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Un Mediterraneo pieno di storie

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 8, 2012

Nel suo nuovo libro lo storico David Abulafia traccia la prima “storia umana ” del Mediterraneo. Raccontando dei viaggiatori, marinai, commercanti, pirati che ne hanno percorso le acque. Ma non solo. Prendendo in considerazione  un arco di tempo amplissimo, che parte 22mila anni fa, lo storico dell’Università di Oxford dedica importanti capitoli alla preistoria e alle prime espressioni artistiche dei Sapiens.  Capitoli appassionanti sono dedicati poi alla rivoluzionaria civiltà minoica e a quella fenicia.

di Simona Maggiorelli

Affresco minoico

«Il Mediterraneo non è solo un meraviglioso eco-sistema che abbiamo eredito dalla natura, ma lungo un arco di tempo lunghissimo è stato uno straordinario bacino di incontri e di scambi, fra popoli e culture. Le sue acque sono state percorse in lungo e in largo, per secoli e secoli, da pescatori e mercanti, da pirati e guerrieri, ma anche da viaggiatori e studiosi mossi dal desiderio di conoscenza e di scoperta di ciò che era ancora ignoto», afferma David Abulafia, docente di storia del Mediterraneo ad Oxford e autore di numerosi saggi, fra cui Federico II (Einaudi) e il più recente La scoperta dell’umanità. Incontri atlantici nell’età di Colombo (Il Mulino), molto noti anche in Italia.

Tanto che il Festival la storia in piazza l scorso 30 marzo lo ha invitato a Genova per una conferenza sul suo ultimo libro The Great Sea uscito in Inghilterra nel 2011 per i tipi della Penguin e stranamente non ancora tradotto in italiano.

the grat sea di Abulafia

Un’opera ambiziosa e che ha avuto una vasta eco a livello internazionale. Anche perché, come recita il sotto titolo, si presenta come la prima «storia umana del Meditarraneo». Sfidando l’ortodossia degli approcci accademici ma anche la monumentale storia del Mediterraneo in più volumi scritta da Fernand Braudel.

In concreto David Abulafia tenta qui una storia del mare che unisce il Nordafrica all’Europa, mettendo fra parentesi i profili geografici, le vicende dei popoli stanziali nell’hinterland e le storie nazionali, per accendere i riflettori su tutti quei viaggiatori che, per scelta o per necessità, hanno percorso in lungo e il largo le sue acque. E se un maestro come Braudel ha studiato il Mare Nostrum come eco-sistema nel suo complesso concentrandosi su un quadrosincronico e sinottico, Abulafia ha scelto di muoversi, invece, lungo l’asse della diacronia, osando ripercorrere la storia del Mediterraneo lungo un tempo lunghissimo, che va da 22mila anni a.C. fino ai giorni d’oggi.

Per altro senza sorvolare sulla preistoria per correre a raccontare la civiltà moderna come se fosse l’unico approdo, il telos, il fine ultimo dello sviluppo umano e della civilizzazione. Così, abbandonando un’idea piramidale della storia, The Great Sea dedica ai capitoli più antichi della storia umana un rilievo che di solito non hanno nei libri di storia. Abufalia non tratta il paleolitico e il neolitico come l’epoche buie e “barbariche”, ma cerca di raccontarli – per quel che è dato sapere allo stadio attuale degli studi – come importanti momenti di evoluzione del Mediterraneo, sforzandosi di leggere il significato dei più antichi reperti fin qui ritrovati per poi dedicare ampio spazio alle molteplici espressioni artistiche della cultura minoica e a quelle provenienti dalla Mesopotamia.

1600 a.C Donna detta la Parigina, forse Persiana

«In questo quadro Creta» afferma Abulafia «fu la prima articolata e complessa civiltà del Mediterraneo; una civiltà straordinariamente colta, ricca, urbana. E i Cretesi, come i Fenici, navigarono moltissimo. Lo stesso Tucidide racconta che Minosse fu il primo ad avere una grande flotta. Non chiudendosi in sé stessi i Cretesi entrarono in contatto con molte culture diverse e seppero utilizzare questi incontri per elaborare un’arte e una propria cultura, dalla forte identità». E gli effetti furono presto tangibili. Basta fare qualche elementare confronto. «Mentre la cultura egizia, che fu sempre molto autocentrata, sviluppò nei secoli un’arte che tende a ripetere stili e motivi, quella minoica» sottolinea Abulafia, «attraversò fasi diverse, fu sempre “in movimento”, alla ricerca del nuovo».

Così il docente di Oxford ricostruisce la storia dei primi insediamenti a Knosso risalenti al neolitico, ricostruendo passo dopo passo lo sviluppo di uno stile minoico indipendente e dalla forte impronta originale. «Prima della fine del III millennio i disegni delle ceramiche di Creta erano completamente estranei alle modalità che si ritrovano nelle regioni vicine», fa notare Abulafia. E aggiunge: «Se poi guardiamo alla ceramica del periodo noto come minoico antico e quella risalente al 2600-2300 a.C, osserveremo che è particolarmente sottile e finemente lavorata, mentre quella coeva che troviamo, per esempio, in Anatolia è ancora assai rozza». Inoltre i Cretesi non producevano solo ceramica ma anche sculture preziose in avorio e affreschi, «segno di una elite cretese desiderosa di affermarsi anche attraverso oggetti d’arte e dimore che la rappresentassero» suggerisce lo storico inglese, facendo notare che gli scambi e il commercio dei Cretesi furono molto intensi specie con le regioni che corrispondono all’odierna Siria, dalla quale, per esempio, importarono motivi pittorici e decorativi con figure leonine ma declinandoli in modo nuovo. «Creta fu un raffinato crocevia di molte e differenti culture, attirando molti migranti. I Minoici», ribadisce Abulafia, «furono un popolo cosmopolita e questa apertura mentale verso il diverso da sé fu un potente motore di sviluppo». E i risultati di questa forma mentis non ebbero ricadute positive solo su Creta. «I viaggiatori cretesi, di fatto, determinarono la centralità del Mediterraneo e ne fecero un polo di attrazione anche per Asia. Ma la fitta rete di scambi che seppero imbastire regalò centralità anche alla Sicilia e a Cartagine che diventarono così importanti snodi». Ma anche l’area che corrisponde alla Siria di oggi e all’attuale Libano, come è noto, ebbero un’importanza fondamentale per lo sviluppo del Mediterraneo. «Ugarit, in particolare»,ci ricorda l’autore di The Great Sea, «fu un vivace centro commerciale attivo fin dal III millennio. Mentre L’Egitto fu la porta della Mesopotamia».

da left-avvenimenti

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Un crociera di carta, tra Nilo, faraoni e piramidi

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Dal 14 al 18 maggio va in scena a Torino la XXII edizione della Fiera internazionale del libro. L’Egitto Paese ospite al Lingotto, in ricordo di un maestro come il Nobel Mahfuz. Sono tantissimi anche gli appuntamenti per l’editoria di casa nostra. Dopo il successo di Palazzo Yocoubian e Chicago, ‘Ala al-Aswani si riconferma voce coraggiosa e anti regime con un nuovo romanzo: Se non fossi egiziano. Mentre nuovi giovani talenti crescono

di Simona Maggiorelli

00155Scontro di civiltà fra Occidente e Oriente? Se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni. A mio avviso, senza senso». Parola di ‘Ala al-Aswani, l’autore di Palazzo Yocoubian e di Chicago (entrambi editi da Feltrinelli), lo scrittore egiziano più letto in Medio Oriente, ma anche il più tradotto in Occidente.
«Ho sempre pensato che la civiltà sia uno dei risultati più alti della creatività umana» accenna lo scrittore al telefono, poco prima della sua partenza per Torino. «Lo scontro, quando avviene – precisa al-Aswani – semmai è causato dal fondamentalismo religioso. Nella storia le religioni sono sempre state usate per sostenere guerre e per uccidere. E in questo le confessioni religiose sono tutte uguali, a qualsiasi libro sacro appartengano. Io sono musulmano perché sono nato in un Paese che professa questa fede, ma se fossi nato in un Paese cattolico, probabilmente sarei stato cattolico…». Sottile e tenace critico della situazione sociale e politico dell’Egitto di oggi, coraggioso nella sfida ai maggiori tabù della tradizione, ‘Ala al-Aswani è uno degli ospiti più attesi della Fiera del libro 2009, in programma al Lingotto dal 14 al 18 maggio. al-Aswani incontrerà il pubblico il 16, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Se non fossi egiziano (Feltrinelli, in libreria dall’9 maggio), in cui lo scrittore egiziano, sullo sfondo delle vie del Cairo, tratteggia una galleria di personaggi di oggi mandando in frantumi ogni oleografia. Così, fra un ricercatore in medicina che non trova come finanziare i suoi progetti, le meschinità di un bottegaio e il moralismo di una studentessa osservante quanto ipocrita, s’incontrano personaggi che nulla hanno di prevedibile e scontato. E proprio questa schiettezza, la sottile ironia, ma anche la calda umanità che “trasuda” dalla scrittura di al-Aswani, ne fanno una voce originalissima nel panorama della letteratura egiziana. Ma anche una delle più criticate dalla fronda più moralistica e religiosa dei lettori. E delle più bersagliate dalla censura.

Realtà e immaginazione
Se non fossi egiziano_643371262«Al Cairo – racconta al-Aswani – il primo ad aprire un cinema fu un italiano. Si chiamava Delio Astrologo. Trovandosi sempre di fronte un pubblico che si spaventava a morte quando sullo schermo appariva un treno che sembrava correre verso di lui, adottò questa tecnica: ogni sera, accompagnati gli spettatori in sala, prima che si sedessero, spiegava loro, con tanto di prove a misura di polpastrelli, che quello che avevano davanti non era che un pezzo di stoffa».
Un secolo dopo lo scrittore egiziano confessa di trovarsi in una situazione curiosamente simile. «Tra i lettori di narrativa – chiosa al-Aswani – purtroppo, c’è ancora chi fa la stessa identica confusione tra realtà e immaginazione. Dopo l’uscita del romanzo Chicago ho ricevuto dosi settimanali di insulti da lettori fanatici secondo i quali, rappresentando un personaggio di una ragazza velata che rinuncia ai suoi principi, offendevo tutte le musulmane velate e dunque l’islam stesso». Ma questo, certamente, non è bastato a fermare la fantasia dello scrittore e il gusto di uno scrivere senza censure.
«Terminati gli studi di medicina negli Stati Uniti, alla fine degli anni Ottanta sono tornato a vivere in Egitto – scrive ‘Ala Al -Aswani nel libro – e avrei voluto dedicarmi solo alla scrittura. Ma dovevo fare il dentista per guadagnarmi da vivere. Così ho scisso la mia vita in due: una vita regolare, seria, da persona rispettabile, come medico, e un’altra da scrittore, libera, esente da ogni restrizione sociale e pregiudizio. Tutti i giorni, dopo il lavoro, mi precipitavo alla scoperta della vita nelle sue forme più originali ed eccitanti. Andavo a zonzo nei luoghi più bizzarri, incontravo persone poco convenzionali, spinto da una curiosità impellente e una reale necessità di comprendere la gente e di imparare quel che aveva da insegnarmi».
Una passione per l’umano, in tutti i suoi aspetti, che rende viva e irresistibile la prosa di questo scrittore che qualche critico definisce “il Nagib Mahfuz contemporaneo”. Di fatto il Nobel scomparso nel 2006 è “il nume tutelare” e la personalità forte che aleggia su tutti gli appuntamenti di questa Fiera del libro 2009, che ha scelto l’Egitto come Paese ospite. Ma il 16 maggio la casa editrice Newton Compton gli dedicherà un appuntamento speciale, un reading di pagine scelte dai suoi capolavori, da Rhadopis a Il romanzo dell’Antico Egitto, da La cortigiana del faraone a Il giorno in cui fu ucciso il leader, fino a Karnak cafè. Con una sorpresa per il pubblico italiano: l’uscita, sempre per i tipi di Newton Compton, di Autunno egiziano, un affascinante racconto-affresco del Cairo, a oggi ancora inedito in Italia.

Zigzagando tra gli appuntamenti
Ma zigzagando fra i moltissimi appuntamenti della sezione dedicata all’Egitto – fra i quali segnaliamo in particolare “L’Egitto al femminile” con Radwa Ashur, Salwa Bakr, Ahdaf Soueif e Mira Al Tahawi e la lectio magistralis dell’archeologo Zahi Hawass, autore dell’affascinate Le montagne dei faraoni (Einaudi) – da non perdere di vista, l’incontro con lo scrittore emergente Ahmad al-Aidy, caso letterario in Egitto e in Inghilterra del 2008 proprio per la penetrazione psicologica con cui questo giovane autore egiziano (classe 1974) racconta una generazione «che non ha nulla da perdere». Linguaggio ironico, scheggiato, scrittura sincopata che procede per flash, diversamente dalla prosa più distesa e classica di al-Aswani, quella di al-Aidy nel romanzo Essere Abbas al-Abd (il Saggiatore, dal 7 maggio in libreria) procede per improvvisi scatti, impreviste accelerazioni nel raccontare una porzione di gioventù intrappolata in un mondo di rapporti malati, senza un filo e al tempo stesso scapicollati fra sms, mondi virtuali e McDonald’s. Con un registro completamente diverso, anche qui troviamo il coraggio di uno sguardo “crudele” che va fino in fondo. La voglia di guardare in faccia la realtà senza infingimenti. Con un linguaggio letterario nuovo, creativo, che non si ferma alla cronaca.
«Il successo internazionale di uno scrittore artisticamente maturo come al-Aswani, ma anche l’emergere di voci dichiaratamente controcorrente come al-Aidy sono la riprova di quanto la scena culturale sia cambiata in Egitto, di quanto sia diventata finalmente più libera» commenta Fabio El Ariny, lo scrittore italo egiziano che ha fatto molto parlare di sé con il romanzo d’esordio, Il legame (Besa) nel quale si immagina un nesso fra l’incidente aereo che accadde a Malpensa e l’attentato alle Torri gemelle. Al centro del racconto c’è un giovane immigrato ingiustamente accusato di terrorismo. El Ariny, che come al-Aswani ha una “doppia vita” fra lavoro e scrittura, sarà a Torino il 15 maggio per parlare di letteratura egiziana. In queste settimane è anche al lavoro su un nuovo romanzo «che – ci anticipa – sarà completamente diverso dal precedente, che era stato definito un thriller».

Un Paese democratico?
Nato in Italia, El Ariny è cresciuto e ha studiato in Egitto. «Là vivono i miei genitori e da quando nel 1992 mi sono trasferito in Italia ho continuato a frequentare molto il Paese – racconta – così ho potuto vedere passo dopo passo il cambiamento che l’Egitto ha fatto dalla fine degli anni Ottanta. Allora era impossibile criticare il governo. Non c’erano giornali, se non quelli di regime e in pubblico bisognava stare molto attenti a quel che uno diceva. Oggi, giustamente, c’è chi dice che l’Egitto non sia un Paese democratico ma bisogna ammettere anche che la censura si è un po’ allentata: quando ero piccolo, per esempio, certi libri di Mahfuz si potevano acquistare solo in Libano, che sotto questo riguardo è sempre stato un Paese più libero dell’Egitto. Negli ultimi anni sono nati giornali di opposizione, possono emergere voci libere di scrittori, anche apertamente critiche. Molti di loro saranno ospiti a Torino. E proprio per questo sarebbe assurdo boicottare la Fiera».
«La scena editoriale egiziana è molto cresciuta e si è molto movimentata negli ultimi anni. Accanto alle case editrici più grandi e ufficiali sono nate imprese più piccole e indipendenti, che qualche anno fa sarebbero state impensabili» conferma Barbara Ferri, che per le Edizioni e/o segue il progetto Sharq/Gharb: una costola della casa editrice romana che traduce e pubblica in arabo letteratura italiana contemporanea ma al contempo promuove coedizioni arabe di opere di autori mediorientali. «La Fiera del libro del Cairo è un buon termometro della situazione. E l’ultima edizione è stata quanto mai frequentata e ricca di proposte. Anche dal punto di vista dell’editoria – sottolinea Ferri -. Ovviamente non si può parlare dei Paesi arabi in generale, perché ciascuno ha la sua storia. Ma se, per esempio, in Siria non siamo ancora riusciti a creare rapporti di collaborazione con l’editoria locale, a causa di una forte presenza della censura, in Libano non abbiamo mai avuto problemi. La novità ora riguarda proprio l’Egitto dove per la prima volta sta nascendo un’attenzione viva anche per quel si pubblica nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo».

IL PUNTO Quelle star del boicotaggio
di Tahar Lamri
*

Il direttore della Fiera del libro di Torino, Ernesto Ferrero, ha dichiarato a Libero: «Ci saranno tante star e ne siamo contenti, perché servono a creare movimento e ottengono spazio sui mezzi di informazione». L’evocazione di queste parole (star, movimento e ottenere spazio), in ambito letterario, è già di per sé motivo sufficiente per boicottare una manifestazione. Non per motivi ideologici, ma perché, in un mondo letterario perfetto, il libro è invito alla lentezza e a combattere le forme dello star system e dello sgomitare per avere un posto sui media.
L’appello a boicottare la Fiera, sottoscritto anche da Gianni Vattimo, crea proprio quel movimento che assicura spazio sui mezzi di informazione e fa di Vattimo una star e siccome questo movimento tende a fagocitare il suo nucleo, cioè in questo caso la difesa dei diritti umani, e focalizzare tutta l’attenzione sulla periferia, cioè la polemica-spazzatura che si nutre di vecchie e nuove polemiche, alcuni giornalisti fanno i conti con chi davvero difende i diritti umani e spostano l’asse della discussione su tutto ciò che è marginale: Israele è più democratico dell’Egitto, Tariq Ramadan non dovrebbe essere invitato perché l’anno scorso… ecc.
Sheherazade ci insegna che la letteratura salva la vita, ma è da molto tempo che la letteratura si è dimessa da questa funzione. Dai tempi di Camus, Franz Fanon, Aimée Cesaire, molti scrittori sudamericani torturati, segregati, confinati, proprio per difendere i diritti umani e il diritto alla parola. Poeti Cheyenne che vivono a stenti nelle democrazie consolidate. Boicottare o non boicottare una Fiera del libro è soltanto un esercizio ozioso per creare, appunto, star, movimento e ottenere spazio.

*Scrittore e studioso di intercul  10 maggio 2009

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Sabra, un eccidio in nome di Dio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 12, 2010

Esce in Italia Sabra zoo. Un esordio toccante. Per  ricordare il massacro di civili palestinesi a Sabra  e Shatila. Compiuto  da libanesi e israeliani

Malgrado il successo del film Un valzer con Bashir, oggi l’eccidio di Sabra e Shatila pare caduto nell’oblio. E pochi giovani sanno cosa accadde veramente tra il 16 e il 18 settembre di quel 1982 quando cristiani maroniti libanesi, controllati dall’esercito israeliano, massacrarono centinaia di civili palestinesi nei campi profughi. Anche per questo il giornalista Misha Hiller ha deciso di tornare a documentare quell’assassinio a freddo di persone inermi. Ricorrendo alla narrazione per arrivare a un più largo pubblico.

Salutato dalla critica di Oltreoceano come un importante esordio. il suo toccante Sabra Zoo esce il 16 settembre in Italia per Newton Compton con il titolo Fuga dall’inferno. «La spinta a scrivere è nata dal rendermi conto che nessuno aveva raccontato davvero questa storia. Di certo non in Occidente», racconta Hiller a left. «Ma anche dall’essermi accorto di quanto questa storia abbia conseguenze nel presente: se vogliamo capire che cosa sta accadendo in Occidente con tensioni e scontri fra culture dobbiamo aprire gli occhi su quanto sta accadendo nel mondo arabo e riconoscere le nostre responsabilità.
In Medio Oriente la memoria di Sabra è ancora viva?
Sì, fa parte della loro memoria collettiva. Anche se va detto che in Libano i giovani non sanno molto della propria storia.
Quanto i monoteismi hanno agito e agiscono da detonatore di violenza?
Tutte le religioni apparentemente predicano la pace. Di fatto tutte e tre i monoteismi abramitici hanno le mani sporche di sangue. Basta pensare alle crociate. Ma la loro storia, spacciata per un conflitto fra bene e male, non è mai stata raccontata in maniera corretta e veritiera in Occidente. I coloni israeliani, dal canto loro, invocano l’Antico testamento per giustificare la loro appropriazione di territori e i loro attacchi ai palestinesi. E posizioni fondamentaliste si riscontrano anche nell’islam. L’attacco alle Torri gemelle di New York docet. è evidente che le religioni, con tutta la loro retorica, non hanno rapporto con la sofferenza vera delle persone. E rendono più difficile il dialogo fra i popoli. Le persone deluse, che non hanno voce e non trovano chi le rappresenti in politica, con più facilità cadono nella trappola di chi millanta di avere la soluzione ai loro problemi. Ciò spiega la crescita di partiti a base religiosa. Che a mio avviso non potranno mai rispondere a istanze che riguardano i diritti umani e la giustizia. La religione ha causato sempre problemi incoraggiando una mentalità tribale e settaria.
Il conflitto israelopalestinese potrebbe trovare soluzione oggi?
Non ci sono segnali positivi, anche se i cosiddetti processi di pace vanno avanti. Temo falliranno come i precedenti, perché nulla è cambiato nella realtà concreta. è un balletto che ogni tanto ci viene riproposto per rassicurarci. Ma poi il balletto finisce e l’occupazione continua. Finché non si deciderà la fine dell’occupazione, è un can can senza senso.
Che ruolo gioca Obama?
Obama ha messo fine alla retorica guerrafondaia di Bush e ha fatto ben sperare. Anch’io speravo che fosse un buon amico di Israele. Che fa un amico quando vede il suo sodale che, ubriaco, picchia i bambini? Certo non lo giustifica dicendo che è depresso, che ha ferite aperte, cose da dimenticare. Un vero amico dice: stai distruggendo tutti intorno a te. Gli dice: in questo modo ti stai autodistruggendo. Perciò oggi c’è meno ottimismo riguardo al fatto che Obama abbia delle possibilità di incidere in questa annosa situazione. Non perché pensi che sia ingenuo, ma perché non ha il potere di realizzare ciò in cui crede.

di left-avvenimenti del 24 settembre

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L’altra Beirut di Zena

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 12, 2010

di Simona Maggiorelli

Zena el Kahalil

Curiosamente la libanese Zena el Khalil è più conosciuta come pittrice che come scrittrice e regista, nonostante in questi due ambiti abbia mostrato maggior talento. Zena stessa si è  presentata in questa veste sulla scena internazionale dell’arte, dopo essersi specializzata alla School of Visual arts di New York. Perciò ci occupiamo di lei e della sua storia (fortissima e da poco diventata libro)in questa rubrica.

Anche se quando un anno fa vedemmo per la prima volta i suoi collage alla Fondazione Merz di Torino nell’ambito della mostra Speranze e dubbi. Arte giovane tra Italia e Libano non ci avevano colpito troppo favorevolmente. Quelle immagini pop di soldati (uomini e donne) che imbracciano armi e fiori, quei girotondi di “omini” rosa shocking che attraversano strade e cancelli, come i suoi sgargianti collage montabili e smontabili all’occasione, ci parlavano di un modo naif, a tratti sordamente euforico, di esorcizzare la realtà di guerra e distruzione che il Libano ha vissuto quasi ininterrottamente per più di vent’anni.

Un modo, ci pareva, per narcotizzare la realtà più che per rappresentarla. Poi però vedendo il video che Zena ha dedicato a Beirut, dove ha deciso di tornare a vivere alla fine della guerra civile , ma anche leggendo il suo Beirut I love you, da poco uscito in Italia per Donzelli, l’immagine si è fatta più profonda, tridimensionale. E l’interesse per il suo lavoro è cresciuto.

Non solo per il valore che ha di resistenza, per la testimonianza che offre su spaccati di vita giovanile a Beirut, (dove i venti-trentenni sono la maggioranza). Ma anche per come lo racconta. Con linguaggio poetico, vitale. Come se in questo romanzo autobiografico – nato sulla scia del blog che Zena tenne nel 2006 durante i 33 giorni in cui Beirut fu sotto assedio – l’artista fosse riuscita a precipitare la sua urgenza di comunicazione, di dialogo, con quell’Occidente dove è nata, bussando forte al vetro della nostra indifferenza, provando a buttar giù la barriera dei pregiudizi.

Così questo scricciolo di ragazza, sulla pagina e dietro una macchina da presa acquista un’energia straordinaria. E anche quando racconta di storie tragiche come la morte dell’amica Maya ammalata di tumore e   rimasta senza cure in una Beirut bombardata, riesce tuttavia a tessere il suo canto d’amore per la gente di questa capitale del Medioriente dove svettano grattacieli accanto a case crivellate dai colpi, dove ragazze chiuse nel velo passeggiano sul lungomare accanto a coetanee in tute attillate… «E’ stato agrodolce il periodo dopo la fine della guerra civile in Libano – scrive Zena in Beirut I love you -. Un periodo di eccessi. Si era incredibilmente felici, incredibilmente tristi… Facemmo del nostro meglio, quelli che erano felici, per ricostruire il paese, con gioia. Abbiamo creato le Ong e i gruppi di sostegno, organizzato mostre e pubblicato poesie, indetto concorsi di architettura per ricostruire il centro, fornito assistenza a chi soffriva di ansia e depressione per la guerra…». « Tentavamo di riconciliarci con i nostri passati- scrive Zena – di negoziare un’identità nazionale. Siamo stati in piedi notti intere a fare progetti su come ricostruire le nostre vite, nonostante le tensioni provocate dai nostri vicini, gli israeliani, che minacciavano costantemente di destabilizzarci. Nonostante le tensioni legate al vivere sotto una nuova occupazione, questa volta siriana. Siamo stati in piedi notti intere per ricostruire il Libano… perché dopo anni di oppressione e di conflitti si impara che l’unica cosa da fare è reagire e andare avanti». E in quelle notti i giovani di Beirut hanno fatto anche arte, scritto romanzi, creato opere belle e  acerbe. Come il lavoro A’Salaam Alaykum: Peace upon you, con cui  la trentenne Zena racconta la sua generazione che vive senza riuscire a dimenticare la guerra, con la paura che anche oggi  possa ricominciare, ma che più di tutto desidera vivere pienamente, in tempi di pace.

da left-avvenimenti del 4 giugno 2010

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Mona Hatoum, e quei virus nasconti di violenza

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2009

Mona Hatoum

Mona Hatoum

Sedie intessute da tele di ragno. E casette da incubo. Se la “normalità” è abitata dalla pazzia

di Simona Maggiorelli

Sono oggetti magici, domestici e insieme unheimlich, sottilmente inquietanti, le opere con cui Mona Hatoum da trent’anni va costruendo il suo universo d’arte. Sedie di ferro battuto intessute di rosse tele di ragno, gioielli di vetro che, visti da vicino, rivelano di essere delle bombe a mano. E ancora, grandi mappe del mondo, bianche, di latte, che mostrano la ferita di confini geografici incisi con il sangue, ma anche mappe del suo Paese d’origine, la Palestina, ricamate sopra cuscini da notte e di sogno, aprendo il cuore a una speranza di pace tessuta con filoforte. Ma torna in mente anche quella che è diventata un po’ l’immagine simbolo della poetica di Hatoum: un’ammaliante stanza nella penombra illuminata da un caleidoscopio di luci. Sulle pareti, una parata di stelle lucenti, ma fra di esse, a ben guardare, si scorgono le sagome di militari armati.
Tutta l’opera di Mona Hatoum – fatta di installazioni, sculture, opere di videoarte – può essere letta come un’accorata riflessione sulla guerra, sulla violenza dello sradicamento, sul dolore per la cancellazione di diritti umani fondamentali. Temi su cui Hatoum lavora fin da quando, giovanissima, dovette fuggire dalla città in cui viveva: una Beirut della metà degli anni Settanta devastata dalle bombe e lacerata da conflitti interni. Ma anche a Londra e poi a Berlino, dove ora spesso l’artista preferisce stare, la sua ricerca, non ha perso profondità e mordente. Anzi. Come racconta la retrospettiva Interior landscape (paesaggi interiori) che, dal 4 giugno al 20 settembre ( catalogo Charta), le dedica la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, Mona Hatoum è passata dall’indagare la guerra e la devastazione fisica a esplorare qualcosa di più difficile da evidenziare e denunciare: quella violenza invisibile, e non meno distruttiva, che contrassegna rapporti umani malati. Anche in ambienti familiari, dove apparentemente non scorre sangue.


da Terra del 2 giugno, 2009

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