato allegorismo, per lasciarsi andare a una ricerca sull’umanità dei soggetti rappresentati in chiave di sensibile naturalismo. Alla luce di questa nuova interpretazione (che trova sostegno in alcune pagine di Longhi) i due curatori ci invitano così a scorgere una segreta angoscia negli occhi sgranati e nello sguardo perso nel vuoto del giovane Lorenzo Lenzi, dodicenne “amato” e cantato dal Varchi. Similmente il profilo tagliente della poetessa Laura Battiferri, moglie dell’Ammannati e compagna di dispute poetiche dello stesso Bronzino, ci lascia intuire qualcosa di più di quella «anima di ferro» che le cronache del tempo  le attribuivano.

da left-avvenimenti del 5 novembre 2010

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Le vie tedesche del Rinascimento

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 12, 2010

di Simona Maggiorelli

Hans Memling

La conoscevamo soprattutto come studiosa di Giordano Bruno e della sua originale arte della memoria reinventata dalla tradizione medievale. E anche come attenta indagatrice delle tecniche oratorie dei predicatori che, nel Medioevo, facevano ampio ricorso alle immagini per impressionare il pubblico analfabeta. Ma da alcuni anni a questa parte il lavoro di ricerca di Lina Bolzoni si è arricchito di nuovi, intriganti, capitoli sul rapporto fra parole e immagini, fra letteratura e pittura. Con studi sui legami nascosti fra poesia e ritratto nel Rinascimento, raccolti nel 2008 in un libro uscito per Laterza e ora con l’affascinante volume Il cuore di cristallo. Ragionamenti d’amore, poesia e ritratto nel Rinascimento edito da Einaudi. «Ciò che mi sembrava interessante non era riproporre l’antica disputa della gerarchia fra questi due ambiti – racconta l’italianista della Normale di Pisa – ma neanche mi interessava riaprire il contenzioso della superiorità o della precedenza fra Rinascimento italiano e cultura del Nord; quando mi sono messa a scrivere questo libro – spiega la studiosa – davanti a me vedevo aprirsi l’invito a esplorare un territorio in cui esperienze diverse via via si intrecciavano, in cui era possibile analizzare da vicino opere profondamente segnate dalla personalità dell’autore e insieme rintracciarvi i modi in cui questioni, miti, topoi prendevano nuova forma, si riaffacciavano sulla scena in un gioco di continuità e differenza».
Galeotto fu, nel 2005, l’incontro fortuito con un ritratto di Bernardo Bembo, padre di Pietro, l’autore de Gli Asolani; un quadro visto per la prima volta in una mostra antologica di Hans Memling a New York. «Allora – ricostruisce Bolzoni – stavo studiando i rapporti fra i primi dialoghi in volgare sull’amore (gli Asolani, appunto) e la grande tradizione del ritratto, in particolare del ritratto doppio, inseguendo le fila di una rete che da Pietro Bembo andava a ritroso alla Firenze di Leonardo da Vinci e di Ginevra de’ Benci».

Ma fatto è che Ginevra era la giovane donna fiorentina di cui Bernardo Bembo si innamorò al ritorno dalle Fiandre. E quel ritratto di Bembo raffigurato da Memling con in mano un cuore su cui è scolpito un ritratto allargava immediatamente la trama delle ricerche sul doppio ritratto verso Nord. Da qui, come in una sciarada, Bolzoni sarebbe arrivata a scovare molte altre inaspettate occorrenze di penna e di pennello di questo topos, arrivando di rimando in rimando, di assonanza in assonanza, davvero lontanissimo: fino all’America Latina di Frida Khalo e al Novecento.

da left-avvenimenti

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L’inquieto Rinascimento di Lucas Cranach

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 11, 2010

Per la prima volta in Italia, quarantacinque opere di Lucas Cranach il Vecchio. In una ampia mostra nella Galleria Borghese di Roma

di Simona Maggiorelli

Lucas Cranach Venus

La figura enigmatica, oniricamente allungata, di una Venere nuda ma ornata di gioielli e cappello, si staglia sullo sfondo scuro della Venere e Amore che reca il favo di miele del pittore Lucas Cranach il Vecchio (1473-1553).

Diafana e apparentemente fragile, questa bionda dea tedesca guarda negli occhi lo spettatore, con morbida seduzione. Una resa così raffinata del nudo femminile (e così dirompente nei contenuti) non c’era mai stata nella dura pittura tedesca che più di altre tradizioni europee ha vissuto una lunga  stagione gotica. Colto, amante della cultura classica e dell’arte italiana (che aveva conosciuto grazie alla collezione di Margherita d’Austria) Cranach il Vecchio era l’artista che nella Germania del primo Cinquecento apriva con più coraggio alla nuova stagione umanista.

Lucas Cranach, fanciulla

Ma quando, su invito di Federico il Saggio, nel 1504 lasciò Vienna per trasferirsi a Wittenberg, l’artista divenne anche uno dei maggiori protagonisti della svolta riformista. Amico di Lutero, discusse con lui la stesura delle famosi Tesi. E non solo.

Con i pittori della sua grande bottega a Wittenberg lavorò per mettere a punto una nuova iconografia cristiana conforme ai principi riformisti. E alla nuova visione luterana della società e della donna; non più icona astratta ma presenza concreta, di madre e di moglie. «Ma la Chiesa protestante non era troppo interessata all’arte e Cranach dovette assicurarsi anche un’altra committenza, ricca e altolocata», ricostruisce Bernard Aikema, curatore insieme con Anna Coliva della mostra “LucasCranach. L’altro Rinascimento” che, nelle sale della galleria Borghese apre il 15 ottobre  accompagnata da un catalogo edito da Federico Motta.

In questo ambito di una committenza privata e laica nacque appunto la Venere intorno a cui i due studiosi hanno costruito questa splendida mostra che per la prima volta porta in Italia quarantacinque opere di Cranach il Vecchio. Un autore, nel Belpaese, sempre aduggiato dal più italianeggiante Albrecht Dürer e che questa esposizione romana permette di conoscere più da vicino. In un inedito dialogo con pittori di area lombardo-veneta come Lorenzo Lotto, che a Cranach appare legato da una fitta rete di risonanze. Del resto anche il pittore veneto risentì dell’influenza delle idee riformiste rischiando l’eterodossia in tele che ci mostrano una madonna popolana e impaurita.

da left-avvenimenti del 15 ottobre

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Gottlieb sulla via di Rohtko

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 1, 2010

Amico e sodale del maestro della scuola di New York, cercò di emularne la ricerca sul coloreal Guggenheim di Venezia la prima retrospettiva italiana. Fino al 9 gennaio 2011.

di Simona Maggiorelli

Adolph Gottlieb, Guggenheim

Albe rosseggianti e paesaggi azzurri e lunari che nei colori e nei grafismi d’inchiostro nero ricordano l’arte delle stampe giapponesi. Mentre gli aloni sfrangiati e la tessitura rada di certi soli evanescenti al tramonto sembrano suggeriti dalle sperimentazioni di Mark Rothko con il puro colore.

Con il più creativo dei pittori della scuola di New York, del resto, Adolph Gottlieb (1903-1974) – a cui fino al 9 gennaio il Guggenheim di Venezia dedica la prima retrospettiva italiana – condivise gran parte delle scelte artistiche e programmatiche. Insieme scrissero, tra l’altro, il breve saggio Il ritratto e l’artista moderno (di recente riproposto in Mark Rothko, Scritti d’arte, Donzelli) ma anche la celebre lettera del 1943 al New York Times in cui, su invito del direttore, stilavano un manifesto della nuova pittura astratta americana, cercando al contempo di difendersi dalle accuse della critica.

«Gentile dott. Jewell – scrivevano Rothko e Gottlieb – per l’artista l’attività di uno spirito critico fa parte dei misteri della vita. è per questo, crediamo, che il rammarico dell’artista di essere frainteso è diventato un chiaccherato luogo comune. è pertanto un evento quando la situazione si capovolge e il critico del Times confessa il suo “sconcerto”. Ci rallegriamo di questa onestà, della reazione verso i nostri dipinti “oscuri”, perché in altri circoli critici abbiamo l’impressione di aver suscitato uno scompiglio isterico».

Lo “scandalo” era esploso quando i due artisti avevano esposto opere di tema mitologico alla Federation show: sperimentazioni mutuate dalla cultura antica e che ancora non abbandonavano la figurazione tradizionale. La retrospettiva dedicata a Rothko al Palaxpo di Roma nel 2007 offriva l’occasione per vedere dal vivo alcuni di questi suoi lavori, a dire il vero, non fra i suoi più felici. E ora qui a Venezia idealmente si possono confrontare con quelli di Gottlieb, notando quanto entrambi in quella fase risentissero dell’armamentario surrealista di immagini fintamente oniriche e grottesche.

Per fortuna, per entrambi, si trattò solo di un periodo. Poi si tuffarono nelle sperimentazioni astratte con il puro colore. Convinti – come scrivevano nella lettera per il New York Times – che «l’arte è un’avventura in un mondo sconosciuto, che possono esplorare solo quanti siano decisi ad assumersene i rischi». Rischi che Mark Rothko si prese totalmente realizzando alcune delle sue opere più geniali; alle quali, però, seguì una grave crisi personale fino al suicidio nel 1970.

Gottlieb, invece, non rischiò affatto, preferendo veleggiare verso il successo commerciale con opere dai colori sgargianti, popolate da “creature” fantastiche alla Mirò, come Imaginary landscape del 1969 o Three discs on chrome ground ora esposte al Guggenheim di Venezia assieme a tele bistrate che rielaborano in geometriche scacchiere suggestioni di Klee e di Picasso. Un finale che tuttavia, come suggerisce il curatore Luca Massimo Barbero nel catalogo Giunti che accompagna la mostra, non deve farci dimenticare alcuni suoi paesaggi immaginari che rievocavano tradizioni e miti dei nativi americani, o la serie dei burst di cui parlavamo all’inizio e che rappresentavano una consapevole via d’uscita dall’action painting. «Contro la ricerca sterile del puro evento gestuale Gottlieb si definiva un image maker e non smise mai di pensare la pittura come creazione di immagine».

da left-avvenimenti del 22 ottobre 2010

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