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Love the difference Amare le differenze

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 16, 2013

Pistoletto, Amare le diffrenze, Porta Palazzo

Pistoletto, Amare le diffrenze, Porta Palazzo

Di ritorno da Gerusalemme dove ha ricevuto un premio ( poi trasformato in borse di studio per giovani palestinesi ed israeliani) Michelangelo Pistoletto racconta la sua Cittadell’arte, fucina di progetti ideati da giobani talenti da ogni parte del mondo

di Simona Maggiorelli

Il museo di arte moderna e contempo- ranea di Nizza gli dedica una retrospettiva dal 29 giugno 2007. Ed è da poco rientrato in Italia da Gerusalemme dove ha ricevuto il prestigioso World Prize, assegnato da una giuria internazionale. Ma è a Biella, nella sua Cittadellarte, straordinaria fucina di idee e di talenti, che Michelangelo Pistoletto si sente al centro del suomondo: un universo creativo in continua evoluzione, in cui nascono decine e decine di progetti di arte, design, cooperazione sociale, di sperimentazione digitale, e a cui lavorano centinaia di giovani che da ogni parte del mondo vengono a Biella per frequentare l’ Università di idee fondata da questo grande maestro dell’arte. Uno dei pochi artisti italiani che è riuscito ad “esportare” le sue opere a far conoscere la sua poetica anche all’estero. Il successo è arrivato fin dagli anni Cinquanta con la famosa serie dei quadri specchianti, con opere che anche attraverso la scelta di materiali grezzi, semplici, naturali, cercando un avvicinamento fra arte e vita. Ma anche, programmaticamente, di dare una risposta estetica e al tempo stesso politica, alla piatta apologia delle merci che in quegli anni dominava il mercato dell’arte attraverso l’euforia della Pop art. Fu anche grazie alla ricerca di Pistoletto se, negli anni Sessanta, nacque quel “movimento”, poi diventato marchio di successo, che Germano Celant battezzò Arte povera e che resta ancora oggi uno dei momenti più alti dell’arte italiana del Novecento. Ma negli ultimi cinquant’anni, diversamente da altri “ex poveristi”, Pstoletto non si è limitato a sviluppare la propria poetica individuale. È uscito dal suo studio d’artista, da una concezione strettamente personale del fare arte, per aprire il proprio lavoro al sociale, alla polis. Elaborando una sua interessante pratica della creatività di gruppo. E proprio da qui, dal rapporto fra arte,società e politica, comincia il nostro incontro.

Pistoletto, a Gerusalemme ha ricevuto un premio, ma si è anche trovato a pochi passi dal muro, nel cuore del conflitto Israelo-palestinese. Che impressione ne ha avuto?

E’ stato un momento importante ma anche di forte tensione. Questo premio mi ha fatto particolarmente piacere perché non è un riconoscimento alla mia attività individuale. Di artisti bravi

al mondo, per fortuna, ce ne sono tanti. Questo premio mi è stato dato per come il mio percorso si è sviluppato nel progetto internazionale di Cittadellarte passando dalla dimensione personale ai rapporti plurimi.

Perché è stato anche un momento di tensione?

Un’associazione palestinese mi ha chiesto di rinunciare al premio. Ci ho pensato molto, perché ci sono grossi problemi legati all’occupazione violenta dei territori palestinesi da parte israeliana. Alla fine ho deciso di tra- sformare il premio ricevuto in tre borse di studio per giovani palestinesi e israe

liani che verranno a fre- quentare Unidee a Biella. Un modo per creare un punto di legame, per superare, almeno in questa piccola cosa, la contrapposizione frontale fra le due posizioni antagoniste. Per creare un’occasione d’incontro.

Michelangelo Pistoletto

Michelangelo Pistoletto

Per questo è nato il suo progetto Love the difference amare la differenza?

Love the difference è un movimento artistico per una politica intermediterranea. Lo scopo è creare una rete di rapporti, di situazioni di incontro. Vorremmo sviluppare un’idea di parlamento culturale intermediterraneo, perché senza rapporto non è possibile trovare una soluzione a situazioni così tese e drammatiche come quelle che esistono fra Palestina e Israele e che, invece, devono essere risolte.

Un parlamento culturale che ha già un’immagine concreta?

È un tavolo specchiante, una sorta di parlamento in miniatura. Di luogo in luogo vi facciamo incontrare intorno le persone che vogliono aprire un dialogo. Un passo simbolico che speriamo si trasformi presto in realtà vera.

Sedersi intorno a un tavolo per azioni di pace?

Sì ma non azioni di pace astratta. E, nel mondo delle idee e delle teorie. Da artista

mi sono trovato veramente nella condizione meravigliosa di capire che l’arte è un passaporto internazionale straordinario. Ho potuto varcare le frontiere con grande facilità e trovarmi a

mio agio in situazioni di conflitto. Ho pensato che questa esperienza dovesse essere messa a valore.

C’è una parola che lei usa spesso: “trasformazione”. Che significato le dà?

Parlo di trasformazione sociale responsabile. È questa la finalità, la missione della nostra Cittadellarte. L’idea della trasformazione non è soltanto estetica. Mette

estetica ed etica in condizione di diventare operative, nel sociale. Non arte individuale, staccata dal sociale, ma arte come motore di trasformazione sociale. Arte come iniziativa, creatività,

volontà, esempio.

Gli artisti, insomma, vanno oltre Marx, proponendo un’idea di trasformazione non

solo in senso economicistico, ma anche interiore?

Ci troviamo in un momento di svolta epocale: il progresso ci mette davanti a uno specchio e dobbiamo veramente guardarci negli occhi, capire che cosa possiamo fare per andare avanti.

Come si sa lo specchio ci fa anche guardare indietro: riflette anche quello che abbiamo alle spalle, porta a una retrospettiva e a una prospettiva delle nostre re- sponsabilità. Dobbiamo affrontare un presente di coscienza responsabile. Chi lo fa, sicuramente, ne avrà dei profitti in tutti i sensi.

In un mondo sempre più globalizzato è questo, per lei, il ruolo dell’artista?

Nel XX secolo l’artista ha realizzato una capacità autonoma di espressione. Ora questa capacità di essere centrali, autonomi, nelle decisioni, deve diventare una possibilità condivisa, di tutti.

Nel manifesto del suo progetto arte lanciava anche un altro messaggio: unificare le

distanze mantenendo le differenze.

E’ una frase che ho scritto nel 1994. L’ho tradotta in “amare le differenze”, diventato poi un movimento artistico per la politica mediterranea. L’idea è che le differenze siano un ricchezza e che l’umanità debba ancora scoprirle appieno. Parlavo di unità nelle differenze, come amore per le differenze. Non più come distacco, separazione e sopraffazione. Ma differenza come valore, qualità. Avvicinare le diffe- renze, ma senza eliminarle. Contro l’idea di una razza unica, noi puntiamo su un’i- dea di molteplicità. Più accogliamo le differenze meglio ci disponiamo anche alla nostra stessa identità.

Lei pensa anche a un’arte nello spazio pubblico e per lo

spazio pubblico?

Sì ma lo spazio pubblico è, da luogo a luogo, sempre differente. Da questo punto di vista sono tantissime le occasioni per introdurre la creatività e l’arte nello spazio pubblico.

Il gruppo, nel fare arte ,può essere una risorsa in più?

Ci sono più stimoli e quando sono più persone a cercare una soluzione sicuramente sarà più ampia e condivisa. La partecipazione e la cooperazione portano a una imprenditorialità moltiplicata, diffusa. Come si sta sviluppando il lavoro di Unidee, la sua università delle idee?

Unide è nata e si è sviluppata come una situazione estremamente aperta. C’è la possibilità di

progetto personale, di raggio locale, ma anche per ambiti ben più vasti. Qui a Biella si trovano insieme giovani con culture, con gusti, con aspirazioni diverse. E questo scambio di idee è fondamentale per una tra- sformazione sociale vera, comprendendo prima di tutto le necessità anche minime di ciascuno, coniugando il locale con il globale. Su questa base si fanno stage

molto stimolanti. Con una larga sperimentazione di nuove tecnologie.

I nuovi media permettono di abbattere le compartimentazioni fra generi ?

Noi puntiamo molto sulla comunicazione libera, sul rapporto straordinario che ci offre il free software mettendo in contatto l’individuo con altri individui, in una rete interindividuale che

può portare a diversi risultati. Anche “viziosi”. Oppure, al contrario, come noi vorremmo, a risultati virtuosi. Ma in questo scenario che guarda al futuro c’è anche la possibilità di risemantizzare tradizioni antiche. A Venezia un team di giovani artiste il 16 giugno inaugurano un’istallazione che recupera il lavoro delle merlettaie, per esempio. È un lavoro della Cittadellarte che abbiamo iniziato

due anni fa sull’isola di San Servolo. Da alcuni workshop è cominciata una collaborazione che è arrivata a coinvolgere l’intera isola di Pellestrina. La tradizione locale del merletto offriva una possibilità di rapporto interpersonale, di operosità, non solo legata a un’economia, ma anche finalizzata a una geniale e inaspettata composizione sociale. Le persone si sono messe in

azione guidate da questi giovani artisti e hanno realizzato un merletto lungo quanto l’isola che ne rappresenta anche una nuova identità.

Alla Biennale di Venezia, due anni fa, lei ha ricevuto il Leone alla carriera. Il 6 giugno si

apre l’edizione diretta da Storr e che vede, nel padiglione italiano, un ex dell’Arte povera, Penone, e un videoartista,Vezzoli. Cosa pensa di questa scelta?

Non ho visto la mostra ma mi pare basata su valori certi. Le scelte che sono state fatte mi sembrano assolutamente di qualità.

Negli anni Sessanta lei ha scritto una frase che spesso viene ripresa: «L’arte e la vita sono tutte e due una questione di durata». Tanto dura la mia arte tanto dura la mia vita, questo è il senso. Arte e vita come rispecchiamento l’una dell’altra. Vita vuol dire non solo produrre, ma verificare il prodotto durante il tempo della vita. Ma anche vivere l’arte e fare della vita arte. Ma c’è anche un’altra sua espressione che pare ancora oggi cruciale. Negli anni Sessanta lei diceva: non si tratta di cambiare le forme lasciando intatto il sistema..

Lo sottoscrivo anche oggi. Nel XX secolo c’è stata la grande rivoluzione formale dell’arte. Si è lavorato sull’estetica, si è pensato che cambiando la forma si potesse cambiare la sostanza.

È stato un grande sogno. Adesso possiamo recuperare quel messaggio, pensando di poter cambiare la sostanza. La forma è stata cambiata oltre ogni limite.Ora si tratta di passare dalla forma al contenuto.

 Da left avvenimenti 2007

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