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Il falso mito genio-pazzia

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 21, 2013

Klee (1939)

Klee (1939)

Prometteva un approccio nuovo al tema arte e follia la mostra Borderline aperta dal 17 febbraio al Mar di Ravenna, curata da Claudio Spadoni. Lo lasciava pensare l’incipit del saggio di Giorgio Bedoni pubblicato nel catalogo Gabriele Mazzotta Edizioni che accompagna la rassegna, che fino al 16 giugno, presenta in Italia più di un centinaio di opere da collezioni private e pubbliche, fra le quali anche quadri come Ritratto di uomo (Homo melancholicus) e Le medecin chef de l’asile de Bouffon di Gericault e poi acqueforti, acquetinte e puntesecche di Goya dedicate al tema della pazzia, ma anche tele di Francis Bacon, come Untitled (Head) del 1949, finalmente inclusa in un percorso che ne permette la lettura nei termini di raffigurazione di soggetti affetti da malattia mentale e non come rappresentazione di quella che, secondo certa critica esistenzialista, sarebbe una condizione di angoscia e di lacerazione interiore originaria della condizione umana.

«Dobbiamo a Théodore Géricault, pittore romantico dai molti generi, una galleria tipologica davvero inusuale nella storia dell’arte europea, capace di indagare, con lo spirito sistematico di un alienista, le diverse sembianze della follia», scrive Bedoni nel suo intervento. Ma poi, perdendo di vista e quasi cancellando la preziosa distinzione fra artisti che rappresentano alienati (come aveva fatto magistralmente anche Velàzquez) e malati di mente che realizzano immagini che si possono leggere come sintomi, Bedoni, con Sarah Lombardi, si lancia in una confusa esaltazione dell’artista che esula dalla norma perché pazzo, come colui che attraverso la malattia avrebbe accesso a una visione creativa. Pregiudizio duro a morire quello che vorrebbe che esistesse un nesso fra arte e pazzia, falso mito che Karl Jaspers nel 1922 contribuì a consolidare con un libro su Van Gogh. (Genio e follia, Raffello Cortina)

. Ed ecco che a Ravenna troviamo ancora una volta – dopo la mostra di Vittorio Sgarbi a Siena -, l’esaltazione della schizofrenia di Adolf Wölfli, scambiata per espressione di originalità artistica. E la riproposizione dell’Art brut, espressione coniata da Jean Dubuffet nel 1945, come frontiera di avanguardia. Nonostante la psichiatria abbia chiarito da tempo che nella pazzia non c’è creatività, ma solo ripetizione e meccanicità patologica, non c’è un linguaggio artistico universale. E invece la mostra Borderline torna ad accostare ciò che non si può in nessun modo accostare, ovvero il mondo interiore dei bambini e le immagini irrazionali e creative di artisti come Van Gogh, Cézanne e Picasso con espressioni di psicopatologiche bizzarre, strane, ma assolutamente prive di fantasia e di vera originalità. Ed ecco anche le fantasmagorie di Max Ernst, Salvador Dalì, Andrè Masson e altri surrealisti, spacciate qui, ancora una volta come rappresentazioni oniriche, quando al più sono trascrizioni razionali, descrizioni disseccate e sterili del mondo di immagini che viviamo di notte. Mentre si celebra la bellezza surrealista che, secondo Breton, consisteva nello scendere in strada, con la pistola e sparare a caso sulla folla. (Simona Maggiorelli)

da left-avvenimenti

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A Parigi i paesaggi fantastici di Turner

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 2, 2010

Dalla Tate al Grand Palais. Una mostra invita alla riscoperta del maestro del Romanticismo

di Simona Maggiorelli

Wiliam Turner, Snow storm

Fuori dalle regole rigide e asfittiche della pittura di accademia. In fuga dai manierismi leziosi del Rococò. Ma anche dalla chiarezza geometrica, fredda e astratta dell’Illuminismo. La pittura di William Turner (1775-1851) ha rappresentato un importante punto di svolta per una moderna cultura dell’immagine, una volta e per tutte, emancipata dalla mimesis e dal calco neoclassico. Più della pittura visionaria e potente di Friedrich, segnata da uno spiritualismo intriso di umori protestanti. Più delle tumultuose scene Sturm und Drang e degli incubi religiosi di Füssli. Ma anche più della pittura eroica di Géricault, l’arte di Turner con le sue visioni dai contorni indefiniti, con le sue atmosfere cangianti e sempre in movimento, seppe dare forma e colore a quella sensibilità e quella ricerca sul profondo che nell’Ottocento si espresse soprattutto in poesia ma anche in certa filosofia.

E se in Germania il pensiero di Schelling, assieme alla poesia di Novalis, fu paradigmatico nella formazione di un’estetica romantica, in Inghilterra la pubblicazione nel 1798 delle Lyrical ballads di Coleridge e di Wordsworth aprì una nuova stagione artistica, al di là della compartimentazione dei generi.

William Turner Sun setting

Di estrazione sociale modesta (era figlio di un barbiere) ma avendo avuto la possibilità di frequentare la Royal Academy da quando aveva 15 anni, Turner entrò a poco a poco in questo nuovo milieu d’avanguardia che lo incoraggiava a mettere il proprio sentire al centro del lavoro pittorico. Sovvertendo quella tradizione illuministica portata al successo da Hogarth che era schiava del ritratto “fotografico”, dell’aneddotica e del vedutismo: una pittura di genere (di paesaggio e o di interni) di impianto razionale e minuziosamente descrittivo che oltremanica si era sviluppata grazie a una diffusa committenza alto borghese e aristocratica. Ma come racconta la mostra Turner e i suoi pittori, che abbiamo visto anni fa alla Tate di Londra e che ora, fino al 24 maggio, è al Grand Palais di Parigi, Turner non tagliò d’un tratto i ponti con il passato come avevano fatto i suoi colleghi tedeschi e francesi. Maturando una cifra personale originalissima, fra nuovi stimoli romantici e studio della pittura dei maestri del passato a cominciare da Lorrain e Poussin. Così da Didione costruisce Cartagine, che dissolve la struttura classica del paesaggio in una vampata di colori, fino all’ultimo Turner “pre-impressionista” (e quasi astratto), attraverso un centinaio di dipinti e disegni, la mostra parigina permette di seguire le infinite sperimentazioni che gli consentirono di arrivare sulla tela a un’immagine via via sempre più profonda ed emotivamente potente. Anche grazie a una tecnica a olio straordinaria e in continua evoluzione che, come scriveva Hugh Honour in Romanticismo (Einaudi), non era banalmente una tecnica «ma una espressione del suo pensiero d’artista».

da left-avvenimenti del 2 aprile 2010

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