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Tra la coppa del mondo e Mandela

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 18, 2010

Dopo la sbornia dei Mondiali la letteratura aiuta a capire di più della Repubblica Sudafricana, il paese arcobaleno dove, finito l’apartheid, non cessano forti tensioni politiche e sociali. Lo racconta Ndumiso Ngcobo

African art

“L’apartheid è morto! Viva l’apartheid! Se il nostro grande scrittore Can Themba potesse risorgere… non troverebbe il Paese troppo cambiato. Avremo pure passato una quindicina di anni senza apartheid, ma dalle nostre parti ci sono cose dure a morire». Parole forti, dirette, che nonostante la sua sincera ammirazione per la battaglia civile di Nelson Mandela, lo scrittore sudafricano Ndumiso Ngcobo annota in Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi, appena uscito in Italia per i tipi di Voland.

Parole coraggiose che indicano la cruda realtà del “Paese arcobaleno” al di là dello schermo scintillante dei mondiali di calcio 2010. Spente le luci sull’evento mediatico che ha tenuto i tifosi di tutto il mondo appiccicati alla Tv, Ngcobo – anche con ironia e autoironia – ci aiuta a riabituare gli occhi alle cose nella loro luce naturale. Percorso da forti tensioni sociali e politiche, il Sudafrica è oggi in grande fermento dal punto di vista culturale ma anche un Paese ferito dal passato coloniale e, come ci ricorda Ngcobo, da un feroce razzismo che, ora che non ci sono più visibili fili spinati di apartheid a dividere l’upper class bianca dai neri delle townships, rimane tuttavia come pregiudizio mentale. E proprio questo complesso, e per molti versi contraddittorio, contesto, negli ultimi vent’anni è il tessuto su cui è cresciuta una letteratura alta, che parla con voce originale, nuova. Una multiforme galassia narrativa che case editrici italiane come Epoché, come edizioni e/o, come la stessa Voland ora ci permettono di conoscere più da vicino, portando in primo piano le nuove generazioni accanto alla presenza forte di autori come i Nobel Nadine Gordimer e John Coetzee (che da noi pubblicano per le majors, da Feltrinelli a Einaudi). Nuovi titoli che ampliano il nostro sguardo sul Sudafrica, così, fanno utilmente capolino sugli scaffali delle librerie. E mentre le edizioni e/o con il noir ad alta tensione Safari di sangue di Egon Meier denuncia gli scandali ambientali che colpiscono il continente africano, la coraggiosa Epoché propone il secondo romanzo del trentenne Kgebetli Moele, il crudo Tocca a te, che affronta il dramma dell’Aids, una malattia che in Sudafrica continua a diffondersi e a uccidere, non solo fra le classi più povere.

Tutta l’energia e il clima effervescente di una società giovane che viene dalle township, invece, è al centro del delizioso romanzo illustrato di Troy Blacklaws Bafana Bafana, «storia di calcio, di magia e di Mandela» (Donzelli), incentrato sull’avventura romantica di un ragazzino, nel villaggio chiamato Pelé perché ha il calcio nel sangue. La nazionale Bafana, bafana (che in lingua zulu significa i nostri ragazzi) – come si è potuto vedere in mondovisione – occupa un posto di primo piano nel pantheon dei miti sudafricani di oggi, non solo nei quartieri più poveri. Ma il “grido” Bafana Bafana risuona anche, in chiave sarcastica, nello spettacolo Bafana Republic del regista Mike Van Graan, storico partigiano della lotta anti apartheid o oggi pungolo critico, da sinistra, del governo sudafricano guidato dall’African national congress quando imbocca scorciatoie populiste. E il nome Bafana Bafana risuona immancabilmente anche nelle pagine romanzo autobiografico di Ngcobo da cui qui eravamo partiti e che affresca a colori forti la realtà dei trentenni di oggi, figli della classe media di Johannesburg. Da Van Graan a Ngcobo, Bafana Bafana, insomma, si fa metafora letteraria di quel collante nazionale che ancora manca in Sudafrica. è l’immagine di un sogno di riscatto soprattutto dei neri sudafricani che, per ironia della sorte, durante questi mondiali hanno rischiato di vedersi scippare la coppa proprio dalla nazionale di quel Paese, l’Olanda, dalla quale nel 1952 arrivarono i primi boeri.

Rinascimento nero. Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi (Voland) di Ndumiso Ngcobo è un romanzo dalla lingua scanzonata, pieno di spiazzante bonomia nel sovvertire i modi politically correct di trattare il razzismo. Classe 1972, Ngcobo è una delle personalità di spicco della scena sudafricana post apartheid, come scrittore di romanzi ma anche come critico sulla rivista Mail and Guardian e come blogger corrosivo. Sono «un guerriero zulu in giacca e cravatta, catapultato nella cosmopolita Johannesburg» dice di se stesso. «Con questo- aggiunge ironico – non voglio dire che me ne vado in giro intonando canti di guerra della tradizione zulu o che vado sgranando il rosario dei cristiani, ma solo che come molti altri sudafricani sono cresciuto in più di una cultura. E credo che questo si renda tangibile in ciò che scrivo, senza che io a volte mi renda conto». Dopo aver insegnato matematica in una scuola superiore, Ngcobo ha lavorato in una multinazionale del settore agroalimentare svolgendo le mansioni più disparate. «Una peggio dell’altra», accenna sorridendo. «Ma mi sono fatto una grande cultura sui modi aziendali dei bianchi». Nel frattempo ha sempre continuato a scrivere, «è il mio modo di vivere – confessa – come una formica che continua a far rotolare le sue briciole». A catalizzare la sua attenzione di scrittore è soprattutto ciò che accade nella testa delle persone, ciò che accade nei rapporti. «Relazioni non sempre facili- sottolinea – in questa nostra società dove tradizioni come quella cristiana e quella zulu hanno ancora troppa parte. creando continui cortocircuiti di comunicazione». Di cui Ngcobo nei suoi romanzi usa anche tutto il lato spiazzante, surreale, involontariamente comico. Così fra «nere snob, bianchi flippati, tassisti maleducati e via dicendo», Ngcobo fa finta di tracciare quello che ci si aspetta da uno scrittore come lui, ovvero «un acuto sguardo interetnico sul Sudafrica di oggi». Ma lui non si accontenta e va più a fondo. E accanto alle colorate, dinamiche, vitali township, il suo sguardo si ferma sui quartieri residenziali fuori città, «freddi e inospitali». «Oggi gli abitanti bianchi del mio stesso comprensorio – scrive – mi guardano dall’alto in basso con diffidenza. Atteggiamento da me ricambiato con un odio al calor bianco. Non fraintendetemi, se ci capita di avvicinarci a meno di 5 metri ci scambiamo pallidi sorrisi. Mica siamo selvaggi arretrati e incivili. Ma basta uscire da quel raggio e il pallido sorriso scompare». Parola di Ngcobo, in barba a quanti, per questo, lo additeranno come traditore del Rinascimento nero.

Strumenti.AFrica di carta

Nei nuovi scenari geostrategici del XXI secolo, l’Africa occupa un posto importante. Non solo dal punto di vista demografico. Grandi risorse non sfruttate e strutture e infrastrutture inadeguate, povertà e conflitti etnici, religiosi, culturali, tensioni economico sociali, instabilità politiche e violenze di regimi dittatoriali e inevitabili migrazioni di massa. Per capirne di più, urgono strumenti di conoscenza. Specialista di storia africana e docente all’università di Gießen, Winfried Speitkamp offre essenziali chiavi di lettura in Breve storia dell’Africa (Einaudi), ripercorrendo la storia del continente dalla preistoria a oggi, ricostruendo forme sociali, formazioni politiche e regni, culture e credenze, scambi e aggregazioni che hanno caratterizzato la vita delle popolazioni africane fino al dramma dello schiavismo e gli sconvolgimenti politici, economici, territoriali e antropologici prodotti dalle potenze coloniali, la decolonizzazione. Poi le guerre per l’indipendenza, la nascita dei nuovi Stati. Ne risulta un quadro d’insieme che tiene unite sia la prospettiva diacronica, interrogando gli stessi problemi in epoche e contesti estremamente diversi, sia la prospettiva sincronica, delineando un’introduzione chiara e approfondita a uno dei contesti salienti della nostra storia attuale. Ma un racconto appassionato sull’Africa si trova, in chiave di esperienza personale, anche nelle belle pagine di Made in Africa (Elèuthera), in cui l’architetto di Emergency Raul Pantaleo, con un viatico di Erri De Luca, ripercorre la storia di missioni in Sudan, Centro Africa, Sierra Leone, Darfur e in tutti quei Paesi dove l’associazione fondata dal medico Gino Strada continua a salvare vite umane.

da left-avvenimenti del 18 luglio 2010

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Lontana da ogni esotismo la vera Antigua narrata da Kincaid

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 15, 2010

La scrittrice caraibica autrice di Autobiografia di mia madre è ospite i Festivaletteratura, a Massenzio a Roma

di Simona Maggiorelli

Jamaica Kincaid

Come chi  ha dovuto conquistarsi la vita e l’arte pezzo a pezzo, Jamaica Kincaid (pseudonimo di Elaine C. Potter Richardson) non ha paura di guardare in faccia la verità. Anche la più sgradevole e dolorosa. E di  rappresentarla, mettendosi a nudo in romanzi che fondono autobiografia e invenzione sullo sfondo di una Antigua poverissima e vessata dal colonialismo inglese; «Il falso paradiso dove sono nata », un’isola lontana anni luce dagli scenari da cartolina delle agenzie di viaggi ad uso e consumo dei turisti.

Ma in narrazioni brucianti come Lucy (Adelphi) la scrittrice caraibica ospite di Massenzio per il Festivaletterature di Roma ha anche raccontato con autenticità e crudezza la propria giovinezza trascorsa in America a servizio nelle case dei bianchi ricchi.

E poi ancora della vicenda tragica del fratello morto di aids in una Antigua senza farmaci antiretrovirali nel libro Mio fratello. E in Mister Potter di un padre che  non l’ha mai voluta come figlia. E porta il segno della  rivolta necessaria delle donne molta parte della lettatura di Kincaid, che però dice di non riconoscersi tout court con le lotte femministe. Mi sono accorta ben presto che le conquiste delle donne portate del femminismo facevano sì che potessimo avere la nostra parte in un mondo organizzato ad immagine e somiglianza degli uomini. Con questo -aggiunge Kincaid- non so come sarebbe una realtà organizzata dalle donne. Non so nemmeno se sarebbe migliore o peggiore, perché nella storia non si è mai realizzato». E ancora:«Non saprei scrivere adottando come punto di vista quello maschile. Ho sempre scritto raccontando storie di donne. E’ che gli uomini, li amo molto, ma io proprio non li capisco. Per me sono algebra. Specie per quella loro ossessiva tendenza a fare delle leggi… per poi infrangerle ».

E con voce di donna, con voce sicura, senza infingimenti, in un inglese particolarmente musicale e poetico, in Autobiografia di mia madre (Adelphi) Jincaid ha saputo affrescare la dura epopea di un intero popolo, quello caraibico che per secoli è vissuto ad Antigua. Un popolo che ha visto i propri miti pagani «Il nostro era un dio sbagliato», la propria cultura e il proprio futuro distrutti dalla violenza dei coloni europei.

L’ha raccontato per metafora in questo libro che ci appare oggi come il suo capolavoro e in cui in primo piano è narrata l’aspra formazione di una ragazzina che, alla scuola dei padroni, in un villaggio di Antigua, si innamora della cultura inglese dovendo al contempo trovare i modi per salvarsi la pelle, dall’odio degli insegnanti e dei missionari cristiani. Una storia largamente autobiografica, come si intuisce. «La Chiesa cristiana – ci racconta Jincaid durante un incontro nella Casa delle letterature di Roma – è sempre andata alla guerra contro le altre culture e la sua mano è stata violentissima su di noi». Complici i coloni di sua maestà. Che tuttavia, involontariamente, hanno permesso a Jincaid ragazzina di sviluppare una forte passione per la letteratura e la lingua inglese. «Mi sono formata leggendo Shakespeare e autori inglesi antecedenti al XX secolo» ricorda sottolineando l’aggettivo “inglese” quasi fosse opposto di quel “britannico” che va a braccetto con la parola impero.

«Anche Milton mi è stato nonostante tutto d’ispirazione.L’insegnante per punizione mi obbligò a copiare i primi due capitoli de Il paradiso perduto. Ma io inaspettatamente ne rimasi affascinata, tanto che- aggiunge sorniona – Lucy, il nome della protagonista del mio romanzo viene dal Lucifero di Milton».Pochi invece gli spunti che le sono venuti della letteratura contemporanea. «Leggo pochissimi romanzi, mentre mi interesso moltissimo di saggistica, perché fondamentali per informarsi, per alimentari la mia scrittura non narrativa».

Quanto alla letteratura caraibica contemporanea «la conosco poco – ammette Jamaica che da molti anni vive nel Vermont -. Ma devo a Derek Walkott di avermi segnalato un’intera galassia di autori nati nei Caraibi che hanno scritto cose splendide». Il premio Nobel caraibico a cui Kincaid ha dedicato Autobiografia di mia madre è stato fra i primi a sostenere il lavoro della scrittrice. «Derek è un poeta. E i poeti sono in qualche modo dei “profeti”, hanno una capacità speciale di scovare e dire il senso profondo delle cose. Per questo amo leggerlo. Sul piano personale poi, devo dire, lui mi ha molto incoraggiata e sostenuta nel mio lavoro letterario, con recensioni, con interventi pubblici. Essere riconosciuta da un poeta così profondo – commenta la scrittrice – è stato per me un grande onore».

dal quotidiano Terra, 16 giugno 2010

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La nuova letteratura viene dall’Africa. E ha voce di donna

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 3, 2010

Al suo esordio nella narrativa l’etiope Maaza Mengiste si segnala come uno dei talenti emergenti della scena newyorkese. In Europa, invece, la somala Nadifa Mohamed compone il nuovo epos dei migranti

di Simona Maggiorelli

Lo sguardo del leone è quello di chi, pur barcollando, si rialza con fierezza dopo aver subito un attacco micidiale. Per questo, a mo’ di metafora di un intero Paese, la scrittrice etiope Maaza Mengiste l’ha scelto come titolo per il suo romanzo d’esordio, appena pubblicato in Italia da Neri Pozza.

Con una lingua tersa, incisiva, senza ombre di retorica,in questo libro la giovane scrittrice (che oggi vive e insegna a New York) racconta di un’Etiopia che, dopo essersi liberata dalla violenta occupazione italiana vede le speranze della Resistenza tradite da militari etiopi che torturano, sfregiano, uccidono. Un golpe militare che il protagonista della narrazione, l’anziano medico Hailu, un giorno del 1974 vede annunciato da una pioggia di volantini. Dicono che l’imperatore Hailè Selassiè è stato arrestato e che il suo governo è stato destituito. Fra il 26 e il 27 agosto del 1975, il re, “il leone di Giuda” che aveva combattuto Mussolini venne soffocato e sepolto sotto le assi di una latrina, davanti all’ufficio del nuovo dittatore Menghistu. Intanto, per le strade di Addis Abeba, scorreva a fiumi l’entusiasmo di operai e povera gente che sognava una rivoluzione socialista. L”illusione durò poco. Al medico che ha aveva lavorato trent’anni all’ospedale Prince Mekonnen Hospital, ribattezzato Black lion Hospital dal nuovo regime, basterà che qualcuno bussi alla sua porta per lasciargli un sacco di plastica in cui è avvolta una ragazza in fin di vita, stuprata e torturata, per capire quanto violenta sia la mano del regime militare. Lui, “il medico che fa rivivere i morti”, si sente per la prima volta infinitamente stanco e impotente.

E’ così che, con lo sguardo del maturo medico e seguendo le vicende della sua famiglia, Mengiste tratteggia un appassionato affresco di storia dell’Etiopia del Novecento, “rievocando- annota lei stessa- l’essenza di quegli anni tumultuosi attraverso l’immaginazione”. Senza lasciare mai che la cronaca dei fatti, aridamente, prenda il sopravvento.

E una scrittura assolata, ricca di immagini e di echi di favole e miti della tradizione africana è quella che sceglie un’altra giovane scrittrice, la somala Nadifa Mohamed per mettersi sulle orme di un ragazzo che dalle terre occupate dai Ferengi (così venivano chiamati in Somalia i cattolici occupanti fin fai tempi delle crociate), dal golfo yemenita di Aden negli anni ’30 intraprese un disperato viaggio che lo poterà ad attraversare le vie desertiche degli attuali Libia e Israele fino a raggiungere poi, rocambolescamente, le coste dell’Inghilterra.

In Mamba boy (Neri Pozza) Nadifa racconta, in filigrana, la storia vera di suo nonno e di suo padre. “Volevo percorre a ritroso il loro viaggio – racconta a Terra la scrittrice che vive da molti anni in Gran Bretagna-. Anche perché lungo quella stessa rotta oggi si muove un’inarrestabile onda di persone. Non si tratta più di pochi intrepidi come nel secolo scorso, ma i pericoli che devono affrontare per sfuggire alla miseria e potersi costruire un futuro migliore, non sono affatto minori. Vanno avvertiti di questo,ma fermare questo flusso è impossibile e – aggiunge Nadifa- sarebbe un vero delitto. Senza contare che l”immigrazione arricchisce chi parte ma anche chi ospita, nel dialogo, anche se non sempre facile, con nuove culture”.

Ed è un canto d’amore per tutti i migranti quello che Nadifa ha composto in questo libro, scritto in un raffinato inglese ( “la lingua in cui sogno”, dice). Un romanzo che potentemente prende avvio con l’immagine di una donna incinta che nella Savana si assopisce sotto un’antica acacia. Un enorme serpente nero, un Mamba, le sale sulla pancia, ma al suo risveglio l’animale è già sparito nella sabbia. Da questo episodio, o forse sogno, della nonna di Nadifa si dipana la storia di questo coraggioso Mamba boy fra due continenti. E anche questo libro, intrecciando verità e invenzione, si legge come vivido spaccato di storia africana del Novecento. Di una Somalia che è stata violentata dalla colonizzazione e che, ci ricorda Nadifa porta ancora i segni delle ferite lasciate da italiani brava gente . “La cultura italiana da noi si è imposta con maggior violenza di quella inglese che ha avuto più tempo per una lenta penetrazione. E ancora oggi, nonostante la globalizzazione abbia internazionalizzato le rotte e accorciato sensibilmente le distanze, il rapporto fra Africa e Occidente non è cambiato. E’ sempre di sfruttamento. Oggi là uoi lavorare in un’industria americana, inglese o italiana, ma come si evince dalla storia degli anni 80 e 90, la mano d’opera africana, di fatto, è ancora schiavizzata.

dal quotidiano Terra 3 giugno 2010

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Marie, Calixthé e le altre

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 3, 2010


Talenti da una Francia sempre più meticcia

Marie NDiaye è stata la prima scrittrice di colore a vincere il Goncourt francese. Ed il suo romanzo Tre donne forti ( pubblicato in Italia da Giunti) è diventato un caso. Non solo per la sua indubbia qualità letteraria e per l’originalità della sua scrittura poetica, sensibile e a tratti dalla coloritura espressionista, ma anche per la decisione dell’autrice di lasciare la Francia per trasferirsi a Berlino dopo l’elezione di Sarkozy a presidente della Repubblica .

Citando Marguerite Duras e il suo “La destra è morte”, Ndiaye, figlia di un senegalese e di una francese, ha mostrato così allo scandalizzato establishment intellettuale d’Oltralpe che quella sorta di consacrazione non la irretiva. Né tanto meno sono riusciti a convincerla a ritrattare le sue dichiarazioni interventi ridicoli come quello di Frederic Mitterand che, dopo essersi sperticato in difesa di Polanski, si è permesso di consigliare pubblicamente alla scrittrice ” la riservatezza” che si addice a un premiato Goncourt.

Forte del suo talento, in Germania Marie NDiaye continua il suo lavoro di scrittrice. Per conoscerla più da vicino il lettore italiano ha a disposizione la raccolta di racconti Tutti i miei amici, edita da Baldini Castoldi Dalai ma soprattutto Tre donne forti, in cui la scrittrice francese intreccia la trama complessa delle vite, diversissime, di tre donne di colore. L’avvocato quarantenne Norah che torna a Dakar a trovare un padre violento, l’insegnante di francese Franta costretta a emigrare per seguire il marito e la giovane vedova Khadi Demba scacciata dalla famiglia hanno qualcosa in comune: la consapevolezza di molti “no” da cominciare a dire.

Un rifiuto che a poco a poco cresce anche nella giovanissima protagonista di A bruciarmi è stato il sole , il romanzo forse più politico della scrittrice camerunense Calixthé Beyala che ora Epoché pubblica in Italia in nuova edizione: nella bidonville in cui è nata Ateba troverà il modo di ribellarsi a chi la obbliga a mettere insieme sesso e sottomissione. Di fatto Beyala è oggi una delle scrittrici più popolari in Francia ( il suo Come cucinarsi il marito all’africana è un bestseller di lunga durata) e sulla strada di una nuova narrativa di denuncia (che sa usare anche l’arma dell’ironia) stanno crescendo in Francia molti altri nuovi talenti, curiosamente perlopiù femminili. Un esempio? La libanese Najwa Barakat che ne L’inquilina ( Epoché) tratteggia la vita amara di un migrante nella dolce Francia. s. maggiorelli

dal quotidiano Terra 3 giugno 2010

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Il velenoso mito della razza

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 30, 2010

Studiosi italiani, francesi e tedeschi, in un interessante volume interdisciplinare, indagano le responsabilità di Heidegger e di intellettuali cattolici fascisti nella creazione di un’ ideologia folle

di Simona Maggiorelli

La difesa della razza

In un Paese di incentivi in busta paga ai poliziotti che arrestano dei clandestini, di medici che potrebbero denunciare immigrati non in regola con il permesso di soggiorno e, soprattutto, in un Paese dove la classe dirigente cerca di piegare i programmi scolastici a questo tipo di “cultura”, rischia di non scandalizzare troppo che il razzismo online da noi sia cresciuto del quaranta per cento rispetto al 2008.

E basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che nella scrittura “disinvolta” che circola su facebook come nello slang di certi social network compaiano termini tristemente noti come razza, forza, «italiani veri», «stranieri invasori», «razza padana»… Parole che richiamano un universo di orrori nazisti e fascisti che lasciano senza fiato. Perché, viene da chiedersi, nonostante il ricordo ancora vivo dei massacri novecenteschi assistiamo oggi a questi rigurgiti? Perché vigoreggia una delle peggiori concezioni dell’uomo che si siano conosciute nella storia, ovvero quella fondata su una inesistente suddivisione del genere umano in razze? è un problema di “memoria corta”? O piuttosto il frutto della mancata interpretazione e “neutralizzazione” delle premesse concettuali della antiscientifica e violenta ideologia della razza che così, inopinatamente, continua a essere riproposta? E’ proprio questa la tesi che la ricercatrice Sonia Gentili sostiene e argomenta con passione in una nuova iniziativa editoriale di Carocci, il libro Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento.

Un volume scritto a più mani, complesso e “militante” (per l’acribia con cui propone strumenti critici di lettura della storia). Qui l’italianista dell’università La Sapienza, con la collega Simona Foà, ha radunato contributi multidisciplinari di studiosi italiani, tedeschi e francesi che riportano in primo piano le responsabilità di pensatori come Heidegger nel dare fondamento filosofico e “sacralità” al nazismo.

Ma anche il ruolo giocato dai fascisti cattolici italiani – dal germanista Guido Manacorda ad Auro d’Alba, a Giovanni Papini e altri firmatari del Manifesto della razza – nel risemantizzare in senso cattolico concetti chiave dell’ideologia fascista come, per esempio, «bella morte», fede, impero, guerra, mistica, ordine nuovo e razza… «I loro modelli di pensiero negli anni Trenta furono perfettamente collimanti con le convinzioni dei principali attori del Vaticano» scrive Patrick Ostermann nell’importante saggio Il concetto cattolico fascista di razza pubblicato nel volume.

Da altri lavori emergono invece le responsabilità di scienziati che leggevano Darwin “da destra” insieme a quelle, più note, di scienziati direttamente arruolati all’eugenetica hitleriana. Ed emerge anche, con chiarezza, che non ci fu mai vera opposizione fra razzismo a base biologica e quello di marca spiritualista e cattolica. «L’opposizione fra i due filoni fu usato come una sorta di specchietto per le allodole, per coprire le vere assonanze e nei giochi di potere per scaricare quegli intellettuali che non servivano più al potere. Lo fece anche Hitler con Heidegger accusandolo di spiritualismo ma – non esita a dire Gentili – il pensiero dell’autore di Essere e tempo funzionò addirittura da ponte. Basta dire che, sostenendo un’idea spiritualistica dell’uomo, Heidegger finiva poi per raccontarlo in una chiave sostanzialmente biologizzata, attraverso una grande metafora biologica».

Più in generale tra Italia e Germania nel secolo scorso si strutturò una solidarietà molto forte fra cultura idealistica e una certa cultura biologica che, in funzione anti darwiniana, recuperò un’idea di vita umana che sfuggirebbe a ogni riduzione a materia e all’osservazione. «Era un pensiero biologico – spiega la studiosa romana – che recuperava una concezione di ciò che è “vitale” come sostanzialmente “spirituale”. Il nemico era Darwin e la sua idea che la vita sia in continua evoluzione». Il pericolo comune per riduzionisti e idealisti, insomma, era il Darwinismo, «una concezione del vivente – dice Gentili – in continuo cambiamento e adattamento all’ambiente». Ma, se Martin Heidegger e con lui il filosofo italiano Giovanni Gentile vengono radicalmente messi alla sbarra in questo libro, assai interessante è anche la sezione di Cultura della razza e cultura letteraria del Novecento in cui vengono esaminate le responsabilità di pensatori settecenteschi e ottocenteschi che furono inconsapevoli anticipatori delle teorie della razza.

A cominciare da Fichte che scrisse del primato del popolo tedesco basato sul suo «vitalismo» e coniò una sorta «di ideologia della guerra». Per arrivare al Volkseele di Herder che indirettamente giocò un ruolo importante nella creazione del mito del genio nazionale e di un nazionalismo basato sul mito fondante di “origo”. Ma non solo.

Nel libro sono ricostruite puntualmente anche le responsabilità di Karl Jaspers nell’offrire indiretto supporto al concetto nazista di storia come destino segnato dalla propria energheia tedesca. «Di fatto – spiega ancora Sonia Gentili – si tratta di modi di pensare violenti. Ma non basta condannare moralmente l’accaduto per essere al riparo dalla ripetizione della barbarie. Il problema più grosso – aggiunge – è che un certo modo di concepire la storia e l’uomo persiste ancora oggi. Sto parlando di una mentalità essenzialista basata sulla tradizione aristotelica e sull’idea di anima cristiana.Con la crisi del soggetto universale illuministico in epoca primo romantica queste idee ripresero largamente piede. Questo modo di concepire l’umano, che implica un rapporto di prepotenza sull’altro, ci mette seriamente nei guai. è un retaggio novecentesco che porta a costruire la nostra società sull’esclusione e non sull’inclusione».

Ma su cosa si basa al fondo questa ideologia novecentesca di una razza superiore che spinge verso la negazione del diverso e che nel nazismo divenne annientamento dell’altro? «Al fondo c’è un’idea di soggettività fondata sulla forza vitale – nota Gentili-. Su questo si basa la costruzione della razza di tipo novecentesco che ha dietro l’antropologia heideggeriana, ovvero il pensiero che la razza buona sia quella forte». Un modo malato e violento di concepire l’essere umano che fu dei nazisti ma anche dei cattolici fascisti, ribadisce la studiosa. «Nello sviluppo dei rapporti di collaborazione e, direi, di vera e propria continuità fra il mondo cattolico e il nazismo – ricostruisce Gentili – in Italia svolse un ruolo di primo piano una figura terribile come quella del fiorentino Guido Manacorda. La sua concezione spiritualistica della razza fu fatta propria da molti cattolici attraverso Agostino Gemelli che sostituì al materialismo razzista l’idea che esista un “carattere” spirituale psicologico che individua le razze. Gemelli fu una figura chiave nell’aggiornamento del concetto di essenza dell’anima in chiave di gruppo di tipo razzista». E se pochi conoscono la figura di questo psicologo che si fece francescano e che annovera fra i suoi scritti articoli come La filosofia del cannone e il libro Il nostro soldato, manuale per rendere il militare una macchina da esecuzione, molto più nota è la vicenda di Karl Gustav Jung che in quegli stessi anni, indossata la camicia bruna, parlava impunemente di «inconscio ariano». Nel libro il suo caso non viene analizzato ma Sonia Gentili commenta: «La sua storia rappresenta uno degli aspetti più pericolosi di questa vicenda. E cioè il fatto che le concezioni dell’uomo che si sono sviluppate dai primissimi anni del Novecento fino agli anni Quaranta hanno innervato profondamente e tragicamente la psicologia. Ma per altri versi bisognerebbe parlare anche di Freud sul quale anche in Francia si sta aprendo finalmente un dibattito». Rispetto alle polemiche che ha suscitato Le crépuscule d’une idole di Michel Onfray (che sarà pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie), «la critica a Freud è salutare – chiosa Sonia Gentili – perché va posto il problema della concezione freudiana dell’uomo che è astratta. L’uomo secondo Freud è sostanzialmente determinato da pulsioni di tipo violento. Ancora una volta c’è un’idea di forza alla base. E su questo secondo il padre della psicoanalisi si baserebbero sempre i rapporti di ognuno di noi con gli altri. Anche se è difficile dire quanto nella cultura freudiana questo sia un dato di osservazione dell’epoca, resta comunque una concezione inaccettabile». Gli antidoti? «Pensatori come Ernesto de Martino, come Antonio Gramsci, ma anche Emanuel Levinàs con il suo ribaltamento dell’“essere per la morte” di Heidegger in un più umano “essere per altro”, hanno offerto degli spunti importanti. Ma anche Levinàs a ben vedere – precisa poi Gentili – aveva un retroterra di tipo teologico». Contro le ideologie della razza un aiuto può venire dalla moderna psichiatria che non ha più un’idea di inconscio perverso filogeneticamente ereditato, inconoscibile e immodificabile? «Assolutamente sì. In un articolo apparso pochi giorni a su Libération – conclude Gentili – il mio amico Hervé Hubert esplicitava il nesso stretto che c’è fra la critica della concezione freudiana dell’individuo e la necessità di creare un legame sociale, un modo di stare insieme su basi diverse. Per questo la reazione di certi intellettuali francesi è stata estremamente sentita».

da left-avvenimenti 28 maggio 2010

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La ricerca schiva di un maestro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 29, 2010

Una personale di Ettore Spalletti inaugura il nuovo spazio milanese della Gallleria Lia Rumma. Nella sua opera si legge un’esigenza di bellezza, intesa anche come valore civile

di Simona Maggiorelli

Ettore Spalletti

Artista schivo che non ama il clamore mediatico, Ettore Spalletti dagli anni Settanta a oggi continua a dipanare la sua opera come un fluire di variazioni sul tema, sensibili e delicate.

Quasi fosse una partitura ininterrotta, costruita per note geometriche e monocrome. Dopo la sinfonia di colori dispiegata quattro anni fa in una bella personale all’Accademia di Francia a Roma, ora il percorso carsico del pittore e scultore abruzzese riemerge negli spazi della Galleria Lia Rumma a Milano in una mostra che sembra pensata ad hoc per far vivere e “accendere di luce” la nuova struttura espositiva di via Stlicone, ricavata da una fabbrica dismessa e da poco ristrutturata dalla gallerista napoletana in uno stile minimalista che ricorda quello, oggi molto in voga, dell’architetto giapponese Tadao Ando.

Quia Milano,in questo cubo dalle pareti a vetro, con opere dalle tinte chiare, quasi diafane, Spalletti reinventa in termini moderni la pittura tonale di Veronese e Tiepolo. In certo modo la ricrea regalando infinite sfumature e variazioni di timbro all’impasto del colore fatto di gesso e pigmenti e steso per strati successivi. Un procedimento che richiede sapienza artigianale e una perfetta padronanza dei differenti tempi necessari per essiccare gli “ingredienti”.

E alla tradizione antica – in questo caso toscoemiliana – si rifà anche il suo ricorso al disegno. Ogni volta Spalletti lo riporta meticolosamente su carta, legno o pietra, prima di iniziare a dipingere. Ma alla fine di questo lungo lavoro, davanti allo spettatore che vede solo l’opera finita, ci sono solo forme astratte, primarie, suggestive, potenti.

Grazie a un effetto di somma sprezzatura che le fa apparire semplici e naturali. Le figurazioni, echi lontani delle madonne e dei paesaggi urbani di Piero della Francesca, appaiono come sussunte in monocromi vibranti, che non recano traccia del precedente se non nel colore che pare assorbito dalla superficie porosa della pittura. Mentre le vedute teatrali di Veronese sono idealmente trasformate in spazi ritmati da colonne, sculture concave e convesse, bassorilievi.

I silenzi, le pause, le distanze in queste “architetture” di Spalletti sono altrettanto importanti dei pieni nel dare forma a un’idea di bellezza, umana e civile. Un ideale realizzato in opere eleganti ma che nulla hanno a che vedere con l’aurea misura imposta dall’arte classica. Come nota Nicola Spinosa, curatore di questa mostra milanese che resterà aperta fino al 30 settembre, non ha nulla a che vedere con la «divina proporzione». Nel caso di Spalletti parliamo di un ideale di bellezza che nasce prima di tutto come esigenza interiore. Che ha a che fare con la qualità della vita e dei rapporti con gli altri. Anche per questo le sue opere sono, non di rado, delle vere e proprie “sculture abitabili”.

da left-avvenimenti del 28 maggio 2010

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Spalletti, il colore non è superficie

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 29, 2010

All’Accademia di Francia a Roma una personale dell’artista abruzzese

di Simona Maggiorelli

” La bellezza è come una lama. Taglia come taglia una bella donna che attraversa una piazza” dice Ettore Spalletti. E in quel segno, di un’emozione così intensa che spacca, che crea una discontinuità sensibile, nel tessuto quotidiano dell’ordinario, ha iscritto tutta la sua ricerca. Dagli anni Sessanta a ora.

Via via con un fare arte sempre più essenziale,decantato, rigoroso, per arrivare ad opere che abbiano la potenza di una visione. Con i suoi folgoranti monocromi azzurri che sembrano irradiare colore, modificando l’atmosfera, il “tono” dello spazio circostante o come i suoi affreschi che ricordano il modo che aveva Piero della Francesca di far assorbire il colore come fosse calce viva. E ancora le composizioni di colori blu,rosso, oro, che riescono a ritmare lo spazio come se fossero un’alternanza di pieni e vuoti.

Opere spesso difficili da etichettare le opere di Spalletti che qualcuno ha definito pittura-scultura-architettura, per quella capacità che hanno di dare vita a uno spazio d’invenzione, attraverso il movimento continuo di forme colore. Rileggendo la lezione di Malevic e poi di Rothko e per quel che riguarda la scoperta di uno spazio non solo fisico avendo fatto tesoro delle geniali invenzioni di Lucio Fontana.

All’Accademia di Francia il direttore Richard Peduzzi e la curatrice Gabriella Lonardi Bontempo invitano a ripercorrere tutta la parabola artistica di questo appartato maestro abruzzese che si è cercato negli anni, e inutilmente, di assimilare all’arte povera e al minimalismo ( dal quale è infinitamente lontano per uso del colore e, soprattutto, per il “calore” che trasmettono le sue opere).

Nella storica sede romana di Villa Medici, fino al 16 luglio, la mostra Il colore si stende, si asciuga, spessice, riposa propone quadri, sculture, ambienti. Installazioni che si lasciano attraversare e vivere, con un’idea di architettura che Spalletti ha sempre concepito come accoglienza, più che come segno spettacolare.

E ancora una serie di sculture che ricordano le forme concave di vasi antichi, in cui ritorna lo splendore dell’azzurro e un rosa che non esiste in natura e che appare sempre diverso, mutevole, come il colore della pelle sotto il sole.

Un colore che Spalletti, in una lunga intervista contenuta nel catalogo che accompagna la mostra, confessa di non sapere più come sia nato. ” A me-dice- è sempre piaciuto impastare il colore per trovare un colore che non fosse solo superficie, ma che avesse una qualità, una profondità, una risonanza interiore. Allora quel colore mi portava dappertutto anche dentro i sogni dell’immagine figurativa”.

da left-avvenimenti 19 maggio 2006

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Il macro si fa città museo. Nel segno di Odile Decq

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 28, 2010

Dal 1 giugno il museo di arte contemporanea di via Reggio Emilia a Roma riapre i  battenti, ridisegnato dall’architetto francese  e con una serie di interessanti mostre che aprono in contemporanea

di Simona Maggiorelli

Macro di Roma

Curve, linee architettoniche sinuose, eleganti. E percorsi che seguono traettorie pendenti che danno al passo una piacevole sensazione di incertezza. Ma anche una grande attenzione ai giochi di luce, come alle pause e alle zona d’ ombra. Si presenta così il nuovo Macro di Roma riletto dall’architetto francese Odile Decq. Quando le donne progettano scelgono un vocabolario diverso da quello rigidamente monumentale. Lo suggerisce la morbidezza di linee che l’archistar anglo-irachena Zaha Hadid ha saputo dare al suo avveniristico MAXXI (che ora apre definitivamente al pubblico) ma lo fa pensare anche il nuovo museo di arte contemporanea di via Reggio Emilia che la Decq ha trasformato in una sorta di pubblico agorà dotandolo di un cortile aperto con fontana e una ampia parete a vetrata su cui scorre l’acqua.

Luce naturale, acqua, trasparenze, certo. Ma poi diversamente dalla Hadid che ha fatto dei colori chiari la propria cifra, la ex ragazza punk rock Odile Decq sceglie lucido basalto della Cambogia come rivestimento del Macro.  E all’interno, proprio nel cuore del museo, crea un rosso auditorium da 150 posti che sembra sollevarsi dal pavimento come un astronave. Così in scintillante nuova veste che ricorda il suo gusto dark per gli abiti neri e il rossetto che spicca sulla pelle chiara, Odile ha presentato ieri il suo Macro. Che già dal 1 giugno non sarà più solo bella scatola vuota, ma cantiere d’arte attivissimo con l’inaugurazione in contemporanea di sette personali di artisti europei e americani e con nuovi percorsi di opere appartenenti alla collezione permanente del museo collocate nei nuovi spazi.

Così se nella piccola galleria s’incontrano, tra le altre, opere-manifesto come Il Teatrino di Lucio Fontana e Sottosopra azzurro in alabastro di Ettore Spalletti, accanto alla Superficie bianca di Enrico Castellani e alla spugna imbevuta di blu Klein (con cui l’artista francese rappresentava il proprio ), nel foyer invece c’è la stele Alfabeto che l’artista Nunzio ha affidato al Macro in comodato. Nella sala grande campeggia la montagna di oggetti in acciaio con cui l’indiano Subodh Gupta ha costruito la sua ironica Offerta per gli dei avidi, ma anche le grandi vele gialle, arancio e bianche dell’immaginario veliero evocato dal greco Kounellis. E il viaggio continua sulle passerelle abitate di opere di Jenny Holzer nel v-tunnel dove è proiettato un celebre incunabolo di videoarte firmato Bruce Nauman e perfino sulla terrazza dove Arthur Duff ha creato ad hoc per questa occasione Synophses, una installazione site specific che “bagna” i visitatori di raggi di luce colorata.

Mario Schifano, Macro

Ma al di là delle operazioni scenografiche e d’effetto la novità più importante del nuovo Macro è la ripresa dell‘attività espositiva temporanea, con una sala dedicata a un lavoro interattivo di Gilberto Zorio e un progetto speciale dedicato alle metamorfosi su parete di Luca Trevisani. E poi ancora una personale dell’artista portoghese Louro e la presentazione di nuove opere degli americani Hashimoto e Aarong Young e dello spagnolo. E non è finita qui. in questo mettere a valore e ricreare ogni angolo spicchio, cantuccio o esterno che sia, il museo romano diretto da Luca Massimo Barbero offre anche una passeggiata fra i triangoli e le losanghe a colori con cui ilmaestro francese Daniel Buren ha ridisegnato una delle passerelle esterne del museo,per quello che viene chiamato il “belvedere” e ch , in questo caso, permette davvero un punto di vista nuovo, da fuori, su una parte della collezione permanente conservata all’interno del Macro. Collezione che, proprio in questi giorni, si è arricchita di un’opera nuova, The innocent del videoartista americano Bill Viola.

dal quotidiano Terra del 28 maggio 2010

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Finalmente MAXXI

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 27, 2010

Dal 28 maggio il museo del XXI secolo progettato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid apre ufficialmente i battenti in via Guido Reni a Roma. Con un pieno di mostre ed eventi.

di Simona Maggiorelli

K.Ataman - Dome02, al MAXXI

Dopo aver aperto al pubblico i sinuosi e labirintici spazi del Maxxi ancora vuoti, finalmente venerdì 28 maggio 2010 il grande museo romano progettato dall’architetto Zaha Hadid viene inaugurato ufficialmente con una serie di mostre che aprono in contemporanea. In uno spettacolare dialogo fra culture e generazioni diverse.

Basta dire che un raffinato artista come l’indiano Anish Kapoor espone una delle sue eleganti sculture dalle forme morbide e “primordiali” accanto a un giovane e (ipercelebrato) videoartista come Francesco Vezzoli che al Maxxi porta una delle sue creazioni che citano ironicamente gli schemi visivi dalla tv e dalla cartellonistica pubblicitaria. E in uno stesso spazio si può passare dalla scultura essenziale e poetica, in materiali poveri, di Giuseppe Penone alle installazioni futuribili e stellari di Grazia Toderi.

Così mentre i tappeti dalla tessitura barocca con cui negli anni Settanta Alighiero Boetti ridisegnava fantasticamente la mappa del globo, nelle sale del Maxxi, fanno la loro comparsa accanto alle colorate geometrie di un minimalista come Sol Lewitt, che più di ogni altro ha rappresentato la cultura americana degli anni Ottanta. E ancora, per dare il senso di come negli scenografici spazi del MAXXI (così come nel mondo globalizzato dell’arte internazionale) le distanze si accorcino vertiginosamente ecco le stilizzate figurazioni in bianco e nero con cui il sudafricano William Kentridge costruisce le sue narrazioni per immagini intercalate da istallazioni site specific create da studi di architettura internazionali fra cui Diller, Scofodio e Renfro.

Va in scena così il primo, prezioso assaggio di quella che potrebbe presto diventare la collezione di arte contemporanea più importante d’Italia. Tra le mostre temporanee, invece, dal 28 maggio al Maxxi apre la prima importante personale di Gino De Dominicis, con il titolo Immortale (in perfetta sintonia con la sua ironica grandeur). Achille Bonito Oliva ha raccolto 130 opere dell’irriverente artista marchigiano scomparso nel 1998. Spazio agli artisti emergenti dal Sud del Mediterraneo, infine, con Mesopotamian dramaturgies, otto opere video del turco Kutlug Ataman per tornare a riflettere sul rapporto fra Oriente e Occidente. E questo solo per dare un assaggio. Gli spazi sono immensi, e altrettante le proposte. Se si vuole arrivare attrezzati per comprendere la tessitura i nessi con cui Anna Mattirolo direttrice di MAXXI arte e e il suo staff hanno costruito i vari percorsi delle mostre è utilissimo munirsi di un autorevole Baedeker, il catalogo MAXXI-Electa.

dal settimanale left-avvenimenti 21 maggio 2010

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I mille volti dell’India

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 17, 2010

Tra ricerca di nuovi linguaggi e tradizione alta. I tigrotti della nuova scena letteraria si raccontano dal 13 al 17 maggio al Salone del libro di Torino. Da Kiran Desai ad Anita Nair, alle nuove voci emergenti,che in India, sono soprattutto femminili. E di talento.

Vishnu salva Gajendra,re degli elefanti

Frammenti di India, del suo ricco universo multiculturale, dal 13 al 17 maggio, al Lingotto di Torino compongono il bel volto di una democrazia giovane e in rapida crescita, sul quale però ancora si vedono i segni lasciati dal colonialismo.

Tra tradizione e sviluppo, fra povertà e industria high tech, fra inarrestabili megalopoli e il tempo lento dei villaggi rurali. E ancora…

Fra sperimentazione di nuovi linguaggi e il fascino di antichi miti. Per cinque giorni decine di scrittori e intellettuali indiani al Salone del libro si passeranno il timone del racconto. Pochi i sapienti paludati. Perlopiù gli ospiti sono giovani “ambasciatori“ di una cultura in vitale fermento.

In India, del resto, il 50 per cento della popolazione ha circa 30 anni. E non ancora quarantenne è anche uno delle scrittrici indiane più attese, Kiran Desai, voce critica della globalizzazione e narratrice raffinata che con Eredi della sconfitta (Adelphi) è stata nel 2007 la più giovane vincitrice del Booker Price. Figlia di Anita Desai, Kiran è un’autrice schiva, che si concede il lusso di distillare le sue opere senza fretta. Compagna di vita di Orhan Pamuk non ama stare troppo sotto i riflettori. Se non quando vi è chiamata per la sostanza politica dei suoi romanzi. E «di questi tempi-ammette Desai- è difficile per un romanziere sottrarsi a una lettura politica». Anche per questo, per parlare dei problemi dell’India di oggi, Kiran Desai ha accettato di aprire il 14 maggio la serie degli incontri che il Salone dedica al paese ospite 2010. Il contrasto fra globalizzazione e l’emergere di “nuovi” localismi innerva profondamente Eredi della sconfitta, libro dalla tessitura complessa, fra invenzione poetica e storia. In quattrocento pagine, attraverso le storie parallele di una manciata di personaggi, Desai affresca il paesaggio accidentato di una democrazia in rapido sviluppo sullo scenario mondiale degli anni Ottanta, ma anche segnata da rigurgiti etnici e religiosi. Un fuoco narrativo del romanzo è a Kalimpong, un villaggio tra Nepal e Tibet, dove il chiuso nazionalismo dei Gurkha spinge per l’indipendenza. Un altro, contemporaneamente, arde a New York dove un giovane di Kalimpong, senza permesso di soggiorno lavora come uno schiavo in un locale esotico per occidentali. «Se da un lato i processi di globalizzazione dell’economia hanno portato innovazione – spiega Desai – dall’altro hanno prodotto nuova povertà. Per capirlo basta andare nella periferia di Delhi dove grattacieli finanziati dall’American Express o dalla Tata sono costruiti da muratori sfruttati e senza diritti».

Uno sguardo critico sui processi di globalizzazione in India è anche quello offerto dallo scrittore Indra Sinha nel romanzo Animal (Neri Pozza): una vivida ricostruzione del drammatico incidente chimico industriale accaduto a Bhopal nel 1984. La Union Carbide India, una multinazionale americana produttrice di pesticidi causò la morte di 754 persone. Nel libro quella tragedia è raccontata dal punto di vista di un bambino, uno dei tantissimi intossicati dal veleno, che si stima furono tra 200 e 600mila persone. Il 16 maggio con Tarun Tejpal, autore di Storia dei miei assassini (Garzanti), Sinha racconterà il suo impegno di scrittore e “testimone”.

Sul piano più strettamente economico, invece, a svolgere una serrata critica ai processi di globalizzazione (il 16 maggio in dialogo con Loretta Napoleoni) sarà Prem Shankar Jha. Nel libro Quando la tigre incontra il dragone e nel più recente Il Caos prossimo venturo, entrambi editi da Neri Pozza, il filosofo ed economista indiano manda in frantumi la formula “Cindia”, in quanto invenzione di un cattivo giornalismo occidentale che appiattisce le immense differenze politiche e culturali fra Cina e india. «Molti osservatori occidentali- sottolinea Jha- non colgono la differenza abissale che c’è fra il capitalismo di stato cinese e quello indiano, più di stampo occidentale». Ma azzerano anche le enormi differenze sociali fra un paese politicamente irreggimentato come la Cina e una democrazia in fieri come l’India «dove la rabbia dei diseredati – sostiene Jha – può trovare una canalizzazione politica e una risposta nelle istituzioni».

rama sita e laksmana in esilio, collezione Ducrot

E tutto il fascino e il dramma di un’India percorsa da forti tensioni, zavorrata da sacche di fondamentalismo religioso e di povertà, ma per altri versi estremamente viva e in movimento si trova fortissimo nelle pagine de La tigre bianca (Einaudi) e di Fra due omicidi (Einaudi) del giovane Aravind Adiga che saranno lette al Salone.

Ma anche nei reportage di Suketu Metha. Emblematico resta il suo Maximum City (Einaudi) scritto nel 2007, un anno prima dell’attentato di Mumbai, un attacco feroce, secondo il giornalista indiano, proprio al carattere cosmopolita più profondo di questa megalopoli da 18 milioni di abitanti, dove sindhi, punjabi, bengalesi e molti altri cittadini di etnie diverse vivono fianco a fianco in spazi pubblici e privati che, fiduciosamente, “non conoscono privacy”.

Nella complessa koinè di Mumbai scrive Altaf Tyrewala in Nessun dio in vista (Feltrinelli) si mescolano da sempre musulmani e indù, cattolici e pagani. Quattordici lingue e otto religioni abitano la città che i colonialisti inglesi tentarono con violenza di occidentalizzare, fin dal nome, ribattezzandola Bombay.  Nato nel 1977, Tyrewala fa parte della folta flotta dei nuovi narratori indiani che, in stili nuovi – in questo caso brevi capitoli a staffetta lungo imprevedibili percorsi narrativi- permettono di tuffarsi nella ribollente vita di una megalopoli post industriale come Mumbay, come New Delhi o come la capitale dell’high tech Bengalore. Con Tishani Doshi, della quale è appena uscito Il piacere non può aspettare (Feltrinelli), al Lingotto, il 13 e il 16 maggio, Tyrewala racconta la nuova scena letteraria indiana non più abitata solo di narrativa in senso classico ma anche di inchieste, fumetti e graphic novel. Un tipo di letteratura ibridata, ironica, spiazzante, ma anche corrosiva verso i facili miti della “shining India”. Per averne un assaggio basta leggere l’antologia curata da Gioia Guerzoni per Isbn, poi se – come è capitato a noi- la curiosità non si placa la neonata casa editrice Metropoli d’Asia, (nata da una costola della Giunti) offre già una decina di titoli, fra i quali molti noir e un elegante graphic novel, Nel cuore di smog city che la giovane illustratrice Amruta Patil presenta a Torino il 13 maggio.

Accanto alla narrativa sperimentale che ama mescolare differenti linguaggi c’è un altro fenomeno macroscopico da segnalare nella nuova letteratura indiana: la forte presenza di scrittrici. Artisticamente cresciute, ciascuna con una propria voce e originalità, nel varco aperto a partire dagli anni Cinquanta dal talento di Anita Desai e poi, negli anni Ottanta, da Arundhati Roy. Più dei loro colleghi, rimasti legati a una modalità narrativa di stampo inglese e razionalista (da Ghosh a Rushdie) queste scrittrici entrate nel pantheon della letteratura internazionale sono capaci di fondere storia e letteratura alta, poetica.

Ganesha, collezione Ducrot

I loro libri vivono di una attenzione al vissuto più profondo dei personaggi e di una lingua ricca di immagini. Proprio in questo ambito di ricerca idealmente si iscrive l’esordiente Anuradha Roy (il 16 al Lingotto) con il romanzo L’atlante del desiderio (Bompiani). Un romanzo storico, dal sapore di epos, che rincorre lungo il Novecento la vicenda di due amanti osteggiati dalle famiglie, che si ritroveranno inconsapevolmente dopo molti anni. Ma una narrazione icastica, in uno stile asciutto e appassionato, che va al cuore delle cose è anche quella che caratterizza Giorno di pioggia a Madras (edizioni e/o) in cui Samina Ali racconta la vita di una ragazza di oggi che vive tra Minneapolis e l’indiana Hyderabad e che da un padre violento e da una madre che è stata ripudiata si vedrà costretta, in nome della sottomissione all’Islam, a un matrimonio combinato.

Dei conflitti fra religione e laicità moderna, fra tradizione indiana e forzata occidentalizzazione, Ali parlerà al Lingotto il 17 maggio nell’ambito della rassegna Lingua madre. E ancora di “india al femminile” parla il 15 maggio un’autrice ben conosciuta anche dal pubblico italiano: Anita Nair. Autrice del best seller Cuccette per signora e, fra gli altri, del bellissimo libro illustrato La mia magica India (Donzelli) Nair ha appena pubblicato il suo nuovo L’arte di dimenticare (Guanda), incentrato su una vicenda che, come quella narrata da Ali, apre molte riflessioni su come le tradizioni di Oriente e Occidente si intrecciano e si scontrano sulla pelle di molte donne indiane oggi.

L’India del nuovo millennio è certamente il Paese che ha permesso a una intoccabile, Naina Mayawati, per la prima volta, di diventare ministro. E come scrive Javier Moro (il 14 maggio a Torino) nell’appassionata biografia di Sonia Gandhi Il sari rosso (Il Saggiatore) l’India è la democrazia che, per portare avanti la politica di Nerhu e Gandhi, «ha scelto coraggiosamente una donna, per giunta un’italiana, come premier». Ma fuori dalle moderne megalopoli, nei villaggi più poveri, è anche la nazione dove le donne che hanno studiato «sono ancora viste con orrore» come racconta Radhika Jha ne Il dono della dea (Neri Pozza). Attraverso la storia della giovane Laxmi che va a studiare all’estero per riscattare il sogno fallito del padre di far fruttare la terra con le nuove tecnologie, Jha (a Torino il 15 e 16) indirettamente apre una finestra sul dramma dei contadini indiani che, per comprare sementi brevettate e spacciate dalla multinazionali come miracolosamente produttive, finiscono per suicidarsi in un gorgo di debiti e usurai.

Nell’India rurale e arretrata, nell’Uttar Pradesh, una delle regione più povere, dove le donne sono tenute nell’analfabetismo e costrette a sposarsi da bambine, Sampat Pal nel 2006 ha fondato la Gulabi gang, la gang dei rosa rosa, un gruppo di donne che lotta contro la violenza e la sopraffazione, quando non c’è altro mezzo, anche con le maniere forti e i bastoni. A Torino, il 15 maggio, questa indomita cinquantenne che lotta per i diritti delle donne e per una società più giusta presenta la propria autobiografia Con il sari rosa, appena uscita per Piemme.” Il nostro obiettivo- racconta Sampat Pal- è combattere il fenomeno delle spose bambine. Questa è la prima emergenza.  Non che con questo il  problema dei matrimoni tradizionali non sia un problema ma per cambiare una tradizione di secoli ci vorrà tempo, non possiamo pensare di cambiare tutto subito”. Sampat Pal che è nata  dei mandriani, una delle caste più povere, era analfabeta, ma con una ribellione trasformata in canto ha saputo  ottenere attenzione da parte delle donne. “La nostra è una società molto tradizionale , se avessi semplicemente detto: donne ribellatevi , nessuna mi avrebbe ascoltato. Cantando canzoni popolari – racconta- il messaggio a poco a poco è arrivato”. Oggi il movimento messo in piedi da Sampat Pal conta migliaia di donne pronte a uscire allo scoperto per combattere per i propri diritti.

Simona Maggiorelli

da left-avvenimenti, 7 maggio 2010

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