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Paolo Rossi, il mio cinema all’improvviso

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 1, 2010

Tra un instant film su Pomigliano, un libro e una regia lirica, il comico milanese è di nuovo giullare on the road. Il 5 agosto a Genova e l’8 sulle Dolomiti

di Simona Maggiorelli

Paolo Rossi

Tra un instant film sulla vertenza di Pomigliano d’Arco e la regia lirica de Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa che lo attende a Spoleto alla ripresa autunnale, Paolo Rossi torna a vestire i panni del giullare on the road: scendendo giù al Porto Vecchio di Genova per fare, sull’acqua, Il meglio di Paolo Rossi il 5 agosto. E poi arrampicandosi su fino alla conca fiorita di Prà Martin per riproporre il Mistero Buffo di Dario Fo «in umile versione pop» l’8 agosto nell’ambito della rassegna Suoni delle Dolomiti.  Del resto, il teatro popolare, è la sua prima e grande passione. La sua molla originaria. Tanto più in tempi di tv irreggimentata e di pesanti tagli alla cultura che lo fanno sommamente indignare. Perché «tagliando i fondi alla cultura – avverte – si impedisce ai giovani persino di immaginare di dire le cose. È una censura micidiale, silente, che non porta allo scandalo perché non è repressiva. E così crea vuoti generazionali». Senza contare che un processo di regressione culturale procede imperterrito in Italia ormai da una ventina di anni. «La tv commerciale – sottolinea il comico milanese – ha compiuto una “rivoluzione culturale”, ci ha fatto diventare tutti tifosi e spettatori. Di fatto ha tramutato il popolo in pubblico. E anche quando si parla di politica, in senso alto, gli italiani  oggi sembrano diventati tutti spettatori». Una situazione di narcolessia «generale e generalizzata» che nel teatrante Paolo Rossi ha fatto tornare la voglia  di ripensare il teatro popolare e gli strumenti che offre per stimolare nuovi pensieri. («Sarà che proprio nei periodi più neri – chiosa – quando tutti sono pessimisti, io sono ottimista: toccato il fondo, non si può che risalire»). Così Paolo Rossi si rimbocca le maniche non risparmiandosi in scena, ma lo fa anche sul piano più “teorico” mandando in libreria con la regista di Mistero Buffo Carolina de la Calle Casanova (sì, si chiama proprio così) un appassionato libro a più voci, La commedia è finita! (Elèuthera) in cui  Rossi dialoga intorno a una moderna idea di teatro popolare,  squadernando gli strumenti, i trucchi del mestiere, ma anche invitando idealmente il lettore nel backstage e nelle cene fra saltimbanchi nel dopo-spettacolo durante le quali, non di rado, «nascono le idee migliori». Ma Rossi con questo libro riesce a far entrare in scena anche le chiaccherate a notte fonda e gli incontri casuali con baristi, fan, benzinai, colleghi attori e albergatori, insomma tutto ciò quel mondo che ruota intorno al palcoscenico e che fa la vita e il lavoro del teatrante. Infilando fra una sigaretta e un autografo qualche piccola perla del genere: «Il potere, ‘o sistema, racconta falsità, menzogne. L’artista del teatro pop ne racconta di migliori». Oppure: «Sarà stato per il personaggio che interpretavo in una compagnia (un comico che studiava da ribelle), sarà stato per il periodo storico (questi anni settanta che secondo me devono ancora cominciare) o per il successo che ci accarezzava… ho avvertito subito il progetto di trasformarci tutti in marionette. Allora l’avevo intuito. Ma solo passato il giro di boa, quasi trent’anni dopo, ho capito che la mia intuizione era giusta e che anzi era già realizzata». E poi calando ogni maschera, con il coraggio che dà, talvolta, il parlare di notte, Paolo Rossi aggiunge: «Io ho avuto fortuna. Sono caduto. Cadere è come quando ti fanno i tarocchi e ti esce la carta della morte. Mica vuol dire sempre che si muore in senso fisico, magari ci vai vicino, ma poi è anche molto divertente riuscire a organizzare e assistere al funerale di una parte di te stesso. Del defunto rimane sempre il meglio… e poi come si fa a parlare male di un morto?».  Ed è davvero una rinascita artistica quella che il poliedrico Rossi sta vivendo fra progetti apparentemente molto distanti fra loro ma che lui riconduce sempre a un unico comun denominatore: il teatro popolare. Anche se a settembre al Lirico sperimentale Belli di Spoleto lei si darà alla regia lirica? «Il melodramma è teatro popolare in senso stretto» ci dice al telefono da Pomigliano in una pausa delle riprese del film  R.C.L.- Ridotte Capacità Lavorative prodotto da Mauro Berardi e Agenzia Multimediale Italiana (Ami), per la regia di Massimiliano Carboni. E questo docu-film sulla vertenza Fiat? «Un metodo di cinema all’improvviso si è sposato bene con un metodo di teatro all’improvviso. Vediamo se sarà così anche in fase di montaggio. Ora tutto passa a Massimiliano (Carboni ndr). Certo fare un film in quattro giorni non è cosa da poco…». Insomma Paolo Rossi ha inventato un nuovo genere cinematografico? «Non esageriamo – si schermisce -. Già altri registi si sono dedicati a lavorare sul canovaccio e non su una sceneggiatura compiuta. Non siamo certo i primi». L’importante, insomma, è farlo alla propria maniera.  Anche perché per dirla con Dario Fo: «Prendere ispirazione è cosa buona, copiare è da imbecilli».

da left-avvenimenti 30 luglio 2010

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Tra la coppa del mondo e Mandela

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 18, 2010

Dopo la sbornia dei Mondiali la letteratura aiuta a capire di più della Repubblica Sudafricana, il paese arcobaleno dove, finito l’apartheid, non cessano forti tensioni politiche e sociali. Lo racconta Ndumiso Ngcobo

African art

“L’apartheid è morto! Viva l’apartheid! Se il nostro grande scrittore Can Themba potesse risorgere… non troverebbe il Paese troppo cambiato. Avremo pure passato una quindicina di anni senza apartheid, ma dalle nostre parti ci sono cose dure a morire». Parole forti, dirette, che nonostante la sua sincera ammirazione per la battaglia civile di Nelson Mandela, lo scrittore sudafricano Ndumiso Ngcobo annota in Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi, appena uscito in Italia per i tipi di Voland.

Parole coraggiose che indicano la cruda realtà del “Paese arcobaleno” al di là dello schermo scintillante dei mondiali di calcio 2010. Spente le luci sull’evento mediatico che ha tenuto i tifosi di tutto il mondo appiccicati alla Tv, Ngcobo – anche con ironia e autoironia – ci aiuta a riabituare gli occhi alle cose nella loro luce naturale. Percorso da forti tensioni sociali e politiche, il Sudafrica è oggi in grande fermento dal punto di vista culturale ma anche un Paese ferito dal passato coloniale e, come ci ricorda Ngcobo, da un feroce razzismo che, ora che non ci sono più visibili fili spinati di apartheid a dividere l’upper class bianca dai neri delle townships, rimane tuttavia come pregiudizio mentale. E proprio questo complesso, e per molti versi contraddittorio, contesto, negli ultimi vent’anni è il tessuto su cui è cresciuta una letteratura alta, che parla con voce originale, nuova. Una multiforme galassia narrativa che case editrici italiane come Epoché, come edizioni e/o, come la stessa Voland ora ci permettono di conoscere più da vicino, portando in primo piano le nuove generazioni accanto alla presenza forte di autori come i Nobel Nadine Gordimer e John Coetzee (che da noi pubblicano per le majors, da Feltrinelli a Einaudi). Nuovi titoli che ampliano il nostro sguardo sul Sudafrica, così, fanno utilmente capolino sugli scaffali delle librerie. E mentre le edizioni e/o con il noir ad alta tensione Safari di sangue di Egon Meier denuncia gli scandali ambientali che colpiscono il continente africano, la coraggiosa Epoché propone il secondo romanzo del trentenne Kgebetli Moele, il crudo Tocca a te, che affronta il dramma dell’Aids, una malattia che in Sudafrica continua a diffondersi e a uccidere, non solo fra le classi più povere.

Tutta l’energia e il clima effervescente di una società giovane che viene dalle township, invece, è al centro del delizioso romanzo illustrato di Troy Blacklaws Bafana Bafana, «storia di calcio, di magia e di Mandela» (Donzelli), incentrato sull’avventura romantica di un ragazzino, nel villaggio chiamato Pelé perché ha il calcio nel sangue. La nazionale Bafana, bafana (che in lingua zulu significa i nostri ragazzi) – come si è potuto vedere in mondovisione – occupa un posto di primo piano nel pantheon dei miti sudafricani di oggi, non solo nei quartieri più poveri. Ma il “grido” Bafana Bafana risuona anche, in chiave sarcastica, nello spettacolo Bafana Republic del regista Mike Van Graan, storico partigiano della lotta anti apartheid o oggi pungolo critico, da sinistra, del governo sudafricano guidato dall’African national congress quando imbocca scorciatoie populiste. E il nome Bafana Bafana risuona immancabilmente anche nelle pagine romanzo autobiografico di Ngcobo da cui qui eravamo partiti e che affresca a colori forti la realtà dei trentenni di oggi, figli della classe media di Johannesburg. Da Van Graan a Ngcobo, Bafana Bafana, insomma, si fa metafora letteraria di quel collante nazionale che ancora manca in Sudafrica. è l’immagine di un sogno di riscatto soprattutto dei neri sudafricani che, per ironia della sorte, durante questi mondiali hanno rischiato di vedersi scippare la coppa proprio dalla nazionale di quel Paese, l’Olanda, dalla quale nel 1952 arrivarono i primi boeri.

Rinascimento nero. Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi (Voland) di Ndumiso Ngcobo è un romanzo dalla lingua scanzonata, pieno di spiazzante bonomia nel sovvertire i modi politically correct di trattare il razzismo. Classe 1972, Ngcobo è una delle personalità di spicco della scena sudafricana post apartheid, come scrittore di romanzi ma anche come critico sulla rivista Mail and Guardian e come blogger corrosivo. Sono «un guerriero zulu in giacca e cravatta, catapultato nella cosmopolita Johannesburg» dice di se stesso. «Con questo- aggiunge ironico – non voglio dire che me ne vado in giro intonando canti di guerra della tradizione zulu o che vado sgranando il rosario dei cristiani, ma solo che come molti altri sudafricani sono cresciuto in più di una cultura. E credo che questo si renda tangibile in ciò che scrivo, senza che io a volte mi renda conto». Dopo aver insegnato matematica in una scuola superiore, Ngcobo ha lavorato in una multinazionale del settore agroalimentare svolgendo le mansioni più disparate. «Una peggio dell’altra», accenna sorridendo. «Ma mi sono fatto una grande cultura sui modi aziendali dei bianchi». Nel frattempo ha sempre continuato a scrivere, «è il mio modo di vivere – confessa – come una formica che continua a far rotolare le sue briciole». A catalizzare la sua attenzione di scrittore è soprattutto ciò che accade nella testa delle persone, ciò che accade nei rapporti. «Relazioni non sempre facili- sottolinea – in questa nostra società dove tradizioni come quella cristiana e quella zulu hanno ancora troppa parte. creando continui cortocircuiti di comunicazione». Di cui Ngcobo nei suoi romanzi usa anche tutto il lato spiazzante, surreale, involontariamente comico. Così fra «nere snob, bianchi flippati, tassisti maleducati e via dicendo», Ngcobo fa finta di tracciare quello che ci si aspetta da uno scrittore come lui, ovvero «un acuto sguardo interetnico sul Sudafrica di oggi». Ma lui non si accontenta e va più a fondo. E accanto alle colorate, dinamiche, vitali township, il suo sguardo si ferma sui quartieri residenziali fuori città, «freddi e inospitali». «Oggi gli abitanti bianchi del mio stesso comprensorio – scrive – mi guardano dall’alto in basso con diffidenza. Atteggiamento da me ricambiato con un odio al calor bianco. Non fraintendetemi, se ci capita di avvicinarci a meno di 5 metri ci scambiamo pallidi sorrisi. Mica siamo selvaggi arretrati e incivili. Ma basta uscire da quel raggio e il pallido sorriso scompare». Parola di Ngcobo, in barba a quanti, per questo, lo additeranno come traditore del Rinascimento nero.

Strumenti.AFrica di carta

Nei nuovi scenari geostrategici del XXI secolo, l’Africa occupa un posto importante. Non solo dal punto di vista demografico. Grandi risorse non sfruttate e strutture e infrastrutture inadeguate, povertà e conflitti etnici, religiosi, culturali, tensioni economico sociali, instabilità politiche e violenze di regimi dittatoriali e inevitabili migrazioni di massa. Per capirne di più, urgono strumenti di conoscenza. Specialista di storia africana e docente all’università di Gießen, Winfried Speitkamp offre essenziali chiavi di lettura in Breve storia dell’Africa (Einaudi), ripercorrendo la storia del continente dalla preistoria a oggi, ricostruendo forme sociali, formazioni politiche e regni, culture e credenze, scambi e aggregazioni che hanno caratterizzato la vita delle popolazioni africane fino al dramma dello schiavismo e gli sconvolgimenti politici, economici, territoriali e antropologici prodotti dalle potenze coloniali, la decolonizzazione. Poi le guerre per l’indipendenza, la nascita dei nuovi Stati. Ne risulta un quadro d’insieme che tiene unite sia la prospettiva diacronica, interrogando gli stessi problemi in epoche e contesti estremamente diversi, sia la prospettiva sincronica, delineando un’introduzione chiara e approfondita a uno dei contesti salienti della nostra storia attuale. Ma un racconto appassionato sull’Africa si trova, in chiave di esperienza personale, anche nelle belle pagine di Made in Africa (Elèuthera), in cui l’architetto di Emergency Raul Pantaleo, con un viatico di Erri De Luca, ripercorre la storia di missioni in Sudan, Centro Africa, Sierra Leone, Darfur e in tutti quei Paesi dove l’associazione fondata dal medico Gino Strada continua a salvare vite umane.

da left-avvenimenti del 18 luglio 2010

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