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La sfida di Roma contro il degrado. Per un volto nuovo della città

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 4, 2014

Convegno casa dell'architettura

Convegno casa dell’architettura

di Simona Maggiorelli

Con la sua storia millenaria, Roma, diversamente da altre città storiche come Firenze, ha avuto il coraggio di avviare un interessante confronto con l’arte e architettura contemporanea. Sono nati così negli anni scorsi l’Auditorium di Renzo Piano, spazi futuribili come il MAXXI a cui Zaha Hadid ha regalato linee sinuose e seducenti, ma anche il museo Macro ricreato in fiammeggiante chiave post punk da Odile Decq (e oggi tristemente ridotto a location per feste private). Mentre altri progetti blasonati come la “nuvola” di Fuksas e la città dello sport di Calatrava sono rimasti a metà del guado. Di tutte queste tracce lasciate nella Capitale da archistar internazionali si è detto moltissimo su giornali e pubblicazioni di settore.

Molto meno si è parlato invece di progetti di grande qualità architettonica, realizzati da studi forse meno famosi di quelli appena citati, ma veri protagonisti di una lotta silenziosa e quotidiana contro il degrado della Capitale. Diversamente dai soliti nomi di grido che puntano a lasciare il loro segno inconfondibile qualunque sia il contesto, non inseguono il “sogno prometeico” dell’architetto demiurgo che impone la propria visione. Il loro obiettivo è creare ambienti per il vivere umano, basati su esigenze reali e di bellezza.

Così, a poco a poco, stanno ridisegnando il volto di quartieri trascurati e di luoghi di transito come, ad esempio, quello intorno alla stazione Tiburtina dove sta nascendo La città del sole, con complessi abitativi che evocano palafitte integrate agli spazi pubblici. Architetti di talento hanno dato una nuova identità a spazi prima anonimi come piazza Rolli e piazza dei Cavalieri in zona Portuense. Hanno recuperato splendide biblioteche nel centro storico come la Hertziana e la Lateranense e hanno valorizzato uno straordinario complesso di epoca romana: i Mercati Traianei. Ma hanno anche costruito scuole innovative, asili in periferia e strutture come il centro culturale Elsa Morante al Laurentino 38.

10690222_378717238972294_8165694562698130768_nCerto, si tratta di interventi numericamente limitati. Del resto «gli edifici progettati da architetti sono non più del 2 per cento dell’edilizia globale» annota Carlo Ratti nel suo nuovo libro Architettura open source (Einaudi). Ma come racconta il teorico delle cosiddette “città sensibili” possono essere cellule vitali che aiutano a curare la città dal degrado. Assumendo il valore di progetti pilota, aggiungiamo noi, nella Capitale percorsa oggi da forti tensioni sociali, mentre l’amministrazione attuale stenta a trovare risposte adeguate  e  quella passata diventa oggetto di importanti inchieste giudiziarie (che portano finalmente in piena luce la rete criminale di appalti e prebende in cui erano coinvolti collaboratori di primo piano del sindaco Alemanno, ma anche di Veltroni) .

Intorno alla metà degli anni Novanta «Roma è stata per la prima volta oggetto di una serie di interventi riguardanti la progettazione e la riqualificazione di spazi aperti con il Programma cento piazze» ricorda l’architetto Paola Del Gallo curatrice di un convegno che si è tenuto il 5 dicembre alla Casa dell’architettura proprio per discutere della sfida del contemporaneo a Roma. «Il programma prevedeva interventi che interessavano gli spazi pubblici di tutti i municipi e intendeva recuperare la qualità della vita. La maggior parte di quei luoghi sono stati abbandonati o manomessi», denuncia l’architetto. «Qualcuno dice perché mancano i fondi per la manutenzione, ma questa spiegazione non è convincente». Dove sono finite quelle intenzioni viene oggi da chiedersi non solo vedendo la “trascuratezza” delle piazze ma anche e soprattutto andando in quartieri come Tor Sapienza o Corviale. «La storia di Tor Sapienza, ora teatro di scontri e proteste, è molto significativa – risponde Del Gallo-. Progettato ex novo negli anni 70 fa parte dei 64 quartieri di Piani di edilizia economica e popolare (P.E.E.P.), interventi di grande impegno finanziario e tecnico per la città. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: abbandono, inefficienza dei servizi, mancanza di veri spazi collettivi, disagio di chi vi abita e che si sente cittadino di terza categoria. Quando invece avrebbe potuto essere un’occasione per disegnare la forma della città moderna. Luoghi così sono drammaticamente insicuri e ostili alla libera e armoniosa espressione della vita di una comunità». Anche per questo oggi è più che mai urgente riflettere sulle cause di questo fallimento.«Sono pezzi di città nati astrattamente sulla carta – suggerisce Del Gallo -, sono quartieri dormitorio nati con l’idea di soddisfare i soli bisogni primari ma in essi non troviamo alcuna bellezza e qualità urbana. Se vogliamo tornare ad essere una città di accoglienza dobbiamo pensare a come rigenerare tante parti di Roma. Non è presunzione dire che senza una buona architettura ciò non è possibile».
Di un’architettura diversa da quella che domina la periferia romana, ma anche certi quartieri considerati residenziali, costruiti in modo meccanicamente seriale da palazzinari di alto bordo, si parlerà appunto nel convegno Racconti di architettura. Sei progetti romani in Roma terzo millennio con interventi, fra gli altri, dello studio King Roselli (autori oltreché del rinnovamento della biblioteca Lateranense anche del policromo Radisson Blu Es.Hotel), di Studio Labics, Daniela Gualdi, Luigi Franciosini ordinario dell’Università Roma 3 e di Livia Comes (con Del Gallo) autrice della nuova scuola media di Aranova, uno spazio inondato di luce, a 5 km dal mare. «Se dovessimo definire il nostro approccio all’architettura potremmo definirlo umanistico – spiega Livia Comes – perché non riguarda semplicemente il singolo oggetto costruito, ma associa l’architettura alla vita delle persone. In questa scuola, per esempio, si estrinsecano scelte progettuali per favorire il benessere psicofisico di chi la abita rispettando al contempo l’ambiente naturale». Ciò che colpisce è l’accessibilità globale del progetto, l’attento studio della ventilazione e dell’illuminazione naturale, ma anche la sua valenza eco- sostenibile dovuta al tetto verde per la regolazione del microclima, ai pannelli radianti per il riscaldamento, alle vasche di accumulo per il riutilizzo delle acque meteoriche e delle fonti energetiche alternative. «Da un punto di vista formale – dice ancora Livia Comes – questo tipo di approccio ci ha portato ad riutilizzare gli elementi “classici” della migliore tradizione architettonica romana che sentivamo nostri e a rielaborarli nel tentativo di dare vita ad un organismo architettonico originale, cioè con una identità nuova e riconoscibile».

Si richiama alla dimensione utopica dell’opera del filosofo Tommaso Campanella, invece, La Città del sole di Studio Labics che, in zona stazione Tiburtina, mette in connessione spazi pubblici, di transito, e ville private. «La scelta del nome nasce proprio dalla volontà di realizzare una porzione di città in cui privilegiare lo spazio pubblico e una visione egualitaria della società» raccontano gli autori del progetto. Che vuole essere anche un omaggio a Innocenzo Sabatini, «architetto che ha realizzato alcuni straordinari interventi di edilizia pubblica a Roma all’inizio del Novecento tra i quali il Tiburtino II, nel lotto limitrofo al nostro, e la celebre casa a gradoni chiamata “Casa del Sole” in via della Lega Lombarda».
L’obiettivo della Città del sole è ambizioso: fa pensare all’antico concetto greco di eudamonia: cioè a un’idea di sviluppo felice in cui la realizzazione del singolo, del privato, non va a detrimento del pubblico, ma anzi ne è di stimolo. «È proprio quello che abbiamo cercato di fare, assumendoci anche una buona dose di rischio», confermano i due architetti romani. «La continuità e la ricchezza degli spazi aperti, che si estendono su più livelli, sono la testimonianza della nostra fiducia nella dimensione pubblica della città. Che altrimenti rischia di ridursi ad una serie di isole recintate». In questo caso alla base del concorso c’era un piano di assetto redatto dal Comune che dava indicazioni abbastanza precise sui requisiti urbani che il progetto avrebbe dovuto soddisfare e sull’importanza dello spazio pubblico. «Il ruolo delle amministrazioni è fondamentale per la trasformazione delle città, per la creazione di una piattaforma di valori strategici condivisi», sottolineano gli architettono Francesco Isidori e Maria Claudia Clemente. «È importante poter progettare le strutture della città, che poi ne guidano le trasformazioni» sostengono i due architetti di Labics, citando un maestro come Aldo Rossi che identificava nei monumenti gli elementi propulsori delle dinamiche urbane. «Per noi, oltre ai monumenti, sono fondamentali le strade e le piazze, elementi chiave della dinamica urbana. L’architettura dunque non è più costruzione di oggetti ma di un sistema di relazioni».

E con questa idea di città e delle piazze come spazi di incontro e di relazione umana, rinnovando l’antica tradizione romana delle fontane, sono nati anche lavori dell’architetto Francesco Mirone, Corrado Landi e dall’architetto Daniela Gualdi che racconta: «C’è un avvenimento che tutti conosciamo e che ha girato il mondo, un’immagine fortissima a cui spesso mi capitava di pensare, mentre lavoravamo in quegli anni, e che riguarda la città, un’immagine del novembre 1989: la caduta del muro di Berlino e la riunificazione di una città divisa. Noi arrivammo dopo, perché solo allora fu di nuovo possibile parlare di bellezza della città, di qualificare le periferie, di rapporto tra spazio pubblico e arte. Il vento nuovo della vecchia Europa chiedeva di ridare un volto alle città: sono stati anni di importanti concorsi internazionali, gli anni di una ricerca e di una cultura della città che ha toccato livelli altissimi. Le nostre piazze nacquero in quel clima, poi c’è stato uno smarrimento culturale che toglie respiro. Ma tutto quello che era riuscito va aspramente difeso oggi, più che mai».

dal settimanale left

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La nuova Roma del terzo millennio

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 16, 2012

Palazzetto bianco di Massimo Fagioli

Palazzetto bianco di M. Fagioli e P.Rossi

Trentadue progetti di architettura regalano un nuovo volto alle aree più critiche della Capitale. Firmati da archistar e da personalità di grande talento. Propongono un nuovo modo di costruire all’insegna della bellezza e della sostenibilità. Un libro edito da Hoepli li racconta

di Simona Maggiorelli

In una città come Roma dove cementificazione e speculazione, specie nelle periferie urbane, continuano a divorare suolo, segnali di una diversa e più sostenibile idea dell’abitare cominciano a farsi notare. Come staminali che curano le zone più abbandonate e a se stesse, riqualificandole. Il volume Roma III millennio (Hoepli, foto di Rosario Patti) ne raccoglie alcuni magistrali esempi, capaci di mettere insieme funzionalità e bellezza, rispetto dell’ambiente e dimensione umana dell’abitare. Fra i nomi dei progettisti figurano archistar come Santiago Calatrava e Zaha Hadid, ma anche lo psichiatra e artista Massimo Fagioli e poi  architetti, forse meno noti al grande pubblico ma che, con i loro progetti, stanno contribuendo concretamente a liberare Roma da cemento inutile e bruttezza.

Françoise Bliek, Paola Del Gallo e Pietro De Simoni, autori di Roma III millenno hanno selezionato ben 32 esempi pienamente riusciti.Fra i quali anche un progetto firmato dallo Studio ABDR nella zona Ostiense di Roma ed esempio felice di recupero e innovazione.

«Visti i gravi problemi dell’area – racconta Paola Del Gallo – l’amministrazione capitolina nel 2004 ha bandito un concorso internazionale per la redazione di un masterplan che, partendo dalla progettazione dello spazio pubblico, innalzasse la qualità architettonica e urbana del quartiere, senza modificarne il carattere residenziale. Dopo lo sgombero e la demolizione di due palazzoni pericolanti si è costituito un Consorzio di circa 105 proprietari – sottolinea Del Gallo – che corrispondono ad altrettanti appartamenti, coordinato dall’amministrazione comunale. Poi è stato bandito un appalto concorso per la progettazione e la realizzazione del progetto».

Così è nato un vero e proprio progetto pilota che riqualifica la semi periferia senza divorare altro suolo. «Si tratta del primo esempio in Italia nel quale si demoliscono e si ricostruiscono degli edifici a carattere abitativo di proprietà di molte famiglie», conferma l’architetto Paola Del Gallo.

MAxxi, Zaha Hadid

MAxxi, Zaha Hadid

«Le nuove costruzioni, di qualità, eccedono del trenta per cento la volumetria originaria; all’interno sono stati creati nuovi appartamenti, negozi, un centro sportivo comunale con piscina, parcheggi e questo aumento è servito in parte a finanziare l’operazione. Sono state costruite nuove abitazioni in zona semicentrale senza consumare altro terreno agricolo. Sfido chiunque – aggiunge Del Gallo – a rendersi conto che le nuove costruzioni di via Giustiniano Imperatore sono state aumentate in volumetria del trenta per cento. Questo dimostra che si tratta di “buona” architettura. In questo Paese quando si parla di urbanistica, si parla quasi sempre di quantità e non di qualità». Anche per questo lo troviamo inserito nella importante raccolta di progetti raccontata da Roma III millennio. Le storie positive contenute nel libro sono molte e variegate, si va dal nuovo Macro di Odile Decq al MAXXI di Zaha Hadid,  dall’Auditorium di Renzo Piano all’atelier e forum del Palaexpo di Daniele Durante e Adele Savino.

«C’è poi per esempio – racconta l’autrice – la Grande Galleria Ponte sospesa sui binari della stazione Tiburtina a cavallo tra i due quartieri del Nomentano e di Pietralata, ora collegati dall’edificio della nuova stazione: un progetto che sta innescando numerosi progetti di recupero nel quadrante Est della città. E poi c’è il rettorato con la facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre, uno dei primi interventi a portare grandi processi di trasformazione del quartiere Ostiense.

Terrazza del Palaepo di Roma

Terrazza del Palaepo di Roma

Nato come Polo industriale di Roma Capitale negli anni Venti è diventato un centro per attività legate alla cultura e un vivace quartiere universitario. Per edificare l’Auditorium gli architetti del Comune di Roma hanno scelto un “non luogo”, di cui Roma è piena, situato attorno a degli svincoli stradali. Nessuno avrebbe pensato che in quello spazio si sarebbe potuta costruire la città della musica più grande d’Europa. La sua realizzazione sta portando grossi cambiamenti nella zona e credo che senza l’Auditorium non ci sarebbe stato né il MAXXI né il Ponte della Musica».

Dall’insieme di questi progetti possiamo anche trarre una riflessione su quella che auspicabilmente dovrebbe essere l’architettura del futuro ? «A Roma, come in tutta l’Italia, si è costruito molto, troppo, ma, il più delle volte, non si è fatta “vera” architettura» denuncia Del Gallo. «L’architettura ha bisogno di una classe politica che ami l’arte, che nei suoi programmi prediliga la riqualificazione e la trasformazione della città. Il libro dimostra che questo di può fare, i bravi architetti ci sono, l’architettura potrebbe fare molto per la società in quanto possiede gli strumenti primari per proporre e realizzare un modo diverso di vivere insieme»

(dal settimanle left-avvenimenti  8 dicembre 2012)

 

Corriere della Sera, 13 dicembre 2012:

Architetture del terzo millennio

CoverDai meno celebrati le maggiori novità Il Palazzetto Bianco (Fagioli e Rossi), le palazzine di Cordeschi a Tor Bella Monaca, le sistemazioni di Cupelloni all’ex Mattatoio testimoniano una ricerca di pari dignità rispetto alle grandi opere

di Giuseppe Pullara

Come per ogni cosa, anche per la forma urbana della Roma d’oggi si possono avere due opposte visioni: c’è chi rileva nei nuovi quartieri solo sfracelli, degrado, se va bene un’edilizia incolore. Altri invece preferiscono prendere in considerazione i rari segni offerti dall’arte del costruire e sostengono che la città si sta trasformando positivamente. È in fondo la metafora del bicchiere: mezzo vuoto o mezzo pieno? Con uno spirito che ricorda certi entusiasmi di cent’anni fa (Excelsior!) un libro appena uscito presenta una sfolgorante Roma del Terzo Millennio e indica in 32 nuove architetture la testimonianza di una città che sembra pronta a «magnifiche sorti e progressive». Molti progetti, ancorché realizzati dal Duemila ad oggi, sono stati ideati diversi anni prima e appartengono solo formalmente al nostro XXI secolo. C’è l’Auditorium di Renzo Piano, il rinnovato Expo’ di via Nazionale (Abdr), l’Hotel Radisson (King-Roselli) presso Termini, il Maxxi di Zaha Hadid, il Macro di Odile Decq, naturalmente l’Ara Pacis di Meier. Basterebbe questo inizio di sicuro effetto per avere l’idea di una città in pieno fervore metamorfico.Ma c’è dell’altro. Il gigantesco Centro Congressi Italia (Fuksas) all’Eur, un’opera diventata famosa, per uno strano corto circuito mediatico, ben prima di essere realizzata. Perfino un recente intervento sul colle più nobile di Roma, il Campidoglio: l’allargamento (Carlo Aymonino) nello spazio del Giardino romano del primo museo comunale. E il rifacimento (Stefanori) della Centrale Montemartini all’Ostiense. Nello stesso quartiere viene segnalato il rettorato e giurisprudenza (Passeri e Pasquali) di Roma Tre mentre, non lontano, è esaltato un noto esempio di demolizione/ricostruzione: l’edificio (Abdr) di via Giustiniano Imperatore, un palazzo spaccatosi per smottamento e rifatto.Si tratta finora di una lista di opere ben conosciute e ampiamente commentate nell’editoria di settore. Se si aggiungono altre architetture già entrate nella consapevolezza dei romani come la nuova Biblioteca Hertziana (J.N.Baldeweg), la nuova sistemazione dei Mercati di Traiano con annesso museo (Studio Nemesi e aa.vv.), la stazione Tiburtina (Abdr) per la Tav e quel che resta della Città dello Sport di Calatrava, una magnifica volta in acciaio che lancia un urlo di disperazione per l’abbandono in cui giace, si arriva ad una ventina di importanti architetture, compresa la sede del comune di Fiumicino, un’interessante opera di Alessandro Anselmi piuttosto negletta dai suoi gestori.Ma il libro (Blick, Del Gallo, Simoni – Roma III Millennio, Ed. Hoepli) non finisce qui. Per fortuna. Perché finora non se ne capirebbe la necessità essendo Maxxi, Auditorium, Ara Pacis e via dicendo conosciutissimi per il loro uso e per una ampia presenza in decine di testi e migliaia di articoli. Il pregio dell’iniziativa editoriale sta nel trovare uno spazio ancorché minoritario alle architetture nuove ma pressoché sconosciute (diciamo meno conosciute al grande pubblico, vista la suscettibilità degli architetti), che finalmente saltano all’attenzione.

Cominciando con il Palazzetto Bianco (Fagioli e Rossi), un’opera elegante quanto sorprendente, le palazzine di Cordeschi a Tor Bella Monaca, le sistemazioni di Cupelloni di spazi degradati all’ex Mattatoio (Altra Economia, Macro Future, Belle Arti), piazza Nicola Cavalieri (Fagioli) al Portuense, il Centro culturale Elsa Morante (Cupelloni): interventi minori se non altro per budget ma che testimoniano tentativi di ricerca architettonica di pari dignità rispetto alle grandi opere.Nell’indice compaiono altri esempi del genere, dall’asilo nido La Giustiniana (De Vita) alla scuola media (Comes, Del Gallo) di Aranova e alla biblioteca comunale Sandro Onofri (D’Amato), dal nuovo mercato di Ponte Milvio (Daffinà) al Campus X (Tamino), che vorrebbe trasformare Tor Vergata in uno scenario bostoniano. Accanto a qualche altro edificio, vengono segnalati due ponti: quello – inutile – della Musica (Buro Happold) al Flaminio e l’enfatico attraversamento delle rotaie all’Ostiense (Solidur srl e Del Tosto). Al di là delle valutazioni di merito, sia sulle opere «minori» sia sulla loro selezione – ogni elenco include ed esclude sempre qualcosa di troppo – c’è da augurarsi che la Hoepli la prossima volta si lanci con più coraggio nel mondo dell’architettura, capovolgendo le proporzioni tra i soliti noti e gli altri. Meno «usato sicuro» e più nuovi modelli: e forse per questo ne potrebbe scaturire un best-seller.
(13 dicembre 2012) – Corriere della Sera

 

Presentazione del libro marzo 2014, IBS

Buongiorno a tutti, siamo qui oggi a presentare il libro Roma III Millennio degli architetti Francoise Bliek, Paola Del Gallo e Pietro De Simoni, edito da Hoepli, arricchito da un’ introduzione dell’urbanista Vittorio Caporioni. Un libro che ha un lavoro di anni alle spalle e che raccoglie 32 progetti sceltissimi firmati da architetti di fama internazionale come Zaha Hadid, Santiago Calatrava, Odile Decq. Come Meier, Fuksas, Piano Ma anche firmati da geniali outsider dell’architettura come lo psichiatra Massimo Fagioli e da una serie di architetti, forse meno noti al grande pubblico, ma di talento. Parliamo qui di progetti che hanno stili, estetiche e modi di realizzazione differenti ma che, nel loro insieme, proiettano Roma verso un futuro di capitale della cultura e dell’arte , rilanciando quell’immagine di città cosmopolita che aveva nell’antichità ma che oggi sembra essersi molto appannata.

In altre parole questo è un libro che ci presenta un’immagine reale e insieme ideale di Roma, fotografata al suo meglio dall’architetto Rosario Patti. Invitandoci a pensare come potrebbe essere davvero la Capitale se continuasse a rinnovarsi sulla strada aperta dai progetti raccontati qui. E che lanciano una sfida creativa alla realtà esistente. Rifiutando il degrado, l’incuria, l’informe questi progetti contribuiscono a reinventare spazi che hanno perso la propria identità. Regalano nuova vita ad edifici antichi, rispettandone intimamente la storia. Una grande qualità architettonica è il filo rosso che accomuna le opere documentate da questo volume realizzato a più mani, che seduce come un libro d’arte per il modo in cui sono composti testi e immagini, offrendosi a vari livelli di lettura: ad un tempo rivolgendosi al pubblico di non specialisti con l’appeal di immagini che parlano un linguaggio universale,e agli studiosi di architettura con apparati, schede, e contributi scientifici .

L’accento di Roma III Millennio batte dunque sulla qualità architettonica, che non è ascrivibile al superfluo, ma che ha invece a che fare con la qualità della vita. Come nota nel libro Istanbul il premio Nobel Orhan Pamuk che prima di diventare scrittore ha fatto studi di architettura, “Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano”.

I paesaggi, il modo in cui sono stati modificati dall’uomo, la forma dei quartieri, il modo di abitare, contribuiscono a creare l’atmosfera che si percepisce a pelle quando si arriva in una città o in un paese.

Ed è una sensazione di spaesamento e di malessere quella che si respira non solo nella periferia, ma anche in molti quartieri romani, considerati residenziali, costruiti in modo meccanicamente seriale da palazzinari di alto bordo o meno. Quartieri poveri come Spinaceto o pretenzioso. fittizi come il Torrino offrono un paesaggio desolante da post metropoli senza identità, senza disegno urbano, in cui i cittadini sono al più city users mentre il consumo di suolo cresce di giorno in giorno. I dati Istat dicono che nell’ultimo decennio il consumo di suolo a Roma è aumentato del 7 per cento ( a Venezia è il 10), Ma questo non è destino immodificabile. Come dimostrano esempi come il centro Elsa Morante al Laurentino 38 o la riqualificazione della Stazione Tiburtina presentati in questo libro e più ancora il progetto di Giustiniano Imperatore: positiva trasformazione di un’edilizia speculativa anni Cinquanta. Dalla demolizione di 105 abitazioni è nato qui un elegante complesso abitativo, di alta qualità architettonica e senza consumare altro suolo. Ma su questi aspetti ci sono qui architetti ben più titolati di me a parlare. Per quanto mi riguarda, occupandomi di arte, mi piacerebbe accennare brevemente alla qualità artistica e alla sensibile attenzione verso la millenaria storia dell’arte italiana che si evince da alcuni di questi progetti. Penso per esempio alla Biblioteca Hertziana. Durante gli scavi sono stati scoperti resti del giardino della Villa di Lucullo che si componeva- si legge in questo libro- di terrazzamenti a esedre che scendevano sulle pendici del Pincio. E si scopre che il progetto della biblioteca si richiama straordinariamente a quei terrazzamenti nel disegno delle balconate delle sale di lettura. Come se l’architetto Juan Navarro Baldeweg che firma il progetto si fosse inconsapevolmente richiamato a quel sostrato ricco di storia quando disegnava. Si parla dunque di una progettazione basata sulla restituzione di valore, sull’ascolto, sul rispetto, sulla memoria. Ma a colpire profondamente chi si occupa d’arte è anche l’uso della luce orchestrato dall’architetto Baldeweg trasformando il cortile interno in un pozzo di luce su cui si affacciano sette livelli di balconate. Il richiamo all’arte contemporanea….

Ma , permettetemi, prima di passare la parola vorrei fare un accenno anche alla fontana scultura di Massimo Fagioli che spicca in piazza Rolli, una piazza di per sé anonima e circondata da grigi palazzi, fra i quali appare aduggiato qualche villino liberty. La redazione di left è proprio lì vicino e ogni giorno posso vedere come quell’elegante segno che Fagioli ha tracciato in quella piazza la ricrei interamente, obbligando i passanti ad alzare lo sguardo verso quella fonte di luce rappresentata dalle quattro coppe di vetro. Noto come la guardano incuriositi e affascinati i turisti che vanno e vengono dai bed and breakfast della zona , come vi giocano attorno i bambini del quartiere, ma anche come la fontana , come una sorta di scultura collettiva, svetta indisturbata fra le fitte bancarelle della domenica. La base della scultura è sottilissima, occupa il minimo di spazio, quasi che l’autore nel concepirla si fosse inconsciamente rapportato anche con questa settimanale invasione pacifica della piazza. Ritrovo qui ricreato in modo nuovo quel rapporto della scultura con lo spazio sociale, inteso come spazio delle relazioni umane, che è tipico della migliore arte italiana, che proprio per la specificità della nostra storia , è da sempre site specific, realizzata ad hoc per quel luogo e non per un altro. Ma se il David di Michelangelo in piazza della Signoria a Firenze definisce ed esalta il proprio significato di simbolo laico e repubblicano, la fontana di Massimo Fagioli in piazza Rolli lungi dall’essere solo un elemento decorativo, non entra in simbiosi con il contesto potenziandolo, ma entra in rapporto vivo e dialettico con la zona in cui sorge. In questo quartiere sciatto e senza qualità l’alta curva della fontana e il movimento della sua linea immettono una dimensione immaginativa, di fantasia, capace di ridisegnare l’intorno. Ingaggiando una vitale dialettica con il degrado suggerisce la possibilità di trasformazione dell’esistente e evoca una ricerca sulla realtà psichica.

Giorgio Muratore la interpreta come un omaggio alla lupa capitolina e la definisce una delle opere moderne contemporanee forse più significative fatte a Roma negli ultimi decenni”.

l’architetto Daniele Durante, docente dell’Università La Sapienza, ma anche autore insieme ad Adele Savino del progetto dell’atelier e del forum del Palazzo delle Esposizioni

progetti come il Macro di via Reggio Emilia nell’ex birreria Peroni, un raro esempio di archeologia industriale a Roma, che l’architetto francese Odile Deq ha trasformato in un opera che rilegge la tradizione musicale punk e new wave in un ritmato gioco di rossi e neri, con al centro un fiammeggiante anfiteatro per conferenze immaginato come il cuore pulsante e vitale dell’attività del Macro.

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