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Vaccini, il pregiudizio che uccide

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 26, 2014

vaccini_coverSebbene la comunità scientifica internazionale abbia da tempo dimostrato che non esiste alcun nesso fra vaccino trivalente e autismo, la procura di Trani il mese scorso ha aperto un’inchiesta sul vaccino trivalente dopo la denuncia da parte dei genitori di due bambini ai quali è stata diagnosticata una «sindrome autistica ad insorgenza post vaccinale» .

La correlazione fra questa grave patologia e il vaccino contro morbillo-parotite-rosolia (MPR) è «del tutto infondata» commenta il neuropsichiatra Stefano Vicari, che da molti anni si occupa di autismo.

«Di questa pericolosa bufala non dovremmo nemmeno parlare più- sbotta – se non fosse la cronaca giudiziaria ad obbligarci. Studi autorevoli e indipendenti dalle case farmaceutiche hanno smentito qualsiasi nesso fra vaccino e autismo. E i dati sono molto evidenti», prosegue il responsabile dell’Unità operativa di neuropsichiatria infantile dell’ospedale romano Bambino Gesù . «E nota è anche la frode che ha è alla base questa credenza: tutto cominciò nel 1998 con un articolo che il medico inglese Andrew Wakefield pubblicò su The Lancet, ipotizzando una stretta relazione fra autismo e vaccini», ricorda il professore.

Andrew Wakefield

Andrew Wakefield

Lo studio esaminava le vicende di dodici bambini che, a detta del medico che poi fu processato, avrebbero sviluppato marcati disturbi del comportamento in seguito alla somministrazione del vaccino. Nell’articolo si parlava anche di sintomi legati a disturbi intestinali e di una fantomatica sindrome detta “enterocolite autistica” (di fatto inesistente). All’inizio degli anni Duemila esplose il caso Wakefield in Inghilterra: il medico fu osannato dai media fin quando, nel 2000, una serrata inchiesta del Sunday Times lo smascherò portando alla luce che aveva intascato 55mila sterline per confezionare ad hoc quell’articolo che doveva servire come “pezza d’appoggio” per estorcere risarcimenti ad aziende produttrici di vaccini. Nel 2010 The Lancet non solo ritirò lo scritto di Wakefield ma lo cancellò dai suoi archivi. Due anni dopo, con una sentenza dell’Alta Corte britannica, il medico è stato radiato dall’Albo e gli è stato vietato di esercitare la professione.

E oggi l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ribadisce: «I dati epidemiologici disponibili mostrano che non c’è evidenza di una connessione tra MPR e i disordini dello spettro autistico».«Prova ne è anche quanto è accaduto in Giappone- aggiunge il professor Vicari – . In seguito all’allarmismo è stata sospesa la vaccinazione infantile. Ma i casi di autismo non sono diminuiti affatto».

 Nonostante ciò la Procura di Trani riporta alla ribalta il nesso fra vaccini e autismo, sostenuto in Italia, tra gli altri, da Massimo Montinari, gastroenterologo e pediatra pugliese con uno studio a Firenze, nonché funzionario medico della Polizia di Stato, che sostiene di poter sconfiggere l’autismo con una dieta senza glutine e caseina e con l’omeopatia.

La denuncia della truffa

La denuncia della truffa

«La leggenda di un nesso fra vaccini e autismo non è innocua» ribadisce il professor Vicari: «Produce panico non giustificato dai dati della letteratura scientifica». Con quali effetti? «La mancata vaccinazione di massa, per esempio, impedisce oggi di raggiungere l’obiettivo che la comunità medica si era data: debellare morbillo parotite e rosolia entro il 2015 Si tratta – avverte lo specialista – di malattie che possono avere pericolose complicanze, un bambino su mille può andare incontro ad encefaliti e avere danni ulteriori».

 «L’anno scorso abbiamo avuto 12mila casi di morbillo in Europa di cui 3500 in Italia. Sono morte tre persone. Ci sono state otto encefaliti», conferma Alberto Villani, vice presidente della Società italiana di pediatra. «Le malattie come il morbillo non vanno sottovalutate. Che nel 2014 in Europa un bambino possa morire di morbillo è inaccettabile, perché le protezioni per evitarlo ci sono», dice il responsabile di Pediatria generale dell’ospedale Bambino Gesù. «Una delle poche ragionevoli certezze che abbiamo – sottolinea – è che non esiste alcun nesso fra vaccino e autismo. Proprio a causa di quella sciagurata pubblicazione apparsa su The Lancet sono stati fatti negli anni tantissimi studi. Tutti, immancabilmente, hanno evidenziato l’inesistenza di qualsiasi legame fra vaccino e autismo. Solo chi non ha intenzione di dire la verità si avvale ancora oggi della ricerca menzognera di Wakefield».

 Intanto, però, i vaccini e non solo quello trivalente, continuano ad essere guardati con sospetto da genitori poco o male informati. «Le vaccinazioni, in certo modo, sono vittime dei loro successi. Nel senso che – spiega Villani – non vedendo più casi di polio non ci si chiede perché. La causa positiva è la vaccinazione di massa. Ancora quando sono nato io, nel 1958, i bambini morivano come le mosche proprio per la polio. Noi medici – dice il pediatra – dovremmo dedicare più tempo a spiegare ai genitori perché è importante vaccinare. Bisogna dire che ci possono essere alcune piccole contro indicazioni come la febbre ma anche che il rapporto rischio – beneficio è del tutto sbilanciato su quest’ultimo. Non è un caso che tetano, polio, difterite siano sparite dalle nostre vite. I vaccini sono uno strumento meraviglioso e affidabile».

 Ma quella della pericolosità dei vaccini non è l’unica pericolosa leggenda antiscientifica. Le infusioni propagandate da Stamina a cui sono stati sottoposti bambini affetti da gravi patologie sono un caso drammaticamente esemplare. «Prima di fare interventi medici occorre una documentazione rigorosa. Ora il fatto che tutta la comunità scientifica internazionale abbia fatto presente, fin dal primo memento, che non c’era alcuna certezza su ciò che veniva usato nelle infusioni di Stamina doveva mettere in guardia», commenta il pediatra del Bambin Gesù. «è davvero “sorprendente”- aggiunge – che un Paese che deve fare attenzione alle spese si decida di investire su “metodi” non supportati da studi validati. Ci deve essere una tutela dello Stato per evitare appunto che persone disperate cadano in mano di ciarlatani. Occorre fare corretta informazione».

 In Italia ce n’è poca anche per quanto riguarda la cosiddetta medicina alternativa e l’omeopatia? «è un discorso complesso; difficile da fare in poche parole. Di sicuro – risponde Villani – queste opzioni hanno un grande mercato. Ma da medico dico che bisogna orientare le risorse verso reali esigenze di salute». Per esempio? «Anche quando un bimbo ha una forma virale banale, come sa, oggi è diventato imperativo “dare qualcosa”. è impensabile che un bimbo si tenga un po’ di raffreddore. Piuttosto che far uso di farmaci tradizionali potenzialmente nocivi, in questo caso ricorrere a rimedi che non fanno niente è potenzialmente meno dannoso. Certo- precisa – quando c’è bisogno di curare, si deve ricorrere alla medicina tradizionale. Insomma, per dirla con una battuta: se uno deve spendere venti euro per comprare delle cose omeopatiche ( come vede non le chiamo né farmaci, né rimedi) è meglio che vada a mangiare una pizza».

 Perché allora l’omeopatia incontra la fiducia di tante persone? Effetto placebo? «Se c’è qualcosa di buono nell’approccio omeopatico è il tempo che viene dedicato al paziente, al rapporto. Ma, ripeto, è fondamentale fare informazione corretta. Giornalisti e magistrati cerchino di interfacciarsi con persone che hanno una credibilità professionale. Se in TV va chi si occupa di omeopatia promettendo mari e monti e senza contraddittorio diventa pericolosa pubblicità occulta. Ai genitori dico: è importante rivolgersi agli enti e alle società scientifiche che operano in base a un sapere medico valido e certificato».  Simona Maggiorelli.

Dal settimanale Left, aprile 2014

 

E a maggio arriva il programma Le Iene  ( di nome e di fatto)   rilanciare la dannosa bufala del nesso fra vaccini e autismo

Editoriali
31/05/2014
Le iene

Le iene

Iene e sanità: vergognose falsità trash

elena cattaneo, gilberto corbellini, michele de luca

Siamo cittadini italiani di una generazione che ha epigeneticamente introiettato la tolleranza, ma non troviamo un argomento etico valido per giustificare coloro che gettano benzina sul fuoco della sofferenza causata da gravissime malattie, per generare conflitti tra malati, scienziati, medici e politici. In sostanza, tra scienza e società. Stiamo parlano degli autori e realizzatori del programma «Le Iene». Dopo aver «pubblicizzato e dato luce» all’imbroglio di Stamina, coinvolgendo pazienti con gravi patologie neurodegenerative, il programma di Davide Parenti si è lanciato nell’esplorazione di tutte le possibili operazioni di disinformazione ai danni dei malati che fossero mediaticamente appetibili. Occorre una buona dose di malvagità, malevolenza, narcisismo, assenza di vergogna, etc. per perseguire così insistentemente nell’opera di aggravare le sofferenze altrui. E’ per questo, anche, che non troviamo argomenti validi per evitare di sollevare un problema che Davide Parenti e i suoi hanno già provato a far passare, cosa che non è, come la richiesta di un bavaglio alla loro libertà di espressione. Infatti, vediamo cosa stanno facendo, ancora, costoro.

Con Stamina, fatti e informazioni rilevanti erano stati omessi o rappresentati in modo distorto, e di questo abbiamo già scritto lo scorso gennaio su questo quotidiano. La possibilità di spremere audience usando Stamina, dando una serie di giustificazioni arroganti e ulteriormente fuorvianti alle richieste di spiegazioni per aver fatto da megafono a un procedimento che è oggetto di un dibattimento processuale per una serie di gravi reati, si è chiusa. Ma «Le Iene» ha subito individuato utili «vittime» nei malati di cancro, decidendo di farsi portavoce in Italia delle infondate tesi di T. Colin Campbell degli effetti millantati «terapeutici» di una dieta alimentare esclusivamente vegetariana, spacciata per «cura» dei tumori. E’ stato un ulteriore pericolosissimo messaggio che può indurre malati ad abbandonare trattamenti scientificamente provati per inseguire delle mortali illusioni di pseudo-cure.

 

L’ultima vergognosa puntata del programma non poteva non essere dedicata ai vaccini, mettendo perversamente insieme un disegno che può generare danni a diversi livelli della salute nazionale. In uno stesso servizio «Le Iene» hanno accostato la vicenda di un ragazzo con un danno encefalico causato da un vaccino (e per questo risarcito dal sistema sanitario) e la vicenda di un ragazzo autistico per il quale assumere come scontato un rapporto tra la sua patologia neurologica e una vaccinazione (trivalente). Quindi hanno fatto sia propaganda contro i vaccini, sia hanno – col solito subdolo metodo strisciante – generato il sospetto che esistano interessi di qualche genere per cui alcune persone danneggiate sono rimborsate e altre no. Prima di tutto va decisamente detto che gli effetti collaterali dei vaccini sono oggi rarissimi, che nessun vaccino causa o è correlato statisticamente con le possibili cause dell’autismo e che le istituzioni che presiedono la sanità pubblica italiana seguono le migliori procedure esistenti per garantire la sicurezza dell’uso dei vaccini. E questo, ovviamente non lo hanno detto. Così come non hanno detto quante malattie terribili sono state debellate grazie vaccini.

 

Infatti, adagiati su rendite personali ben più consistenti di quelli di insegnanti e ricercatori, non pochi pseudogiornalisti scientifici o «racconta-storie» in questo Paese possono pontificare senza sapere e capire alcunché di ciò di cui parlano. Così offendono la dignità di milioni di malati e cittadini e causano loro danni diffondendo pericolose «falsità-trash». In aggiunta, questi cosiddetti giornalisti, insultano – probabilmente perché ne disprezzano l’intelligenza e l’impegno – anche migliaia di giovani e meno giovani ricercatori italiani, dediti allo studio di gravissime malattie rare o non rare, come il cancro o la Sma («cui non fregherebbe nessuno studiare», sempre secondo le dichiarazioni di «Le Iene»), con stipendi da fame, senza alcun orizzonte personale, in laboratori che ricevono nessuna attenzione e pochissimi finanziamenti, ma che comunque producono straordinari risultati su malattie complesse e in grado di competere nel mondo. Senza dimenticare le centinaia di migliaia di studenti che a scuola e all’università lavorano con i loro insegnanti per apprendere come separare i fatti dalle opinioni, dalle preferenze soggettive e soprattutto dalle stupidaggini infondate. Imparano cioè a distinguere la scienza dalle credenze magico-superstiziose.

 

Vada per i ricercatori e per noi, che ci sappiamo difendere e riconosciamo al volo gli incompetenti e i ciarlatani, anche se compaiono in televisione e si ammantano dell’aurea di censori e moralizzatori. Si dovrebbe però, seriamente, intervenire sia con un codice etico condiviso dagli enti televisivi e d’informazione, sia mettendo sull’avviso i malati e i cittadini di non prender sul serio certi programmi televisivi o mezzi d’informazione attraverso specifiche avvertenze circa l’assenza di vaglio scientifico di quanto trasmesso. Così come si fa per i programmi con contenuti pericolosi o inadatti per un certo genere di pubblico, forse servirebbe un avvertimento del tipo: «Attenzione – in questo programma si parla a vanvera e anche pericolosamente, senza prova alcuna di ciò che si trasmette».

 

A parlare in tale direzione è anche l’articolo 661 del Codice Penale, sul reato di abuso di credulità popolare. Anche in ambito medico.

 

Elena Cattaneo,

Università degli Studi di Milano, senatrice a vita

 

Gilberto Corbellini,

Sapienza Università Roma

 

Michele De Luca,

Università di Modena e Reggio Emilia

20 aprile

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l’aborto non è assassinio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

intervento all’Università Roma III, 17 maggio 2008

di Simona Maggiorelli

Ru486

Pochi giorni fa, proprio in occasione del
trentesimo anniversario della approvazione della legge 194,Benedetto XVI è tornato a proclamare la posizione della Chiesa di Roma sull’interruzione della gravidanza. L’occasione  per questa sua ennesima ingerenza negli affari dello Stato italiano da parte del capo dello Stato vaticano è stata, il 12 maggio scorso, l’udienza accordata a esponenti del Movimento della Vita.  «Se guardiamo ai tre decenni trascorsi –  e consideriamo la situazione attuale, dobbiamo riconoscere che difendere la vita oggi è diventato più difficile perché si è creata una mentalità di svilimento progressivo del suo valore», ha detto il Pontefice, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa.
L’aborto, per il sommo pontefice, sarebbe una piaga, un flagello da combattere nella società . In particolare quella italiana.  Tralasciando per un attimo l’ legittimità di un tale intervento a gamba tesa nella legislazione di uno stato straniero come lo è l’Italia, per lo Stato Vaticano, va detto che si tratta di un’affermazione del tutto falsa. Trent’anni fa in Italia, secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità(Oms), gli aborti erano circa un milione e duecentomila, oggi gli aborti legali sono circa centomila. Un decino di trenta anni fa. Un dato che parla da solo.  E  a trent’anni della sua approvazione,  la legge 194 continua ad essere una buona legge.

Le ricerche ufficiali dell’Istituto superiore di Sanità ( pubblicate ufficialmente, di anno in anno sul suo sito) dicono che , da allora, in Italia gli aborti legali sono diminuiti del 44%. E se poi  agli aborti legali si sommano quelli clandestini il calo risulta essere del 75% . In pratica si è passati dai circa 585mila aborti del 1982 ai 150mila del 2006. Ad abortire,  negli ultimi anni, sono state soprattutto le immigrate provenienti da Paesi dove l’aborto è vietato e mancano informazioni sulla contraccezione. Ma studi recenti ci dicono anche che quelle stesse immigrate, dopo qualche tempo che vivono in Italia, ricorrono meno all’interruzione di gravidanza e  al tempo stesso e fanno meno figli.

Così, in barba ai discorsi ideologici e assai poco scientificamente fondati del nuovo governo Berlusconi che, per bocca della sottosegretaria Eugenia Roccella chiede di fare un tagliando della legge 194, ci sentiamo di poter dire – insieme con la Federazione nazionale dell’Ordine dei medici – che la 194 è una buona legge. A distanza di 30 anni ancora solida e moderna.

A partire da quell’articolo 15 che raccomanda “l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psicofisica della donna e meno rischiose per l’interruzione di gravidanza”. Che implica già – per esempio – la possibilitàdell’aborto farmacologico, come tecnica meno invasiva per le donne, rispetto all’aborto chirurgico. Con buona pace di chi, come Francesco Storace quando era ministro della Salute, ha cercato di imporre in Italia una anacronistica e immotivata nuova sperimentazione della Ru486, un farmaco che è in uso in Europa da dieci anni ed è indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità fra i farmaci essenziali.
Ma c’è anche un altro aspetto di modernità della legge, che val la pena di ricordare: la 194 non fissa un limite temporale per l’aborto
terapeutico. Il legislatore nel ‘78 fu assai più avveduto e aperto di quanto ci prospetti il dibattito politico attuale. Basta pensare al recente indirizzo
applicativo della legge 194 raccomandato dalla Regione Lombardia. Il presidente Roberto Formigoni non si è limitato a  invitare le donne che abortiscono a fare il funerale all’embrione di poche settimane (il che potrebbe anche far sorridere chi, non del tutto ignorante, sa bene che a quello stadio si tratta di poco più che un agglomerato di cellule) ma pretende di fissare un limite all’aborto terapeutico alla 21esima settimana. O, tutt’al più, dalla 22esima e 3 giorni.

Decisione , proprio la settimana scorsa dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia e che già molti ginecologi avevano definito “una  vera e
propria canagliata”, proprio perché in quel torno di settimane matura la possibilità di capire con più chiarezza, con gli strumenti diagnostici attuali,
la vera entità del deficit del feto. Ma soprattutto perché, come dimostra la moderna  neonatologia  solo intorno alle 24 settimane il feto comincia ad avere possibilità di vita autonoma, fuori dell’utero. Un seme di una pianta, caduto casualmente sul terreno, –  assicurano gli scienziati-  avrebbe più
possibilità di vita  di un feto che non abbia ancora raggiunto i sei mesi nella pancia materna.
Ma Ratzinger  insiste invocando – fuori da ogni realtà di scienza –  una tutela per l’essere umano, a suo dire, “già pieno e completo
fin dal concepimento, benché informe nell’utero materno”. “Essere informe – continua il papa- “sul quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di dio”. E così Giuliano Ferrara, mettendosi in scia con il suo capitano Achab di bianco vestito, ha varato la sua lista pro life, proponendo un’odiosa moratoria contro l’aborto – odiosa perché falsa , antiscientifica – in analogia con la pena di morte, mentre il premier  Berlusconi, facendo a chi la spara più grossa, ha annunciato già da alcuni mesi di voler addirittura cambiare lo statuto dei diritti dell’uomo suggerendo all’Onu di fare propria la tutela del diritto alla vita, fin dal concepimento.

E tutto questo mentre l’Europa va in tutt’altra direzione. Non solo i singoli Paesi come l’Inghilterra, la Spagna e perfino il Belgio, ormai all’avanguardia nella ricerca scientifica sulle staminali embrionali e sulla clonazione terapeutica. Ma  L’Europa tutta dopo che, alla metà di aprile, la Commissione Pari Opportunità del Parlamento Europeo ha proposto  con successo un documento per favorire l’accesso delle donne all’interruzione di gravidanza . In pratica il documento del Parlamento europeo  sollecita gli Stati membri del Consiglio d’Europa che ancora non l’hanno fatto – Andorra, Irlanda, Malta e Polonia – a depenalizzare l’aborto, ma denuncia  anche che , nei Paesi in cui l’aborto è legale, “le condizioni non
sono sempre tali da garantire alla donna l’effettivo esercizio di questo diritto”. Tra gli ostacoli indicati dal rapporto redatto dalla europarlamentare
austriaca del partito socialista Gisela Wurm: “la mancanza di dottori che accettino di praticare l’interruzione di gravidanza, i ripetuti e obbligatori
consulti medici, il periodo di tempo concesso per la riflessione e i lunghi tempi di attesa”. In più il rapporto approvato a larga maggioranza dalla
Commissione pari opportunità sottolinea anche la necessità di rendere  la contraccezione “facilmente agibile, anche dal punto di vista economico” e “di introdurre l’educazione sessuale e alla contraccezione nelle scuole”.

Per contrasto risultano ancora più netti i contorni del violentissimo attacco alla 194 in atto in Italia. Che poi, a questo punto possiamo dirlo, è un attacco all’identità stessa della donne e alla loro libertà. Ma in Italia non è faccenda di questo ultimo anno di storia, nonostante negli ultimi mesi si siano registrati fatti indegni di un Paese civile come il blitz della polizia nel reparto di ginecologia dell’ospedale di Napoli.

Volendo fare un minimo di storia  vadetto che la genesi di quello che stiamo vivendo oggi risale almeno al 2004, ovvero all’entrata in vigore della legge 40, sulla fecondazione medicalmente assistita. Ma a essere più precisi si potrebbe tornare più indietro ancora ovvero a quel febbraio 1999 quando nell’aula di Montecitorio una maggioranza trasversale approvò un emendamento alla proposta di legge sulla fecondazione assistita che introduceva il diritto soggettivo del concepito. «Questo significa che un embrione ha gli stessi diritti un bambino appena nato» disse
subito il capogruppo della Lega, Alessandro Cè.

Comunque la si pensi,questo fu un brusco cambio di rotta rispetto alle conquiste della legge 194. Basta ricordare per questo che la legge sull’aborto fu anticipata da una famosa sentenza della Corte Costituzionale del 1975 che chiariva, senza possibilità di equivoci, che non esiste equivalenza fra i diritti dell’embrione e quelli della donna. Quella sentenza, che rese possibile poi la 194, stabiliva una gerarchia fra donna e embrione a favore della prima e in nome della tutela della sua salute e integrità psico-fisica. Al contrario, la legge 40, che all’articolo 1 equipara l’embrione a una persona, basando poi, su questo punto, tutto l’ impianto di legge, riporta la donna a un medioevo in cui lei sarebbe un semplice contenitore di un’entità sacra, intangibile, il “concepito”.

Assunto fra le figure titolari di diritti. La legge 40, di fatto, considera l’embrione persona giuridica alla stregua dei soggetti già nati. Andando contro il nostro codice civile in cui “l’acquisizione di diritti è subordinata alla nascita”. Così la maternità  tornerebbe a essere un destino, non sarebbe più una scelta, maturata nel rapporto con un uomo, rapporto creativo non solo dal punto di vista del fare figli.  Dacché con la legge 40 la donna è costretta, per legge, a farsi trasferire in utero tutti anche gli embrioni  anche se malati, le è proibita l’ eterologa che perfino alla Madonna fu concessa, (come stigmatizzava una geniale copertina del settimanale “Diario” qualche anno fa che). Non sto a ricordarvi tutti gli assurdi e crudeli divieti contenuti in questa norma, mercé anche le sue linee guida, a cui l’ex ministro Livia Turco, in corner, negli ultimi dieci giorni del suo mandato ha cambiato solo alcune virgole. Tanto che a fronte della possibilità di accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte di coppie portatrici di malattie infettive come l’hiv resta ancora in piedi  il divieto di accesso alla fecondazione  assistita per  chi è portatore di malattie genetiche. Una storia di provvedimenti cavillosi  che affonda le radici, appunto, in quel 2005 che nonostante la valanga di firme per andare al
referendum, partorì quattro quesiti così arzigogolati e capziosi che,  cardinal Camillo Ruini o meno la gente ne fu scoraggiata. E questo gioco a confondere è oggi all’acme. Basta dare uno sguardo a come i media nazionali raccontano le vicende di cui stiamo parlando.  Con notizie  sugli anatemi del papa contro l’aborto, date prima di quelle che riguardano i provvedimenti del nuovo governo italiano.

Il lessico antiscientifico e le immagini comparse sulle maggiori testate italiane negli ultimi anni parlano di un bombardamento al napalm alla mente dei lettori, appena un poco distratti. Sui giornali di centrodestra c’è di che sbizzarrirsi da questo punto di vista. Purtroppo però non solo su quelle pagine. Si leggono quotidianamente articoli in cui si parla genericamente di vita, senza distinguere fra la vita di una pianta, di un animale e di un essere umano. Sono entrate nella routine  giornalistica locuzioni quotidiane icome “ dolce morte” per parlare di eutanasia o , ancora più impropriamente di testamento biologico.
Si parla di “tutela del concepito”, ma non è chiaro se questo “concepito” sia una morula, una blastocisti o cosa altro. In occasione dei fatti di Genova, e ancor più gravemente nel caso di Napoli, si è letto sui giornali un inaudito linciaggio pubblico delle donne che hanno abortito. Il Giornale, sulla scorta di Ferrara, ha scritto “un bambino ucciso per un reality”, quando si trattava di un aborto fatto a cinque settimane dall’inizio della gravidanza. Il corollario di sottotesto, del resto, pare, chiaro: le donne meglio a casa a fare figli. Il Foglio poi, ha fatto una campagna per la tutela della privacy
dell’embrione che  sarebbe disturbata dagli strumenti di diagnosi prenatale (resta da capire come il feto abbia potuto far sapere a Ferrara che si sentiva importunato) e ne ha fatta un’altra per denunciare un presunto dolore del feto, quando la scienza ci dice che a quello stadio non ci può essere che una reazione per riflesso e non in relazione a un sentire, dal momento che il feto non ha nessunissima attività psichica, che si realizza solo alla nascita.
L’Avvenire con i vari inserti di Scienza e vita diffusi capillarmente nelle parrocchie si è inventato la sindrome del boia, a cui sarebbero destinate tutte
le donne che abortiscono. Mentre la Ru486 viene chiamata pregiudizialmente, in modo del tutto antiscientifico, Kill pill dalla neo  sottosegretaria al
ministero del Welfare, Eugenia Roccella. E ancora nelle pagine sul recente caso di Pisa si leggevano articoli che confondevano la Ru486 con la pillola del giorno dopo (la Norlevo) che non è affatto un abortivo e sulla quale è illegale fare obiezione.
E ancora si legge di apparentemente democratiche proposte di “adozione degli embrioni orfani”, quando la parola adozione e l’aggettivo orfano afferiscono a un bambino, non certo a un agglomerato di cellule. Per non dire della bassa propaganda  vaticana che si sente sui media italiani quando ci si addentra nei temi che aprono al futuro della scienza. Un vero can can: per cui esperimenti di clonazione terapeutica, ovvero di trasferimento del nucleo di una cellula diventano esperimenti di una (del resto impossibile) clonazione umana. Gli embrioni ibridi (da cui anche Papa Woytila, pare, trasse giovamento) diventano immaginifici embrioni chimera. E questo con la complicità dei soliti,
emeriti esperti. Così il genetista Bruno Dallapiccola, fondatore di Scienza e vita ha definito “ammucchiata in provetta” gli esperimenti di alcuni
ricercatori britannici, che utilizzando materiale genetico (gameti e mitocondri) di tre soggetti con tecniche di trasferimento del nucleo, avrebbero
creato embrioni che potrebbero in futuro essere indenni dalle 40 e oltre malattie (epilessia, distrofia muscolare ecc.) ereditabili proprio dai difetti
del mitocondrio.  E pochi giorni fa si è letto: quindicenne obbligata ad abortire,  speculando sul caso di questa ragazzina che aveva già avuto una
gravidanza  a 13 e dunque bisognosa di aiuto. I giornali hanno preferito invece scagliarsi contro  la 194 che non prevede affatto l’aborto coatto. E via di questo passo. Scusate l’insistenza. E questo non senza la connivenza dei giornali di cosiddetta sinistra a cominciare da certi  specchietti riassuntivi
di Repubblica che vanificano qualunque tentativo l’articolista abbia fatto per argomentare la questione in termini di approfondimento. Ma mi viene in mente anche una storica copertina dell’Espresso che per invitare a votare quattro sì al referendum sulla legge 40 pubblicò in cover una serie di bambini racchiusi in provetta che avanzano come un esercito di homuncoli nello spermatozoo, proprio come nelle raffigurazioni medievali. L’immagine scelta dice il contrario del messaggio che, sulla carta, si vorrebbe far passare.

E qui veniamo al punto, forse il più doloroso, nel constatare le armi spuntate dei giornali nei confronti di questa massiccia campagna di disinformazione e, insieme, di colpevolizzazione delle donne rispetto all’aborto.  Dire “siamo tutte assassine”  certamente non ci offre strumenti di via d’uscita. In filigrana si può leggere: siamo tutte matte e nessuna è matta, a negare la realtà delle cose. Allora mi dico che non basta, per affrontare  la situazione in cui siamo venute a trovarci, il vecchio discorso del diritto all’autodeterminazione.  I tempi sono maturi ormai perché ci possano essere una consapevolezza e un sapere scientifico diffuso che ci permetta, finalmente, di liberarci dal giogo  di un senso di colpa lungo centinaia di anni.

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Una lettera di Assuntina Morresi

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 11, 2009

Gentile Direttore del quotidiano Terra,
sono Assuntina Morresi, docente di Chimica Fisica all’Università di Perugia, e le scrivo in riferimento al pezzo “Questione di civiltà”, a firma di Simona Maggiorelli. L’autrice dell’articolo, parlando di un libro che ho scritto insieme ad Eugenia Roccella, “La favola dell’aborto facile”, lo definisce ideologico e disinformato. Lascio da parte l’ideologico, su cui avrei da commentare, ma che dipende da valutazioni soggettive, e mi riferisco al informato: non amo le querele, e quindi per il momento chiedo a Simona Maggiorelli di indicare con precisione a quali parti, capitoli o paragrafi del libro si riferisce, e di spiegarne i motivi, entrando nel merito degli argomenti. Chiaramente sono disponibile per un confronto pubblico, con qualsiasi esperto da voi scelto, sugli argomenti relativi all’aborto in generale e a quello farmacologico in particolare. Certa di un cortese riscontro

Assuntina Morresi

Gentile dottoressa Morresi, la ringrazio per l’attenzione. Ben lieta di offrire maggiori elementi ai nostri lettori riguardo a quanto scrivevo il 31 luglio. Anche se, mi permetta, trovo alquanto strano il suo tono: in questo Paese si possono ancora criticare libri e argomentazioni. Veniamo al libro “La favola dell’aborto facile” che lei scrisse nel 2006 con la giornalista Eugenia Roccella, oggi sottosegretaria al Welfare e strenua avversaria della commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486, già in uso, come lei sa, da più di dieci anni in tutto l’occidente. Un libro che già nella scelta del linguaggio rivela il filtro ideologico con cui sono stati letti i fatti. Basta dire che in più parti del vostro lavoro la Ru486 viene indicata come “kill pill”: la pillola che uccide. Un’espressione niente affatto neutra e oggettiva. Nel suo libro manca del tutto un’informazione di base: che l’aborto farmacologico, al pari di quello chirurgico, non uccide nessuno. Le donne che decidono di abortire non sono delle assassine. L’embrione, dal punto di vista medico scientifico è un agglomerato di cellule. E, come ho già scritto, sulla scorta di quanto afferma la moderna neonatologia, il feto è un organismo biologico in evoluzione che solo intorno alla ventiquattresima settimana ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero. Al dottor Silvio Viale, che al Sant’Anna di Torino avviò la sperimentazione della Ru486, le autrici dedicano svariate pagine, mettendo in luce che Viale è esponente Radicale e si è candidato nelle liste della Rosa del Pugno. Quasi a dire che la sua candidatura dovrebbe far sospettare del suo operato. Viene da chiedersi perché una giornalista come Roccella e una docente di Chimica fisica come Morresi dovrebbero essere più attendibili di faccende mediche di un ginecologo. Quanto alla tanto discussa (nel libro) sicurezza del farmaco «lo stesso comunicato dell’Aifa sulla delibera della autorizzazione alla commercializzazione del Mifepristone (Mifegyne) – ricorda Mirella Parachini, presidente della Fiapac, la Federazione internazionale dei ginecologi – in conclusione dell’iter registrativo di mutuo riconoscimento seguito dagli altri Paesi in cui è già in commercio scrive: la decisione assunta dal Cda rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno». In realtà i passaggi criticabili del libro sarebbero ancora moltissimi, ma per motivi di spazio ci limitiamo a segnalarne alcune contraddizioni. A pagina 12 si dice che, come quando le interruzioni di gravidanza si facevano clandestinamente, «oggi con una operazione di candeggiatura dell’immaginario, che rimette a nuovo la consapevolezza sociale, ancora una volta solo nel segreto si saprà del sangue e della pena. Solo alle donne toccherà macerarsi, guardare l’assorbente cento volte al giorno, vomitare chiuse nel bagno e farsi domande angoscianti in solitudine». Poche righe prima era stato detto che «è difficile definire privato un metodo che richiede da tre a cinque – o anche più – appuntamenti in ospedale, ciascuno con una permanenza di alcune ore». Insomma, commenta Parachini, «se da una parte si punta il dito sulla sbandierata semplicità del metodo da parte dei suoi sostenitori, con le pazienti vittime di ginecologi ansiosi di «liberarsi dalla tristezza infinita degli aborti» (pagina 83), dall’altra si accusa la tecnica di comportare un numero eccessivo di controlli ospedalieri e di essere «il metodo veloce che dura 15 giorni» (pagina 20). Infine, prosegue la ginecologa, quanto alla faccenda della sicurezza del farmaco contestata dalle due autrici, «nel marzo 2007 il Chmp (Commitee for medicinal products for human use) dell’Agenzia europea del farmaco ha terminato un lavoro di revisione del mifepristone iniziato nel dicembre 2005. Le conclusioni del Comitato sono state queste: i dati disponibili confermano l’efficacia del mifepristone a vari dosaggi in associazione con analoghi di prostaglandina, con la raccomandazione di informare sul rischio di infezioni fatali quando 200mg di mifepristone vengono associati alla somministrazione non autorizzata per via vaginale di compresse di misoprostolo per uso orale. Questo dato successivo alla pubblicazione del libro conferma la validità del farmaco se usato correttamente ed è stato approvato in seguito anche dalla Commissione europea facendo proprio il parere positivo dell’Emea nel giugno 2007». Senza dimenticare che già nel 2005 l’Oms aveva incluso la Ru486 nella lista dei farmaci essenziali. In sintesi, con un altro eminente ginecologo, ci sentiamo di ribadire che nel libro Morresi e Roccella «interpretano la letteratura scientifica come chi non si interessa di problemi della medicina. Le cose che scrivono – dice Carlo Flamigni – sono testimonianza della loro personale posizione e mancano di quello spirito critico distaccato e laico che consente invece di poter valutare la letteratura medica con onestà e buon senso». Il punto è, sottolinea Flamigni, «che dalla letteratura non si può prendere solo quello conviene. E una persona che legge la realtà con gli occhiali di una forte ideologia fa proprio questo. Per parlarne con competenza bisogna essere persone esperte di medicina. A Roccella e Morresi andrebbe ricordato il motto latino che diceva nec sutur ne ultra crepidam, ciabattino non andare al di là delle scarpe».

Simona Maggiorelli

dal quotidiano Terra 11 agosto 2009

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La possibilità di scegliere

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 31, 2009

editoriale del quotidiano Terra, 31 luglio 2009

di Simona Maggiorelli

ru486Una questione di civiltà.  Non sapremmo come altrimenti definire la tanto attesa commercializzazione in Italia della pillola abortiva  Ru486. Un  farmaco che l’Oms  ha inserito da tempo fra gli “essenziali”. Che in Francia e in molti altri Paesi avanzati è in uso da quasi vent’anni. Senza speciali controindicazioni. Eccetto quelle che si devono usare per l’assunzione di ogni medicina. Come utilmente ricorda il ginecologo Silvio Viale, pioniere dell’introduzione in Italia della Ru486: i pochi casi di decessi registrati dopo l’assunzione di Ru486 in realtà si sono verificati in casi clinici complessi. Illustri ginecologi come lo stesso Viale, con  Carlo Flamigni e Mirella Parachini lo vanno ripetendo da anni: la Ru486 è un farmaco sicuro.

Dalla più moderna neonatologia sono arrivate conferme definitive ormai che solo a partire dalla ventiquattresima settimana di gestazione il feto ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero. Prima è un organismo biologico in evoluzione. Non si può parlare di persona, perché solo alla nascita l’essere umano realizza pensiero e vita psichica.

ru486 Time Di fronte e evidenze scientifiche di questa portata che liberano le donne dal senso di colpa, permettendo a ognuna di realizzare la propria identità come desidera e sente più giusto colpiscono la sordità e la resistenza a farle prprie da parte della politica e dei media, anche dei più progressisti. Così ora che le donne anche in Italia pssono ricorrere all’aborto farmacologico si alzano barricate da esponenti di centrodestra e non solo, perché, sospettiamo, la Ru486 permetterebbe di aggirare l’obiezione di coscienza dei medici cattolici. Evidentemente per tutti costoro le donne devono per forza andare sotto i ferri per interrompere una gravidanza indesiderata. Magari anche senza anestesia come è accaduto in ospedali romani non lontani da Santa Madre Chiesa. E questo sarebbe il prendersi cura per  non lasciare le donne alla solitudine dell’aborto fai da te” che il primario  del Gemelli di Roma Antonio Lanzone proponevanei giorni scorsi su Repubblica?

Così mentre la sottosegretaria Eugenia Roccella ( che con Assuntina Morresi ha scritto un libro ideologico e disnformato come La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486) continua a lanciare i suoi anatemi contro il farmaco abortivo, giornali blasonati come il Corsera continuano a confondere la Ru486 con la pillola del giorno dopo. Un gran fuoco di fila per tentare di confondere i cittadini. Mentre nessuno, né di destra né di sinistra ( purtroppo) propone serie campagne di promozione della contraccezione

dal quotidiano Terra 31 luglio 2009

Il governo vuole imporre il ricovero coatto per le donne che prendono la Ru486, come accade nei casi più gravi di malattie psichiatriche

Il Governo di centrodestra cerca di porre paletti all’utilizzo della pillola Ru486. In particolare, oltre a diminuire a 49 giorni il limite per il suo uso (in Europa e’ du 63 giorni), vuole imporre il ricovero coatto per le donne che scelgono questo metodo abortivo. Le donne che vorranno abortire con Ru486 potrebbero quindi essere equiparate a categorie di pazienti per i quali e’ previsto il ricovero coatto, come i malati psichiatrici e i portatori di malattie infettive da quarantena.

COMMENTI

‘Prevedere il ricovero obbligatorio di almeno tre giorni per la somministrazione della pillola abortiva, come prospettato dal governo attraverso il sottosegretario Roccella, e’ un’assurda e ingiustificata forma di accanimento punitivo nei confronti della donna’. Lo afferma Paolo Ferrero, segretario del Prc.
Si tratta, aggiunge, del ‘frutto di una cultura che, in ossequio ai dettami patriarcali della chiesa e della societa’ italiana, non intende capacitarsi che la donna possa veder rispettata la propria liberta’ di scelta e alleviata la propria sofferenza grazie anche alle nuove frontiere scientifiche, continuando a imporle una condizione di oppressione o lo stigma della colpa. Non puo’ esserci niente di piu’ anticristiano’.

Si vogliono ora costruire modalita’ da Stato totalitario nella sommistrazione della Ru486, fino alla sciagurata ipotesi di test psicologici con l’obiettivo di compromettere il risultato del via libera al suo impiego: noi lo impediremo! Lo sostiene il segretario dell’Associazione ‘Luca Coscioni’, Marco Cappato per il quale, “l’unica alternativa alla liberta’ e alla responsabilita’ di scelta e’ l’imposizione dogmatica della opzione di una Autorita’ Superiore alla quale evidentemente il Vaticano si considerare candidato naturale”. Come Radicali, “abbiamo dato il contribuito piu’ importante – rimarca Cappato – alla sconfitta parziale dell’aborto, grazie alla sua legalizzazione: cercheremo di completare il compito, nonostante – conclude Cappato – il boicottaggio clericale sull’informazione sessuale e sulla contraccezione”.

”Se cosi’ fosse sarebbe incostituzionale. Queste povere donne, dopo che si sono viste impiantare per forza i tre embrioni ora saranno costrette a un regime carcerario”. Lo afferma Mario Riccio, anestesista-rianimatore, il medico che sospese le terapie a Piergiorgio Welby, nel corso di un’intervista all’Agenzia Radiofonica Econews.

Non ci sono motivi per non far valere il regime di trattamento in day hospital, gia’ testato con varie sperimentazioni regionali, per l’aborto farmacologico con la pillola Ru486. Lo sostiene il giudice Amedeo Santosuosso, della Corte di appello di Milano, precisando che il ricovero della donna in trattamento, cosi’ come ipotizzato, ‘non potrebbe in alcun caso essere obbligatorio’.
Il ricovero per le donne in trattamento con la Ru486, ha affermato il giudice, ‘non puo’ essere in alcun caso coatto.
Inoltre, dal momento che il regime in Day Hospital per l’aborto farmacologico e’ gia’ stato testato e validato in varie sperimentazioni regionali a partire dal 2005, non vedo motivi per non far valere tale modello anche ora, dopo il via libera alla commercializzazione del farmaco in Italia’.
Il ricovero coatto, ha precisato Santosuosso, ‘e’ impensabile: ogni trattamento medico viene infatti somministrato sulla base del consenso informato; dunque sta al medico informare dei rischi e delle possibilita’, ma se la donna decide di non accettare l’ospedalizzazione nel corso del trattamento con la Ru486, non la si puo’ costringere’. Ma ‘dal momento che le sperimentazioni gia’ fatte in day hospital sono state sottoposte a verifiche – ha ribadito – non vedo alcun motivo per cui ora che siamo fuori da una fase di sperimentazione si debbano prevedere modalita’ diverse’.
In ogni caso, ha aggiunto Santosuosso, ‘il ministero del Welfare non puo’ dire ai medici come si devono comportare quando si parla del rapporto medico-paziente’. Anche perche’, ha concluso, ‘non e’ stabilito da nessuna parte che la maggiore tutela della paziente si realizzi solo in ospedale e non, anche, in uno sperimentato regime di day hospital, magari con piu’ accessi in ospedale e controlli programmati; tale decisione puo’ scaturire solo dal rapporto medico-paziente’.

”Immagino che le pressioni, anche se non sono state direttamente sull’Aifa, si sono viste molto bene da parte della stampa e da parte di appelli, di manifesti e molte iniziative.” Cosi’ il farmacologo Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri, nel corso di un’intervista all’Agenzia Radiofonica Econews, sulle eventuali pressioni subite dall’Aifa in questi anni sulla pillola abortiva. Alla domanda se la lunga durata dell’iter rappresenti un’anomalia, Garattini osserva: ”E’ certamente un’anomalia, perche’ l’azienda ha il diritto a mettere in commercio in farmaco dopo 90 giorni dalla domanda”. Sulla sicurezza della RU486, Garattini sostiene: ”Tutti i farmaci hanno degli effetti tossici e collaterali. Dire 29 morti non vuol dire niente, perche’ bisogna dire quante sono le persone trattate, e in base a quello si decide se e’ tanto o se e’ poco. Ma mi risulta che le autorita’ regolatorie hanno ritenuto che il rapporto beneficio-rischio sia un rapporto accettabile”. Alla domanda se le questioni sulla sicurezza sono state usate per coprire perplessita’ etiche, Garattini risponde: ”Certamente le difficolta’ principali sono di natura etica. C’e’ pero’ da dire che nessuno e’ obbligato a utilizzarla. In Italia abbiamo una legge sull’aborto, e quindi le donne avranno una scelta diversa. Se avranno tutte le necessarie spiegazioni potranno scegliere in base alle loro preferenze”. Sulla necessita’ del ricovero, infine, Garattini dice: ”Bisogna vedere come avvengono le cose nella realta’ dei fatti. Questo problema non e’ puramente italiano: questo farmaco viene somministrato in molti altri paesi, e finiremo per usare anche noi il buon senso e far rimanere le persone in ospedale per il tempo strettamente necessario”.

Contro la diffusione della pillola abortiva Ru486 cresca l’obiezione di coscienza dei medici italiani. A dare man forte all’offensiva lanciata dalla Chiesa contro l’introduzione dell’aborto chimico in Italia, scende in campo il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, appellandosi ai medici e denunciando ‘la crepa nella nostra civilta” aperta dalla commercializzazione della pillola abortiva.
Mentre si dice ‘amareggiato, triste e preoccupato’ per il ‘prevalere del diritto del piu’ forte’ affermatosi con l’introduzione del farmaco abortivo, il numero uno della Conferenza episcopale italiana guarda con speranza ai dati sull’obiezione di coscienza. Cifre da cui emerge un’impennata del numero degli obiettori: dal 2005 al 2007 i ginecologi che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza sono infatti passati dal 58% al 70%.
‘E’ auspicabile – lancia l’appello dalle pagine di Avvenire il card. Bagnasco – che l’obiezione di coscienza nata da profondi convincimenti cresca ancora, sia come dato in se’, sia come testimonianza per l’opinione pubblica sulla persistenza di una consapevolezza profonda’. In sintonia poi con l’attacco sferzato ieri dal quotidiano dei vescovi contro quanti nel governo ‘potevano’ ma ‘non si sono impegnati a fermare’ la Ru486, anche il presidente della Cei da’ la sua stoccata al mondo politico che, afferma, ‘puo’ ragionevolmente fare di piu’, nel rispetto dei meccanismi democratici’.
Dai laici cattolici Bagnasco si aspetta che si levi ‘una voce piu’ coraggiosa, chiara, argomentata a tutti i livelli’ perche’, sottolinea, ‘sui temi decisivi della vita umana non si puo’ procedere per mediazioni: su valori fondamentali mediare significa negare’. Un avvertimento che sembra valere anche per la legge sul testamento biologico in esame alla Camera. A Bagnasco risponde il ministro per l’Attuazione del Programma di governo, Gianfranco Rotondi, secondo cui ‘i politici cattolici e laici devono impegnarsi per il nuovo obiettivo di progresso di una civilta’ senza aborto’, rafforzando ‘la prevenzione prevista nella 194 e mai attivata’. Di parere contrario, il segretario del Partito socialista Riccardo Nencini. ‘Non bisogna mettere in discussione – afferma – la legge 194 e assoluta fiducia nella capacita’ delle donne di tutelare e decidere sulla loro gravidanza’.
Intanto il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, dopo le polemiche in merito all’ipotesi di ricovero per le donne in trattamento con la pillola abortiva, precisa che ‘nessuno vuole trattenere le donne con la forza’. ‘Certamente pero’ – aggiunge – si pone un problema di sicurezza per la loro salute se tornano a casa, e si pone anche un problema di rispetto della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza’. Al ricovero obbligatorio e’ contrario il segretario del Prc, Paolo Ferrero che lo definisce ‘anticristiano’. ‘E’ un’assurda e ingiustificata forma di accanimento punitivo nei confronti della donna’, protesta. (Fonte Aduc)

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Ru486, un’attesa infinita, fra anatemi e assurdità

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 31, 2009

La riunione fiume dell’Aifa per l’autorizzazione al commercio della pillola abortiva si chiude a tarda sera con l’attesa approvazione. Con Portogallo e Irlanda eravamo l’unico Paese in Europa in cui non è consentita l’interruzione volontaria di gravidanza anche per via farmacologica

di Federico Tulli

Mirella Parachini

Mirella Parachini

Con il via libera del Cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) al protocollo sulla pillola abortiva Ru486 si aprono finalmente anche nel nostre Paese le porte a un farmaco usato in quasi tutto il mondo per le Interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg). La definitiva autorizzazione al commercio del medicinale è arrivata nella tarda serata di ieri, a larga maggioranza, con quattro voti favorevoli e uno solo contrario. Si mette così la parola fine su di un iter che definire biblico è un eufemismo (oltre 24 mesi invece dei sei previsti dalla legge a partire dalla richiesta di autorizzazione inoltrata dall’azienda produttrice Exelgyn), e che ha scatenato una nuova ondata di polemiche che, del resto, accompagnano il farmaco sin da quando il ginecologo Silvio Viale avviò nel nostro Paese la sperimentazione alla clinica sant’Anna di Torino. Era il lontano 2005.

Ignorando che dal 2003 anche la stessa Oms dichiara sicuro il farmaco abortivo, avendone definito tra l’altro anche le linee guida, i rappresentanti del centrodestra sia prima che durante la riunione dell’Aifa hanno dato sfogo alle più antiscientifiche teorie sulla pericolosità del farmaco. Chi sciorinando dati falsati chi accusando di omicidio le donne che decidono di abortire, la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella, il leader di Forza nuova Roberto Fiore, e alcuni senatori del Pdl tra cui Laura Bianconi e Raffaele Calabrò hanno tentato in ogni modo di influenzare la decisione dell’Agenzia. Questo, nonostante nelle scorse settimane il Comitato tecnico scientifico si fosse già pronunciato in favore dell’approvazione della Ru486: «La pillola – si legge in una nota dell’Agenzia – può essere distribuita in Italia, in quanto ciò avviene anche in altri Paesi europei e la questione è stata affrontata sia dal Comitato europeo per i medicinali per uso umano (Chmp) sia dalla Commissione europea». L’unico impedimento alla distribuzione potrebbe giungere solo nel caso emergessero «nuove evidenze scientifiche che possano porne in dubbio le conclusioni» del Chmp e della Commissione, sulla base di «rischi potenziali gravi per la salute pubblica». Evidenze che al momento non ci sono. «I 26 decessi dal 1988» di donne che hanno usato la Ru486, che la Roccella in questi ultimi giorni aveva provato a usare come grimaldello per scardinare l’evidenza scientifica che parla di un farmaco sicuro, rappresentano, come ribadito da Viale, un dato infondato: «Se anche fosse vero, e non lo è, che sono morte 26 donne, il tasso di mortalità sarebbe 10 volte inferiore dell’aspirina che chiunque può acquistare in farmacia senza ricetta medica». Dal canto suo Carlo Flamigni, ginecologo ed esponente di Sinistra e libertà, ha sottolineato che la Ru486 costituisce una valida alternativa farmacologica all’intervento abortivo. Intervenire su una questione strettamente medica sulla base di pregiudizi ideologici genera solo confusione e paura». Mentre Fiore è partito a testa basta contro il diritto alla libertà di scelta delle donne definendo l’aborto «un assassinio disinvolto». Secca la replica di Sandra Cerusico della segreteria nazionale del Pdci. «Premesso che l’aborto non è una passeggiata di salute, e che nessuna donna vi ricorre con leggerezza, non si capisce perché in presenza di nuove possibilità offerte dalla farmacologia non si possa scegliere tra due diversi metodi. L’informazione è sempre utile e necessaria per una scelta consapevole ma non può essere presa a pretesto per portare avanti un violento attacco alla 194, che è una legge di civiltà». Dopo l’autorizzazione dell’Aifa la pillola giungerà negli ospedali a fine ottobre. Sulla base delle indicazioni del Comitato la Ru486 potrà essere utilizzata solo tramite i canali ospedalieri attenendosi «alle indicazioni e alla posologia autorizzate, nel pieno rispetto di quanto previsto dalla legge 194 e con un monitoraggio intensivo dell’impiego e degli eventi avversi». Non resta che aspettare.

La storia: VENTI ANNI DOPO

Inserita dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms l’Ru486 è un «farmaco sicuro» pure per i più prestigiosi enti pubblici scientifici internazionali. Dall’Agenzia europea del farmaco, al Royal college of obstetricians and gynaecologists, dall’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé all’American college of obstetricians and gynecologists tutti concordano sul fatto che il mifepristone è un medicinale che può essere usato in alternativa all’aborto chirurgico. Non è un caso se i ginecologi europei (tranne in Portogallo e Irlanda) e statunitensi lo prescrivano oramai da 10 anni. Mentre sono addirittura 20 gli anni di ritardo dell’Italia rispetto a Francia, Cina, Svezia e Gran Bretagna. Il placet alla Ru486 riguarda, tra le tante, pure l’annosa questione della corretta applicazione dell’articolo 15 della legge 194, che prevede l’aggiornamento «sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Infine, di non poco conto è la questione del risparmio per il Ssn. Si stima che a fronte di un costo medio dell’aborto chirurgico di circa 1.100 euro, il trattamento farmacologico costerà mediamente 425 euro. Considerando una media annua di circa 130mila Ivg che incidono sul Ssn per 184 milioni di euro, e una percentuale di Ivg farmacologica che andrebbe dal 10 per cento del 2009 al 40 per cento del 2011, il risparmio complessivo per la Sanità in tre anni sarebbe di oltre 27 milioni di euro.

da Terra, il primo quotidiano ecologista, 31 luglio

il commento del ginecologo Carlo Flamigni: I timori riguardo all’uso della Ru486 sono un insulto alla donna

I timori sull’uso della pillola RU486 che nessuno e’ obbligato ad assumere sono un insulto gratuito alla donna che una certa cultura e’ una sorta di ianua diaboli. E’ quanto sostiene il pioniere della fecondazione assistita il ginecologo Carlo Flamigni per il quale quello dell’Aifa e’ “un atto dovuto”. Pur se arrivato con qualche mese di ritardo. “Ci sono delle linee-guida eccellenti – avverte Flamigni – per cui l’uso della pillola avverra’ sotto stretto controllo medico: la pillola RU486 e’ da moltissimo tempo impiegata in Europa e ora lo sara’ anche da noi”. Eppure ci sono tanti timori circa il suo impiego. “Dipende tutto da che idea si ha della donna – conclude il noto ginecologo – se la si ritiene, come e’, un essere umano consapevole e capace di decidere o se invece la si ritiene una sorta di ianua diaboli, una porta aperta al diavolo e penso che tutti i timori si leghino proprio a questa credenza millenaria”.   31 luglio 2009

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