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L’Ars vivendi di Michelangelo Pistoletto

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 16, 2013

Pistoletto, Venere degli stracci, Louvre 2013

Pistoletto, Venere degli stracci, Louvre 2013

Una mostra la Louvre e una autobiografia in forma di dialogo appena uscita. Il maestro dell’Arte Povera si racconta . E al Salone del libro di Torino il 20 maggio dialoga con Elkann a proposito di creatività.

di Simona Maggiorelli

I suoi quadri specchianti in mezzo ai capolavori dei maestri del Rinascimento italiano. Gli Oggetti in meno disseminati per le sale del Louvre, mente la Venere degli stracci e del “riciclo” fa bella mostra di sé a pochi metri dalla Nike di Samotracia. Fino al prossimo primo settembre il blasonato museo parigino celebra il maestro dell’Arte Povera in un percorso espositivo in cui la storia dell’arte dialoga con la ricerca del secondo Novecento. Classe 1933, Leone d’oro alla carriera nella Biennale di Venezia nel 2003 Michelangelo Pistoletto è forse l’artista italiano oggi più noto e celebrato all’estero. Intanto, a Biella lui continua ogni giorno a lavorare alla sua Cittadellarte, fucina internazionale di giovani talenti che arrivano da ogni parte del mondo. E a dialogare con chi lo va a trovare. Con quella calda disponibilità che da sempre lo contraddistingue.

«Il Louvre mi ha offerto una opportunità straordinaria – racconta -. Mettere in dialogo il nostro tempo con il passato per poi proiettarci verso il futuro è lo scopo di questa mostra. E il fatto che io avessi già realizzato opere con elementi che vengono dalla storia antica, permetteva di fare questo passo. La Venere degli stracci, addirittura, è tratta da una Venere che si trova proprio nel grande museo parigino. Certo gli stracci non c’erano nel Louvre, ce li ho portati io – scherza Pistoletto -. Rappresentano una fine corsa, un consumismo consumato, la fine di una storia. Mentre la Venere simboleggia l’eterna rinascita. Anche il corpo femminile rappresenta la rinascita continua. In questa mostra c’è il rapporto fra qualcosa che non cambia mai e qualcosa che muta sempre».

Un tema analogo si riscontra nei quadri specchianti, che legano visibile e invisibile, aprono lo spazio dell’arte a quello dello spettatore, ma soprattutto inglobano, si lasciano attraversare, dallo scorrere del tempo…

Nei quadri specchianti l’immagine specchiata è fissa, rappresenta un momento che poi non cambia più e si trova a convivere con il cambiamento continuo delle immagini riflesse nello sfondo specchiante. Si ritrova qui il rapporto fra qualcosa che cambia continuamente e qualcosa che non cambia mai. I tempi che cambiano e la memoria che rimane.

Sono passati dieci anni da quando fu abbattuta la statua di Saddam Hussein in Iraq: simbolo del potere dittatoriale ma anche di una monumentalità retorica non più praticabile. Tutto il suo lavoro, al contrario, ha sempre cercato di liberare la scultura dalla granitica immobilità, attraverso un dinamismo delle forme. È così?

La mia ricerca ha sempre teso a cercare una dimensione anti monumentale. Quanto alla statua di Saddam, pensi che dieci anni prima del suo abbattimento avevo realizzato un’opera in cui compariva la figura di una persona rappresentata a testa in giù, come se fosse caduta. Anche nel momento della caduta c’è una forza di ricreazione. Questa per me è la cosa importante. Anche nel momento in cui la corsa volge al termine c’è poi sempre una possibilità di ripartire.

Ripartire qui e ora. Il suo fare arte è sempre stato profondamente laico, privo di una prospettiva escatologica. Perché allora negli ultimi anni ha sviluppato un progetto che si chiama Terzo paradiso?

La seconda metà della mostra parigina è occupata dalla dimensione prospettica che consiste proprio ne il Terzo paradiso. La creatività per me oggi deve essere portata dall’artista oltre la barriera della speculazione economica del prodotto artistico. Deve diventare anche elemento attivo, funzionale, nella società. Ho voluto portare l’arte, la creatività nella vita sociale. Nel XX secolo abbiamo assistito a un fenomeno straordinario: autonomia e libertà hanno avuto un grande sviluppo. Si è arrivati ad una libertà totale, per cui l’artista può fare tutto quel che gli pare. Ma non può più essere libertà fine a se stessa. Perché la libertà fine a se stessa finisce per annullare la propria consistenza. Ci vuole un elemento di responsabilità che le faccia da contrappeso. Oggi bisogna comporre i due elementi: la libertà e la responsabilità. Che non è solo un fatto personale dell’artista, ma ha a che fare con la condivisione, con la capacità di intesa. Ora è il momento di portare alla gente ciò che l’arte ha conquistato, ovvero libertà e responsabilità, ma non come qualcosa imposto dall’esterno. Si tratta di offrire a tutti la possibilità diventare un po’ più liberi e un po’ più democratici. Questa è la nuova idea di un’arte democratica.

Nel libro intervista La voce di Pistoletto (Bompiani) che presenterà al Salone del libro di Torino, lei parla di arte democratica. E sottolinea la necessità di distinguere fra pensare e credere. Che cosa significa per lei?

Credere significa sposare un punto di vista definito, pre disposto. Significa affidarsi a qualcosa che pretende di essere il motore dell’esistenza senza averne alcuna prova. Così si finisce nella credenza religiosa. Pensare invece ha a che fare con il mio desiderio di sapere. Con una esigenza di rifiutare quello che viene imposto in modo senso dogmatico. Pensare significa mettersi in rapporto con quell’idea di libertà e responsabilità di cui parlavamo prima, significa aprirsi alle domande. Oggi viviamo situazioni nuove, facciamo delle scoperte. E abbiamo la capacità di verifica che viene dalla scienza. Da dove nascono le cose? Per rispondere bisogna pensare in modo libero. Una risposta mistica a una domanda scientifica non funzionerà mai.

Nel progetto i Temp(l)i cambiano lei se la prendeva in modo giocoso con ogni forma di monoteismo.

Di monoteismo, ma anche di politeismo che significa avere tanti dei. In un mio nuovo testo parlo piuttosto di omniteismo e democrazia Con la parola omniteismo intendo dire che siamo tutti coinvolti nell’attività di domanda e risposta. E solo su questa terra. Il Terzo paradiso è qui.

L’arte arriva allo spettatore anche sul piano dell’emozione. È una forma di pensiero potente anche perché non è solo razionale?

Personalmente ho sperimentato emozioni fortissime quando sono arrivato a scoperte che riguardano il rapporto fra statico e dinamico; che riguardano la fenomenologia del quadro specchiante: che dà risposte razionali, ma appaga da un punto di vista emotivo. Il quadro specchiante raccoglie una carica emotiva molto grande. Si può pensare veramente oggi a una vera fusione fra emozione e ragione.

 da left avvenimenti 11-17 maggio 2013

Recensione della mostra di pittura alla Galleria Continua di San Gimignano, 2015

Pistoletto, per Galleria Continua

Pistoletto, per Galleria Continua

Pistoletto sulle orme di Piero della Francesca

Non solo Expo. Per il quale Michelangelo Pistoletto ha realizzato una gigantesca mela, ricostruita nella sua integrità, per simboleggiare un nuovo, auspicato, equilibrio fra tecnologia e natura, (detto, con ironia, Terzo Paradiso). Il maestro dell’Arte Povera e promotore di un’ idea di scultura pubblica accessibile, capace di dialogare con il contesto e di invitare la gente a pensare, è anche – da sempre – pittore. Di autoritratti prima di tutto. Fin dagli anni Cinquanta. Dapprima concentrandosi solo sul volto senza riprodurre la propria esatta fisionomia e poi dipingendo figure intere, a dimensione naturale, con cui cercava di rappresentare ciò che è universale negli esseri umani. Una interessante serie di quadri di quel periodo è ora radunata nella mostra Michelangelo Pistoletto, prima dello specchio, realizzata da Galleria Continua a San Gimignano (Si) e aperta fino al 5 settembre . In un antico palazzo nella storica piazza della Cisterna (con affacci mozzafiato sul borgo medievale e sulla campagna senese) risplendono ritratti, quasi astratti, su fondo argento oppure oro, evocando la tradizione delle icone bizantine. Sono tele di differenti dimensioni e intensità che l’artista realizzò tra il 1956 e il ‘58.

In una, in particolare, si intravede la sagoma di un pittore che lavora su una tela stesa a terra. Un quadro che rivela l’attenzione dell’allora giovanissimo Pistoletto verso l’Action painting americana: nella Torino anni Cinquanta era una novità assoluta. Più che il risultato finale, ovvero quel groviglio di linee che divenne il segno inconfondibile di Pollock, era il gesto artistico del dripping ad affascinare Pistoletto; protagonista di un’avanguardia capace di esprimersi in forme essenziali, eleganti, quasi classiche.

In questa teoria di dipinti appesi a pareti su cui appaiono lacerti di affresco si coglie nettamente l’importanza della lezione arcaicizzante di Piero della Francesca. E in particolare la seduzione di un quadro misterioso e in certo modo eterodosso come la Flagellazione (1455-1460) che Pistoletto diciottenne aveva visto in Palazzo Ducale ad Urbino durante un viaggio con il padre. Ma questi quadri esposti a San Gimignano, fatti di immagini e luce, di paesaggi astratti ed evocativi – per ammissione del loro stesso autore – rimandano anche al cinema di Michelangelo Antonioni, a sua volta grande amante della pittura umanista e insieme primitiva di Piero. Proprio in questo gioco di influenze, rimandi, ricreazioni nacquero poi i celebri quadri specchianti di Pistoletto e questa mostra curata da Galleria Continua ci permette di comprenderne meglio la genesi. ( dal settimanale Left)

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Love the difference Amare le differenze

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 16, 2013

Pistoletto, Amare le diffrenze, Porta Palazzo

Pistoletto, Amare le diffrenze, Porta Palazzo

Di ritorno da Gerusalemme dove ha ricevuto un premio ( poi trasformato in borse di studio per giovani palestinesi ed israeliani) Michelangelo Pistoletto racconta la sua Cittadell’arte, fucina di progetti ideati da giobani talenti da ogni parte del mondo

di Simona Maggiorelli

Il museo di arte moderna e contempo- ranea di Nizza gli dedica una retrospettiva dal 29 giugno 2007. Ed è da poco rientrato in Italia da Gerusalemme dove ha ricevuto il prestigioso World Prize, assegnato da una giuria internazionale. Ma è a Biella, nella sua Cittadellarte, straordinaria fucina di idee e di talenti, che Michelangelo Pistoletto si sente al centro del suomondo: un universo creativo in continua evoluzione, in cui nascono decine e decine di progetti di arte, design, cooperazione sociale, di sperimentazione digitale, e a cui lavorano centinaia di giovani che da ogni parte del mondo vengono a Biella per frequentare l’ Università di idee fondata da questo grande maestro dell’arte. Uno dei pochi artisti italiani che è riuscito ad “esportare” le sue opere a far conoscere la sua poetica anche all’estero. Il successo è arrivato fin dagli anni Cinquanta con la famosa serie dei quadri specchianti, con opere che anche attraverso la scelta di materiali grezzi, semplici, naturali, cercando un avvicinamento fra arte e vita. Ma anche, programmaticamente, di dare una risposta estetica e al tempo stesso politica, alla piatta apologia delle merci che in quegli anni dominava il mercato dell’arte attraverso l’euforia della Pop art. Fu anche grazie alla ricerca di Pistoletto se, negli anni Sessanta, nacque quel “movimento”, poi diventato marchio di successo, che Germano Celant battezzò Arte povera e che resta ancora oggi uno dei momenti più alti dell’arte italiana del Novecento. Ma negli ultimi cinquant’anni, diversamente da altri “ex poveristi”, Pstoletto non si è limitato a sviluppare la propria poetica individuale. È uscito dal suo studio d’artista, da una concezione strettamente personale del fare arte, per aprire il proprio lavoro al sociale, alla polis. Elaborando una sua interessante pratica della creatività di gruppo. E proprio da qui, dal rapporto fra arte,società e politica, comincia il nostro incontro.

Pistoletto, a Gerusalemme ha ricevuto un premio, ma si è anche trovato a pochi passi dal muro, nel cuore del conflitto Israelo-palestinese. Che impressione ne ha avuto?

E’ stato un momento importante ma anche di forte tensione. Questo premio mi ha fatto particolarmente piacere perché non è un riconoscimento alla mia attività individuale. Di artisti bravi

al mondo, per fortuna, ce ne sono tanti. Questo premio mi è stato dato per come il mio percorso si è sviluppato nel progetto internazionale di Cittadellarte passando dalla dimensione personale ai rapporti plurimi.

Perché è stato anche un momento di tensione?

Un’associazione palestinese mi ha chiesto di rinunciare al premio. Ci ho pensato molto, perché ci sono grossi problemi legati all’occupazione violenta dei territori palestinesi da parte israeliana. Alla fine ho deciso di tra- sformare il premio ricevuto in tre borse di studio per giovani palestinesi e israe

liani che verranno a fre- quentare Unidee a Biella. Un modo per creare un punto di legame, per superare, almeno in questa piccola cosa, la contrapposizione frontale fra le due posizioni antagoniste. Per creare un’occasione d’incontro.

Michelangelo Pistoletto

Michelangelo Pistoletto

Per questo è nato il suo progetto Love the difference amare la differenza?

Love the difference è un movimento artistico per una politica intermediterranea. Lo scopo è creare una rete di rapporti, di situazioni di incontro. Vorremmo sviluppare un’idea di parlamento culturale intermediterraneo, perché senza rapporto non è possibile trovare una soluzione a situazioni così tese e drammatiche come quelle che esistono fra Palestina e Israele e che, invece, devono essere risolte.

Un parlamento culturale che ha già un’immagine concreta?

È un tavolo specchiante, una sorta di parlamento in miniatura. Di luogo in luogo vi facciamo incontrare intorno le persone che vogliono aprire un dialogo. Un passo simbolico che speriamo si trasformi presto in realtà vera.

Sedersi intorno a un tavolo per azioni di pace?

Sì ma non azioni di pace astratta. E, nel mondo delle idee e delle teorie. Da artista

mi sono trovato veramente nella condizione meravigliosa di capire che l’arte è un passaporto internazionale straordinario. Ho potuto varcare le frontiere con grande facilità e trovarmi a

mio agio in situazioni di conflitto. Ho pensato che questa esperienza dovesse essere messa a valore.

C’è una parola che lei usa spesso: “trasformazione”. Che significato le dà?

Parlo di trasformazione sociale responsabile. È questa la finalità, la missione della nostra Cittadellarte. L’idea della trasformazione non è soltanto estetica. Mette

estetica ed etica in condizione di diventare operative, nel sociale. Non arte individuale, staccata dal sociale, ma arte come motore di trasformazione sociale. Arte come iniziativa, creatività,

volontà, esempio.

Gli artisti, insomma, vanno oltre Marx, proponendo un’idea di trasformazione non

solo in senso economicistico, ma anche interiore?

Ci troviamo in un momento di svolta epocale: il progresso ci mette davanti a uno specchio e dobbiamo veramente guardarci negli occhi, capire che cosa possiamo fare per andare avanti.

Come si sa lo specchio ci fa anche guardare indietro: riflette anche quello che abbiamo alle spalle, porta a una retrospettiva e a una prospettiva delle nostre re- sponsabilità. Dobbiamo affrontare un presente di coscienza responsabile. Chi lo fa, sicuramente, ne avrà dei profitti in tutti i sensi.

In un mondo sempre più globalizzato è questo, per lei, il ruolo dell’artista?

Nel XX secolo l’artista ha realizzato una capacità autonoma di espressione. Ora questa capacità di essere centrali, autonomi, nelle decisioni, deve diventare una possibilità condivisa, di tutti.

Nel manifesto del suo progetto arte lanciava anche un altro messaggio: unificare le

distanze mantenendo le differenze.

E’ una frase che ho scritto nel 1994. L’ho tradotta in “amare le differenze”, diventato poi un movimento artistico per la politica mediterranea. L’idea è che le differenze siano un ricchezza e che l’umanità debba ancora scoprirle appieno. Parlavo di unità nelle differenze, come amore per le differenze. Non più come distacco, separazione e sopraffazione. Ma differenza come valore, qualità. Avvicinare le diffe- renze, ma senza eliminarle. Contro l’idea di una razza unica, noi puntiamo su un’i- dea di molteplicità. Più accogliamo le differenze meglio ci disponiamo anche alla nostra stessa identità.

Lei pensa anche a un’arte nello spazio pubblico e per lo

spazio pubblico?

Sì ma lo spazio pubblico è, da luogo a luogo, sempre differente. Da questo punto di vista sono tantissime le occasioni per introdurre la creatività e l’arte nello spazio pubblico.

Il gruppo, nel fare arte ,può essere una risorsa in più?

Ci sono più stimoli e quando sono più persone a cercare una soluzione sicuramente sarà più ampia e condivisa. La partecipazione e la cooperazione portano a una imprenditorialità moltiplicata, diffusa. Come si sta sviluppando il lavoro di Unidee, la sua università delle idee?

Unide è nata e si è sviluppata come una situazione estremamente aperta. C’è la possibilità di

progetto personale, di raggio locale, ma anche per ambiti ben più vasti. Qui a Biella si trovano insieme giovani con culture, con gusti, con aspirazioni diverse. E questo scambio di idee è fondamentale per una tra- sformazione sociale vera, comprendendo prima di tutto le necessità anche minime di ciascuno, coniugando il locale con il globale. Su questa base si fanno stage

molto stimolanti. Con una larga sperimentazione di nuove tecnologie.

I nuovi media permettono di abbattere le compartimentazioni fra generi ?

Noi puntiamo molto sulla comunicazione libera, sul rapporto straordinario che ci offre il free software mettendo in contatto l’individuo con altri individui, in una rete interindividuale che

può portare a diversi risultati. Anche “viziosi”. Oppure, al contrario, come noi vorremmo, a risultati virtuosi. Ma in questo scenario che guarda al futuro c’è anche la possibilità di risemantizzare tradizioni antiche. A Venezia un team di giovani artiste il 16 giugno inaugurano un’istallazione che recupera il lavoro delle merlettaie, per esempio. È un lavoro della Cittadellarte che abbiamo iniziato

due anni fa sull’isola di San Servolo. Da alcuni workshop è cominciata una collaborazione che è arrivata a coinvolgere l’intera isola di Pellestrina. La tradizione locale del merletto offriva una possibilità di rapporto interpersonale, di operosità, non solo legata a un’economia, ma anche finalizzata a una geniale e inaspettata composizione sociale. Le persone si sono messe in

azione guidate da questi giovani artisti e hanno realizzato un merletto lungo quanto l’isola che ne rappresenta anche una nuova identità.

Alla Biennale di Venezia, due anni fa, lei ha ricevuto il Leone alla carriera. Il 6 giugno si

apre l’edizione diretta da Storr e che vede, nel padiglione italiano, un ex dell’Arte povera, Penone, e un videoartista,Vezzoli. Cosa pensa di questa scelta?

Non ho visto la mostra ma mi pare basata su valori certi. Le scelte che sono state fatte mi sembrano assolutamente di qualità.

Negli anni Sessanta lei ha scritto una frase che spesso viene ripresa: «L’arte e la vita sono tutte e due una questione di durata». Tanto dura la mia arte tanto dura la mia vita, questo è il senso. Arte e vita come rispecchiamento l’una dell’altra. Vita vuol dire non solo produrre, ma verificare il prodotto durante il tempo della vita. Ma anche vivere l’arte e fare della vita arte. Ma c’è anche un’altra sua espressione che pare ancora oggi cruciale. Negli anni Sessanta lei diceva: non si tratta di cambiare le forme lasciando intatto il sistema..

Lo sottoscrivo anche oggi. Nel XX secolo c’è stata la grande rivoluzione formale dell’arte. Si è lavorato sull’estetica, si è pensato che cambiando la forma si potesse cambiare la sostanza.

È stato un grande sogno. Adesso possiamo recuperare quel messaggio, pensando di poter cambiare la sostanza. La forma è stata cambiata oltre ogni limite.Ora si tratta di passare dalla forma al contenuto.

 Da left avvenimenti 2007

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Creatività cercasi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 13, 2013

Maurizio Cattelan, installazione al MoMa

Maurizio Cattelan, installazione al MoMa

Il Salone del libro che prende il via il 16 maggio ha un interessante filo rosso: il tema della creatività. E chiama artisti,  critici, filosofi e scienziati a parlare di immaginazione e fantasia. Al Lingotto fino al 20 maggio. Cercando di capire dove va la ricerca internazionale dopo la fine della stagione delle artistar. Mentre è  già cominciato il count down per la Biennale di Venezia che si aprirà il primo giugno

di Simona Maggiorelli

L’ artista è l’essere umano«più libero che esista, perché può compiere un miracolo, può creare l’opera più bella partendo dal nulla. Solo l’idea conta davvero», dice Marina Abramovic sul nuovo numero della rivista Lettera Internazionale. In un’intervista rilasciata a Gioia Costa in cui l’artista rievoca il lungo itinerario che l’ha portata dalle provocazioni “patologiche” della Body Art a una Performing Art che mescola vari linguaggi, dalla videoarte al teatro, per comunicare più profondamente con le persone. «La leggenda è finita, i templi sono diventati musei e l’artista oggi ha il compito fondamentale di comunicare con la propria intuizione. Oggi la vera scommessa è riuscire a cambiare la consapevolezza delle persone. Facendo della creatività un motore di cambiamento delle persone e del mondo», dice l’artista di Belgrado. Con accenti utopistici non troppo lontani da quelli dell’ultimo Michelangelo Pistoletto.

Non a caso parliamo di due artisti, di generazioni differenti, ma entrambi emersi a livello internazionale negli anni Settanta. «Un periodo che fu molto stimolante per l’arte» commenta il critico Luca Beatrice, che il 19 maggio sarà al Salone del Libro per presentare il suo libro Sex (Rizzoli) che indaga la rappresentazione artistica del sesso e per parlare di creatività. Che è il filo rosso della prossima edizione della fiera dell’editoria.

A Torino, dal 16 al 20 maggio,  il tema della creatività vedrà una declinazione scientifica. In particolare, il 18 maggio, con la presentazione della nuova edizione di Bambino donna e trasformazione dell’uomo dello psichiatra Massimo Fagioli ( L’’Asino d’oro edizioni) e il 17 maggio con la lectio magistralis di Ian Tattersall, autore de Signori del Pianeta. La ricerca delle origini dell’uomo (Codice edizioni), in cui l’antropologo americano spiega come Homo Sapiens abbia prevalso grazie a una caratteristica specie specifica come la fantasia.
In un articolo intitolato Le artistar sono finite, trionfa la noia, su Il Giornale Luca Beatrice, di recente, ha scritto del tramonto degli “anni zero” dell’arte, imposti dal mercato e caratterizzati, per esempio, dall’ipervalutazione di artisti come Danien Hirst con i suoi squali in formaldeide «oggi andati incontro a un deprezzamento del 300 per cento». In giro si respira un’aria di «ritorno all’ordine», scrive Beatrice, ma la fine dell’euforia dei mercati «ci ha liberati dalla mondanità artefatta dell’ultimo Francesco Vezzoli e dall’arte dei pupazzi, dalle provocazioni gratuite, dalla cronaca elevata a storia a cui ci aveva abituati Maurizio Cattelan».

Vanessa Beecroft

Vanessa Beecroft

Nell’arte italiana oggi «c’è molto vintage – sottolinea il critico -. Non a caso alla Biennale di Venezia che aprirà il primo giugno si vedranno molte opere degli anni Settanta riportando le lancette dell’orologio su un tempo molto vitale per la nostra storia dell’arte. Senza contare che molti autori di allora sono ancora qui per raccontare quel periodo». Il lato positivo di questa «retromania è che l’arte oggi ha finito di cantare le magnifiche sorti e progressive del mercato», dice a left Luca Beatrice. Anche se nel mainstream proposto dalle gallerie e dai templi internazionali del contemporaneo, dalla Tate al MoMa, continuano a dominare artisti come Vanessa Beecroft con le sue raggelate rappresentazioni di donne, modelle, bambole meccaniche, che inneggiano a un’arte che non cerca più nemmeno lo choc del sangue e delle ferite della Body Art, ma propone l’anestesia, celebrando il vuoto. «Beecroft ben rappresenta l’era inizio anni Duemila di un tardo capitalismo ormai arrivato alla frutta» commenta il condirettore del Padiglione Italia alla Biennale d’arte del 2009. «Le sue donne nude e perfette non hanno nulla di sensuale, sono l’estrema punta di una rappresentazione del sesso ridotto a ready made».

Ma chi è l’artista oggi e come trova il suo pubblico? Se nel Quattrocento e nel Cinquecento andava a bottega giovanissimo e poi, da quel trampolino riconosciuto (specie se la bottega era quella di Raffaello o di un altro artista noto) entrava direttamente nel mondo dell’arte e delle commissioni ecclesiastiche o di corte, oggi quali sono i percorsi? «Nel Quattrocento l’arte era un mestiere. Oggi non più – risponde da New York Francesco Bonami -. Ma è anche vero che ai nostri giorni il mito del “dottore” ha reso il mestiere dell’artista una professione da residuo sociale…Almeno finché uno non diventa di successo. Non a caso c’è chi dice “mia figlia si è messa con un artistoide”. L’artista è l’artistoide oggi. E poi – approfondisce Bonami che sarà al Salone del libro di Torino il 18 maggio per presentare il suo nuovo libro Mamma voglio fare l’artista (Mondadori-Electa) -. Nel ‘400 l’arte era un fenomeno per pochi oggi è per tutti. E far contenti tutti e più difficile che far contenti pochi. Secoli fa una persona che non era un nobile vedeva al massimo un paio d’immagini sacre o artistiche nella sua vita. Oggi se ne vedono milioni. Creare un’immagine o una forma nuova che dica qualcosa di nuovo o solo qualcosa è una cosa ai nostri tempi difficilissima». Inflazione di immagini a scarso tasso creativo e, dall’altro lato, stupore, se non ostilità, verso chi si cimenta con la ricerca creativa, invece di cercare un impiego sicuro, sembrano connotare i nostri anni. «La ragione ed il calcolo sono oggi l’equivalente di denaro e successo; voler comunicare qualcosa senza altri scopi della condivisione è molto sospetto», commenta il critico fiorentino, direttore artistico della Fondazione Sandretto che è stato direttore della Biennale di Venezia nel 2003 .

Intanto però il mercato internazionale dell’arte e le vetrine delle Biennali europee e americane pullulano di opere all’insegna di un violento iperaelismo tardo pop o, più spesso, di opere iperconcettuali, freddamente astratte, autoreferenziali. Tanto che il filosofo Maurizio Ferraris ha scritto: «La morte dell’arte profetizzata da Hegel due secoli fa si è realizzata alla perfezione. Solo che non riguarda tutta l’arte ma solo l’arte visiva che si autocomprende come grande arte concettuale, o post concettuale. Mentre altre arti stanno benissimo e ne nascono di nuove», riprendendo i fili di un suo vecchio libro, La fidanzata automatica (Bompiani). «Credo che l’arte contemporanea abbia concluso un ciclo» commenta Bonami. E promette: «Racconterò questo nel prossimo libro Dall’Orinale all’Orale dove si parte da Duchamp e si arriva a Tino Seghal quello che usa le persone che raccontano qualcosa. L’arte deve raccontare qualcosa di altro che se stessa e quindi si riparte da capo».

«

Hegel

Hegel

Quella della morte dell’arte è una tesi che oramai vanta un bel tratto di storia- ricorda Tiziana Andina, docente d  Filosofia teoretica all’Università di Torino, autrice per l’editore Carocci, di Filosofia contemporanea,  ma anche di Filosofie dell’arte. Da Hegel a Danto. «Per primo l’ha formulata appunto Hegel. Riteneva che l’arte fosse destinata a risolversi nella filosofia, cioè in pura concettualità. Ma francamente non credo che questo avverrà mai. Penso che la previsione di Hegel non solo non si sia realizzata, ma che sia sbagliata sotto il profilo teorico. Filosofia e arte sono essenzialmente diverse, l’una non potrà mai risolversi nell’altra». Che cosa è accaduto allora? «E’ successo che la “storia dell’arte”, ovvero la narrazione elaborata nei secoli dagli esperti per leggere le opere, sembra non funzionare più – spiega Andina -. Non è più efficace per interpretare il lavoro degli artisti, frammentato in miriadi di sperimentalismi». Quando alla pratica artistica contemporanea «non credo che l’arte sia morta – dice la filosofa – e nemmeno che se la passi male. Penso piuttosto che tutta l’arte abbia molto sperimentato  propri linguaggi. Questo può apparire stucchevole o incomprensibile alla più parte delle persone, che preferiscono opere immediatamente figurative e arricchite di una connotazione emozionale». Nietzsche, però, sosteneva che le opere possono incidere sulle nostre vite in misura maggiore di quanto non riesca a fare un ragionamento ben formulato, cosa ne pensa? «Spesso l’arte ha la capacità di incidere profondamente sulle emozioni. La ragione dell’ “invidia” dei filosofi nei confronti degli artisti (pensiamo a quanto Platone maltratti gli artisti nella Repubblica ) ha probabilmente radici proprio in questa idea. Possiamo leggere dettagliate analisi filosofiche che riguardano questioni morali, ma leggere dei pensieri e delle emozioni di Raskol’nikov, in Delitto e castigo, quando prepara l’omicidio della vecchia usuraia, e poi dei suoi tormenti dopo che l’ha uccisa, ci porta a una comprensione “emozionale” di molte cose: che cosa vuole dire uccidere, che cosa significa essere esseri umani, che cos’è la compassione. Tutto questo ha una importanza grandissima per le nostre vite».

dal settimanale left, numero 18 in edicola fino al 17 maggio 2013

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L’impegno civile degli Intellettuali 2.0

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 4, 2013

Mario Merz "Che fare?" 1968-73

Mario Merz “Che fare?” 1968-73

 di Simona Maggiorelli

«L’unica capacità che ancora oggi dovrebbe contraddistinguere l’intellettuale è il fiuto avanguardistico per ciò che conta. Ciò richiede virtù tutt’altro che eroiche: il senso per quel che non va e che potrebbe andare diversamente; un pizzico di fantasia per progettare alternative, un poco di coraggio un’asserzione forte e provocatoria per un pamphlet». Così scrive il filosofo Jurgen Habermas ne Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa (Laterza, 2010). Salvo aggiungere: «Più facile a dirlo che a farlo. E lo è sempre stato».

E ancor più difficile è oggi, con il restringersi degli spazi per un dibattito pubblico di alto a livello. A cominciare dalle pagine dei giornali che offrono sempre meno approfondimento e riflessione critica. Come ci raccontano in queste pagine alcuni degli intellettuali più autorevoli della generazione intorno ai quarant’anni. Intanto la politica latita e le amministrazioni locali spendono i pochi soldi a disposizione per eventi che danno un immediato ritorno immagine invece di investire in biblioteche e musei connessi con il territorio. Ma c’è chi non si arrende. E dagli appelli pubblici, ai circoli di lettura, dalle proposte ad alto tasso di creatività di piccoli editori, alle occupazioni dei teatri, fioriscono le iniziative dal basso. Ed è un miracolo tutto italiano, visto che come ci ricorda Roberto Ippolito nel libro Ignoranti (Chiarelettere) l’investimento in Cultura in Italia è pari allo 0,19% del bilancio pubblico.

Sporcarsi le mani

Tomaso Montanari a L'Aquila

Tomaso Montanari a L’Aquila

Non ci sta Tomaso Montanari a svalutare l’impegno civile che, a suo avviso, dovrebbe procedere di pari passo al lavoro accademico. Docente di storia dell’arte all’Università di Napoli, 43 anni, lo studioso fiorentino è stato appena nominato dal presidente Napolitano commendatore dell’ordine al merito della Repubblica per il suo impegno in difesa del patrimonio d’arte. Promotore dell’adunata di storici dell’arte che si tiene a L’Aquila il 5 maggio ( a cui partecipa anche il neoministro Massimo Bray), Montanari interviene nel dibattito di left sul ruolo degli intellettuali cominciando con una precisazione: «Non credo che abbia molto senso parlare oggi di “intellettuali”, come categoria astratta – dice- . Ha senso, invece, parlare di comunità della conoscenza e della ricerca. Beninteso io stesso ho scritto un libro (A cosa serve Michelangelo?, Einaudi , 2011 ndr) sul tradimento etico, scientifico e politico della mia comunità, quella degli storici dell’arte italiani. Ma credo che chi ha il privilegio di lavorare nella ricerca abbia il dovere di fare entrare il metodo e, per quanto possibile, anche i risultati della ricerca nel discorso pubblico generale: dobbiamo incessantemente restituire il più possibile alla comunità civile che ci paga lo stipendio».

Il ministro Bray ad Onna

Il ministro Bray ad Onna

Un esempio? «Una delle cause della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione – spiega Montanari – è proprio l’incapacità degli storici dell’arte di parlare ai cittadini. Ora dobbiamo chiederci abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per spiegare “quanti e quali valori si trattava di proteggere” come scrisse Roberto Longhi all’indomani del bombardamento di Genova, nel 1944? Abbiamo provato ad essere davvero “popolari”, per farci capire dai cittadini che del patrimonio d’arte sono gli unici padroni’? Abbiamo fatto in modo che la storia dell’arte non serva solo agli storici dell’arte? Senza una nuova alfabetizzazione figurativa degli italiani, il patrimonio non si salva, e l’articolo 9 della Costituzione non si applica». Ma c’è anche un altro dovere che gli intellettuali non possono trascurare secondo Montanari: «Ogni ricercatore è anche, e prima di tutto, un cittadino. E oggi è il momento in cui ogni cittadino che ne è capace deve prendere la parola in pubblico, deve agire in prima persona “politicamente”: il che non vuol dire candidarsi a qualcosa, ma contribuire a costruire la “polis” con le proprie idee. Chi fa ricerca lo farà, si spera, condividendo con gli altri un modo meno conformista di guardare al mondo. Non perché è un’ “intellettuale”, ma perché come ricercatore è pagato per cambiare il mondo attraverso la conoscenza». Da qui la sua scelta di firmare l’appello di Settis, Bodei e altri? «Quando Barbara Spinelli mi ha chiesto se volessi firmare un appello al Movimento 5 Stelle perché si impegnasse a formare un governo ho detto sì. Personalmente pensavo a un governo a termine guidato da una personalità come Stefano Rodotà, che mi pare ancora l’unica via d’uscita possibile». Paolo Mieli, però, ha detto che voi firmatari eravate degli ingenui. «Certo rispetto a Mieli, lo sono – dice Montanari -. Mi chiedo, però, se in un Paese distrutto anche dal cinismo di alcuni squali navigatissimi sia proprio un gran difetto essere ingenuo. Ma la questione è un’altra. E chiedo a Mieli: per capire ciò che sarebbe successo alle elezioni era più utile leggere gli editoriali dei principali giornali italiani, o leggere un libro come Azione popolare di Salvatore Settis? Chi ha oggi strumenti migliori per capire il Paese? Dopo di che, ognuno deve fare il suo mestiere, e un appello non ha l’ambizione di produrre direttamente effetti in politica: ha il fine di spingere al pensiero critico individuale, di fare un graffio sulle coscienze».

La miopia della politica

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia

«D’accordo Settis, Montanari, Rodotà. Difficile non concordare con quanto propongono» chiosa Nicola Lagioia, scrittore, blogger, conduttore di Radiotre e editore per conto di Minimum Fax. «Quando con il sito Minima et Moralia abbiamo proposto Rodotà come presidente della Repubblica abbiamo avuto un’infinità di contatti. Ma sono pochissimi gli intellettuali come lui che parlano direttamente a tutti noi». Futuro gramo per gli intellettuali italiani? «Devo dire che sono piuttosto pessimista – ammette Lagioia – .Quando gli intellettuali scendono nell’agone pubblico si prestano a farlo secondo i codici di comunicazione della Tv,e dei grandi media; nolente e volente, si trovano a parlare il linguaggio del potere. E’ successo anche a Cacciari con Sgarbi a Servizio pubblico.

Anche se dicevano cose diverse, alla fine il linguaggio era lo stesso, quello della baruffa Tv. A cui Cacciari si è prestato involontariamente. Anch’io quando sono andato in tv mi sono accorto che alla fine ero costretto a parlare la lingua della comunicazione che non ha niente a che fare con la letteratura e con la cultura, perché sei costretto a parlare per slogan». E allora cosa resta? Scrivere la propria opera, fare un blog «anche se in Italia è difficilissimo bucare il cono d’ombra o di luce degli addetti ai lavori».

scuola_nuova_3 E non dipende solo dagli intellettuali: il problema più grosso in Italia, dice Lagioia, è la mancanza di interlocutori politici. «Se non ora quando, il movimento TQ, al Valle Occupato c’è stato nell’ultimo anno un bel fermento dal basso, ma non c’è stata risposta politica».

E se allarghiamo lo sguardo vediamo che «in Europa i Paesi che riescono ancora a tenere sul piano dello sviluppo sono quelli che più hanno investito in cultura e ricerca. Hanno politici che sono dei veri statisti, fanno investimenti di lungo periodo, guardando alle generazioni future, non alle prossime elezioni». Al contrario di quanto accade in Italia. «Da elettore di sinistra noto purtroppo che questi partiti non sanno neanche dove mettere le mani quando si tratta di scommettere sulla cultura – constata Lagioia -. Credono che la cultura siano i talk show, i programmi tv di Fazio, di Saviano, della Dandini, i pezzi di Scalfari.

Ma la cultura è molto più vasta. Non c’è solo Riccardo Muti per la musica, non c’è soloUmberto  Eco per la letteratura». C’è un distacco fra intellettuali e politica? «C’è uno iato enorme. I partiti, Pd compreso, hanno perso del tutto il polso della situazione, si accontentano della spettacolarizzazione. Allora ecco Lidia Ravera alla Regione Lazio e non importa quanto ne sappia di politica locale, ecco Nanni Moretti che alla chiusura della campagna elettorale urla “da Lunedì gli italiani non saranno più ostaggio di Berlusconi”. E poi sappiamo come è andata…»

Nostalgia del Novecento

Matteo Marchesini

Matteo Marchesini

Se nell’Ottocento e nel Novecento almeno fino alla Resistenza si poteva parlare di una élite di intellettuali che erano riconosciuti come tali da un pubblico, in rapporto a un’impresa di portata più ampia, che era poi quella della società in generale, oggi questo patto è venuto meno, nota il filosofo Rino Genovese nel suo nuovo libro Il destino dell’intellettuale (Il Manifesto libri): ora a prevalere è perlopiù l’esperto e il comunicatore di massa, mentre i meccanismi dell’industria culturale si fanno sempre più pervasivi e si riduce lo spazio per la dissidenza. Un’analisi su cui in parte sembra concordare anche il più giovane dei nostri interlocutori, lo scrittore e critico Matteo Marchesini, classe 1979, ma che in libri come Soli e civili (Edizioni dell’Asino, 2012) non nasconde una certa nostalgia per tipi intellettuali come Fortini, come Bianciardi o come il poeta Noventa.

«Gli appelli vanno anche bene, purché liberi dalla retorica e linguisticamente sorvegliati – dice Marchesini – ma prima di tutto bisogna capire come si configura la scena pubblica oggi e cosa significa essere reclutati come intellettuali: dagli anni Cinquanta in poi con la crescita dell’industria culturale significa in primis essere esaltati dal potere mediatico, a prescindere dalla qualità e consistenza del proprio lavoro intellettuale. Per questo – spiega lo scrittore bolognese – mi è molto cara la distinzione che faceva Fortini fra funzione intellettuale (che hanno tutti universalmente dal momento che fanno un lavoro intellettuale) e intellettuale come ruolo, che dà l’idea di un notabilato»

Franco Fortini

Franco Fortini

. Chi sono oggi gli intellettuali di “ruolo”? «Quegli autori che accettano di essere ridotti a divi Tv, quelli che sui giornali fingono di fare critica ma fanno pubblicità editoriale, quelli che ti offrono analisi da bar appena un po’ più raffinate invece di tentare una disamina dei meccanismi patologici del mercato editoriale. Più che invenzioni dei media come i Baricco, che ormai sono cosa vecchia, o gli Ammanniti – approfondisce Marchesini – mi colpiscono i tipi alla Michele Serra che mentre denunciano giustamente la corruzione morale e intellettuale dell’era berlusconiana accettano di scrivere certe trasmissioni tv e non si preoccupano di questa palese contraddizione. Molti di loro sono di provenienza marxista e dovrebbero aver sentito parlare di critica dell’ideologia, ma non dicono niente sui compromessi del loro lavoro. Se penso ai tipi alla Fazio e Saviano, poi, mi sembra davvero che sulla linea di Fortini abbia vinto quella del suo amico e avversario Pasolini, che puntava sulla mitizzazione della propria figura e chiedeva adesione totale o rifiuto. E allora come uscire da questo impasse? Dedicandosi con impegno al proprio lavoro di scrittura, torna a dire Marchesini, ma anche ricominciando a incontrarsi fuori da i riflettori. «La letteratura non è spettacolo. Intanto gli enti pubblici spendono per festival ed eventi cifre che basterebbero dieci anni alle biblioteche di quartiere. Con questo non demonizzo i festival ma a me piacciono le iniziative in cui le persone si incontrano e a mani nude per parlare di libri. Qui a Bologna l’associazione dell’Elefante, per esempio, organizzava serate di lettura in cui chiunque poteva proporre un testo da discutere e poi lo si faceva tutti assieme».

Viva la perdita di aura

Andrea Di Consoli

Andrea Di Consoli

«Chi sono, oggi, gli intellettuali? Sono la somma degli scrittori, architetti, filosofi, musicisti, registi, artisti, teologi, blogger, giornalisti, storici, docenti universitari, direttori di istituzioni culturali, antropologi, ecc. cioè la somma di tutti coloro che maneggiano quotidianamente idee, ideologie, pensieri, parole, materiali dell’immaginario, del pensiero, della cultura» dice lo scrittore e critico letterario Andrea Di Consoli.

«Dunque – prosegue – sono intellettuali tutti coloro che pensano in senso lato, cioè tutti coloro che lo fanno in maniera sistematica e non episodica». E in uno scenario sempre più allargato. «Di fatto il benessere moderno ha comportato una straordinaria proliferazione numerica degli intellettuali, perché la principale caratteristica delle società avanzate è la possibilità, da parte della massa, di abbandonare il lavoro manuale per il lavoro intellettuale».

twittE cosa porta con sé questo allargamento della cerchia degli intellettuali in Italia? «Comporta orizzontalità, pluralismo, frammentazione, affollamento. Ma perché dovrebbe essere un male? A mio avviso la perdita dell’alone ieratico e solenne che un tempo circondava alcuni intellettuali non è affatto da deprecare. Secondo me è un bene che in una società ci sia ricchezza di punti di vista, di argomenti e discipline, e pluralismo delle idee. Certo, questo comporta l’esperienza della solitudine per quasi tutti gli intellettuali (a parte per le poche figure superstiti di tipo novecentesco: come Eco, Magris, Saviano, Fo, Asor Rosa). Ecco – rilancia Di Consoli – è bello e liberatorio che ci sia tutta questa ricchezza intellettuale, ma sarebbe un errore, per invidia o per rancore, far passare l’idea ingenerosa e improduttiva che tutti gli intellettuali hanno lo stesso peso. Cambia in base alla caratura del proprio lavoro». Ma esiste uno spazio per gli intellettuali in Italia? «Sì a condizione che non si abbia in testa il dominante modello del successo mediatico. Gli intellettuali devono immaginare il loro lavoro e il loro impegno come tasselli di un infinito mosaico che tutti gli intellettuali concorrono a creare.

Poi, certo, ci sono quelli che riescono a piazzare cento tasselli, oppure tasselli bellissimi, e quelli che ne riescono a piazzare pochi, e magari poco cruciali per il disegno. Ma, una volta accettata fino in fondo questa umiltà e questa solitudine – rifiutando il pessimismo del “non contiamo nulla”, “la gente non legge”, “i giornali non ci cercano mai” – io credo che ciascun intellettuale possa fare con dignità e serietà la propria parte all’interno di un processo culturale che comunque è collettivo, corale»

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Anteprima Biennale di Venezia. Pietromarchi: “il mio padiglione italiano, fra arte e storia”

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 2, 2013

Biennale d'arte Venezia, 2013

Biennale d’arte Venezia, 2013

di Simona Maggiorelli

Lontano dall’idea che l’epicentro dell’arte sia, sempre e comunque, in capitali occidentali come New York, Londra e Parigi,  Bartolomeo Pietromarchi, curatore del padiglione Italia 2013 alla Biennale di Venezia è un attento e curioso esploratore anche di culture lontane, come quelle asiatiche.  Come racconta la bella mostra del giapponese Hidetoshi Nagasawa che ha voluto al Macro di Roma da lui diretto e la prossima retrospettiva romana dell’artista Ji Dachun, che riprende l’antica tradizione cinese per leggere il contemporaneo. Ma Bartolomeo Pietromarchi è anche e soprattutto uno studioso di arte italiana contemporanea.

Agli ultimi cinquant’anni della nostra storia il direttore del Padiglione Italia del- la Biennale internazionale di arte 2013 ha dedicato il suo ultimo libro L’Italia in opera, la nostra identità attraverso le arti visive, uscito nel 2012 per Bollati Boringhieri. Un volume in cui, forte dell’esperienza alla Fondazione Adriano Olivetti (che ha diretto dal 2002 al 2007) traccia un’appassionata mappa delle arti visive italiane che narrano il nostro tempo presente. Raccontando come l’Italia sia diventata «il soggetto di opere che con impegno politico e civile scandagliano le cronache quotidiane e i nodi irrisolti della nostra storia». «Opere che – scrive il critico d’arte – s’infiltrano tra le pieghe di realtà sommerse, scuotono le coscienze e aprono squarci di verità scomode o ignorate».

Pietromarchi, il pensiero espresso nel suo libro è anche alla base della collettiva inti- tolata Vice versa nel suo Padiglione Italia alla Biennale che si apre il primo giugno?

Bartolomeo Pietromarchi

Bartolomeo Pietromarchi

E’ un pensiero che giunge da lontano, che fa tesoro della lezione di Olivetti e si è sviluppato in un percorso che ho fatto in questi anni seguendo, con studi e mostre, sia gli artisti della mia generazione, nati intorno al ’68, sia quelli della generazioni precedenti. Il Padiglione italiano rappresenta per me un passaggio ulteriore, un approfondimento ma anche un sostegno e una promozione dell’arte italiana degli ultimi anni. Ci credo moltissimo. Ci sono molti artisti validi nel nostro Paese ai quali però manca un sostegno quantitativo e continuativo. Molto spesso gli artisti italiani devono trovarsi le proprie occasioni andando all’estero. Qui non trovano chi li sostenga con una strategia. Mi piacerebbe che questo mio lavoro potesse essere un segnale di come si può e si deve fare a livello istituzionale. Con un po’ di creatività, che è la cosa fondamentale

Tra il caos della collettiva organizzata due anni fa da Vittorio Sgarbi e l’aristocratica mostra di Ida Gianelli che scelse due soli autori, lei come si collocherà?

Ho scelto 14 artisti. Il progetto Vice versa prevede 7 ambienti: di cui 6 sono all’interno del Padiglione e uno è nel Giardino delle Vergini. Ogni ambiente ospiterà due artisti per volta, accostati in un dialogo ideale sulla base di affinità sia tematiche che processuali. È pensato come una riflessione sulla loro opera. Ma il curatore ha anche il compito di aiutare gli artisti, di metterli nelle condizioni perché possano esprimersi al meglio.

Un esempio di “connessione”?

ca-giustinian-biennale-veneziaQuella fra Fabio Mauri e Francesco Arena sul tema del corpo e della storia, per esempio. Entrambi hanno interpretato passaggi importanti della nostra storia: Mauri, il fascismo, Arena, il terrorismo. Ma filtrati attraverso il proprio corpo.In Mauri la performance. Con Arena ritroviamo quei suoi lavori che fanno riferimento al suo corpo come misurazione delle cose.

L’attenzione al sociale ha sempre connotato fortemente il suo lavoro di curatore. Anche in questo caso?

Sì, per me l’arte è inscindibile da una prospettiva sociale. E i veri artisti interpretano il loro tempo. Questo nel Padiglione sarà estremamente evidente. Da curatore penso sia importante arricchire il lavoro degli artisti con la sociologia, con la storia, con la politica, in senso alto. Anche con la geografia. A Venezia ci sarà, per esempio, Luigi Ghirri che ha lavorato tantissimo sull’idea di paesaggio. Così come Luca Vitone. Saranno insieme nella stessa stanza. In tutto il mio percorso è sempre stato vitale questo tipo di approccio.

Già questo è un elemento di novità rispetto al main stream che va per la maggiore nei musei occidentali…

Forse sono meno visibili di altri ma ci sono artisti che affrontano questioni a livello globale, non solo a livello locale. Parlo di un’arte che ha riflettuto sulle tematiche del territorio, del sociale, a livello politico. Un tipo di arte con cui molti della mia generazione sono cresciuti. Il tipo di arte di cui lei parla è ascrivibile a una dimensione di mercato. E in effetti in questi anni a prevalere sono state altre logiche, legate a derive di quel sistema. Il mercato in sé non sarebbe un male ma negative sono le derive del mercato, quando il mercato diventa speculazione, quando diventa pura finanza e alcuni musei, gallerie e molti collezionisti hanno rivolto l’attenzione a quell’aspetto. Con la crisi, oggi, questo sistema si è molto ritratto. Un tipo di arte di “successo” fa già parte di un panorama passato. E un altro modo di fare arte penso abbia ora la possibilità di essere più visibile.

La crisi, paradossalmente, ha avuto effetti positivi?

Positivi fra virgolette. Virtualmente positivi. Anche questo sarà evidente a Venezia. Gli interventi saranno molto secchi, le opere non voglio dire che siano dure, ma avranno un aspetto di grande impegno. Anche rispetto allo spazio, che sarà molto forte, molto caratterizzato. Gli artisti stanno sviluppando dei progetti che reagiscono al contesto. Visivamente sarà un percorso teso. Di certo non farà leva sulla decorazione.

Nelle ultime tre edizioni della Biennale d’arte, nella mostra internazionale, ha prevalso l’arte concettuale, quella più autoriflessiva, razionale, disseccata. Al confronto le ultime edizioni delle Biennali architettura sono apparse più ricche di fantasia, “calde”, coinvolgenti. Forse perché l’architettura deve tener conto dell’abitare umano.

C’è una distinzione da fare: mentre i padiglioni nazionali presentano delle monografiche o comunque contano su un numero limitato di artisti e lì si può fare un discorso curatoriale, la mostra principale, quella internazionale, ha a che fare con più di cento artisti; ha a che fare con tutto e con tutti, l’obiettivo è far vedere, documentare ciò che sa accadendo. Con titoli molto ampi. Per usare un eufemismo. Titoli del tipo “Fare mondo”, “Illuminazioni”…

Massimiliano Gioni

Massimiliano Gioni

Ma non è responsabilità anche di quelli che Bonito Oliva chiama «curatori camerieri»?

Certo, c’è chi tenta di dare una propria visione e chi fa un lavoro più di servizio. Non è il caso di Massimiliano Gioni (il direttore della Biennale 2013, ndr) a mio avviso, che invece ha individuato un tema molto interessante e guarda anche fuori dal mondo dell’arte recuperando aspetti antropologici, sociologici, intorno al tema dell’archivio e della classificazione.

Con uno sguardo al mondo della moda?

No, decisamente.

Lei ha sempre detto che le piace collaborare. Con Gioni avete avuto modo di confrontarvi in questi mesi?

Collaborare è una parola grossa in questo caso. Il tempo è pochissimo. Però ho trovato molti punti di contatto nella scelta dei temi, c’è un contesto che ci unisce. La collaborazione invece si è sviluppata nel grande team che sta lavorando al padiglione e per la realizzazione del catalogo: ho invitato più autori – fra loro Marco Belpoliti, Elena Volpato e Stefano Chiodi – ad affrontare le tematiche sviluppate dagli artisti nelle varie stanze. Questa riflessione sfocerà in un convegno ad ottobre dove riprenderemo i fili di quanto succederà in Biennale.

dal settimanle left

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Van Gogh at work. Duecento opere in mostra

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 1, 2013

Van Gogh Starry nights

Van Gogh Starry nights

Fino al 12 gennaio 2014  una grande retrspettiva del pittore olandese ad Amsterdam. Per il quarantennale del Museo Van Gogh.  Appena restaurato

di Simona Maggiorelli

Il suo modo di dipingere all’apparenza spontaneo. La pennellata selvaggia e vibrante. La scelta dei colori quasi espressionista e dalla forte risonanza interiore. E poi la dirompente visionarietà dei suoi paesaggi solitari e le sue sommarie e quasi primitive scene di vita contadina, che formano un ruvido epos popolare. Nella breve e bruciante parabola artistica di Vincent Van Gogh (1853 -1890) tutto sembra parlarci di un talento innato e originalissimo, che si sviluppa lontano da tutto e da tutti. Di pari passo, la sua tormentata biografia, punteggiata di slanci verso gli ultimi e totale chiusura in sé, di tentativi disperati di unirsi a comunità di artisti e violente rotture, fa pensare a un artista in conflitto mortale con la società e le convenzioni, fino all’autolesionismo.

Tutto questo ha alimentato il mito di un Van Gogh “genio folle”. Che nel ‘900 ha portato alle stelle le quotazioni delle sue opere, a dispetto dell’assoluta indigenza in cui il pittore olandese trascorse tutta la sua breve esistenza. Negli anni Venti, in particolare – come ci è capitato altre volte di ricordare – fu lo psichiatra e filosofo esistenzialista Karl Jaspers a rinchiudere definitivamente Van Gogh nella gabbia del genio maledetto. Nelle pagine di Genio e follia Strindberg e Van Gogh (Raffaello Cortina) Jaspers lo descriveva come artista in preda a un furore sordo nel dipingere, sostenendo poi che «il più alto grado del suo sviluppo creativo coincideva con il momento più eclatante dell’esplosione della turba psicologica». Salvo poi aggiungere: «Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita».

Van Gogh at work

Van Gogh at work

Ma se la moderna psichiatria ha del tutto sconfessato questo assioma dimostrando che non ha alcuna fondatezza scientifica, più duro a morire nella cultura corrente è il binomio arte e pazzia. A smontare questo luogo comune è ora anche la grande mostra Van Gogh at work che si apre il primo maggio ad Amsterdam per i quarantennale della fondazione del Museo Van Gogh, da poco restaurato. Ad anticiparne i contenuti a left è la stessa curatrice, Nienke Bakker:«La mostra raccoglie per la prima volta ducento opere di Van Gogh. Oltre ai dipinti e ai disegni della nostra collezione i visitatori troveranno importanti prestiti da musei internazionali, come la National Gallery di Londra, dalla quale, per esempio, proviene una versione dei Girasoli che abbiamo affiancato a quella conservata qui. Sarà interessante – sottolinea Bakker – poter fare un confronto dal vivo fra le due opere, così come fra le due versioni de La stanza da letto, una delle quali arriva dall’Art Istitute di Chicago». Il percorso della mostra, che resterà aperta fino al 12 gennaio 2014, si dipana sui quattro piani del Museo e segue un filo cronologico. «In cui però abbiamo inserito delle finestre tematiche – spiega la curatrice – che riguardano i materiali e gli attrezzi usati da Van Gogh, i diversi tipi di tela, i colori e le vernici che sperimentava. Contrariamente a quanto si pensa – aggiunge Bakker – Van Gogh era molto attento a queste questioni e studiava assiduamente i vari tipi di tecniche pittoriche». Un aspetto che emerge con chiarezza dalle lettere. Di cui nel 2009 è uscita finalmente l’edizione critica completa, frutto di una ricerca durata quindici anni.

Van Gogh, Camera da letto , Chicago

Van Gogh, Camera da letto , Chicago

Un’opera in sei volumi che raduna le 2mila lettere di Van Gogh che sono giunte fino a noi, di cui il novanta per cento è conservato proprio al Museo di Amsterdam. « L’edizione critica delle lettere è alla base della mostra Van Gogh at work – spiega la curatrice -. Dall’epistolario sono emersi elementi che ci hanno permesso di approfondire aspetti ancora poco noti del suo lavoro, come il tempo e l’impegno che dedicava alla propria formazione. Diversamente da Picasso che aveva un talento naturale e che a quattro anni disegnava già in modo straordinario – sottolinea Nienke Bakker – Van Gogh dovette applicarsi molto per progredire nella propria arte. E vi si dedicò consapevolmente. Vincent  non era un talento “selvaggio” e non era affatto chiuso alle novità. Si interessava alle nuove tendenze della sua epoca. Anche per questo in mostra, accanto alle sue opere, sono esposte tele di Gauguin, Monet, Seurat e di altri artisti impressionisti». Ma dall’edizione critica delle missive, scritte in olandese, francese e inglese, emerge anche che l’ininterrotto flusso di ricerca del genio olandese aveva un preciso filo rosso. E’ come se, lettera dopo lettera, si dipanasse davanti ai nostri occhi un vero e proprio libro sull’arte della pittura. In questi scritti d’occasione Van Gogh formula pensieri “filosofici” e sull’arte, in modo stringente, quasi aforistico, alternando prosa e schizzi. La sua scrittura è forbita, letteraria, e insieme schietta. Rivela un lettore colto. Come si può evincere anche dalla scelta di Lettere a Theo pubblicate in Italia da Guanda.

Van Goghe lettere

Van Goghe lettere

Da quelle pagine emerge con forza la sua idea di fare arte «per la gente». Come fosse una sorta di servizio all’umanità, da svolgere fuori dalle congreghe ecclesiastiche e borghesi (le lettere sono piene di suggestioni socialisteggianti). La sua ambizione era riuscire a cogliere l’essenza delle cose, la loro verità più profonda, con uno stile personale.

Ci riuscirà in un tempo concentrato, poco più di dieci anni, partendo da una immersione totale nella realtà e nel paesaggio fino ad arrivare al totale abbandono della mimesis come calco del reale. Van Gogh non arriverà a distruggere la figura come faranno ad inizio Novecento i cubisti, ma certe sue oniriche deformazioni ci dicono già di un tentativo di cogliere una realtà invisibile al di là della superficie delle cose. Per raggiungere questo obiettivo sente di aver bisogno di acquisire e di saper padroneggiare le varie tecniche, come mezzo essenziale per poter esprimere il proprio mondo interiore, per riuscire a dare forma a ciò che rischiava altrimenti di andar perduto. La mostra di Amsterdam lo racconta con un percorso che attraversa tutte le fasi del lavoro vangoghiano, dai disegni a china, paesaggi graffiati quasi incisi nella carta, ai primi esercizi per apprendere il disegno e la prospettiva studiando su manuali come la Guide de l’alphabet du dessin (1880) di Armand Cassagne. Poi le prime ombreggiature a carboncino.

L’immagine si approfondisce. Va a lezione da Anton Mauve per apprendere le tecniche dell’acquerello. Con cui Van Gogh traccia paesaggi evocativi, intinti di malinconia. Poi l’ostinato e ambizioso tentativo di rappresentare la figura umana, scansando il dettaglio dei ritratti individuali, cercando l’universale. Per un periodo dipingendo singolari personaggi senza volto (su cui avanza alcune interessanti ipotesi interpretative Mariella Guzzoni ne L’infinito specchio, et al.Edizioni, 2012). Poi la scoperta del valore espressivo del colore: dalla tavolozza di terre dei Mangiatori di patate ai colori piatti, irrealistici e squillanti del periodo giapponese (ad Amsterdam è esposto il Ritratto di Père Tanguy) fino al totale abbandono del disegno – Van Gogh a questo punto non ha più bisogno di griglie strutturanti – e alla costruzione di paesaggi di solo colore. Procedendo sempre più verso uno stile personale, coraggioso, che riusciva a sussumere tutto ciò che aveva fin lì appreso senza che ve ne fosse più traccia esplicita.

 dal settimanale Left-avvenimenti

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Scandalosa Venere. Da Tiziano a Manet

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 27, 2013

Eduard Manet Olympia (1863)

Eduard Manet Olympia (1863)

La scandalosa Olympia (1863) di Manet è arrivata  a Venezia. Offrendo la straordinaria occasione di un confronto dal vivo con una delle sue fonti: La Venere di Urbino di Tiziano.

Grazie alla collaborazione fra il Museo d’Orsay con musei americani e britannici in Palazzo Ducale a Venezia, fino al primo settembre,  nella mostra

Manet, ritorno a Venezia si possono vedere ottanta opere di Édouard Manet (1832-1883), fra le quali Il balcone e Il pifferaio, in un percorso, espositivo curato da Stéphane Guégan, che punta ad indagare i rapporti fra il pittore francese e i maestri dell’arte italiana che furono un punto di riferimento forte nella sua formazione (insieme agli spagnoli Velàzquez e Goya).

Al centro della mostra veneziana, coprodotta da 24 Ore Cultura – come accennavamo – c’è l’incontro al vertice fra due capolavori assoluti del nudo come l’Olympia e la Venere che Tiziano dipinse nel 1538 per Guidobaldo II Della Rovere , due capolavori che, in epoche diverse, fecero aggrottare la fronte di molti benpensanti.

Quella di Manet per il piglio crudo e diretto con cui l’artista ritrasse la sua amante nella posa di una prostituta, in mezzo ad aggetti quotidiani e con un’espressione vagamente plebea, come ebbero a dire i curatori del Salone dei Rifiutati che nel 1863 rimandarono al mittente Le déjeuner sur l’herbe in cui Manet ricreava il Concerto campestre (1510) di Giorgione, rappresentando la sua amante e modella completamente nuda in primo piano, fra uomini vestiti di tutto punto. L’opera fu giudicata oltraggiosa e come l’Olympia scatenò una ridda di polemiche.

Tiziano, Venere di Urbino (1538)

Tiziano, Venere di Urbino (1538)

Certo il linguaggio pittorico di Manet era radicalmente innovativo, per il violento contrasto dei toni,  l’assenza di prospettiva, per la provocatoria quotidianità dei soggetti rappresentati, per la scelta di colori piatti e l’accentuazione dei contorni alla maniera antirealistica, tipica delle stampe giapponesi. Ma tutto questo non basta a giustificare il biasimo che l’Olympia valse al suo autore.

Pietra dello scandalo, a bene vedere, era il fatto che una modella, presenza normale e accettata anche nuda negli studi di artista, si facesse poi vedere a spasso con il suo mentore-artista.

In epoca ben diversa, in quel Cinquecento in cui su cui si allungava l’ombra della Controriforma, Tiziano fece un passo se possibile ancor più ardito scrivono Guy Cogeval e Isolde Pludermacher nel catalogo Skira che accompagna la mostra:   «La Venere di Tiziano è un capolavoro di erotismo – notano i due studiosi – la testa leggermente inclinata, lo sguardo insinuante, il corpo abbandonato tra i morbidi  cuscini, i capelli d’oro, la luce riflessa che sembra accarezzare la pelle nuda, fanno da scrigno all’improbabile gesto della mano sinistra.Tiziano rappresenta in realtà una donna che si tocca il sesso mentre ci guarda, un unicum nella storia del nudo femminile».

Edouard_Manet_016 Un gesto così inusitato e irraccontabile «che molti commentatori d’epoca, non ne parlano affatto. Glissano».

Il coraggio di Tiziano, va detto, si deve certo alla libertà che si era guadagnato con una fama che, grazie alla committenza dei sovrani di Spagna, dilagò a livello internazionale, ma si deve anche alla atmosfera di colta libertà che si respirava alla corte di  Urbino e al fatto che questa Venere arditissima fu commissionata a Tiziano dal duca Urbino, espressamente per la sua camera da letto nuziale. E a Manet che conosceva bene Venezia (fu in Italia nel 1853 e nel 1857) , certo sarebbe piaciuto vedere questo capolavoro di Tiziano ( che aveva copiato dal vivo agli Uffizi) vicino alla sua Olympia.

Così come il suo Il balcone accanto alle Due dame di Carpaccio che in Palazzo Ducale sembrano richiamarsi per la strana sognante fissità dei soggetti femminili rappresentati. Confronto altamente suggestivo anche se forse non supportato da riscontri filologici. Che fa risaltare il personalissimo e ispido modo di Manet nel dipingere i ritratti. Soprattutto quelli femminili. Improntati a una cerea distanza. Come ha raccontato la retrospettiva dedicata dalla Royal Accademy di Londra proprio alla ritrattistica del pittore francese , appena conclusa.

(Simona Maggiorelli)

 dal settimanale left-avvenimenti

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Trubbiani, il miglior fabbro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 24, 2013

l'allestimento della mostra di Trubbiani ad Ancona

l’allestimento della mostra di Trubbiani ad Ancona

Strano e affascinante personaggio Valeriano Trubbiani che dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso porta avanti una sua ricerca personalissima nell’ambito dell’arte, infischiandosene delle mode e delle correnti, di ciò che si muove nel panorama internazionale ma anche in casa nostra. Nelle sue appartate terre marchigiane  – prima a Macerata e poi ad Ancona – l’anarchico e provocatorio Trubbiani coltiva con appassionata ostinazione un proprio universo immaginifico, animato da bizzarre creature, figure fantastiche, lucenti animali fusi in bronzo con grande maestria artigianale, ancestrali segni e simboli di popoli scomparsi o forse esistiti solo nella sua mente.

Un universo che da oltre un cinquantennio sembra vivere di vita propria, slegato dalla realtà. Ma che a uno sguardo più attento rivela una inquieta e sferzante critica alla società e alla cultura in cui viviamo. I suoi vessilli di potere medievale ridotti a grotteschi totem, le sue selvagge invasioni di «topacci» (come li chiamava Fellini), le sue macchine agricole trasformate in monumenti ci raccontano di un indomito spirito d’artista, riottoso ai concitati ritmi della vita contemporanea e irridente verso i suoi idola.

Con piglio corrosivo, che nasconde un fondo di pessimismo leopardiano, Trubbiani si presenta come moderno erede degli artisti rococò e barocchi nel costruire mirabilia scintillanti di metalli nobili oppure, all’opposto, ricavati da materiali poveri come il legno. Come la portentosa macchina scenica che – con la complicità degli architetti Massimo Di Matteo e Mauro Tarsetti – Trubbiani ha realizzato nel ventre della Mole Vanvitelliana. Nell’imponente costruzione realizzata al porto di Ancona dall’architetto Luigi Vanvitelli tra il 1733 e il 1738, l’artista marchigiano presenta sculture, ambientazioni, disegni realizzati tra il 1965 e il 2008 e che in questo straordinario spazio acquistano un fortissimo impatto scenografico: capace di coinvolgere un pubblico anche molto lontano dalla sua estetica vagamente retrò.

Trubbiani, Macchine belliche

Trubbiani, Macchine belliche

Prova ne è il fatto che questa mostra intitolata De Rerum Fabula, aperta dallo scorso ottobre, a grande richiesta, è stata prorogata fino al 5 maggio. Curata da Enrico Crispolti, l’esposizione presenta 160 opere, fra le quali la serie di uccelli imbracati e appesi a testa in giù, la selva di barbariche aste di Stato d’assedio (1971-72), surreali marchingegni da artigiano. Antiretorica e irridente verso ogni gigantismo, la scultura di Trubbiani si fa beffe della scultura commemorativa e allegorica e abolisce ogni sudditanza verso la committenza, cercando anche quando si tratta di opere per spazi pubblici di onorare la scultura come creazione autonoma, imprevista e straniante.

Ma non si tratta di solo ribellismo. «La scultura di Trubbiani contribuisce a costruire il fondamento di una questione di “alternativa resistenziale” italiana lungo il XX secolo ed oltre» sostiene il critico d’arte Enrico Crispolti nel catalogo edito da Silvana Editoriale che accompagna questa rassegna, perché lavora su «nessi antropologici e sociali» e di «profondità memoriale». Ma se è vero che nell’opera di Trubbiani affiorano ricreate in forme del tutto nuove e inaspettate memorie d’infanzia trascorsa a Villapotenza, narrazioni per immagini che evocano la vita di paese nelle botteghe, non sempre – ci permetteremmo di  dire – questa trasfigurazione riesce: talora l’accento sulla bizzarria sembra sovrastare tutti gli altri e in quel caso la scultura rischia di scadere a mero oggetto curioso.

(Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Il Sindaco che cercava la Battaglia di Anghiari

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 6, 2013

Matteo Renzi alla ricerca della Battaglia di Anghiari

Matteo Renzi alla ricerca della Battaglia di Anghiari

Una legislatura vissuta pericolosamente. Dalla scuola, dall’università ma anche e soprattutto dal patrimonio d’arte.

Così Tomaso Montanari racconta, con lingua viva e tagliente, ciò che è accaduto in Italia sotto l’egida del ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi «l’unico ministro incompetente di un governo tecnico», che, per giunta «ha moltiplicato intorno a sé l’incompetenza come fossero pani e pesci» scrive lo storico dell’arte dell’università di Napoli nel suo nuovo libro Le pietre e il popolo, restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (Minimum Fax).

Un volume che stigmatizza il vuoto culturale e la mancanza di strategie che ha connotato il governo Monti. Che ha finito per proseguire sulla strada dello smantellamento del bene comune perpetrata dal governo Berlusconi e dalla “finanza creativa” di Tremonti con famigerate cartolarizzazioni (per far cassa), scandalosi condoni e svendite di interi pezzi di patrimonio pubblico.

Ne Le pietre e il popolo Montanari ci mostra come questo tipo di scellerata politica che attacca l’articolo 9 della Costituzione e il Codice dei beni culturali sia stata praticata anche dal governo tecnico, in doppio petto e nascosto sotto il credito internazionale.

Un esempio per tutti. Il ministro Ornaghi nel 2012 nomina direttore della Girolamini di Napoli tal Marino Massimo De Caro, con alle spalle molteplici lavori fra cui anche l’aver gestito una libreria antiquaria a Verona e intimo amico di Marcello Dell’Utri. Nel capitolo “La danza macabra di Napoli”, Montanari tratteggia il suo incontro con l’improbabile direttore preposto alla tutela della biblioteca dove andava a studiare Vico: fra cani che si aggiravano con ossi in bocca fra rari incunaboli e bionde presenze sgattaiolate al suo arrivo.

Biblioteca Girolamini

Biblioteca Girolamini

Ma soprattutto racconta come a poco a poco il suo lavoro di storico dell’arte sia diventato quello di un giornalista d’inchiesta che riesce abilmente a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle della clamorosa truffa che, poche settimane fa, ha portato alla condanna di De Caro a sette anni di carcere per aver sottratto duemila libri alla Girolamini.

L’appassionato lavoro di difesa del patrimonio d’arte e del suo valore civico che Montanari svolge da diversi anni parallelamente alla sua attività accademica e di studioso del Seicento si concretizza, in questo  libro, anche in ficcanti pagine di denuncia delle privatizzazioni mascherate che passano, per esempio, attraverso la creazioni di Fondazioni (vedi il caso del  museo Egizio di Torino e il rischio che corre Brera).

524788_491969040852542_1202966870_nE da questo punto di vista va detto che la vena più caustica e corrosiva di Montanari si appunta sull’amministrazione della sua Firenze. In pagine che non esiteremmo a definire esilaranti, se non fosse tragico il senso che ci trasmettono.

Alla sbarra c’è l’improvvida politica di valorizzazione dei beni culturali ridotta a mero marketing da parte del sindaco Matteo Renzi, che oltre ad aver bucherellato gli affreschi di Vasari alla ricerca di lacerti Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci e ad aver pensato di sostituirsi a Michelangelo nel completare la facciata di San Lorenzo, ha affidato il suo pensum, sui beni culturali «petrolio d’Italia» a un imbarazzante libro come il suo Stil Novo, soprattutto ha eletto a suo Ganimede il vicesindaco Dario Nardella che, come ci ricorda Montanari, «dal 2003 caldeggia la cessione degli Uffizi a una fondazione». (Simona Maggiorelli)

da left-avvenimenti

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Leonardo da Vinci LIII lettura vinciana di/by Marco Biffi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 6, 2013

Lettura vinciana

Lettura vinciana

Ingegneria linguistica tra Francesco di Giorgio e Leonardo / Linguistic engineering from Francesco di Giorgio to Leonardo

di / by Marco Biffi
Sabato 13 aprile 2013, ore 10.30 / Saturday 13 April 2013, 10.30am.
Vinci, Biblioteca Leonardiana

Nella Toscana della seconda metà del Quattrocento giunge a piena maturazione il processo di formazione della figura dell’“ingegnario”. Non letterato, e quindi senza una base culturale latina di partenza, ma formato in un fertile terreno volgare, l’“ingegnario” appartiene a quello che è stato definito da Carlo Maccagni lo “strato culturale intermedio”, intersecato strettamente con le arti e con alcuni settori tecnici della società che da medievale si avviava a diventare rinascimentale. Così le artes mechanicae diventano progressivamente liberales, mutando forma e metodo, acquisendo un solido fondamento nella scrittura di trattati e maturando nel corso del tempo una lingua specialistica appropriata. Questo processo affonda le sue radici nella tradizione classica, con una progressiva acquisizione della conoscenza della lingua latina che porterà molti degli “ingegnari” a volte semplicemente a consultare, altre a compulsare e persino a tradurre testi fondamentali (come ad esempio il De architectura di Vitruvio). Ma ha anche collegamenti con il presente delle botteghe artistiche e artigiane, e si lancia verso il futuro attraverso nuovi metodi, che prevedono il confronto con il dato reale e l’osservazione della natura. Due settori particolarmente vivaci e interessanti da questo punto di vista sono l’architettura e la meccanica: con la prima, attraverso il confronto sistematico con Vitruvio, si arriverà alla precoce nascita di una trattatistica portavoce del canone classico fino all’Ottocento; la seconda passerà progressivamente dai classici all’osservazione diretta dei fenomeni, si staccherà dalle cose per avviarsi alla moderna meccanica teorica passando da Leonardo e arrivando a Galileo Galilei. Lo sviluppo metodologico passa anche attraverso la conquista di una lingua tecnica e scientifica, caratterizzata quindi dalla necessità di una precisione univoca della parola che si fa termine. Tra Quattrocento e Cinquecento quest’operazione non è facile per discipline che da secoli hanno di fatto solo una lingua orale in un’Italia che non ha una lingua unitaria e che quindi, soprattutto in ambito tecnico, mostra evidenti differenziazioni locali; non facile ma affrontata con successo da Francesco di Giorgio e da Leonardo.

In Tuscany in the second half of the fifteenth century, the figure of the ingegnario gradually became fully delineated. The ingegnario was not a man of letters, and so did not have a cultural grounding in Latin. Instead, he sprang from a fertile vernacular terrain, belonging to what has been described by Carlo Maccagni as an “intermediate cultural layer”, closely intertwined with the arts and with some technical spheres of a society that was moving from the medieval towards the renaissance. The artes mechanicae thus became progressively liberales, changing form and method, acquiring a solid foundation in the writing of treatises and building up, over the course of time, an appropriate specialist language. This process was rooted in classical tradition, and marked by a growing familiarity with Latin, which would enable many of the ingegnari either simply to consult, or to carefully examine, or even to translate key texts (for example, Vitruvius’s De architectura). But it also had ties with the present reality of the artists’ and craftsmen’s workshops, and looked to the future through new methods that grappled with real data and involved the observation of nature.
Two particularly lively and interesting sectors from this point of view were architecture and mechanics: in the first, systematic engagement with Vitruvius led to the precocious growth of a body of treatises that would give voice to the classic canon until the nineteenth century; in the second, there was a gradual shift away from the classics towards direct observation of phenomena, and then a detachment from things with the move towards modern theoretical mechanics, from Leonardo through to Galileo Galilei. The development of methodology also involved the acquisition of a technical and scientific language, due to the need for unambiguity in the meaning of words, which thus became terms. In the late 1400s and early 1500s this was not easy to achieve in disciplines which, for centuries, had effectively only had an oral language, in an Italy that did not have a unitary language and which, especially in the technical field, displayed evident local differentiations. Not easy, but tackled with success by Francesco di Giorgio and Leonardo.

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