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Posts Tagged ‘Paolo Canevari’

Il realismo carnale di Canevari

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 25, 2010

di Simona Maggiorelli

Una catasta di rotoli di panno lenci può fiorire in un inaspettato concerto di rose grigie e azzurre.

Mentre un’altalena fatta con una camera d’aria e due corde, lasciata a penzolare nel vuoto, apre imprevisti squarci di memoria sulla ferocia razzista di una parte non piccola dei bianchi americani.

Frammenti di realtà che riletti da Paolo Canevari regalano improvvise epifanie di senso.

Più in là, in un’altra sala del Pecci di Prato dove fino al primo agosto è aperta un’importante retrospettiva dedicata all’artista romano, una luccicante lampada da discoteca getta un’inquietante doppia ombra, di attraente giocattolo e di micidiale bomba.

Il talento di Canevari è saper scovare lampi di poesia nella quotidianità, anche quella apparentemente più banale. Ma sta anche nel saper cogliere e tradurre in un’immagine spiazzante, forte, polisemica, le discrasie del nostro tempo. Insinuandosi in quelle faglie della realtà che permettono di aprire gli occhi su orizzonti di senso più ampi e più profondi.

Come quando, ritraendo giovani in coda davanti a un locale, Canevari incatena le loro braccia alla maniera dei carrelli da supermarket. O come quando, nella serie Globes, ironicamente, trasforma l’immagine dell’uomo vitruviano in un manager seduto di spalle su un mappamondo fatto con strisce di battistrada. Metropolitana, demistificante, non di rado politicamente corrosiva, l’opera di Canevari, però, non si accontenta di vivere in margine alla cronaca.

Semmai nel corso degli ultimi due decenni (Canevari, classe 1963, ha esordito negli anni Ottanta) si è sviluppata come una personale e acuta riflessione sull’umano e sul senso della storia. Usando come grimaldello i simboli del potere e del dogma che hanno segnato i secoli.

E che l’artista smaschera denunciando la violenza e il vuoto di umanità che nascondono. Così ecco un Gesù in croce, senza braccia e con un pneumatico come aureola assai poco divina. Ed ecco le vestigia del Colosseo trasfigurate in un teschio dalle orbite vuote oppure incendiate da un fuoco rosso come il sangue dei gladiatori. In una continua sperimentazione di generi e discipline, passando dal disegno al video, dalla scultura all’istallazione (e viceversa), sono nate così anche le sue personali mappature del globo che mettono in discussione le granitiche divisioni nazionali in nome di un nomadismo dei popoli e delle culture ma anche le sue armate di “omini” neri e stilizzati, poi disseminati come impronte vitali in quartieri degradati e in tutta una serie di “non luoghi”.
Da One-night installation: Rocce, che nell’89 segnò il debutto internazionale di Canevari, al video Bouncing skull, con cui nel 2007 partecipò alla Biennale di Venezia, fino a Nobody Knows (2010) da cui la mostra pratese trae il titolo, il curatore Germano Celant ha ricostruito il filo della ricerca di questo poliedrico artista che lavora tra Roma e New York. Un lavoro di storicizzazione e di analisi critica del «realismo carnale» di Canevari che Celant ha distillato anche in una monografia Electa.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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La bellezza amara delle creazioni di Paolo Canevari

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 24, 2010

Al museo Pecci di Prato si è aperta il 20 marzo una retrospettiva dedicata al lavoro dell’artista romano che è stato allievo di Nam June Paik.  Con il titolo Nobody knows, sculture, installazioni e video

di Simona Maggiorelli

Paolo Canevarai, rose

Una lupa nera spicca nel cubo bianco del Pecci di Prato. Solitaria, immersa nel silenzio, come se si fosse materializzata da un antico passato. è la ricreazione di doppie vestigia: quelle della fondazione mitica di Roma e quelle nere, ducesche, che nel secolo scorso hanno segnato tristemente la storia italiana. Paolo Canevari, classe 1963, ha conosciuto il fascismo sui libri ma anche attraverso i ricordi del padre (noto scenografo). Che quando Paolo era bambino gli raccontava la ferocia e la stupidità dei rituali con cui Mussolini celebrava il proprio potere. Le parate militaresche, l’esibizione di una vitalità solo fisica, di un coraggio fasullo che si misurava saltando attraverso cerchi di fuoco.

Paolo Canevari

Quei simboli roboanti, quella retorica tronfia e il vuoto assoluto che nascondevano sarebbero diventati poi nella fucina dell’artista romano il loro esatto contrario: il segno di un rifiuto radicale di ogni forma di violenza. In forme nuove, nelle mani di Canevari, quegli strumenti di tronfia propaganda si sono trasformati in brucianti segni di bellezza, in immagini elegiache, poetiche.

Così ecco il Colosseo, dove i gladiatori erano mandati a farsi sbranare dalle belve, mutato in una potente scultura di fuoco. Ecco i pneumatici infuocati con cui i razzisti sudafricani e il Ku Klux Klan uccidevano le persone di colore diventare monumento alla memoria che si staglia contro il cielo del Texas. Le opere dell’artista romano – come racconta la mostra Nobody knows che il Pecci gli dedica da oggi – sono immagini semplici, immediate, ma in cui sembrano essersi sedimentate la storia e la memoria.

Con materiali naturali e poveri (corda, legno, lana, carta) oppure di riciclo (plastica, ferro, gomma) ridanno poeticamente voce e presenza a chi non l’ha avuta nella storia ufficiale riscritta ad hoc dai vincitori. «Canevari crede nella concretezza dell’arte – scrive Germano Celant nel catalogo Electa -. Il suo interesse è più legato all’afflusso degli umori e della memoria  che al concetto e alla teoria dell’arte. A contare è la carne delle cose e delle sue manifestazioni vitali». Ma è vero anche che questa concretezza viva che hanno le sue creazioni non è mai naif. La bellezza amara che Canevari ricava, per sottrazione, dagli oggetti non è mai frutto di un’improvvisazione “surrealista” che gioca con la casualità dell’objet trouvé. Le sue sculture e installazioni, così come i suoi video si presentano come opere polisemiche, aperte al contributo di fantasia di chi le guarda. E non è difficile scorgervi segreti omaggi a maestri dell’avanguardia. Come Nam June Paik nelle opere di videoarte. O come Lucio Fontana e nelle sculture che talora incontrano l’architettura ridisegnando gli spazi intorno, Oppure come Alberto Burri nelle sculture che appaiono come organismi in continua crescita e trasformazione. Nei rinnovati spazi del museo toscano (che prossimamente aprirà una sede anche a Milano), fino al prossimo primo agosto, tutti i sentieri della ricerca di Canevari sono esplorati, senza cadere nella museificazione che talora emanano le retrospettive.

Terra, 20 marzo 2010

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