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Posts Tagged ‘Lea Vergine’

Passione reporter

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 4, 2008

Incontri, recensioni, racconti. In un libro, i reportage di un’inviata molto speciale nel mondo della pittura di Simona Maggiorelli

L’arte per meritare questo nome deve avere funzioni non solamente estetiche: deve toccare qualcosa in noi che va oltre il puro piacere della contemplazione, deve rappresentare e contenere un’idea. Non è sufficiente la bellezza di per sé, che è pur cosa divina, accidenti!». Così Meret Oppenheim, anni fa, raccontava a Lea Vergine la sua poetica. A Parigi, davanti a una tazza di tè e alle fotografie degli anni Trenta che la ritraggono, bellissima, negli scatti di Man Ray. Lei che era stata musa e modella dei surrealisti (diversamente da Kiki di Montparnasse, che si distrusse) riuscì a ribellarsi al ruolo di splendida e muta icona a cui Breton e compagni l’avevano confinata. Con una tazza ricoperta di pelo di gazzella cinese comprata all’Uniprix e con un paio di scarpe col tacco ricoperto di carta stagnola e servite su un vassoio, Meret dette una svolta alla propria carriera, dichiarando la volontà di sperimentare e di misurarsi con il “fare arte” in prima persona. Nel libro Parole sull’arte (Il saggiatore), ora la storica dell’arte Lea Vergine ripercorre la strada della Oppenheim insieme a quelle, diverse ma sempre impervie, di tante altre protagoniste dell’arte del Novecento, arrivando fino ai nostri giorni. Da un’altra scampata dal surrealismo come Lee Miller alla tormentata Louise Bourgeois, dalla body art secondo Gina Pane alla fantasia selvatica di Carol Rama, passando per le installazioni contro la guerra della libanese Mona Hatoum, e molto altro ancora. Sempre mescolando con naturalezza (che nasconde somma sprezzatura) racconti di vita e intelligente lettura delle opere. Con quella passione viva per le persone, per gli incontri, che spinse Lea Vergine a Parigi, a vagare senza un indirizzo preciso, alla ricerca di Dora Maar. Ma anche con grande intuito nel cogliere e raccontare il pensiero che ogni immagine d’arte più profondamente esprime. Proprio con questo doppio registro negli anni Ottanta e Novanta Lea Vergine ci ha regalato indimenticabili ritratti dell’“l’altra metà dell’avanguardia”. Avendo il coraggio, anche quando la body art veniva celebrata come ultima frontiera dell’avanguardia, di andare a vedere cosa ci fosse dietro le ferite che si apriva sulle braccia Gina Pane, dietro a quella stella di sangue che Marina Abramovic si era tracciata sulla pancia con una lametta. Cercando di capire quella estetica del dolore e quell’ossessione verso il corpo, nella sua materialità, che portava Orlan a sottoporsi in diretta a continue operazioni di chirurgia estetica, che riducevano il suo volto a una maschera tragica e inespressiva. «Autodistruttività», «collasso della fantasia», «ripiegamento su un’estetica del dolore», «necrofilia». Lea Vergine ha saputo guardare fino in fondo la morte dell’arte. In una modernità di immagini piatte, figlie della cronaca e della pop art, continuando con passione e ostinazione a cercare zone d’ombra (per dirlo con il titolo di una sua recente mostra), nuovi sfumati leonardiani che facessero intuire un movimento di immagini, una vera ricerca. In questa raccolta di saggi, nutrita dal recupero di pezzi sparsi, ma tenuti insieme dal filo di questa infaticabile ricerca, si ritrovano molte delle perle scoperte da Lea Vergine tanti anni fa. A cominciare dai nomadi igloo di Merz, dalle sculture di nudo legno di Penone, dalle sculture sensibili di Luciano Fabro. Artisti amatissimi dell’arte povera ai quali Lea Vergine in libri come Arte in gioco e Arte in trincea ha dedicato le sue pagine più intense. Qui ritornano raccontati in una gamma vivida di colori, fatta di racconti all’impronta, solo all’apparenza occasionali.
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Arte: critici e storici all’Unione

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 25, 2006

Ormai è fatta. La legislatura è finita. E i danni lasciati sul campo sono palesi. Quello che una volta, sciaguratamente, Gianni De Michelis indicava come il petrolio d’Italia, ovvero i beni culturali, sono stati abbondantemente saccheggiati e svenduti. Grazie a invenzioni di “finanza creativa” come la Patrimonio spa, ai condoni, ma anche grazie al famigerato Codice dei beni culturali varato dal ministro Urbani. Senza dimenticare i danni prodotti dai tagli dei finanziamenti pubblici. Tagli drastici perfino del settanta per cento dei trasferimenti nell’ultima finanziaria di Tremonti che hanno colpito gli anelli più deboli del sistema dell’arte: gli archivi, le soprintendenze territoriali, i centri d’arte contemporanea. Portando molti enti sull’orlo della chiusura, mentre il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione minacciava le dimissioni, guardandosi bene dall’attuarle. Di fronte al sacco, poche le voci limoide che si siano levate contro. Pochissime fra i politici. Molte fra gli intellettuali e storici dell’arte, voci competenti, ma rimaste a lungo inascoltate e che, ora – chiamate a dare consigli al centrosinistra in vista delle elezioni – si levano qualche sassolino dalle scarpe. Le politiche per i beni culturali del centrosinistra, «un disastro», denuncia Lea Vergine, firma di spicco della critica d’arte più engagé. «La “sinistra” – dice – continua a preferire politici e burocrati a studiosi e intellettuali alla guida delle istituzioni pubbliche. Con il risultato che tutto il sistema dell’arte italiano è andato ingessandosi, perdendo di vitalità di slancio». Basta mostre (in testa Monet e la Senna, la Biennale di Venezia e I capolavori del Guggenheim) con più di 100mila visitatori. «In questo proliferare di mostre locali, piccole e di scarsa rilevanza culturale – commenta Achille Bonito Oliva — la tecnica è quella di utilizzare un grosso nome, ad esempio Caravaggio per squadernare poi solo opere molto minori». Ma la colpa non è rutta dei politici, secondo il più eccentrico, ma anche il più prolifico dei critici italiani, da sempre riottoso a chiudersi nella torre d’avorio di studi separati dalla realtà. «Accanto a enti che praticano una politica culturale miope e appiattita sul già esistente – dice – ci sono anche amministrazioni sensibili che investono in progetti produttivi di arte pubblica». Qualche esempio? «Tanti, Gibellina, Napoli, città con molti problemi, ma che svolgono un’importante ruolo di committenza pubblica chiamando critici e artisti a intervenire in zone degradate, in quartieri anonimi». Come quello di Napoli dove è sorto “Il museo necessario”, un grande museo nella metropolitana che con un centinaio di opere di artisti emergenti da una nuova identità a un “non luogo” di passaggio. Ma di esempi di strutture per l’arte contemporanea nate con molto coraggio e che potrebbero funzionare da esempio, rilancia, Achille Bonito Oliva ce ne sono sempre di più in Italia. «Dal Castello di Rivoli, al Mart di Rovereto, al Macro di Roma – dice -, senza dimenticare una rete di gallerie e di Kunsthalle giovani che vanno dalla GameC di Bergamo a Quarter di Firenze, al Man di Nuoro e che, in assenza di politiche statali a supporto delle nuove generazioni svolgono un lavoro culturale importantissimo nel lanciare e sostenere i giovani artisti». «La politica dovrebbe tornare a riflettere sul valore civile e sociale che ha l’arte e la ricerca in genere – rilancia Sergio Risaliti, direttore del Quarter di Firenze -, Settori strategici per la formazione, per lo sviluppo del paese. Anche per costruire una nuova e più aperta cittadinanza. Perché i progetti d’arte oggi sono sempre più internazionali e studiare l’arte da una grande lezione di tolleranza, aiutando ad abbattere barriere culturali e pregiudizi. Per questo – conclude il curatore del più importante centro d’arte contemporanea fiorentino – la missione di chi lavora in questo settore è sempre eminentemente pubblica. E una seria politica di centrosinistra non può e non deve dimenticarlo.

da Europa 25 marzo 2006

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