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#VivianMaier, bambinaia e straordinaria fotografa

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 20, 2016

 Vivian Meier

Vivian Meier

I suoi sorprendenti scatti in bianco e nero raccontano la vita nelle strade di New York e di Chicago negli anni Cinquanta e Sessanta, con uno sguardo attento a tutto ciò che accade nella vita delle persone “comuni”, che nelle fotografie di Vivian Maier diventano protagoniste di microstorie, originali, curiose, talvolta ironiche più spesso velate di malinconia. Uscendo decisamente dall’ordinario. Come è accaduto a lei stessa.

Per vivere, infatti, Maier faceva la bambinaia, ma grazie al suo talento con la Rolleiflex e con la Leica, è entrata nella storia della fotografia. Anche se soltanto dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2007. A scoprire il suo lavoro è stato, quasi per caso, un giovane, John Maloof, alla ricerca di scatti inediti per un libro su Chicago che un giorno ha acquistato all’asta dei negativi, facendo venire alla luce la sensibilità di Vivian nel cogliere il senso più profondo di uno sguardo incrociato per caso, l’intensità di attimi di vita vissuta da sconosciuti incontrati nelle piazze, nei negozi, sui mezzi pubblici della metropoli americana.

V. Meier

V. Meier

Centoventi fotografie della Maier e otto suoi filmati in super 8 sono dal 20 novembre al 31 gennaio in mostra a Formafoto a Milano. L’esposizione curata da Anne Morin, con Alessandra Mauro e realizzata in collaborazione con Chroma Photography, permette di conoscere una parte dello sterminato lavoro della fotografa americana di origini francese: il suo archivio, infatti, contiene 150mila negativi, una messe di pellicole non sviluppate, stampe, film in super 8 o 16 millimetri, registrazioni, appunti e altri documenti che lo stesso Maloof ha catalogato e divulga organizzando mostre in giro per il mondo.

Ma anche attraverso la realizzazione di documentari, come il film Alla ricerca di Vivian Maier realizzato con Charlie Siskel e distribuito in Italia da Feltrinelli Real Cinema. «Non ero né un fotografo né un regista: è stata Vivian a trascinarmi nella fotografia. Con questo lavoro ho imparato a fare foto, ma anche a girare un film», ha raccontato Maloof in una recente intervista. Il film ripercorre la fortunosa vicenda del ritrovamento avvenuto, come accennavamo nel 2007, quando il contenuto di cinque armadi, lasciati in un deposito il cui affitto non era stato pagato, venne acquistato per duecentocinquanta dollari da un banditore d’aste di Chicago che, “dopo aver suddiviso in lotti le scatole e i bauli di vestiti, libri, effetti personali e fotografie, li rivendette all’asta”.

vivian meier

vivian meier

Per la stessa cifra un collezionista che commerciava in fotografie acquistò circa duemila stampe, mille rullini in pellicola non sviluppata e alcuni film; un altro acquirente acquisì per mille dollari circa diciottomila negativi, che rivendette poi a un artista e impresario. Proprio in quel periodo l’agente immobiliare John Maloof, stava facendo la sua ricerca sulla storia di Portage Park, il suo quartiere di Chicago e acquistò per trentotto dollari dalla casa d’aste RPN Sales circa trentamila negativi e altri oggetti personali, sempre appartenuti a Vivian Maier.

«Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata – scrive Marvin Heifermann nell’introduzione al catalogo e dito da Contrasto – Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi».
 

Dopo  il Man di Nuoro , Vivian Meier è protagonista della retrospettiva Vivian Maier. Una fotografa ritrovatache, dal 20 novembre al 31 gennaio, le dedica la Fondazione Forma Meravigli a Milano,Via Meravigli 5, 0258118067 @simonamaggiorel

Vivian Meier

Vivian Meier

Maier Shadow

Maier Shadow

Vivian Meier

Vivian Meier

Contrasto

Contrasto

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Arte: critici e storici all’Unione

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 25, 2006

Ormai è fatta. La legislatura è finita. E i danni lasciati sul campo sono palesi. Quello che una volta, sciaguratamente, Gianni De Michelis indicava come il petrolio d’Italia, ovvero i beni culturali, sono stati abbondantemente saccheggiati e svenduti. Grazie a invenzioni di “finanza creativa” come la Patrimonio spa, ai condoni, ma anche grazie al famigerato Codice dei beni culturali varato dal ministro Urbani. Senza dimenticare i danni prodotti dai tagli dei finanziamenti pubblici. Tagli drastici perfino del settanta per cento dei trasferimenti nell’ultima finanziaria di Tremonti che hanno colpito gli anelli più deboli del sistema dell’arte: gli archivi, le soprintendenze territoriali, i centri d’arte contemporanea. Portando molti enti sull’orlo della chiusura, mentre il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione minacciava le dimissioni, guardandosi bene dall’attuarle. Di fronte al sacco, poche le voci limoide che si siano levate contro. Pochissime fra i politici. Molte fra gli intellettuali e storici dell’arte, voci competenti, ma rimaste a lungo inascoltate e che, ora – chiamate a dare consigli al centrosinistra in vista delle elezioni – si levano qualche sassolino dalle scarpe. Le politiche per i beni culturali del centrosinistra, «un disastro», denuncia Lea Vergine, firma di spicco della critica d’arte più engagé. «La “sinistra” – dice – continua a preferire politici e burocrati a studiosi e intellettuali alla guida delle istituzioni pubbliche. Con il risultato che tutto il sistema dell’arte italiano è andato ingessandosi, perdendo di vitalità di slancio». Basta mostre (in testa Monet e la Senna, la Biennale di Venezia e I capolavori del Guggenheim) con più di 100mila visitatori. «In questo proliferare di mostre locali, piccole e di scarsa rilevanza culturale – commenta Achille Bonito Oliva — la tecnica è quella di utilizzare un grosso nome, ad esempio Caravaggio per squadernare poi solo opere molto minori». Ma la colpa non è rutta dei politici, secondo il più eccentrico, ma anche il più prolifico dei critici italiani, da sempre riottoso a chiudersi nella torre d’avorio di studi separati dalla realtà. «Accanto a enti che praticano una politica culturale miope e appiattita sul già esistente – dice – ci sono anche amministrazioni sensibili che investono in progetti produttivi di arte pubblica». Qualche esempio? «Tanti, Gibellina, Napoli, città con molti problemi, ma che svolgono un’importante ruolo di committenza pubblica chiamando critici e artisti a intervenire in zone degradate, in quartieri anonimi». Come quello di Napoli dove è sorto “Il museo necessario”, un grande museo nella metropolitana che con un centinaio di opere di artisti emergenti da una nuova identità a un “non luogo” di passaggio. Ma di esempi di strutture per l’arte contemporanea nate con molto coraggio e che potrebbero funzionare da esempio, rilancia, Achille Bonito Oliva ce ne sono sempre di più in Italia. «Dal Castello di Rivoli, al Mart di Rovereto, al Macro di Roma – dice -, senza dimenticare una rete di gallerie e di Kunsthalle giovani che vanno dalla GameC di Bergamo a Quarter di Firenze, al Man di Nuoro e che, in assenza di politiche statali a supporto delle nuove generazioni svolgono un lavoro culturale importantissimo nel lanciare e sostenere i giovani artisti». «La politica dovrebbe tornare a riflettere sul valore civile e sociale che ha l’arte e la ricerca in genere – rilancia Sergio Risaliti, direttore del Quarter di Firenze -, Settori strategici per la formazione, per lo sviluppo del paese. Anche per costruire una nuova e più aperta cittadinanza. Perché i progetti d’arte oggi sono sempre più internazionali e studiare l’arte da una grande lezione di tolleranza, aiutando ad abbattere barriere culturali e pregiudizi. Per questo – conclude il curatore del più importante centro d’arte contemporanea fiorentino – la missione di chi lavora in questo settore è sempre eminentemente pubblica. E una seria politica di centrosinistra non può e non deve dimenticarlo.

da Europa 25 marzo 2006

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