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Una risposta ad Assuntina Morresi

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

di Simona Maggiorelli

Cara Morresi,

Ru486

la ringrazio per la lettera e la sua attenzione per il nostro lavoro sul quotidiano Terra. Ben lieta di offrire maggiori elementi ai nostri lettori riguardo a quanto scrivevo nell’editoriale del 31 luglio, eccomi qui a risponderle. Anche se, mi permetta, trovo alquanto strano il tono del suo messaggio: fino a prova contraria in questo Paese, si possono ancora criticare libri e argomentazioni. Querele e censure non sono ammissibili in questo ambito. Fino a prova contraria siamo ancora una democrazia. Ma veniamo al libro La favola dell’aborto facile che lei scrisse e pubblicò nel 2006 con la giornalista Eugenia Roccella oggi segretaria al Welfare del governo Belusconi e strenua avversaria della commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486, già in uso, come lei sa, da più di dieci anni in tutto il progredito occidente.

Un libro, che già nella scelta del linguaggio rivela il filtro ideologico con cui sono stati letti i fatti. Basta dire che in più parti del vostro lavoro la Ru486 viene indicata come “kill pill”: la pillola che uccide. Un’espressione niente affatto neutra e oggettiva. Dal momento che nel suo libro manca del tutto un’informazione di base: che l’aborto farmacologico, al pari di quello chirurgico, non uccide nessuno. Le donne che decidono di abortire non sono delle assassine. L’embrione, dal punto di vista medico scientifico è un agglomerato di cellule. E, come ho già scritto, sulla scorta di quanto afferma la moderna neonatologia, il feto è un organismo biologico in evoluzione che solo intorno alla ventiquattresima settimana ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero della madre. Oltre che “kill pill”, l’espressione che ricorre spesso nel suo libro è “aborto chimico”, usato in senso dispregiativo. L’effetto di un qualunque altro farmaco non è altrettanto chimico? Ma nessuno parla di trattamento chimico dell’ulcera gastrica. Come fa notare la ginecologa Mirella Parachini, presidente della Fiapac, la Federazione internazionale dei ginecologi.

E a lei proprio in quanto medico lasciamo la parola anche riguardo ad alcuni punti del La favola dell’aborto facile. Già nell’introduzione, per esempio, lei e Roccella scrivete che nell’opinione di chi è a favore come di chi è contro la Ru486 ci sarebbe un comune equivoco: ovvero che l’aborto farmacologico sia veloce e indolore. «Fiumi di letteratura da anni descrivono le modalità con cui si svolge l’aborto medico – precisa Parachini -. Da nessuna parte si potrà mai leggere che si tratti di una procedura “veloce”. Di fatto comporta un coinvolgimento della paziente e degli operatori del centro dove viene seguita molto maggiore, sia in termini di tempo che di impegno, sia rispetto a quelli impiegati nell’atto chirurgico, che è un intervento di piccola chirurgia che può essere eseguito in pochi minuti. Tanto che viene raccomandato ai centri di interruzione volontaria di gravidanza la modalità con cui seguire un councelling del tutto diverso da quello adottato nell’aborto chirurgico». Ma, prosegue Parachini: «La consapevolezza di chi conosce questo percorso viene invece scambiata per preoccupazione». Così, le seguenti parole di Silvio Viale: «Molte donne si rivolgono all’ospedale pensando che si tratti di prendere una semplice pillola e tornare a casa, ma non è così», vengono impropriamente usate da Morresi e Roccella a conferma della propria tesi. Alla storia del dottor Viale, che al Sant’Anna di Torino avviò la sperimentazione della Ru486 per l’Italia le due autrici dedicano svariate pagine, mettendo “in luce” che Viale non solo è esponente Radicale, ma si è anche candidato nelle liste della Rosa del Pugno. Quasi a dire che la sua candidatura politica dovrebbe far sospettare delle sue parole e del suo operato medico. Ma viene da chiedersi perché una giornalista come Roccella e una docente di Chimica fisica come Morresi dovrebbere essere più attendibili nell’analisi di faccende strettamente mediche di un ginecologo?

Quanto alla tanto discussa (nel libro) sicurezza del farmaco «lo stesso comunicato dell’Aifa sulla delibera della autorizzazione alla commercializzazione del Mifepristone (Mifegyne) – ricorda Parachini – in conclusione dell’iter registrativo di mutuo riconoscimento seguito dagli altri Paesi europei in cui il farmaco è già in commercio scrive: la decisione assunta dal Cda rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno». In realtà i passaggi criticabili de La favola dell’aborto facile sarebbero ancora moltissimi, ma per motivi di spazio ci limitiamo a segnalarne alcune esplicite contraddizioni. Nel libro (a pagina 12) si dice che, come quando le interruzioni di gravidanza si facevano clandestinamente, «oggi con una operazione di candeggiatura dell’immaginario, che rimette a nuovo la consapevolezza sociale, ancora una volta solo nel segreto si saprà del sangue e della pena. Solo alle donne toccherà macerarsi, guardare l’assorbente cento volte al giorno, vomitare chiuse nel bagno e farsi domande angoscianti in solitudine». Poche righe prima era stato detto che «è difficile definire privato un metodo che richiede da tre a cinque – o anche più – appuntamenti in ospedale, ciascuno con una permanenza di alcune ore». Insomma, commenta Parachini, «se da una parte si punta il dito sulla sbandierata semplicità del metodo da parte dei suoi sostenitori, con le pazienti vittime di ginecologi ansiosi di “liberarsi dalla tristezza infinita degli aborti” ( pagina 83), dall’altra si accusa la tecnica di comportare un numero eccessivo di controlli ospedalieri e di essere “il metodo veloce che dura 15 giorni” ( pagina 20)». Infine, prosegue la ginecologa, quanto alla faccenda della sicurezza del farmaco contestata dalle due autrici, «nel marzo 2007 il Chmp (Commitee for medicinal products for human use) dell’Agenzia europea del farmaco ha terminato un lavoro di revisione del mifepristone iniziato nel dicembre 2005. Le conclusioni del Comitato sono state queste: i dati disponibili confermano l’efficacia del mifepristone a vari dosaggi in associazione con analoghi di prostaglandina, con la raccomandazione di informare sul rischio di infezioni fatali quando 200mg di mifepristone vengono associati alla somministrazione non autorizzata per via vaginale di compresse di misoprostolo per uso orale”. Questo dato successivo alla pubblicazione del libro conferma la validità del farmaco se usato correttamente, ed è stato approvato in seguito anche dalla commissione europea all’unanimità facendo proprio il parere positivo dell’Emea nel giugno 2007». Senza dimenticare che già nel 2005 l’Organizzazione mondiale della sanità aveva incluso la Ru486 nella lista dei farmaci essenziali. In sintesi, con un altro eminente ginecologo ci sentiamo di ribadire che nel libro Morresi e Roccella «interpretano la letteratura scientifica come chi non si interessa di problemi della medicina. Le cose che scrivono – prosegue Flamigni – sono testimonianza della loro personale posizione e mancano di quello spirito critico distaccato e laico che consente invece di poter valutare la letteratura medica con onestà e buon senso». Il punto è, sottolinea Flamigni, «che dalla letteratura non si può prendere solo quello conviene. E una persona che legge la realtà con gli occhiali di una forte ideologia fa proprio questo. In secondo luogo per parlarne con competenza bisogna essere persone esperte di medicina. A Roccella e Morresi andrebbe ricordato il motto latino che diceva nec sutur ne ultra crepidam, ciabattino non andare al di là delle scarpe».

dal quotidiano Terra luglio 2009

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Ru486. L’attacco del governo all’Aifa

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

La pillola abortiva Ru486 è di nuovo  nel mirino del Vaticano e dei suoi sodali  in Parlamento. Con un’interrogazione  al ministro Sacconi il senatore Calabrò
va contro l’Agenzia italiana del farmaco.  Sulla base di un’inchiesta piena di grossolane inesattezze. Smascherate da Silvio Viale

di Federico Tulli

Quando c’è da fare bella figura con le gerarchie vaticane non si può certo dire che il senatore Raffaele Calabrò se ne stia con le mani in mano. Specie se questo può condizionare la libertà di scelta dei cittadini italiani. Del noto disegno di legge sul testamento biologico (che porta il suo nome) infarcito di commi antiscientifici, attacchi al costituzionale diritto all’autodeterminazione, nonché all’identità medica, left se ne è occupato a più riprese (e non smetterà di farlo dal momento che dopo l’approvazione al Senato ora è in discussione alla Camera). Oggi a mantenere viva la nostra attenzione sulle crociate del senatore pidiellino è un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, firmata con i colleghi di partito Michele Saccomanno, Laura Bianconi e Luigi D’Ambrosio Lettieri. A finire sotto la lente dei solerti senatori è l’autorizzazione al commercio del farmaco abortivo Ru486 rilasciata il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Lo spunto, si legge in una nota dei parlamentari Pdl, è fornito dalle «notizie riportate dalla rivista Tempi del 10 settembre scorso, secondo cui una donna avrebbe abortito due anni fa utilizzando la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Saccomanno, Bianconi, Calabrò e D’Ambrosio Lettieri hanno quindi chiesto al ministro «se sia a conoscenza di episodi simili e, in caso affermativo, l’epoca a cui questi si riferiscono. Inoltre se, in caso affermativo, siano stati presi in considerazione gli eventi avversi provocati dall’assunzione della pillola non all’interno di strutture ospedaliere, e quali siano state le valutazioni tecnico scientifiche. Infine se e in quali modi il ministero ritenga opportuno intervenire al fine di tutelare la salute delle donne in seguito alla libera commercializzazione della pillola Ru486». Strane domande. Se c’è un’autorizzazione al commercio è perché l’organo tecnico scientifico deputato a rilasciarla (vale a dire l’Aifa) ha già ottenuto risposte esaurienti proprio a quesiti del genere, tra l’altro al termine di un iter investigativo che definire biblico è un eufemismo. Questa delegittimazione dell’Aifa ha del clamoroso e in teoria basterebbe ricordare che la Ru486 è dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms. Ma non è tanto questo ad averci spinto a verificare alla fonte la causa delle preoccupazioni dei senatori della destra.

Nell’inchiesta che sbandierano ne abbiamo scoperte delle belle. Andiamo per ordine. Ciò che subito colpisce è il titolo della storia di copertina dedicata alla Ru486: L’incubo dell’aborto facile. Decisamente simile a quello di un libro scritto contro lo stesso farmaco dalla collega di partito dei quattro politici, nonché sottosegretaria di Sacconi con delega alla bioetica, Eugenia Roccella: La favola dell’aborto facile. Poca fantasia giornalistica o ci dobbiamo insospettire? D’accordo, forse è un caso. E si tratta “solo” della solita coltellata sferrata dai pasdaran del Vaticano nei confronti della sensibilità e intelligenza femminile. Come se decidere di abortire fosse una passeggiata primaverile. E può essere un caso anche il catenaccio in apertura di articolo che recita: «Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. “Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali”». In pratica lo stesso input che Calabrò&co. formulano a Sacconi. Poi dicono che le istituzioni non sono vicine ai problemi della gente. È ora che si indaghi, dicono. E l’Aifa che avrebbe fatto per anni?

Ma passiamo oltre ed entriamo nel merito dell’interrogazione e quindi nei contenuti dell’articolo che l’ha “provocata”. Diciamo subito che le inesattezze di ogni genere (scientifiche, statistiche, mediche e così via) sono talmente tante che di alcune nemmeno parleremo e che per mantenere salda la bussola abbiamo chiesto l’aiuto del ginecologo Silvio Viale, il medico che nel 2005 dopo una lunga battaglia avviò la sperimentazione dell’aborto farmacologico in Italia. Tale “colpa” gli è valsa una citazione su Tempi ed è per questo, oltre che per la sua competenza, che lo abbiamo interpellato. A lui chiediamo se è vero come sostiene il settimanale (e come più volte ha detto la Roccella) che «nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola». Viale freme: «Certe affermazioni possono esser buone per far polemica, ma non reggono il confronto scientifico. Chi imputa alla Ru486 quei decessi evidentemente non sa, o evita di dire, che si tratta solo di segnalazioni di casi di varia origine per i quali non si è evidenziato alcun nesso causale». Il ginecologo porta l’esempio dell’influenza A-H1N1: l’Oms ha calcolato una mortalità dello 0,5 per mille dicendo “no panic”. E difatti tutti sentiamo in questi giorni il viceministro Fazio ripetere: niente panico. «Se fosse verificato, e non lo è, che quelle morti sono da imputare alla Ru486, calcolando i soli aborti che avvengono negli Usa, il tasso di mortalità sarebbe 0,5 ogni 100mila – spiega Viale -. Una percentuale talmente irrisoria non richiede alcuna precauzione. È pari al rischio di morire colpiti da un fulmine in una giornata di sole». Perché il dato non è verificato? «Perché per poter stabilire un rischio di 0,5 su 100mila e fare una statistica aderente alla realtà occorre una casistica di qualche miliardo di aborti. Quindi quelle che la stampa e Roccella tramutano in decessi sono solo segnalazioni che nessuna agenzia scientifica o società farmacologica prende sul serio. Tra l’altro è noto che quel dato comprende anche morti per gravidanze extrauterine, che con la Ru486 non c’entrano nulla. Il paradosso è che la Exelgyn, produttrice della pillola, nel corso di una sorta di interrogatorio ministeriale condotto da Assuntina Morresi che con Roccella firma La favola dell’aborto facile, si è sentita chiedere conto anche di un decesso imputabile ad altro farmaco». Tornando all’interrogazione facciamo notare a Viale che i senatori si preoccupano del fatto che la donna intervistata ha utilizzato «la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo».

Colpa del Cytotec, il medicinale che viene somministrato in seconda battuta per favorire le contrazioni. «Un farmaco – scrive il settimanale – sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali». «Sconsigliato? Semmai è vero il contrario», chiosa il ginecologo. «L’Oms sta conducendo degli studi sull’aborto fatto solo con il Cytotec per aiutare i Paesi poveri. È un medicinale sicuro e ha il vantaggio di costare pochissimo (4 centesimi a pillola) e di poter essere conservato a temperatura ambiente». La donna intervistata racconta poi che ha espulso il feto a casa rischiando di svenire mentre usciva dall’ospedale. «Certe interpellanze screditano solo chi le presenta», osserva il ginecologo. «Nessuno ha mai negato che le donne escono dall’ospedale dopo aver preso la Ru486. Dove sarebbe la novità? Sono io medico ad assumermi la responsabilità che la signora vada a casa nel pieno rispetto dell’aspetto scientifico e anche legale. Perché l’intervento abortivo si fa in ospedale, mentre le conseguenze hanno un andamento successivo. La legge è un impianto tecnico e in Italia è rispettata alla lettera. Ma questi signori dimostrano di non conoscere la 194 di cui tanto parlano. Senza contare che nel caso riportato da Tempi vi sono molti aspetti inverosimili». E poco importa se il tempo dedicato a ingarbugliare questioni già risolte è pagato con i soldi dei contribuenti.

Intanto il Partito democratico ci mette del suo: la parlamentare Dorina Bianchi ha pensato bene di dare il proprio assenso all’indagine parlamentale sulla Ru486 voluta dal centrodestra. “Un’inchiesta parlamentare non si nega a nessuno! dichiara la Gelsomina Bianchi alla stampa.  quando da medico oltrechè da parlamentare dovrebbe ben sapere che la RU486 più che sperimentato, essendo stato adottata nei paesi occidentali da più di venti anni. Forse è utile ricordare che la mitica Dorina votò a favore della legge 40. Ma perché e la capogruppo Finocchiario in modo particolare l’ hanno sponsorizzata perché assumesse il ruolo che è stato del senatore Marino nella Commissione Sanità?

da left-Avvenimenti del 25 settembre 2009

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Una lettera di Assuntina Morresi

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 11, 2009

Gentile Direttore del quotidiano Terra,
sono Assuntina Morresi, docente di Chimica Fisica all’Università di Perugia, e le scrivo in riferimento al pezzo “Questione di civiltà”, a firma di Simona Maggiorelli. L’autrice dell’articolo, parlando di un libro che ho scritto insieme ad Eugenia Roccella, “La favola dell’aborto facile”, lo definisce ideologico e disinformato. Lascio da parte l’ideologico, su cui avrei da commentare, ma che dipende da valutazioni soggettive, e mi riferisco al informato: non amo le querele, e quindi per il momento chiedo a Simona Maggiorelli di indicare con precisione a quali parti, capitoli o paragrafi del libro si riferisce, e di spiegarne i motivi, entrando nel merito degli argomenti. Chiaramente sono disponibile per un confronto pubblico, con qualsiasi esperto da voi scelto, sugli argomenti relativi all’aborto in generale e a quello farmacologico in particolare. Certa di un cortese riscontro

Assuntina Morresi

Gentile dottoressa Morresi, la ringrazio per l’attenzione. Ben lieta di offrire maggiori elementi ai nostri lettori riguardo a quanto scrivevo il 31 luglio. Anche se, mi permetta, trovo alquanto strano il suo tono: in questo Paese si possono ancora criticare libri e argomentazioni. Veniamo al libro “La favola dell’aborto facile” che lei scrisse nel 2006 con la giornalista Eugenia Roccella, oggi sottosegretaria al Welfare e strenua avversaria della commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486, già in uso, come lei sa, da più di dieci anni in tutto l’occidente. Un libro che già nella scelta del linguaggio rivela il filtro ideologico con cui sono stati letti i fatti. Basta dire che in più parti del vostro lavoro la Ru486 viene indicata come “kill pill”: la pillola che uccide. Un’espressione niente affatto neutra e oggettiva. Nel suo libro manca del tutto un’informazione di base: che l’aborto farmacologico, al pari di quello chirurgico, non uccide nessuno. Le donne che decidono di abortire non sono delle assassine. L’embrione, dal punto di vista medico scientifico è un agglomerato di cellule. E, come ho già scritto, sulla scorta di quanto afferma la moderna neonatologia, il feto è un organismo biologico in evoluzione che solo intorno alla ventiquattresima settimana ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero. Al dottor Silvio Viale, che al Sant’Anna di Torino avviò la sperimentazione della Ru486, le autrici dedicano svariate pagine, mettendo in luce che Viale è esponente Radicale e si è candidato nelle liste della Rosa del Pugno. Quasi a dire che la sua candidatura dovrebbe far sospettare del suo operato. Viene da chiedersi perché una giornalista come Roccella e una docente di Chimica fisica come Morresi dovrebbero essere più attendibili di faccende mediche di un ginecologo. Quanto alla tanto discussa (nel libro) sicurezza del farmaco «lo stesso comunicato dell’Aifa sulla delibera della autorizzazione alla commercializzazione del Mifepristone (Mifegyne) – ricorda Mirella Parachini, presidente della Fiapac, la Federazione internazionale dei ginecologi – in conclusione dell’iter registrativo di mutuo riconoscimento seguito dagli altri Paesi in cui è già in commercio scrive: la decisione assunta dal Cda rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno». In realtà i passaggi criticabili del libro sarebbero ancora moltissimi, ma per motivi di spazio ci limitiamo a segnalarne alcune contraddizioni. A pagina 12 si dice che, come quando le interruzioni di gravidanza si facevano clandestinamente, «oggi con una operazione di candeggiatura dell’immaginario, che rimette a nuovo la consapevolezza sociale, ancora una volta solo nel segreto si saprà del sangue e della pena. Solo alle donne toccherà macerarsi, guardare l’assorbente cento volte al giorno, vomitare chiuse nel bagno e farsi domande angoscianti in solitudine». Poche righe prima era stato detto che «è difficile definire privato un metodo che richiede da tre a cinque – o anche più – appuntamenti in ospedale, ciascuno con una permanenza di alcune ore». Insomma, commenta Parachini, «se da una parte si punta il dito sulla sbandierata semplicità del metodo da parte dei suoi sostenitori, con le pazienti vittime di ginecologi ansiosi di «liberarsi dalla tristezza infinita degli aborti» (pagina 83), dall’altra si accusa la tecnica di comportare un numero eccessivo di controlli ospedalieri e di essere «il metodo veloce che dura 15 giorni» (pagina 20). Infine, prosegue la ginecologa, quanto alla faccenda della sicurezza del farmaco contestata dalle due autrici, «nel marzo 2007 il Chmp (Commitee for medicinal products for human use) dell’Agenzia europea del farmaco ha terminato un lavoro di revisione del mifepristone iniziato nel dicembre 2005. Le conclusioni del Comitato sono state queste: i dati disponibili confermano l’efficacia del mifepristone a vari dosaggi in associazione con analoghi di prostaglandina, con la raccomandazione di informare sul rischio di infezioni fatali quando 200mg di mifepristone vengono associati alla somministrazione non autorizzata per via vaginale di compresse di misoprostolo per uso orale. Questo dato successivo alla pubblicazione del libro conferma la validità del farmaco se usato correttamente ed è stato approvato in seguito anche dalla Commissione europea facendo proprio il parere positivo dell’Emea nel giugno 2007». Senza dimenticare che già nel 2005 l’Oms aveva incluso la Ru486 nella lista dei farmaci essenziali. In sintesi, con un altro eminente ginecologo, ci sentiamo di ribadire che nel libro Morresi e Roccella «interpretano la letteratura scientifica come chi non si interessa di problemi della medicina. Le cose che scrivono – dice Carlo Flamigni – sono testimonianza della loro personale posizione e mancano di quello spirito critico distaccato e laico che consente invece di poter valutare la letteratura medica con onestà e buon senso». Il punto è, sottolinea Flamigni, «che dalla letteratura non si può prendere solo quello conviene. E una persona che legge la realtà con gli occhiali di una forte ideologia fa proprio questo. Per parlarne con competenza bisogna essere persone esperte di medicina. A Roccella e Morresi andrebbe ricordato il motto latino che diceva nec sutur ne ultra crepidam, ciabattino non andare al di là delle scarpe».

Simona Maggiorelli

dal quotidiano Terra 11 agosto 2009

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La possibilità di scegliere

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 31, 2009

editoriale del quotidiano Terra, 31 luglio 2009

di Simona Maggiorelli

ru486Una questione di civiltà.  Non sapremmo come altrimenti definire la tanto attesa commercializzazione in Italia della pillola abortiva  Ru486. Un  farmaco che l’Oms  ha inserito da tempo fra gli “essenziali”. Che in Francia e in molti altri Paesi avanzati è in uso da quasi vent’anni. Senza speciali controindicazioni. Eccetto quelle che si devono usare per l’assunzione di ogni medicina. Come utilmente ricorda il ginecologo Silvio Viale, pioniere dell’introduzione in Italia della Ru486: i pochi casi di decessi registrati dopo l’assunzione di Ru486 in realtà si sono verificati in casi clinici complessi. Illustri ginecologi come lo stesso Viale, con  Carlo Flamigni e Mirella Parachini lo vanno ripetendo da anni: la Ru486 è un farmaco sicuro.

Dalla più moderna neonatologia sono arrivate conferme definitive ormai che solo a partire dalla ventiquattresima settimana di gestazione il feto ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero. Prima è un organismo biologico in evoluzione. Non si può parlare di persona, perché solo alla nascita l’essere umano realizza pensiero e vita psichica.

ru486 Time Di fronte e evidenze scientifiche di questa portata che liberano le donne dal senso di colpa, permettendo a ognuna di realizzare la propria identità come desidera e sente più giusto colpiscono la sordità e la resistenza a farle prprie da parte della politica e dei media, anche dei più progressisti. Così ora che le donne anche in Italia pssono ricorrere all’aborto farmacologico si alzano barricate da esponenti di centrodestra e non solo, perché, sospettiamo, la Ru486 permetterebbe di aggirare l’obiezione di coscienza dei medici cattolici. Evidentemente per tutti costoro le donne devono per forza andare sotto i ferri per interrompere una gravidanza indesiderata. Magari anche senza anestesia come è accaduto in ospedali romani non lontani da Santa Madre Chiesa. E questo sarebbe il prendersi cura per  non lasciare le donne alla solitudine dell’aborto fai da te” che il primario  del Gemelli di Roma Antonio Lanzone proponevanei giorni scorsi su Repubblica?

Così mentre la sottosegretaria Eugenia Roccella ( che con Assuntina Morresi ha scritto un libro ideologico e disnformato come La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486) continua a lanciare i suoi anatemi contro il farmaco abortivo, giornali blasonati come il Corsera continuano a confondere la Ru486 con la pillola del giorno dopo. Un gran fuoco di fila per tentare di confondere i cittadini. Mentre nessuno, né di destra né di sinistra ( purtroppo) propone serie campagne di promozione della contraccezione

dal quotidiano Terra 31 luglio 2009

Il governo vuole imporre il ricovero coatto per le donne che prendono la Ru486, come accade nei casi più gravi di malattie psichiatriche

Il Governo di centrodestra cerca di porre paletti all’utilizzo della pillola Ru486. In particolare, oltre a diminuire a 49 giorni il limite per il suo uso (in Europa e’ du 63 giorni), vuole imporre il ricovero coatto per le donne che scelgono questo metodo abortivo. Le donne che vorranno abortire con Ru486 potrebbero quindi essere equiparate a categorie di pazienti per i quali e’ previsto il ricovero coatto, come i malati psichiatrici e i portatori di malattie infettive da quarantena.

COMMENTI

‘Prevedere il ricovero obbligatorio di almeno tre giorni per la somministrazione della pillola abortiva, come prospettato dal governo attraverso il sottosegretario Roccella, e’ un’assurda e ingiustificata forma di accanimento punitivo nei confronti della donna’. Lo afferma Paolo Ferrero, segretario del Prc.
Si tratta, aggiunge, del ‘frutto di una cultura che, in ossequio ai dettami patriarcali della chiesa e della societa’ italiana, non intende capacitarsi che la donna possa veder rispettata la propria liberta’ di scelta e alleviata la propria sofferenza grazie anche alle nuove frontiere scientifiche, continuando a imporle una condizione di oppressione o lo stigma della colpa. Non puo’ esserci niente di piu’ anticristiano’.

Si vogliono ora costruire modalita’ da Stato totalitario nella sommistrazione della Ru486, fino alla sciagurata ipotesi di test psicologici con l’obiettivo di compromettere il risultato del via libera al suo impiego: noi lo impediremo! Lo sostiene il segretario dell’Associazione ‘Luca Coscioni’, Marco Cappato per il quale, “l’unica alternativa alla liberta’ e alla responsabilita’ di scelta e’ l’imposizione dogmatica della opzione di una Autorita’ Superiore alla quale evidentemente il Vaticano si considerare candidato naturale”. Come Radicali, “abbiamo dato il contribuito piu’ importante – rimarca Cappato – alla sconfitta parziale dell’aborto, grazie alla sua legalizzazione: cercheremo di completare il compito, nonostante – conclude Cappato – il boicottaggio clericale sull’informazione sessuale e sulla contraccezione”.

”Se cosi’ fosse sarebbe incostituzionale. Queste povere donne, dopo che si sono viste impiantare per forza i tre embrioni ora saranno costrette a un regime carcerario”. Lo afferma Mario Riccio, anestesista-rianimatore, il medico che sospese le terapie a Piergiorgio Welby, nel corso di un’intervista all’Agenzia Radiofonica Econews.

Non ci sono motivi per non far valere il regime di trattamento in day hospital, gia’ testato con varie sperimentazioni regionali, per l’aborto farmacologico con la pillola Ru486. Lo sostiene il giudice Amedeo Santosuosso, della Corte di appello di Milano, precisando che il ricovero della donna in trattamento, cosi’ come ipotizzato, ‘non potrebbe in alcun caso essere obbligatorio’.
Il ricovero per le donne in trattamento con la Ru486, ha affermato il giudice, ‘non puo’ essere in alcun caso coatto.
Inoltre, dal momento che il regime in Day Hospital per l’aborto farmacologico e’ gia’ stato testato e validato in varie sperimentazioni regionali a partire dal 2005, non vedo motivi per non far valere tale modello anche ora, dopo il via libera alla commercializzazione del farmaco in Italia’.
Il ricovero coatto, ha precisato Santosuosso, ‘e’ impensabile: ogni trattamento medico viene infatti somministrato sulla base del consenso informato; dunque sta al medico informare dei rischi e delle possibilita’, ma se la donna decide di non accettare l’ospedalizzazione nel corso del trattamento con la Ru486, non la si puo’ costringere’. Ma ‘dal momento che le sperimentazioni gia’ fatte in day hospital sono state sottoposte a verifiche – ha ribadito – non vedo alcun motivo per cui ora che siamo fuori da una fase di sperimentazione si debbano prevedere modalita’ diverse’.
In ogni caso, ha aggiunto Santosuosso, ‘il ministero del Welfare non puo’ dire ai medici come si devono comportare quando si parla del rapporto medico-paziente’. Anche perche’, ha concluso, ‘non e’ stabilito da nessuna parte che la maggiore tutela della paziente si realizzi solo in ospedale e non, anche, in uno sperimentato regime di day hospital, magari con piu’ accessi in ospedale e controlli programmati; tale decisione puo’ scaturire solo dal rapporto medico-paziente’.

”Immagino che le pressioni, anche se non sono state direttamente sull’Aifa, si sono viste molto bene da parte della stampa e da parte di appelli, di manifesti e molte iniziative.” Cosi’ il farmacologo Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri, nel corso di un’intervista all’Agenzia Radiofonica Econews, sulle eventuali pressioni subite dall’Aifa in questi anni sulla pillola abortiva. Alla domanda se la lunga durata dell’iter rappresenti un’anomalia, Garattini osserva: ”E’ certamente un’anomalia, perche’ l’azienda ha il diritto a mettere in commercio in farmaco dopo 90 giorni dalla domanda”. Sulla sicurezza della RU486, Garattini sostiene: ”Tutti i farmaci hanno degli effetti tossici e collaterali. Dire 29 morti non vuol dire niente, perche’ bisogna dire quante sono le persone trattate, e in base a quello si decide se e’ tanto o se e’ poco. Ma mi risulta che le autorita’ regolatorie hanno ritenuto che il rapporto beneficio-rischio sia un rapporto accettabile”. Alla domanda se le questioni sulla sicurezza sono state usate per coprire perplessita’ etiche, Garattini risponde: ”Certamente le difficolta’ principali sono di natura etica. C’e’ pero’ da dire che nessuno e’ obbligato a utilizzarla. In Italia abbiamo una legge sull’aborto, e quindi le donne avranno una scelta diversa. Se avranno tutte le necessarie spiegazioni potranno scegliere in base alle loro preferenze”. Sulla necessita’ del ricovero, infine, Garattini dice: ”Bisogna vedere come avvengono le cose nella realta’ dei fatti. Questo problema non e’ puramente italiano: questo farmaco viene somministrato in molti altri paesi, e finiremo per usare anche noi il buon senso e far rimanere le persone in ospedale per il tempo strettamente necessario”.

Contro la diffusione della pillola abortiva Ru486 cresca l’obiezione di coscienza dei medici italiani. A dare man forte all’offensiva lanciata dalla Chiesa contro l’introduzione dell’aborto chimico in Italia, scende in campo il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, appellandosi ai medici e denunciando ‘la crepa nella nostra civilta” aperta dalla commercializzazione della pillola abortiva.
Mentre si dice ‘amareggiato, triste e preoccupato’ per il ‘prevalere del diritto del piu’ forte’ affermatosi con l’introduzione del farmaco abortivo, il numero uno della Conferenza episcopale italiana guarda con speranza ai dati sull’obiezione di coscienza. Cifre da cui emerge un’impennata del numero degli obiettori: dal 2005 al 2007 i ginecologi che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza sono infatti passati dal 58% al 70%.
‘E’ auspicabile – lancia l’appello dalle pagine di Avvenire il card. Bagnasco – che l’obiezione di coscienza nata da profondi convincimenti cresca ancora, sia come dato in se’, sia come testimonianza per l’opinione pubblica sulla persistenza di una consapevolezza profonda’. In sintonia poi con l’attacco sferzato ieri dal quotidiano dei vescovi contro quanti nel governo ‘potevano’ ma ‘non si sono impegnati a fermare’ la Ru486, anche il presidente della Cei da’ la sua stoccata al mondo politico che, afferma, ‘puo’ ragionevolmente fare di piu’, nel rispetto dei meccanismi democratici’.
Dai laici cattolici Bagnasco si aspetta che si levi ‘una voce piu’ coraggiosa, chiara, argomentata a tutti i livelli’ perche’, sottolinea, ‘sui temi decisivi della vita umana non si puo’ procedere per mediazioni: su valori fondamentali mediare significa negare’. Un avvertimento che sembra valere anche per la legge sul testamento biologico in esame alla Camera. A Bagnasco risponde il ministro per l’Attuazione del Programma di governo, Gianfranco Rotondi, secondo cui ‘i politici cattolici e laici devono impegnarsi per il nuovo obiettivo di progresso di una civilta’ senza aborto’, rafforzando ‘la prevenzione prevista nella 194 e mai attivata’. Di parere contrario, il segretario del Partito socialista Riccardo Nencini. ‘Non bisogna mettere in discussione – afferma – la legge 194 e assoluta fiducia nella capacita’ delle donne di tutelare e decidere sulla loro gravidanza’.
Intanto il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, dopo le polemiche in merito all’ipotesi di ricovero per le donne in trattamento con la pillola abortiva, precisa che ‘nessuno vuole trattenere le donne con la forza’. ‘Certamente pero’ – aggiunge – si pone un problema di sicurezza per la loro salute se tornano a casa, e si pone anche un problema di rispetto della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza’. Al ricovero obbligatorio e’ contrario il segretario del Prc, Paolo Ferrero che lo definisce ‘anticristiano’. ‘E’ un’assurda e ingiustificata forma di accanimento punitivo nei confronti della donna’, protesta. (Fonte Aduc)

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Ru486, un’attesa infinita, fra anatemi e assurdità

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 31, 2009

La riunione fiume dell’Aifa per l’autorizzazione al commercio della pillola abortiva si chiude a tarda sera con l’attesa approvazione. Con Portogallo e Irlanda eravamo l’unico Paese in Europa in cui non è consentita l’interruzione volontaria di gravidanza anche per via farmacologica

di Federico Tulli

Mirella Parachini

Mirella Parachini

Con il via libera del Cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) al protocollo sulla pillola abortiva Ru486 si aprono finalmente anche nel nostre Paese le porte a un farmaco usato in quasi tutto il mondo per le Interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg). La definitiva autorizzazione al commercio del medicinale è arrivata nella tarda serata di ieri, a larga maggioranza, con quattro voti favorevoli e uno solo contrario. Si mette così la parola fine su di un iter che definire biblico è un eufemismo (oltre 24 mesi invece dei sei previsti dalla legge a partire dalla richiesta di autorizzazione inoltrata dall’azienda produttrice Exelgyn), e che ha scatenato una nuova ondata di polemiche che, del resto, accompagnano il farmaco sin da quando il ginecologo Silvio Viale avviò nel nostro Paese la sperimentazione alla clinica sant’Anna di Torino. Era il lontano 2005.

Ignorando che dal 2003 anche la stessa Oms dichiara sicuro il farmaco abortivo, avendone definito tra l’altro anche le linee guida, i rappresentanti del centrodestra sia prima che durante la riunione dell’Aifa hanno dato sfogo alle più antiscientifiche teorie sulla pericolosità del farmaco. Chi sciorinando dati falsati chi accusando di omicidio le donne che decidono di abortire, la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella, il leader di Forza nuova Roberto Fiore, e alcuni senatori del Pdl tra cui Laura Bianconi e Raffaele Calabrò hanno tentato in ogni modo di influenzare la decisione dell’Agenzia. Questo, nonostante nelle scorse settimane il Comitato tecnico scientifico si fosse già pronunciato in favore dell’approvazione della Ru486: «La pillola – si legge in una nota dell’Agenzia – può essere distribuita in Italia, in quanto ciò avviene anche in altri Paesi europei e la questione è stata affrontata sia dal Comitato europeo per i medicinali per uso umano (Chmp) sia dalla Commissione europea». L’unico impedimento alla distribuzione potrebbe giungere solo nel caso emergessero «nuove evidenze scientifiche che possano porne in dubbio le conclusioni» del Chmp e della Commissione, sulla base di «rischi potenziali gravi per la salute pubblica». Evidenze che al momento non ci sono. «I 26 decessi dal 1988» di donne che hanno usato la Ru486, che la Roccella in questi ultimi giorni aveva provato a usare come grimaldello per scardinare l’evidenza scientifica che parla di un farmaco sicuro, rappresentano, come ribadito da Viale, un dato infondato: «Se anche fosse vero, e non lo è, che sono morte 26 donne, il tasso di mortalità sarebbe 10 volte inferiore dell’aspirina che chiunque può acquistare in farmacia senza ricetta medica». Dal canto suo Carlo Flamigni, ginecologo ed esponente di Sinistra e libertà, ha sottolineato che la Ru486 costituisce una valida alternativa farmacologica all’intervento abortivo. Intervenire su una questione strettamente medica sulla base di pregiudizi ideologici genera solo confusione e paura». Mentre Fiore è partito a testa basta contro il diritto alla libertà di scelta delle donne definendo l’aborto «un assassinio disinvolto». Secca la replica di Sandra Cerusico della segreteria nazionale del Pdci. «Premesso che l’aborto non è una passeggiata di salute, e che nessuna donna vi ricorre con leggerezza, non si capisce perché in presenza di nuove possibilità offerte dalla farmacologia non si possa scegliere tra due diversi metodi. L’informazione è sempre utile e necessaria per una scelta consapevole ma non può essere presa a pretesto per portare avanti un violento attacco alla 194, che è una legge di civiltà». Dopo l’autorizzazione dell’Aifa la pillola giungerà negli ospedali a fine ottobre. Sulla base delle indicazioni del Comitato la Ru486 potrà essere utilizzata solo tramite i canali ospedalieri attenendosi «alle indicazioni e alla posologia autorizzate, nel pieno rispetto di quanto previsto dalla legge 194 e con un monitoraggio intensivo dell’impiego e degli eventi avversi». Non resta che aspettare.

La storia: VENTI ANNI DOPO

Inserita dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms l’Ru486 è un «farmaco sicuro» pure per i più prestigiosi enti pubblici scientifici internazionali. Dall’Agenzia europea del farmaco, al Royal college of obstetricians and gynaecologists, dall’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé all’American college of obstetricians and gynecologists tutti concordano sul fatto che il mifepristone è un medicinale che può essere usato in alternativa all’aborto chirurgico. Non è un caso se i ginecologi europei (tranne in Portogallo e Irlanda) e statunitensi lo prescrivano oramai da 10 anni. Mentre sono addirittura 20 gli anni di ritardo dell’Italia rispetto a Francia, Cina, Svezia e Gran Bretagna. Il placet alla Ru486 riguarda, tra le tante, pure l’annosa questione della corretta applicazione dell’articolo 15 della legge 194, che prevede l’aggiornamento «sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Infine, di non poco conto è la questione del risparmio per il Ssn. Si stima che a fronte di un costo medio dell’aborto chirurgico di circa 1.100 euro, il trattamento farmacologico costerà mediamente 425 euro. Considerando una media annua di circa 130mila Ivg che incidono sul Ssn per 184 milioni di euro, e una percentuale di Ivg farmacologica che andrebbe dal 10 per cento del 2009 al 40 per cento del 2011, il risparmio complessivo per la Sanità in tre anni sarebbe di oltre 27 milioni di euro.

da Terra, il primo quotidiano ecologista, 31 luglio

il commento del ginecologo Carlo Flamigni: I timori riguardo all’uso della Ru486 sono un insulto alla donna

I timori sull’uso della pillola RU486 che nessuno e’ obbligato ad assumere sono un insulto gratuito alla donna che una certa cultura e’ una sorta di ianua diaboli. E’ quanto sostiene il pioniere della fecondazione assistita il ginecologo Carlo Flamigni per il quale quello dell’Aifa e’ “un atto dovuto”. Pur se arrivato con qualche mese di ritardo. “Ci sono delle linee-guida eccellenti – avverte Flamigni – per cui l’uso della pillola avverra’ sotto stretto controllo medico: la pillola RU486 e’ da moltissimo tempo impiegata in Europa e ora lo sara’ anche da noi”. Eppure ci sono tanti timori circa il suo impiego. “Dipende tutto da che idea si ha della donna – conclude il noto ginecologo – se la si ritiene, come e’, un essere umano consapevole e capace di decidere o se invece la si ritiene una sorta di ianua diaboli, una porta aperta al diavolo e penso che tutti i timori si leghino proprio a questa credenza millenaria”.   31 luglio 2009

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