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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 12, 2009
di Simona Maggiorelli

Stefano Arienti, Mantova
Opere grafiche diafane, “leggere” in punta di penna, realizzate facendo emergere in trama un’immagina latente e nascosta. Oppure sculture “organiche” che sembrano crescere e mutare negli ambienti per i quali sono state pensate, abitando gli spazi come gramigna buona, tenace e capace di apportare nuova linfa creativa in freddi hangar metropolitani ma anche in antichi palazzi.
Tanto che alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, con la mostra Disegni dismessi, si aveva quasi la sensazione che le installazioni di Stefano Arienti fossero nate in quegli stessi spazi lagunari, incarnandone al massimo grado il genius loci. Ora, invece, per entrare in risonanza con le sale affrescate di Palazzo Ducale a Mantova, dove fino a gennaio è ospitata una sua importante retrospettiva, Arienti ha scelto di raccogliere e di rielaborare ad hoc opere dal carattere più giocoso, fantasmagorie di animali e piante, che dialogano su un registro di bizzarria e di “maraviglia” con le paganeggianti decorazioni delle stanze ducali.
Accompagnata non da un catalogo transeunte ma da un vero e proprio libro che ripercorre la carriera del quarantenne artista lombardo, l’antologica curata da Filippo Trevisani Arienti. Arte in-percettibile (edito da Electa, foto di F. Scianna) sottolinea l’originalità della poetica di questo artista autodidatta, che viene dal mondo della scienza e si è innamorato dell’arte d’avanguardia attraverso i suoi riverberi nel rock e nella musica colta contemporanea. Un artista che, fuori dal clamore delle provocazioni più di moda, ha scelto di seguire la propria curiosità e un proprio filo di ricerca. Anche quando poteva apparire desueto e fuori moda. Così l’infanzia trascorsa in campagna, i ritmi di vita contadini entrano nelle sue opere come solarità, silenzio, spazi aperti e una metamorfosi continua dei materiali naturali e grezzi.
Canape, legni, resti di alberi, impronte lasciate da umani sulla terra o mani dipinte sulla pietra sono le “le parole” e i segni con cui, fin dagli esordi, Arienti declina il suo personalissimo vocabolario d’artista. Un linguaggio che come lui stesso dice a Trevisani nel libro «non appartiene alla tradizione spiritualista o idealista che ci separa dalla materia». «Per me – aggiunge – anche le opere d’arte sono degli organismi viventi con una loro vita indipendente dal loro autore».
left-avvenimenti 11 settembre 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 12, 2009
Dalle pitture in movimento alle sperimentazioni filmiche. Una doppia mostra a Venezia e a Roma
di Simona Maggiorelli

Rebecca Horn
Il signor Casparis ha un appuntamento molto speciale. Aspetta di incontrare Fata Morgana nel teatro della Fenice. Ma come il Carnevale insegna, le belle donne si nascondono dietro misteriose maschere e spariscono per le calli. Riprendendo echi da Hofmannsthal e le atmosfere sospese e sensuali del suo Andrea e i ricongiunti (Adelphi) Iso Camartin racconta così l’accendersi sulla scena veneziana dell’ultima epifania dell’artista Rebecca Horn: scultrice, pittrice e performer che, smessi i panni della provocazione anni Settanta, ora si dedica a progetti multimediali dalle atmosfere magiche, fiabesche, talora sottilmente inquietanti. Come in questa Fata Morgana creata ad hoc per Venezia con spezzoni del film Buster’s Bedroom che l’artista tedesca girò nel 1991 con Donald Sutherland, Valentina Cortese e Géraldine Chaplin.
Nuove musiche e inserti che mostrano la stessa Horn mentre dipinge cambiano la struttura dell’opera filmica, aprendola al “racconto” del processo creativo. Ma l’aspetto più interessante riguarda il modo in cui Horn ha trattato pittoricamente alcune sequenze: intervenendo con vernici trasparenti effetto dripping sui fotogrammi fino a farne dei veri e propri quadri. Un incontro fra linguaggi diversi che è andata sperimentando negli ultimi anni anche con la messiscena di Luci mie traditrici, l’opera in due atti di Salvatore Sciarrino di cui, al festival di Salisburgo, è stata anche regista e costumista.
Un dramma di sangue, ispirato al seicentesco Il tradimento per l’onore di Cicognini, e in cui Horn ha dato visivamente espressione alla passione fra i due amanti e al delirio del marito geloso con proiezioni di sue pitture su tela fatte di solo colore. Immagini astratte che sulle note di Sciarrino acquistano un movimento grazie a piogge di petali di rose rosse e a folate di foglie secche orchestrate dalla cabina di regia. Un’invenzione di pittura a più strati e in movimento che la stessa Horn racconta nel catalogo Fata Morgana (Charta) uscito in occasione della personale che la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia le dedica fino al 20 settembre. Un percorso in cui si ritrovano le piume che la Horn usava per trasformare le mani in “ali sensibili” (Guanti di piume, 1972). E poi poetiche installazioni ambientali, sculture e disegni, la sua prima passione. Horn ha raccontato che, dopo la guerra, si sentiva odiata perché tedesca. Fin quando scoprì il disegno e fu una liberazione, perché non doveva «disegnare in tedesco, francese o inglese». Negli ultimi anni il suo interesse si è sviluppato in particolare verso le opere su carta. A Roma, fino al 18 luglio, la Galleria Marie-Laure Fleisch ne presenta una selezione con la mostra Peacock -Sunrise.
da left-avvenimenti 3 luglio 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 10, 2009
di Simona Maggiorelli
«Quanto “tempo” è passato tra un simbolo cicladico di fertilità e uno specchio di Anish Kapoor?» si domandava lo studioso Axel Vervoordt indagando con la mostra Artempo come lo scorrere del tempo – di generazione in generazione – agisca, formi e trasfiguri il modo di rappresentare.
Nel tempo tutto umano dell’arte, raccontava Vervoordt, con quella indimenticabile rassegna veneziana del 2007, generi e stili invecchiano, diventano desueti, superati, mentre grazie alla genialità di artisti capaci di inventare immagini nuove la storia dell’arte, nei secoli, si rinnova e cambia direzione.
Basta pensare alla rivoluzione del colore di Vincent Van Gogh che, d’un tratto, rivelò l’anemia della maniera impressionista. O alla rivoluzione cubista di Picasso e Braque che mandò definitivamente in cantina un modo di dipingere che valorizzava la perizia nel riprodurre la realtà in tutti i suoi dettagli. E se Picasso sosteneva che la parola evoluzione in arte non ha nessun senso («Per me non c’è passato o futuro in arte» nella rivista The Arts 1923), è pur vero che il descrittivismo analitico “alla fiamminga” tramontò del tutto quando le avanguardie storiche aprirono la ricerca a immagini “irrazionali”, inattese, capaci di esprimere significati latenti.
E proprio questo streben verso l’ancora sconosciuto, questa tensione verso una spazialità nuova e sconfinata che ha attratto gli artisti nei secoli, è il tema che Vervoodt esplora in questa nuova tappa della sua indagine sui rapporti fra arte e tempo. Un tema sfaccettato difficile, alto, che rischia di cadere nell’astratto, ma che il critico belga affronta per interessanti suggestioni, in modo rapsodico, nella mostra In-finitum senza imporre una tesi. Lungo i quattro piani di palazzo Fortuny, a Venezia, oltre trecento opere, distribuite per sezioni.
Contro le pareti arse dal salmastro e nella penombra di sale e corridoi, opere che vanno da antichi reperti archeologi egizi alle ultime frontiere della videoarte, passando per opere di Canova, Delacroix, Rodin, Cézanne, Picasso, Rothko, Fontana e molti altri maestri.
Fra i temi indagati, la prospettiva rinascimentale letta come inizio di una spazialità nuova, il “non finito” con cui artisti come Michelangelo esprimevano la tensione verso una forma nuova. Ma anche il cosmo e il nuovo cronotopo scientifico di Einstein e l’influenza che ha avuto sull’arte del Novecento. Senza dimenticare il naufragio misticheggiante a cui andò incontro l’action painting indagando un’idea di spazio tempo derivata dallo zen alla” luce” di atemporali, quanto sinistre, mitologie junghiane che pretendevano di condannare ognuno a un primitismo violento e ancestrale, soccombente o in camicia bruna.
dal settimnale lefl avvenimenti 10 luglio 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 31, 2009
Fra luci e ombre è cominciato il count down per l’attesa 53esima edizione curata da Daniel Birnbaum che aprirà il 7 giugno
di Simona Maggiorelli

Xu Tan per la Biennale di Venezia
Immagini che parlano di un incontro fra architettura e arte nel segno di asciutta e disincarnata geometria, in controtendenza con la dichiarata spettacolarità dell’ultima Biennale di architettura , ma fino al punto da rintanarsi nel segno di un ordinato e strenuo razionalismo. Ci consoliamo solo pensando che l’assaggio di Biennale che ci è stato offerto di certo non rappresenta l’insieme. E di certo non vogliamo procedere a una stroncatura preventiva, ma solo accennare a qualche stilla di delusione per quello che abbiamo visto della ristrutturazione degli spazi del padiglione italiano realizzata dal nostro amatissimo Massimo Bartolini e da Tobias Rehberger.

Michelangelo Pistoletto per la Biennale 53
E più ancora riguardo alle opere scelte da Daniel Birnbaum di Pistoletto, Roccasalva, Berti, Mir, Starling, Zholud, Fahlstrom, Hefuna, Yongping, fra le più fredde delle rispettive produzioni. Lo diciamo con rammarico, sperando davvero di qui a due mesi di doverci ricredere. Perché dalla prossima Biennale del giovane e talentuoso Birnbaum- dopo la pesante Biennale stelle e strisce di Roberto Storr – ci aspettiamo molto. Sperando, dal prossimo 7 giugno, di poter trovare nei settantasette padiglioni nazionali e nelle trentotto manifestazioni collaterali della 52esima Biennale di Venezia una vivace visione del mondo dell’arte di oggi che ci permetta di dimenticarci all’istante del Padiglione Italia, che già si annuncia celebrativo al massimo grado del protofascismo marinettiano. Alle Tese delle Vergini dell’Arsenale ,infatti, i curatori Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice ( scelti dal Ministro Bondi) promettono un inattuale “ritorno alla cosalità dell’opera e al suo essere oggetto”. “La nostra quindicina di artisti italiani capeggiati da Sandro Chia proporrà un omaggio a Marinetti, il maggiore genio del Novecento, italiano e europeo”: Ipse dixit Beatrice Buscaroli, pupilla di Marcello Dell’Utri.
da Left-Avvenimenti del 27 marzo 2009
LA NUOVA GEOPOLITICA DELL’ARTE

Daniel Birnbaum
di Simona Maggiorelli

L'installazione di Massimo Bartolini
Settantasette Paesi rappresentati e un ventaglio di manifestazioni collaterali per dare voce a quelle regioni, come la Catalogna, il Galles, la Scozia, che non si riconoscono nei propri padiglioni nazionali. E poi la compresenza del padiglione israeliano e di quello iraniano. La Biennale di arte numero 53 ridisegna la mappa geopolitica dell’arte. Anche se il giovane e quotatissimo direttore Daniel Birnbaum si schermisce: “Quando mi chiedono se la Palestina sarà rappresentata come area regionale o come Stato nazionale rispondo che la mia aspirazione è raccontare ciò che più di interessante si muove nel mondo dell’arte. E il linguaggio delle immagini non conosce nazionalità e confini”. Così l’attesa rassegna in programma dal 7 giugno al 22 novembre a Venezia, sotto il titolo bandiera “Fare mondi” promette di raccontare il presente, con slanci di apertura verso il futuro, utopico e di speranza. “ Il passato invece – prosegue Birnbaum- sarà rappresentato in mostra attraverso l’opera di alcuni artisti che già negli anni Sessanta hanno preconizzato il fenomeno della globalizzazione e i problemi connessi. Ma in chiave poetica e imprevista, Mi riferisco, per esempio ad artisti come l’austriaco Friedensreich Hundertwasser che per un periodo, incarnando il racconto di Italo Calvino, ha vissuto su un albero documentando questa esperienza”. E se la Biennale del direttore sarà una biennale aperta ad artisti proveniente da ogni parte del mondo e in questa chiave di attenzione ai temi che riguardano l’ambiente, il vivere civile, e, per così dire, un nuovo umanesimo, a farle da pesante controcanto sarà il Padiglione Italia, che si annuncia celebrativo al massimo grado del protofascismo marinettiano. Il nuovo Padiglione Italia alle Tese delle Vergini dell’Arsenale a cura di Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice ( scelti dal Ministro Bondi), in controtendenza con il mondo internazionale dell’arte proporrà “ un ritorno alla cosalità dell’opera” dice Beatrice, al suo essere oggetto. Mentre Buscaroli aggiunge: “la quindicina di artisti italiani da noi selezionati, da Basilé a Bertozzi&Casoni, da Nicola Bolla, a Sandro Chia, propongono un omaggio a Marinetti, il maggiore genio del nostro Novecento e di quello europeo”.
da Terra, 24 marzo 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 31, 2009
Tele che appaiono e vaniscono nell’ombra. Renzo Piano crea una ribalta per la ricerca artistica di Emilio Vedova
di Simona Maggiorelli

Emilio Vedova, al lavoro ai dischi (1985)
Non un museo statico e freddo. Ma una grande ribalta pensata ad hoc per le opere di Emilio Vedova (1919-2006).Tele astratte dominate da rossi, gialli, verdi e neri potenti. Opere fatte di segni vibranti che in questa speciale wunderkammer ricavata da Renzo Piano nei Magazzini del Sale di Venezia, d’un tratto, compaiono alla luce, per poi sparire nell’ombra. Un suggestivo gioco di epifanie con cui l’architetto genovese ha cercato di ricreare il modo con cui Vedova amava mostrare i suoi lavori. «Quando Emilio voleva farmi vedere nuovi quadri – ricorda Piano – mi faceva sedere a metà dello spazio e, con l’aiuto del suo assistente, andava in una stanza vicina e lentamente tirava fuori i dipinti che disponeva sulla parete.

Emilio Vedova, Da dove 1984
A volte i dipinti si accumulavano uno sull’altro, con un effetto di sovrapposizione spettacolare». Ma non è l’unico riferimento denso di significato. Nel colloquio con Germano Celant pubblicato in occasione dell’inaugurazione di questa nuova sede della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova che aprirà ufficialmente i battenti il 3 giugno, Piano aggiunge anche un altro elemento. La macchina scenica dei Magazzini del Sale (spazio che Vedova negli anni 70 contribuì a salvare dal degrado) si lega anche alla collaborazione fra il pittore e Luigi Nono. E all’idea che il compositore ebbe di mettere il pubblico al centro della scena, mentre i musicisti comparivano e poi sparivano nella buca dell’Orchestra.
Ma al di là del gioco di analogie e di richiami, l’impressione che si ha è che veramente questo speciale antro d’artista sia quel luogo della “maraviglia” in cui al meglio può andare in scena la personalissima ricerca di Vedova sul movimento delle forme e dei colori animati dal fluire dell’ “energia vitale”. Una ricerca, la sua, che in gioventù si nutrì di letture di Bergson e di riferimenti al dinamismo futurista per poi sfociare nell’informale (definizione che però Vedova detestava) in serie di tele dai forti contrasti cromatici, contrassegnate da violente e inquiete pennellate. Fino ad arrivare poi, in anni maturi, ad abolire il colore, per sviluppare appieno il movimento dell’immagine pittorica attraverso il dinamismo e l’essenzialità della linea. Il pennello allora diventa come uno speciale sismografo del mondo interiore dell’artista.
Mentre con litografie e lastre Vedova andava sviluppando una sorta di scrittura murale che testimonia la sua intensa partecipazione agli eventi politici e sociali del suo tempo. Ma nei Magazzini del sale, come per incanto, la cronologia salta, lasciando spazio a una simultaneità e compresenza di opere di diversi periodi che mette in primo piano la grande coerenza della ricerca artistica di Vedova.
da Left-Avvenimenti del 29 maggio 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 10, 2009


in alto sculture yemenite III millennio a.C
Donna di leggendaria bellezza secondo la cultura araba preislamica.
La tradizione ebraico-cristiana la degradò a demone dal piede caprino.
di Simona Maggiorelli
Una lunghissima e feroce storia di alterazione dell’immagine perseguita la Regina di Saba: donna di leggendaria bellezza e sapienza secondo la cultura preislamica araba, che la tradizione ebraico-cristiana degradò a demone dal piede caprino. Mentre i Vangeli di Matteo e Luca ne fecero addirittura un’astratta allegoria della Chiesa in cerca di Cristo. Una storia feroce e millenaria, più subdola di una damnatio memorie. Tanto che se ne possono ancora cogliere segni nella mostra veneziana Nigra sum sed formosa che, presentando in Ca’ Foscari reperti archeologici e testi antichi provenienti dall’Etiopia, ascrive tout court la regina di Saba alla tradizione copta, facendone la “madre santa” della stirpe salomonide che sarebbe arrivata fino al Negus.
«Di lei non sappiamo con piena certezza né il nome né l’epoca in cui visse, anche se la comunità scientifica oggi è concorde nel dire che la leggendaria regina di Saba sia esistita davvero» scrive Daniela Magnetti nel volume La regina di Saba, arte e leggenda dallo Yemen (Electa). Conosciuta come Bilqis in Yemen, Makeda in Etiopia e Nikaulis in Palestina, gli storici collocano il regno della regina di Saba in quell’Arabia felix che i Romani tentarono invano di conquistare; e più precisamente in quella città di Marib, che nel Nord dello Yemen fu abbandonata intorno al 570 d. C, dopo il crollo della diga che la preservava dal deserto. Non a caso nelle storie della tradizione orale yemenita Bilqis è la regina adoratrice del Sole, signora di una terra fertile di giardini e fontane. E un autorevole studioso come Alessandro de Maigret oggi conferma: “In base alle campagne di scavo, condotte fin dal 1980 in Yemen, si può datare il regno di Saba al decimo secolo avanti Cristo”: la regina Bilqis, spiega l’archeologo italiano, probabilmente favorì la trasformazione dell’altopiano in terre fertili grazie a complessi sistemi di irrigazione.
Oggi dell’antichissima città di Marib dove sorgeva il palazzo reale dei sabei non restano che suggestivi ruderi. Una città fantasma alle soglie del deserto, terra di beduini ma anche, purtroppo, di sequestri di turisti. Per percorrere i 120 km che separano la capitale Sana’a da Marib serve la scorta di militari armati e un faticoso percorso a tappe fra i posti di blocco. Anche per questo, forse, vedere d’un tratto le svettanti colonne del tempio del Sole, su cui si arrampicano ragazzini che sembrano usciti dal nulla, è un’emozione che difficilmente si dimentica.
Ed è qui, in uno dei due templi della regina di Saba che Omar, un po’ guida un po’ cantastorie della tradizione yemenita, ci ha fatto conoscere la storia di Bilqis secondo una delle versioni islamiche più suggestive, quella di Ta’labi, commentatore del Corano, vissuto intorno al 1053. Come nelle storie tramandate oralmente dai beduini, la sua Bilqis nasce dalle nozze del re Hadhad con la figlia del re dei Jiinn, che nelle credenze arabe popolari erano creature dai poteri soprannaturali. Secondo questa versione l’incontro fra la regina e Salomone sarebbe stato un gioco di inviti attraverso un upupa messaggera e di seduzioni da parte della bella regina. Ma, diversamente da quanto racconta la Bibbia, per la tradizione araba, quello fra Bilqis e Salomone sarebbe stato un confronto alto fra due diverse identità e due diverse culture e sapienze. “Bilquis – racconta il nostro Omar sulla scorta di Ta’labi – sfidò la sapienza leggendaria di Salomone, il re di Gerusalemme,mettendosi in viaggio verso la sua reggia con una carovana di cammelli che portavano oro, pietre preziose e gioielli poi donati al re da ragazzi vestiti come fanciulle e viceversa. Ma – avverte Omar – c’era un enigma che, agli occhi di Bilqis, Salomone doveva sapere sciogliere: per raggiungere il suo cuore doveva distinguere le ancelle femmine dai maschi, forare una splendida perla e infilare un fio d’oro nella conchiglia». Una storia che avrebbe affascinato nei secoli poeti e artisti, non solo nei Paesi arabi. Anche in Occidente. Basta pensare ai ritratti della regina di Saba che ci hanno lasciato pittori come Piero della Francesca, Tintoretto e Moreau (nella foto in basso) . «Una vicenda affascinante- conclude de Maigret – anche se sul piano della storia quell’incontro probabilmente non avvenne mai dal momento che il regno del re di Gerusalemme fu tra 961 e il 922 a.C ,mentre quello della regina di Saba fu assai più antico».
da left-Avvenimenti del 3 aprile 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 28, 2007
Le relazioni culturali, diplomatiche e commerciali trala Serenissima e la galassia islamica vanno nella direzione opposta all’idea di uno scontro tra Oriente e Occidente
di Simona Maggiorelli

Maometto II, di Gentile Bellini
“Trappole dell’immaginario”, così l’islamista Stefano Allievi, in un suo recente saggio (Forum editore), chiama le categorie di Islam e Occidente, viste dalle opposte sponde del pregiudizio. Quello stesso pregiudizio etnocentrico che connota la riflessione di Samuel Huntington quando scrive di un endemico e inevitabile scontro di civiltà. Ma basta dare uno sguardo alla storia dei millenari rapporti fra cultura cristiana e galassia islamica dallo speciale punto di vista offerto dalla storia della Serenessima per capire che le cose potrebbero non stare esattamente in questi termini. Lo insegna la storia della Repubblica di Venezia che ebbe, da prima dell’anno mille e fino alla sua caduta nel 1797, costanti e intense relazioni di scambio, commerciali, diplomatiche, ma anche di osmosi culturale con gli imperi del Medioriente. Quello ottomano in primis. Anche in tempi di crociate Venezia non mise mai in atto una politica aggressiva contro i sovrani musulmani. «Se aveva partecipato alle crociate – nota lo storico Jean Claude Hocquet – lo aveva fatto per non lasciarne tutti i vantaggi alle repubbliche marinare rivali». Esercizio di concreto realismo, di astuta e camaleontica diplomazia, certo. Ma forse anche una strategia laica e pacifica che sul lungo periodo si sarebbe dimostrata lungimirante. La stessa che dopo la battaglia di Lepanto portò Venezia a firmare una pace segreta a Istanbul, non aderendo alla politica della Lega Santa. La stessa strategia e lungimiranza che, nonostante i conflitti e le tensioni con il mondo arabo, aveva portato il senato di Venezia a diffidare più del re di Spagna alleato papale nel tentativo di conquistare l’intera penisola che dei turchi. «Il rapporto tra la Serenissima e l’impero ottomano è stato spesso descritto come un conflitto permanente con la Repubblica di Venezia in veste di portabandiera della cristianità», annota lo storico Julian Raby. «Ma se i 250 anni che seguirono la caduta di Costantinopoli del 1543 furono scanditi da grandi guerre e periodiche scaramucce fra le due potenze rivali, si registrarono in realtà anche lunghi periodi caratterizzati da scambi pacifici». Lunghi periodi di pace durante i quali pittori come Gentile Bellini dipinsero città levantine e fecero ritratti dal vero di regnanti come il sultano Maometto II.
Questo mentre i turchi costruivano il loro Fondaco con tanto di hammam nel cuore della laguna e per tutta Venezia andavano a ruba, negli strati alti della società, stoffe di broccato, tappeti dalle trame preziose, miniature e oggetti in metalli sbalzati di provenienza orientale. In un confronto e in uno scambio reciproco fra Occidente e Oriente che non mancò di produrre importanti influenze reciproche. Lo racconta, riannodando i fili della storia in questa precisa chiave politica, la mostra Venezia e l’Islam 817-1797 che, dopo Parigi e New York, approda da oggi al 25 novembre nella sua sede più consona: Venezia. Nelle sale di Palazzo Ducale il direttore del dipartimento di arte e cultura islamica del Metropolitan di New York, Stefano Carboni, ha riallestito l’imponente rassegna che Europa aveva recensito quando fu presentata per la prima volta al pubblico nell’Institut du monde arabe di Parigi, ma arricchendola di studi e con il valore aggiunto che offre, naturalmente, il contesto artistico veneziano. Offrendo spunti di riflessione nuovi attraverso il ponderoso catalogo edito da Marsilio, ma anche invitando i visitatori a un confronto vivo fra le opere di maestri come Gentile e Giovanni Bellini, Carpaccio, Giorgione, Tiziano e i segni della storica presenza islamica che sono sparsi nel tessuto vivo della città. A cominciare dalla stessa basilica di San Marco che, come è stato notato, ha una pianta che sembra voler richiamare quella di una moschea. «Se Gentile Bellini ebbe la funzione di pioniere e di trait d’union, influenzando a sua volta l’arte ottomana – ricostruisce Carbone – fu soprattutto grazie agli innumerevoli diplomatici e mercanti anonimi presenti nelle aree musulmane che gli artisti e gli artigiani veneziani entrarono in contatto con le rilegature mamelucche, poi ottomane e persiane, con gli oggetti islamici in metallo intarsiato, con la ceramica Iznik che tanto influenzò l’arte veneziana».
E fu questo rapporto continuo, diffuso, capillare, a lasciare i segni più duraturi nella cultura veneziana, quella popolare delle feste del santo in cui si mettevano tappeti orientali ai terrazzi e quella alta delle tradizione pittorica di maestri come i Bellini che gettarono le basi per quel vibrante colorismo che sarebbe diventato la cifra più propria e conosciuta della pittura veneta. E questo grazie all’impiego di pigmenti tipici delle miniature orientali. Un ampliamento della tavolozza ottenuta con i blu Oltremare, con l’indaco, l’azzurrite, il cinabro, le polveri d’oro e d’argento che arrivavano con le altre merci importate dai mercanti, ma che nei pittori del Quattrocento fu accompagnato anche da un mutamento di stile e di iconografia. Per la prima volta nella pittura italiana cominciarono a comparire immagini di orientali. Nelle tele di Bellini e di Carpaccio, un fiorire di turbanti e abiti di foggia araba. E poi storie di santi, come il celebre San Marco di Tintoretto rappresentato nell’atto di salvare un Saraceno. E se nella pittura rinascimentale furono soprattutto rappresentazioni dell’altro come soggetto battuto e sconfitto, non mancano esempi di altissima levatura artistica che testimoniano di un confronto culturale libero con l’Islam. Basta pensare a quel capolavoro di Giorgione che è la tela intitolata I tre filosofi, in cui, fra un vecchio dalla barba bianca e un ragazzo, spicca la figura di un uomo giovane e dall’aspetto fiero nel quale molti storici dell’arte hanno ravvisato un ritratto del filosofo Averroè.
da Europa 28 luglio 2007
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 2, 2007
di Simona Maggiorelli

Durer, Festa del Rosario
Quando arrivò in Italia, per la prima volta nel 1494 e poi tra il 1505 e il 1507, la conoscenza dal vivo della pittura del Rinascimento fu per Albrecht Dürer una specie di rivelazione. Che lasciò nella sua poetica una traccia profonda. Aprendola allo sfumato leonardesco, all’esperienza del colorismo veneto, all’armonia di forme e proporzioni classiche.
E quando avvenne questa trasformazione Dürer non era certo un artista alle prime armi. Era già affermato in terra di Germania e olandese. Colto, con una buona formazione, benché nato in unafamiglia modesta. Amico di umanisti come Erasmo da Rotterdam e di un intellettuale epicureo come Pirckheimer, che lo aveva indirizzato a Padova. Ma anche attento a quanto accadeva sullatribolata scena politica di quegli anni che si andava aprendo alle nuove idee riformiste.
Senza contare che Dürer, a differenza di molti suoi colleghi tedeschi, aveva già piena consapevolezza del proprio status di artista (e non più di artigiano) basato sulla padronanza delle discipline liberali, a ampio raggio, dalla matematica alla filosofia. Ma quando giunse a Venezia, si dovette rendere conto che al di sotto delle Alpi era ancora considerato solo poco più che un eccellente incisore.
Fu solo dopo l’incontro con Giovanni Bellini, che difese pubblicamente il suo lavoro per il Fondaco dei Tedeschi, che Dürer cominciò a godere anche qui della fama che meritava. Quella pala dipinta nel 1506, del resto, era delle più sorprendenti: La festa del Rosario riusciva a fondere l’ordine, l’armonia, la dilatazione delle forme del Rinascimento maturo con l’analisi minuziosa e realistica delle figure di matrice nordica. Lo sfolgorante luccichìo dei gioielli del Quattrocento fiammingo con il luminoso sfumato di Leonardo e Giorgione. Un’opera chiave nella carriera artistica di Dürer, che portò con sé il superamento della diffidenza dei colleghi veneziani.
Era, in effetti, una creazione inedita che nasceva dalla fusione originale di due diverse e lontane culture pittoriche, quella rinascimentale e quella “gotica”. E non era che il primo passo. Poi avrebbero preso a circolare sempre più ampiamente a avere sempre più fortuna i suoi penetranti ritratti, le sue visionarie incisioni, ma anche i suoi straordinari schizzi d’occasione. Dürer fu il primo artista a usare l’acquerello per registrare dal vivo i paesaggi che lo colpivano nel corso del suo lungo viaggio.Come il celebre Paesaggio alpino del 1495 realizzato passando le Alpi.
Il maestro di Norimberga si divertiva a ricopiare dal vivo, con fresco realismo, animali e piante, ma erano soprattutto le persone – donne, osti, pittori, intellettuali, gente di ogni rango – a suscitare la sua curiosità. Una curiosità vivace, appassionata, di cui resta testimonianza anche nel suo diario di viaggio in cui, accanto a note di spesa, regali, bevute con amici, Dürer annotava impressioni, giudizifulminanti su cose e persone. Lasciando che la superficie delle contabilità quotidiane lasciasse spazio all’improvviso a descrizioni intense e poetiche oppure a stigmatizzanti caricature. Una passione per l’umano che Dürer trasformava di volta in volta in scrittura o in immagini pittoriche.
Così l’immediatezza, lo scavo psicologico dei ritratti a olio, a penna, a carboncino, a gesso nero, a punta d’argento finiva poi per contaminare e animare anche le pitture sacre, dando alla raffigurazione di Madonne e Santi un movimento interiore del tutto nuovo e inaspettato. Un tratto che non mancò di colpire gli artisti italiani che in quegli anni si andavano formando e che avevano conosciuto l’opera di Dürer dalle stampe e ora avevano la possibilità di una conoscenza diretta dei suoi quadri. A cominciare da Lorenzo Lotto che dal pittore tedesco mutuò l’indagine penetrante della realtà, la spietata descrizione di ogni suo aspetto, il segno nitido, incisivo, ma anche una visione profondamente antiretorica dei soggetti sacri. Ma saranno soprattutto i primi manieristi, Pontormo e Rosso Fiorentino, a fare tesoro nelle loro geniali e spiazzanti visioni dell’inquieto influsso di Dürer, recuperando e sviluppando il ritmo nervoso della sua pittura e quel segreto e coinvolgente tormento che trapelava da certe sue figurazioni. Ed è proprio l’indagine di questa osmosi, di questa preziosa disseminazione di elementi nordici nella pittura italiana tra Cinque e Seicento uno degli spunti più interessanti della mostra Dürer e l’Italia che s’inaugura il 10 marzo 2007 alle Scuderie del Quirinale a Roma e in cui un centinaio di opere del maestro di Norimberga sono messe a confronto con opere di artisti italiani. Da Leonardo fino agli inizi del Novecento «cercando di mettere in luce – racconta la curatrice Kristina Herrmann Fiore – nei quadri di pittori come Giorgio de Chirico, Mario Sironi, Alberto Giacometti, Fabrizio Clerici e altri, le tracce di una riscoperta dell’artista tedesco». Un’indagine che nelle sale delle Scuderie prosegue poi fino ad arrivare ai giorni nostri. «Sembra che oggi una sorta di spirito del tempo abbia risvegliato l’interesse generale per questo artista fra i più creativi della cultura figurativa europea del Rinascimento», sottolinea la curatrice. Un rinnovato interesse che emerge chiaramente dalle numerose mostre dedicate a Dürer che si sono succedute negli ultimi anni: da quella di Vienna del 2003 a quella praghese dell’anno scorso incentrata, appunto, sulla Festa del Rosario. Un panorama europeo in cui la mostra romana si inserisce fornendo un tassello in più di conoscenza sulla onda lunga di influenza di Dürer sulla pittura italiana. «A rendere la sua lezione di particolarmente in sintonia con la sensibilità moderna non è solo la sua fedeltà al vero, l’acutezza di osservazione e la capacità di invenzione sconfinata. Ma – conclude Herrmann Fiore – anche il fatto che Dürer non mascherava dietro facciate idealizzanti le angosce esistenziali della sua epoca, minacciata da guerre politiche sociali e di religione»
Da Left-Avvenimenti 2 marzo 2007
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 11, 2005
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Il boom dell’arte cinese. Dopo le collettive di Roma e Bologna , l’epicentro è Venezia
di Simona Maggiorelli
Qualcuno l’ha già ribattezzata “Biennale dell’anno del dragone”. Di certo, al di là dei risultati della collettiva organizzata in laguna dall’artista cinese Cai Guo Quiang, è storico lo sbarco della Repubblica popolare alla Biennale di Venezia. Dopo la ventina di artisti cinesi dell’edizione del ’99 diretta da Szeemann e, dopo il successo della sezione cinese intitolata “zona di urgenza”, dell’ultima Biennale di Francesco Bonami, da oggi per la prima volta la Cina ha un suo padiglione permanente nel Giardino delle Vergini. Uno spazio all’aperto dedicato all’arte e all’architettura cinese e che – il direttore della Fondazione Biennale David Croff lo ha già annunciato – sarà allargato negli anni a venire. L’ingresso in Biennale della Cina suona come un riconoscimento ufficiale alla multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers che anche in Italia cominciano a interessare un pubblico non più solo di nicchia. In un moltiplicarsi di mostre e iniziative. Dopo la collettiva al Macro di Roma e a Bologna e dopo varie rassegne di fotografia, due mostre aprono i battenti, quasi in contemporanea, a Torino e a Milano. Il torinese palazzo Bricherasio, dal 23 giugno al 28 agosto, ospita le opere di 13 artisti di quella avanguardia cinese che alla fine degli anni Settanta segnò un distacco dallo stile accademico maoista, scegliendo un modo di rappresentazione della realtà spesso ironico, libero, spiazzante. Dal 29 giugno al 2 ottobre, invece, nello spazio Oberdan di Milano, Daniela Palazzoli presenta la mostra La Cina: prospettive d’arte contemporanea: attraverso le opere di 70 artisti emersi fra gli anni Ottanti e Novanta, un articolato tentativo di cogliere e raccontare il movimento che attraversa, da una trentina di anni a questa parte, il panorama dell’arte contemporanea cinese. «Un panorama estremamente multiforme e variegato», racconta Filippo Salviati, docente di storia dell’arte dell’Estremo Oriente alla Sapienza. «Anche se – stigmatizza – arriviamo buon ultimi». Buoni ultimi nell’interesse verso l’arte contemporanea cinese dopo almeno un decennio di importanti mostre e retrospettive promosse dal MoMa di New York, dal Centre Pompidou, ma anche dalle gallerie di Londra e di Amburgo.
Con un interesse crescente, anche sul piano commerciale. Che ha toccato l’acme nelle aste del dicembre scorso con quotazioni di opere cinesi contemporanee da capogiro. Una crescente attenzione verso la Cina che si misura anche in termini di spazi sui giornali. «Negli ultimi anni la Cina è diventata la prima potenza sul piano economico e commerciale – dice il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di studi orientali della Sapienza –. Ora la scommessa riguarda la cultura. Si tratta di vedere se la Cina riuscirà anche ad esportare modelli culturali». Nonostante il cinema di Zhang Yimou o di Kar Wai, il pianeta Cina, sul piano dell’arte e della letteratura, è ancora in buona parte da scoprire in Occidente. «Ma in futuro – spiega Masini – anche attraverso la diffusione di arte giovane e d’avanguardia le cose potrebbero cambiare». E chissà – avverte – forse potrebbe anche risultare imbarazzante per la vecchia Europa, «dal momento che la Cina, come il Giappone mette in circolazione modelli culturali senza un’ideologia religiosa retrostante ». Una cultura quella cinese libera da vincoli ideologici, ma insieme con nessi strettissimi con una tradizione millenaria. «La sperimentazione artistica cinese, negli anni dopo Tiananmen, ha avuto uno sviluppo fortissimo», racconta Filippo Salviati. Una ricerca che ha riguardato un po’ tutti i generi e gli stili: dalla calligra fia alla videoarte. «Dal punto di vista dell’arte il panorama cinese si presenta estremamente sfaccettato – dice lo storico dell’arte che per Electa sta scrivendo il primo manuale guida all’arte cinese contemporanea –, ma con alcune costanti e specificità fortissime. A partire dal nesso scrittura pittura che in Cina affonda le proprie radici nell’antica arte della calligrafia, che oggi si trova declinata e riproposta in forme nuove e di avanguardia». Il rapporto con le immagini è un aspetto fondamentale della cultura cinese, anche a partire dalla scrittura fatta di ideogrammi. «Al di là del fatto che in questo momento favorevole qualcuno provi a cavalcare la tigre producendo opere facili da vendere ma di dubbio valore, la grande arte cinese – spiega Salviati – non è quasi mai ludica, non conosce la decorazione fine a stessa. Spesso gli artisti realizzano immagini così dense di significati da apparire dei rebus agli occhi occidentali». Il segreto per comprenderle? «Bisogna coglierne il nesso con il retroterra culturale – conclude –. Ma se non si hanno le basi linguistiche sfugge moltissimo del messaggio. Per questo credo sia importante che comincino ad uscire, anche in Italia, strumenti di seria divulgazione».
Da Europa 11 giugno 2005

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