Articoli

Posts Tagged ‘Somalia’

Uno scatto di libertà. La storia di Samìa.#stragemigranti

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 22, 2015

Samìa

Samìa

«Una piccola guerriera che corre per la libertà». Così il padre di Samìa Yusuf Omar, con orgoglio, raccontava sua figlia. La più piccola di sei fratelli, in una famiglia molto povera di Mogadiscio. Ma «nata con un talento: andava più veloce degli altri». Già da bambina Samia correva per gioco, ma anche per scappare dai pericoli della guerra in Somalia. E poi da adolescente, anche per sfuggire al destino di “reclusione” in casa riservato alle donne in un Paese così fondamentalista. Testarda e tenace, Samia inseguiva un sogno: partecipare alle Olimpiadi. Riuscendo ad allenarsi anche in una città in cui lo stadio era utilizzato come parcheggio di armamenti e mezzi da guerra. Fino ad essere davvero selezionata per rappresentare la Somalia alle Olimpiadi di Pechino del 2008.

Come racconta lo scrittore Giuseppe Catozzella nel romanzo Non dirmi che hai paura (Feltrinelli. Premio Strega giovani 2014), rievocando quel giorno straordinario in cui Samìa si trovò ai blocchi di partenza dei 200 metri accanto a campionesse di tutto il mondo. Lei esile, delicata, senza l’attrezzatura adatta, accanto ad atlete che, al confronto, sembravano delle culturiste.

non_dirmi_che_hai_pauraAnche se poi non bastò per vincere la gara, Samia decise di correre senza velo, per non esserne rallentata. E quella scelta, d’un tratto, ne fece «il punto di riferimento delle donne che lottano per i propri diritti , ma anche il bersaglio dei fondamentalisti nel mondo musulmano», ricorda Catozzella che ha ricostruito con passione la storia di questa ragazza, purtroppo finita tragicamente il 21 agosto del 2012, a largo di Lampedusa mentre, con altri migranti, tentava di raggiungere l’Italia. «Per 18 mesi aveva attraversato a piedi le aree desertiche della Libia per potersi imbarcare. Seguendo le orme della sorella maggiore, Hodan, che vive in Finlandia, come rifugiata», dice lo scrittore. Proprio grazie a Hodan, che dopo molte esitazioni, generosamente, gli ha permesso di leggere le lettere e i diari di Samia, Catozzella è riuscito a trovare dentro di sé una voce femminile, per raccontare in modo emotivamente forte, coinvolgente, tutta la vicenda.

La protagonista e voce narrante di Non dirmi che hai paura non è un’eroina tragica, ma una ragazzina viva e vitale che come tanti altri migranti cerca di realizzare un sogno, un progetto di vita, spinta da esigenze insopprimibili di libertà e di realizzazione umana. «Mi ero imbattuto nella sua storia per caso, nel 2012, mentre mi trovavo nelle isole Lamu per fare ricerche sui campi Taliban in vista di un nuovo libro», racconta il romanziere e ambasciatore Onu per i rifugiati, che il 4 ottobre 2014 ha  partecipato ai “Dialoghi mediterranei” organizzati dal Festival Sabir a Lampedusa.

catozzella«Quando ho saputo di Samia ho avvertito un istantaneo e, per certi versi inspiegabile, senso di responsabilità, proprio in quanto italiano. Io ero arrivato a casa sua, a Mogadiscio, comodamente a bordo di un aereo. E lei invece voleva arrivare a casa mia e non c’è mai arrivata. Al contempo la sua storia mi ha comunicato da subito una fortissima carica di coraggio e di libertà. Alle spalle avevo un libro sulla mafia al Nord. Dentro di me cercavo fortemente una storia che parlasse di coraggio. Mi volevo liberare in qualche modo da quei racconti così neri».

C’era anche l’urgenza di dare una rappresentazione dei migranti diversa da quella che offrono per lo più le cronache dei giornali? «Sì, ma questa è stata una presa di coscienza un po’ secondaria», risponde Catozzella. «Certo, questa storia permetteva di ascoltare e raccontare dall’interno l’epica dei migranti. Di ridare loro un volto, una voce. Arrivando a far immedesimare il lettore nel personaggio di un migrante. Quasi che alla fine della lettura si potesse sentire, egli stesso, un po’ un migrante. Questa è stata la scommessa che ho voluto tentare». Scommessa riuscita diremmo anche per le numerose scuole che hanno adottato questo testo, già tradotto in venti Paesi (e che presto diventerà anche un film).

Sfidando la fatuità di certa letteratura pop che va per la maggiore sui media, Catozzella non teme l’espressione «Letteratura civile». Citando fra i suoi modelli Beppe Fenoglio, l’autore di Una questione privata, «inarrivabile, per limpidezza del linguaggio. Il suo modo di raccontare è acuminato, doloroso, verissimo. Quando leggi Partigiano Johnny “vivi” quel periodo straordinario che fu la Resistenza». Catozzella è ancora romanticamente convinto che la letteratura (la bellezza) possa cambiare il mondo? «Credo che possa smuovere profondamente le menti, e aiutare anche piccoli cambiamenti concreti. Quando sono stato nominato ambasciatore Unhcr ho strappato una promessa: che l’Onu faccia in modo che la famiglia di Samia possa ricongiungersi insieme a Hodan, a Helsinki. È un piccolo gesto generato, alla fine, dalla letteratura. Più in generale – prosegue lo scrittore milanese – penso che la letteratura abbia il potere di accendere consapevolezze nuove, discorsi nuovi, fare addirittura rivelazioni. Se un romanzo è riuscito, comunica attraverso l’emozione, attraverso un contatto profondo con il lettore, che talora assume una consapevolezza nuova. La cronaca non ha questo “potere”». A volte è troppo piatta e, nell’aderenza assoluta alla realtà, finisce per tradirne il senso? «Esattamente. La letteratura invece confronta la realtà spiccia con l’universale. In questo modo cerca di renderla infinita, imperitura. Bisogna sempre puntare al massimo, poi si tratta di vedere se ci si riesce. La cronaca però non ci riesce mai, perché genera saturazione. Si occupa principalmente di quantità. All’opposto la letteratura si dovrebbe occupare di qualità e della stoffa della vita. La cronaca non entra nella vita, si occupa di tutto il contorno.

di Simona Maggiorelli, dal settimanale Left, luglio 2014



migranti, nel Mediterraneo

migranti, nel Mediterraneo

Non chiamatela fatale tragedia

Vergogna e responsabilità. Sono le sole due parole con cui posso commentare questo ennesimo naufragio di migranti», dice Giuseppe Catozzella, che nel libro Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, Premio Strega) ha raccontato la storia di Samìa, l’atleta somala che partecipò alle olimpiadi di Pechino del 2008 e che sognava di raggiungere Lampedusa per andare in Finlandia. «Provo vergogna, in quanto italiano e europeo. E mi sento responsabile per queste morti» aggiunge lo scrittore e ambasciatore dell’Agenzia Onu per i rifugiati. «Spero che un giorno le generazioni future si chiedano come sia stato possibile che noi restassimo solo a guardare. Come noi ce lo siamo chiesto dei nostri nonni di fronte all’Olocausto. Tutti sapevano. Tutta Europa sapeva. Eppure è accaduto lo stesso. La nostra è una doppia responsabilità. Nostra e dei governanti a cui abbiamo demandato il compito di prendere decisioni». Come quelle che hanno generato chiusure e politiche razziste. «Dobbiamo essere onesti e dire che le guerre in Africa le abbiamo sempre cercate e alimentate noi. Così come i vari fondamentalismi, da cui è nato l’Isis. Che è oggi una delle ragioni per cui così tanti ragazzi e ragazze scappano dall’Africa e dal Medio Oriente. Generiamo e alimentiamo conflitti e quando chi fugge dalle bombe viene da noi, lo respingiamo e lo facciamo morire».
Tragedia è la parola che si legge più spesso. Come se queste morti fossero ineluttabili, un destino, dovuto al fato. E non una strage che ha cause e responsabilità.
Il linguaggio usato dai media è perlopiù banalizzante e semplificatorio. Rientra nella logica giornalistica puntare tutto sulla notizia. Gli approfondimenti sono rari. Dello stillicidio di morti quotidiane di migranti non si parla. Bisogna aspettare che anneghino almeno centinaia di persone. Oggi come nell’ottobre 2013. Il linguaggio usato da giornali e tv è del tutto auto assolutorio. Si parla di tragedia, appunto. E questi ragazzi vengono comunemente definiti clandestini, illegali. Invece sono giovani costretti a scappare da distruzioni, carestie, persecuzioni. Non si riesce a vivere in un Paese che è in guerra da quando sei nato. Perché la guerra ti toglie ogni futuro. Se vuoi guardare avanti devi partire. Sai che con questi barconi potresti non arrivare mai. Ma sei forzato a farlo lo stesso.
Queste stragi di migranti sono il fallimento dell’Europa, rivelano ignoranza e mancanza di una visione dei rapporti fra nord e sud del mondo?
Sono il segno del fallimento dei valori a cui l’Europa dice di ispirarsi. Noi saremmo quelli che portano la democrazia nel mondo meno civilizzato. Qual è il vero volto della nostra democrazia? Quello di chi alimenta conflitti per il proprio tornaconto e poi non accoglie chi tenta di salvarsi? Se la nostra civiltà è questa, che valore ha? La verità, purtroppo, è che l’Europa crede che la morte sia il miglior deterrente possibile. Pensa che facendo morire questi ragazzi si sparga la voce e smettano di partire. Questa è una visione assolutamente miope e stupida. Nella storia ci siamo sempre spostati. Le migrazioni sono più forti della morte. E nessuno è mai riuscito a fermarle.
Parlare di accoglienza, come carità, non rischia di essere un altro modo per negare l’identità di queste persone che vengono per lavorare, che pagano le tasse, portando una ricchezza anche e soprattutto culturale?
Tutto questo viene assolutamente negato. Ciò che prevale è una visione miope, senza prospettiva. Manca uno sguardo a lungo termine. Come accade in alcune piccole aziende. Quando c’è crisi e gli affari vanno male, tendono a tagliare, per conservare un piccolo spazio. Può funzionare nell’immediato, ma lentamente porta al tracollo. La possibilità di circolare, di fare incontri, di avviare nuove iniziative è un fattore di crescita. Non solo dal punto di vista del capitale umano. Questi ragazzi sono disponibili a fare lavori che noi non facciamo più. Ma non è solo questo. Fanno anche nascere interessanti scambi fra Stati. La comunità somala o congolese, quella tunisina o egiziana, per esempio, stimolano rapporti fra il nostro e il loro Paese che altrimenti non esisterebbero. Sono potenziali scambi economici. Ma viene sottovalutato. Questi rapporti sono elementi di crescita culturale. Ma tutto questo viene cancellato.
Con il suo libro, 100mila copie vendute in Italia e tradotto in 22 Paesi, continua a viaggiare la storia di Samìa?
Sì, sono tantissime le persone che hanno risposto; è veramente incredibile come la storia silenziosa di una migrante sia riuscita ad arrivare a così tanta gente. Generando piccoli miracoli come la corsa annuale, in suo nome, promossa dall’Onu a Mogadiscio. La prima edizione si è tenuta lo scorso agosto. Abbiamo corso mentre si sentivano le granate e i colpi di kalashnikov. Abbiamo corso per la libertà e il sogno dei migranti. E per la prima volta Samìa è stata ricordata pubblicamente nel suo Paese da rappresentanti del governo. (Simona Maggiorelli) dal settimanale Left , aprile 2015

Annunci

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Leave a Comment »

La nuova letteratura viene dall’Africa. E ha voce di donna

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2010

Al suo esordio nella narrativa l’etiope Maaza Mengiste si segnala come uno dei talenti emergenti della scena newyorkese. In Europa, invece, la somala Nadifa Mohamed compone il nuovo epos dei migranti

di Simona Maggiorelli

Lo sguardo del leone è quello di chi, pur barcollando, si rialza con fierezza dopo aver subito un attacco micidiale. Per questo, a mo’ di metafora di un intero Paese, la scrittrice etiope Maaza Mengiste l’ha scelto come titolo per il suo romanzo d’esordio, appena pubblicato in Italia da Neri Pozza.

Con una lingua tersa, incisiva, senza ombre di retorica,in questo libro la giovane scrittrice (che oggi vive e insegna a New York) racconta di un’Etiopia che, dopo essersi liberata dalla violenta occupazione italiana vede le speranze della Resistenza tradite da militari etiopi che torturano, sfregiano, uccidono. Un golpe militare che il protagonista della narrazione, l’anziano medico Hailu, un giorno del 1974 vede annunciato da una pioggia di volantini. Dicono che l’imperatore Hailè Selassiè è stato arrestato e che il suo governo è stato destituito. Fra il 26 e il 27 agosto del 1975, il re, “il leone di Giuda” che aveva combattuto Mussolini venne soffocato e sepolto sotto le assi di una latrina, davanti all’ufficio del nuovo dittatore Menghistu. Intanto, per le strade di Addis Abeba, scorreva a fiumi l’entusiasmo di operai e povera gente che sognava una rivoluzione socialista. L”illusione durò poco. Al medico che ha aveva lavorato trent’anni all’ospedale Prince Mekonnen Hospital, ribattezzato Black lion Hospital dal nuovo regime, basterà che qualcuno bussi alla sua porta per lasciargli un sacco di plastica in cui è avvolta una ragazza in fin di vita, stuprata e torturata, per capire quanto violenta sia la mano del regime militare. Lui, “il medico che fa rivivere i morti”, si sente per la prima volta infinitamente stanco e impotente.

E’ così che, con lo sguardo del maturo medico e seguendo le vicende della sua famiglia, Mengiste tratteggia un appassionato affresco di storia dell’Etiopia del Novecento, “rievocando- annota lei stessa- l’essenza di quegli anni tumultuosi attraverso l’immaginazione”. Senza lasciare mai che la cronaca dei fatti, aridamente, prenda il sopravvento.

E una scrittura assolata, ricca di immagini e di echi di favole e miti della tradizione africana è quella che sceglie un’altra giovane scrittrice, la somala Nadifa Mohamed per mettersi sulle orme di un ragazzo che dalle terre occupate dai Ferengi (così venivano chiamati in Somalia i cattolici occupanti fin fai tempi delle crociate), dal golfo yemenita di Aden negli anni ’30 intraprese un disperato viaggio che lo poterà ad attraversare le vie desertiche degli attuali Libia e Israele fino a raggiungere poi, rocambolescamente, le coste dell’Inghilterra.

In Mamba boy (Neri Pozza) Nadifa racconta, in filigrana, la storia vera di suo nonno e di suo padre. “Volevo percorre a ritroso il loro viaggio – racconta a Terra la scrittrice che vive da molti anni in Gran Bretagna-. Anche perché lungo quella stessa rotta oggi si muove un’inarrestabile onda di persone. Non si tratta più di pochi intrepidi come nel secolo scorso, ma i pericoli che devono affrontare per sfuggire alla miseria e potersi costruire un futuro migliore, non sono affatto minori. Vanno avvertiti di questo,ma fermare questo flusso è impossibile e – aggiunge Nadifa- sarebbe un vero delitto. Senza contare che l”immigrazione arricchisce chi parte ma anche chi ospita, nel dialogo, anche se non sempre facile, con nuove culture”.

Ed è un canto d’amore per tutti i migranti quello che Nadifa ha composto in questo libro, scritto in un raffinato inglese ( “la lingua in cui sogno”, dice). Un romanzo che potentemente prende avvio con l’immagine di una donna incinta che nella Savana si assopisce sotto un’antica acacia. Un enorme serpente nero, un Mamba, le sale sulla pancia, ma al suo risveglio l’animale è già sparito nella sabbia. Da questo episodio, o forse sogno, della nonna di Nadifa si dipana la storia di questo coraggioso Mamba boy fra due continenti. E anche questo libro, intrecciando verità e invenzione, si legge come vivido spaccato di storia africana del Novecento. Di una Somalia che è stata violentata dalla colonizzazione e che, ci ricorda Nadifa porta ancora i segni delle ferite lasciate da italiani brava gente . “La cultura italiana da noi si è imposta con maggior violenza di quella inglese che ha avuto più tempo per una lenta penetrazione. E ancora oggi, nonostante la globalizzazione abbia internazionalizzato le rotte e accorciato sensibilmente le distanze, il rapporto fra Africa e Occidente non è cambiato. E’ sempre di sfruttamento. Oggi là uoi lavorare in un’industria americana, inglese o italiana, ma come si evince dalla storia degli anni 80 e 90, la mano d’opera africana, di fatto, è ancora schiavizzata.

dal quotidiano Terra 3 giugno 2010

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: