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Il fascino della vita zingara

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 13, 2013

Van Gogh, la carovana degli zingari vicinoad Arles (1988)

Van Gogh, La carovana degli zingari vicino ad Arles (1888)

di Simona Maggiorelli

Ultimi giorni per vedere una mostra  affascinante come Bohèmes al Grand Palais di Parigi. Di fatto due esposizioni in una: la prima dedicata alla cultura zingara e l’altra alla vita ribelle di quegli artisti che nell’Ottocento sceglievano di vivere come nomadi, per una esigenza di libertà interiore, di ricerca, per un netto rifiuto di una società borghese sempre più positivista e basata solo sul calcolo e sul guadagno.

Merito del curatore Sylvain Amic è aver voluto esplicitare questo nesso che percorre come un fiume carsico la pittura più viva e fertile del XIX secolo.

Ma anche, e ben più tragicamente, il Novecento quando zingari e artisti d’avanguardia, bollati come degenerati, furono perseguitati dal nazismo.

Attraverso un centinaio di opere e inanellando capolavori di artisti dai linguaggi espressivi assai diversi – da Corot a  Courbet da Van Gogh a Turner e oltre – la mostra Bohèmes ( aperta fino al 14 gennaio) mette a fuoco un modo di intendere la pittura che si ribellava agli accademismi, all’establishment cristallizzato, recuperando una struggente e viva sensibilità, vissuta a fior di pelle. Raccontando come gli emarginati, i vagabondi, gli anarchici e gli artisti che sfidavano la società ricca e inerte si trovarono idealmente ad incontrarsi.

Sotto la cupola trasparente del Grand Palais, il percorso espositivo inizia, non a caso, con immagini di zingari visti attraverso lo sguardo dei grandi maestri, da quelli immaginifici disegnati da Leonardo da Vinci in un disegno conservato a Londra, alle scene di vita in carovana raffigurate analiticamente nelle incisioni di Callot, fino ai nomadi ritratti come soggetti “esotici” da Delacroix.

Courbet, Lhomme à la pipe (1846)

Courbet, Lhomme à la pipe (1846)

Fin dal Medioevo gli zingari venivano chiamati “egiziani”, erano trattati con diffidenza per i loro furti e al tempo stesso ammirati per la loro libertà. Il fascino romantico dell’Oriente rafforzò questa visione. Così ecco pittori come Dehodencq, ma anche come innovatori radicali come Manet che si lasciarono ispirare dagli zingari di Spagna. Mentre Diaz de la Peña, Bellet e Poisat si fecero quasi etnografi per raccontarne la vita.

Il vento del socialismo  influì sulle menti più aperte della Bohème. Portando Van Gogh sulla strada di Corot e dell’epica degli umili, per quanto intrisa di religiosità spartana e protestante. Sul versante più tipicamente romantico spicca, invece, Gustave Courbet, l’autore dello “scandaloso” L’origine del mondo e del Manifesto del bohèmien, superbamente rappresentato in mostra dal celebre autoritratto con la pipa del 1846, non solo dal più teatrale ritratto in cui appare con lo sguardo sgranato, come colto di sorpresa da una realtà nuova e sconvolgente.

Un modo di intendere la Bohème,  quello di Courbet, che trovò assonanze nei versi di Baudelaire e fu reso estremo e maudit da Rimbaud e Verlaine. Transitando poi nella prima avanguardia delle folli notti parigine, di arte, amori e assenzio, raccontate da Degas e vissute fino a rimetterci la pelle da  Modigliani e Toulouse-Lautrec.  A percorrere l’intera mostra sono giochi di assonanze, “corrispondenze di amorosi sensi”, ma anche scivoloni nel melodramma. Basta pensare alla Bohème di Murger a cui si ispirò Puccini.

 

dal settimanale left-avvenimenti 12 gennaio 2013

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Un popolo di bambini

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 20, 2011

Pietro Marcenaro

Il senatore del Pd Pietro Marcenaro ha guidato la prima inchiesta parlamentare sulla condizione di Rom , Sinti e Camminanti in Italia. Lo abbiamo incontrato per saperne di più

di Simona Maggiorelli

«La scelta di conoscere è una decisione di per sé politica perché interrompe la spirale pregiudizio-ignoranza. E il fatto che si tratti di un’inchiesta parlamentare (di un’indagine che per la prima volta viene fatta su Rom e Sinti nel Parlamento italiano) gli conferisce un particolare valore». Così il senatore del Pd Pietro Marcenaro presenta il lavoro d’indagine durato oltre un anno della Commissione straordinaria dei diritti umani da lui presieduta. «E mi pare anche da sottolineare che questo nostro rapporto è stato approvato da tutti i gruppi parlamentari. Se è vero che c’è una destra in Italia che ha particolarmente giocato la carta della xenofobia e del razzismo – sottolinea Marcenaro – sbaglieremmo se pensassimo che sia un problema solo della destra. L’ignoranza verso i Rom e Sinti è un problema che ci riguarda tutti».
Tanto che la violenza delle leggende metropolitane sui Rom, in Italia, trova sponda anche sui media e nelle aule di tribunale.
«Su questo – prosegue Marcenaro – posso raccontare anche un’esperienza personale. A dicembre sono andato a trovare in carcere Maria, una ragazza che è stata condannata in seguito all’accusa di aver tentato di rapire un bimbo. In questo carcere minorile di Nisida vicino a Napoli la sezione maschile è piena di giovani “militanti” nelle famiglie camorristiche e con reati di sangue. La parte femminile di quel carcere, invece, è composta solo ed esclusivamente da ragazze rom. La stessa cosa l’ho verificata a Torino. Nel libro di Luca Cefisi Bambini ladri (Newton Compton) si ricostruisce il fatto che dal 1945 a oggi fra le tante le denunce che ci sono state di Rom che avrebbero rapito dei bambini solo in quattro casi sono stati avviati dei giudizi per tentato rapimento. Quello di Maria è l’unico caso di condanna in 60 anni. Ed è stata emessa da parte di un tribunale che anche successivamente ha confermato un forte orientamento razzista. C’è un documento, che ora dovrebbe essere al vaglio del Consiglio superiore della magistratura, nel quale viene respinta una domanda di assegnazione a pene non detentive perché si tratta di un Rom. L’appartenenza alla comunità rom, per quel tribunale, implica che una persona non possa scontare la pena in altro modo…
Dall’ inchiesta parlamentare che immagine emerge dei Rom e Sinti che vivono in Italia?.
In primis emerge che si tratta di un popolo di bambini. Su 5mila persone che vivono nei campi di Roma, per esempio, i bambini con meno di 14 anni sono il 67 % e le persone con più di 60 anni sono circa il 2,9 % (contro il 25 % della media italiana). Che queste persone vivano molto meno del resto degli italiani è un sospetto ben concreto.
Nel giugno scorso fra le  92 raccomandazioni che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha fatto all’Italia, ben 10 riguardano la condizione di Rom e Sinti.
La loro condizione è difficile in tutta Europa, tanto che è considerata uno degli standard per una politica dei diritti umani e di lotta contro le discriminazioni. Ma in Italia c’è un fenomeno che gli altri Paesi non hanno: “la campizzazione” dei Rom e Sinti. Ovvero, la vita in discarica, perché tali sono la maggior parte dei campi. Di solito noi non li guardiamo. E anche chi li guarda, vede i campi come in una fotografia, un’istantanea. E poi passa oltre. Invece provi a immaginare di trovarsi davanti a un lungo film. Ci sono tre generazioni di Rom e Sinti che hanno conosciuto solo la discarica per vivere. Qui sono nati e cresciuti dalla metà degli anni Sessanta. Oltre il 60% delle persone che abitano in questi campi-discarica hanno una cittadinanza di paesi della ex Jugoslavia, il 20 % circa sono Romeni arrivati più di recente. Ma se invece della cittadinanza lei va a vedere dove sono nati, scopre che più del 50 % sono nati in Italia. Accanto a loro ci sono persone che non sono nemmeno apolidi perché sono prive di qualsiasi elemento di identità ufficiale. Ma i loro figli e nipoti sono nati qui. Sono una parte di quei minori nati in Italia, figli di immigrati e a cui non vien riconosciuta la cittadinanza italiana. E in questo caso la situazione è ancora più dolorosa perché è passato molto tempo. E’ mezzo secolo che esiste questa realtà dei campi rom e, ripeto, c’è solo in Italia in questa forma e con queste caratteristiche.
Così come solo in Italia si continua a parlare di nomadi?
C’è ancora questo equivoco enorme. Quando i nomadi sono solo il 2 o il 3 % al massimo. Anche i Rom e Sinti venuti dall’Est non lo erano già più. Oltrecortina dove nessuno si poteva muovere pensiamo forse che li lasciassero essere nomadi? Erano già stati tutti “sedentarizzati” da tempo, poi vennero obbligati nuovamente a “ziganizzarsi”.
Quali soluzioni immagina per il problema campi?
Semplicemente bisogna cominciare a smantellarli, iniziando dai più degradati. Al contempo, come ha detto il presidente dell Repubblica Giorgio Napolitano quando è andato a far visita alla famiglia dei quattro bimbi morti nel rogo, «bisogna trovare delle soluzioni stabili ed accettabili». E vanno trovate confrontandosi con le persone. Ci sono già esempi positivi in questo senso, c’è tanta gente che lavora, che si impegna e che potrebbe costituire la base di una politica nuova.
Per quanto riguarda la scolarizzazione?
Anche per quanto riguarda le scuole dobbiamo intervenire. Proprio perché parliamo di un popolo di bambini. Ma non si può pensare che la faccenda della scuola sia disgiunta da come si abita, dal fatto se ci sono luce e acqua o meno. Occorre anche concorrere a creare un clima diverso fra i banchi. Chi di noi manderebbe suo figlio in una scuola dove, appena entrati, si sente scattare un giudizio, uno stigma? Importantissimo poi, specie in situazioni di forte deprivazione, anticipare i momenti di socializzazione, costruire asili e scuole materne che coinvolgano le madri. Come è fondamentale che crescano mediatori culturali fra gli stessi Rom e Sinti. Dobbiamo investire su questo consentendo loro di poter lavorare ed essere retribuiti, non limitandoci solo a dare loro accesso a una formazione.

Quanto a quello a cui accennavamo all’inizio riguardo ai pregiudizi che circolano anche in certe aule di tribunale?
Ci sono delle leggi e dei principi che vanno rispettati. Questo riguarda tutti. Ma non si può passare dal punire chi ha compiuto dei reati a colpevolizzare un’intera comunità. Se uno compie un reato la comunità ha il diritto di non essere trattata come colpevole.
Le nostre leggi però non sempre sono eque con i Rom e Sinti. Cosa pensa della legge 482 del’99 che non li riconosce fra le minoranze linguistiche?
Proprio l’altro giorno, con la firma di tutti i gruppi, abbiamo presentato due proposte di legge: una di “riparazione”, per includere il genocidio dei rom nella nostra Giornata della memoria, un genocidio che sciaguratamente è stato  cancellato dalla memoria collettiva. La seconda riguarda appunto il riconoscimento della lingua Rom e Sinti fra le minoranze linguistiche da tutelare. Norme, è vero, che toccano fatti simbolici, ma anche i simboli contano. Sono aspetti della nostra cultura che dovranno cambiare ma, ahimé, nella società non cambiano automaticamente con i tempi della politica.

da left-avvenimenti

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Presentazione di Bambini ladri alla libreria Airon di Roma

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 20, 2011

bambine rom

Buonasera a tutti, grazie per essere qu iamo qui alla presentazione del  libro Bambini Ladri di Luca Cefisi edito da Newton Compton. Un libro di fortissima attualità e per molti versi scioccante per l’immagine del Paese Italia che ci mette davanti agli occhi. E senza scampo, perché questo libro di Cefisi  è un lavoro documentatissimo, con alle spalle un serrato lavoro di inchiesta fatta in prima persona ma anche riportando e analizzando studi di istituti di ricerca europei e di altri ricercatori sul campo.

Personalmente sono rimasta assai colpita dal tenace e persistente livello di ignoranza e di pregiudizio degli italiani nei confronti di Rom, Sinti e Camminanti, cittadini italiani a pieno titolo ma percepiti ancora come stranieri anche se, come accade in varie regioni, vivono in Italia da centinaia di anni. Ma non solo.

Dopo “piccoli inferni” che documenta  le condizioni  di degrado in cui gli zingari sono costretti a vivere in Italia c’è un capitolo del libro intitolato, “leggende nere”. Qui Cefisi ripercorre tutta una serie di pregiudizi inveterati. solo qualche esempio:  gli zingari non vogliono una casa, vivono in situazioni degradate per scelta, gli zingari sono dediti alla delinquenza, tutti indistintamente, le zingare sono madri degeneri e rubano i bambini.

Giudizi inappellabili che stigmatizzano rom e sinti come gruppo, come comunità e senza prove, senza possibilità di replica. Certo venticinque anni di Lega Nord- vienda pensare leggendo il libro di Cefisi- hanno pesato, eccome. Venticinque anni in cui la politica di centrodestra ha pestato pesantemente l’acceleratore sull’uso politico e strumentale della paura. Ma l’ostracismo, il mancato riconoscimento degli zingari che vivono in Italia, la negazione dei loro diritti più elementari ha tracce anche più antiche. Basta pensare al fatto che nella Giornata della memoria si ricorda lo sterminio nazista degli ebrei e ci si dimentica troppo spesso che fu anche un genocidio rom. Così come è gravissimo che nella la legge 482 del 1999 che riconosce le minoranze linguistiche non si faccia menzione della lingua delle minoranze rom e sinti.

Anche in Italia insomma gli zingari sono stati e sono il capro espiatorio ideale delle destre, perché facilmente attaccabili in quanto minoranze povere e isolate, socialmente deboli, con una rappresentanza estremamente gracile. E ancora oggi in Italia sono una minoranza mimetizzata, che è stata tenuta nell’ombra e poi espulsa dalla nostra memoria storica». Cancellati oppure denigrati, tacciati di ogni nefandezza. Pur senza conoscerli davvero. Cefisi ci ricorda che il 56,3 % degli italiani dichiara di sentirsi in forte disagio in presenza di un Rom. Ma quasi l’80 % degli intervistati dice di non avere nessuna relazione con loro, ammettendo di non conoscerli.

E qui si apre il grande capitolo anche della responsabilità dei media italiani. Che parlano di rom e sinti solo o quasi nelle pagine di cronaca nera. L’etnicizzazione dei reati e delle notizie è una prassi diffusa e come direbbe Giuseppe Faso ( Lessico del razzismo democratico, Derive e Approdi 2008) sono tantissime  le parole che escludono, che contribuiscono a creare un clima di sospetto e di tensione: “emergenza nomadi” si legge spesso, quando i nomadi come scrive Cefisi non sono più nomadi da tempo.

Dopo il caso di Ponticelli si sono letti titoli da brivido: “Napoli, spranghe e molotov contro i nomadi” Corriere della Sera campi nomadi adesso basta Il Tempo Rivolta a Napoli: siamo ostaggi degli zingari” Il Giornale. Ecco i rom che girano in Ferrari Il Giornale, così i rom vendono i bambini Il Giornale . La lista potrebbe continuare a lungo. Sempre in quei giorni come ricorda Lorenzo Guadagnucci di Giornalisti contro il razzismo quando alcuni studiosi come Adriano Prosperi parlarono di progrom furono duramente colpiti dal fuoco amico di giornalisti, pure illuminati, come Riccardo Chiaberge che scrissero articolesse contro chi abusava di quel termine che riguardava dolorosi capitoli di storia degli ebrei. Nonostante la riflessione sulla condizione degli zingari e degli apolidi abbia conosciuto momenti altissimi con pensatori come Hannah Arendt, la battaglia culturale oltreché politica ancora da fare come ci dice con questo libro Cefisi , è ancora lunga.

Scrive questa settimana  Lorenzo Guadagnucci su left: Grazie alla elaborazione compiuta dopo la Shoah chi potrebbe oggi parlare di “emergenza ebrei”, di “ebrei non integrabili con il resto della popolazione” di “Ghetti ebraici degradati da spazzare via” di “ebrei che rubano i bambini”? Ma ancora c’è chi si sente autorizzato a farlo con i rom. ( Simona Maggiorelli)

testo della presentazione alla libreria Airon nel Palazzo delle Esposizioni di Roma 28 febbraio 2011

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Leggende nere: i Rom rubano i bambini

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 19, 2011

di Simona Maggiorelli
Leggende metropolitane sugli zingari che ruberebbero i bambini. Povertà e sporcizia stigmatizzate come fossero una libera scelta. E  continue insinuazioni di rifiutare ogni integrazione. I Rom, Sinti e Camminanti in Italia sembrano essere il bersaglio ideale di ogni tipo di accusa e pregiudizio.

Non avendo né voce autorevole né rappresentanza e, troppo spesso, nemmeno un avvocato difensore nei processi che li vedono alla sbarra. Il famigerato caso di Ponticelli docet: una quindicenne rom è stata processata con l’accusa di tentato rapimento di un bambino. A fare fede sull’accaduto solo il punto di vista della sua accusatrice.

Questo e altri casi analoghi sono puntualmente documentati nel libro Bambini rom di Luca Cefisi  appena pubblicato da Newton Compton: pagina dopo pagina uno sconvolgente viaggio nei piccoli inferni di campi nomadi che si trovano sparsi nelle periferie e nelle discariche del Belpaese. Un lavoro di fortissima attualità sulla vita vera  (e durissima) degli zingari venuti dai territori di guerra della ex Juguslavia, ma anche di quegli zingari italiani, discendenti di quei nomadi che centinaia di anni fa si stabilirono in regioni del Sud  d’ come l’ Abruzzo o la Calabria. Quella degli zingari, avverte Cefisi, è una storia che è stata espunta dai manuali ufficiali. «Basta pensare -ci dice – alla rimozione della loro persecuzione che fu perpetuata dai nazisti.  Gli zingari furono colpiti né più né meno che gli ebrei. Ma  lo si ricorda poco. Gli zingari – prosegue l’attivista del Gruppo Pandora per l’integrazione delle minoranze rom e sinti – sono diventati il capro espiatorio ideale, perché facilmente attaccabili in quanto minoranze povere e isolate, socialmente deboli, con una rappresentanza estremamente gracile anche a causa del basso livello di scolarizzazione che li ha caratterizzati in passato». Una minoranza tanto debole e poco rappresentata nel Palazzo da non essere nemmeno nominati nel testo della legge attuativa dell’articolo 6 della Costituzione che tutela le minoranze linguistiche.

«Quella legge ha avuto un iter molto travagliato ed quando ha cominciato a “quagliare”- ricostruisce Cefisi- la Lega Nord è intervenuta in modo insensato e assurdo, con minacce e accuse  pretestuose. Il risultato è che Sinti e Rom non sono contemplati nel testo di legge. Quando invece le maggiori comunità zingare del Sud d’Italia sono a tutti gli effetti bilingue. E non si vede perché non debbano essere tutelate. Anche per questo – aggiunge l’autore di Bambini ladri- ho scritto degli zingari come di una minoranza mimetizzata, che è stata tenuta nell’ombra e poi espulsa dalla nostra memoria storica». Cancellati oppure denigrati, tacciati di ogni nefandezza. Pur senza conoscerli davvero. Da indagini riportate da Cefisi risulta che  il 56,3 % degli italiani dichiara di sentirsi in forte disagio in presenza di un Rom. Ma quasi l’80 % degli intervistati dichiara di non avere nessuna relazione con loro, ammettendo di non conoscerli. Così come ricostruiva Pino Petruzzelli autore di Non chiamarmi zingaro (Chiarelettere) il pregiudizio che le zingare non amino i propri figli e siano delle «madri degeneri» ha fatto crescere le pressioni riguardo a possibili adozioni. E poi c’è chi  accusa le zingare  di rubare i bambini delle altre.

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Non chiamarmi zingaro

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 19, 2011

Un libro ricostruisce la vicenda dei popoli zingari che, per secoli, hanno viaggiato per l’Europa. La loro voce non compare nei manuali di scuola
di Simona Maggiorelli

Da cinque anni va in giro per l’Italia e l’Europa per raccogliere documenti e testimonianze di rom e di sinti. Pino Petruzzelli, in realtà, non è uno storico di professione. Nella vita fa l’attore e il regista. Ma accanto alla passione per il teatro ( tra i suoi più recenti spettacoli una piéce tratta da Rigoni Stern, andata in scena al Mittelfest) ne è cresciuta un’altra: quella per la ricerca sul campo, tentando di riannodare i fili di una storia mai scritta, quella degli zingari. La storia di un popolo che non compare nei manuali scolastici e di cui si sa troppo poco. E quel poco comunque non è quasi mai stato scritto dagli zingari stessi, la cui cultura è stata per secoli soprattutto orale. Dalla ricerca di Pino Petruzzelli ora è nato un libro originale, a metà strada fra cronaca e racconto: Non chiamarmi zingaro (Chiarelettere editore). Fin dal titolo, l’annuncio di una storia tragicamente alla rovescia.
Pino, perché questo titolo?
Perché molti degli zingari che vivono in Italia sono costretti a celare le proprie origini. In realtà ci sono molti più rom e sinti mescolati nella società di quanti pensiamo. Alcuni fanno lavori umili, altri di primo piano. Ho conosciuto medici e professionisti che preferiscono non dirlo a nessuno. «È vero,potrei essere utile alla causa rom o sinti se lo raccontassi – mi diceva una dottoressa -, ma cosa accadrebbe a mio figlio? Sarebbe costretto a portare avanti una battaglia che non è la sua». Ecco, anche per così io mi chiedo che clima e che società stiamo costruendo? Se c’è un bambino che piange bisognerebbe capire perché. Non lo punisci perché piange, cerchi di capire se ha fame, se ha mal di pancia. Per questo io consiglio a tutti di andare a vedere come si vive nei campi rom, di andare a conoscere chi sono queste persone a cui la nostra società impedisce di viaggiare relegandole a vivere nelle zone più degradate delle nostre città.
Mezzo milione di rom e sinti sono stati uccisi dai nazisti nelle camere a gas. Lo si ricorda troppo poco quando si parla shoah?
Non se ne parla anche perché sono sempre stati sparpagliati, non hanno mai avuto rappresentanze ufficiali, nessuno li ha difesi. Loro stessi, per cultura, tendono a non parlare della morte e dei propri morti. E poi c’è stato un fatto “economico”. La convenzione di Bonn imposta dagli alleati obbligava i tedeschi a risarcire le famiglie delle vittime. Ma il genocidio dei rom, con un abile gioco di parole, fu fatto passare per un piano di “ prevenzione della criminalità”e derubricato. Del resto chi si sarebbe mai lamentato dei soldi negati a uno zingaro? Ma quel che è più grave è che è mancato loro anche un riconoscimento morale.
Fra i partigiani in Italia ci furono anche rom e sinti?
Sì, ma i manuali non parlano di loro. In provincia di Imperia, per esempio, c’è la tomba di un partigiano morto: Giuseppe Catter. Era uno zingaro e ha combattuto per permettere a tutti di parlare e vivere liberamente. Anche a coloro che ora vogliono prendere le impronte ai bambini zingari.
Amnesie ma anche tragici ribaltamenti, come quello che riguarda l’accusa di rubare i bambini?
Oggi li si accusa di essere ladri di bambini. Ma non si ricorda che in Svizzera, fino al 1972 è stato attivo un programma di “pro juventute” : si strappavano i bambini alle famiglie zingare per darli in affido a quelle svizzere. Possiamo immaginare il dramma e i danni psicologici. Solo 15 anni dopo è stato chiesto loro ufficialmente “scusa”.
La cultura rom idealmente è portarice di un’idea di libertà e di una concezione più cosmopolita della nostra?
Uno zingaro ha un paese natale, ma non una patria e le frontiere per loro sono poco importanti. Al contrario in Europa abbiamo stabilito una libera circolazione delle merci mentre si regima quella delle persone. Su questo sono più avanti di noi. Poter viaggiare per molti di loro si lega a un’aspirazione anche interiore di libertà. Fondamentale, per loro, è il rapporto con il gruppo, ma anche con la natura. Per cui magari preferiscono comprarsi un pezzo di terra in un posto sperduto dove poter mettere la loro roulotte avendo intorno un paesaggio piuttosto che star chiusi in un comodo appartamento. Uno zingaro una volta mi disse: «Quanto cemento nelle vostre case, ma come fa là dentro a non impazzire?». La loro è un’idea diversa di libertà , non dico che sia megliore o peggiore della nostra, ma merita di essere conosciuta.
Nella storia quand’è che la parola zingaro ha assunto uno stigma negativo?
I documenti del 1200-1300 che ho trovato non parlano male di rom e sinti. È dal 1500 che le cose cominciano a cambiare. A quel punto, con la società mercantile, si comincia a pensare a loro come a un problema. Da lì in poi si trovano i documenti più atroci. Uccidere uno zingaro viene considerato un atto lecito. Nel diario di un signorotto danese del ’600 si legge un passaggio in cui lui si vanta di aver preso in una battuta di caccia dei fagiani un cinghiale e uno zingaro «con relativo bambino»
Left 27/08

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