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Dal Magma tante idee

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 14, 2013

MagmaFasci di luce colorata disegnano paesaggi fiabeschi sui muri secolari della ex fonderia dell’Ilva a Follonica, nel grossetano. Un luccicare di foglietti di metallo dorati evoca l’immagine del fuoco che nel forno di San Ferdinando è stato alimentato da molte generazioni di operai, tra il 1818 e la seconda metà del secolo scorso. Fra gli anziani della Maremma la memoria del lavoro in questo complesso siderurgico è ancora forte e alcune testimonianze videoregistrate fanno arrivare anche a chi visita oggi questo reperto di archeologia industriale la vita collettiva che animava questi luoghi, da poco diventati spazio espositivo. Nell’antico edificio (risalente al XV secolo) e intorno alla fornace accesa all’epoca del Granduca Ferdinando, e ormai spenta da tempo, è cresciuto il Magma – Museo delle arti in ghisa della Maremma che rilancia l’identità del territorio e dà voce ai tanti che hanno lavorato fra queste mura.
Storia del lavoro, antropologia, cronaca locale, ma non solo. Perché grazie al raffinato progetto di recupero firmato dagli architetti Barbara Catalani, Marco Del Francia e Fabio Ristori (che hanno vinto la gara pubblica nel 2007) il Magma si presenta anche come un luogo d’arte e di installazioni multimediali che ricreano il passato in un racconto per immagini assai suggestivo. Aspirando in futuro a diventare anche laboratorio creativo e centro di produzione culturale. Da fonderia della vena elbana per la ghisa a fucina di idee, insomma. Il Magma fa vedere concretamente che cosa potrebbe diventare quel patrimonio di archeologia industriale sparso per la penisola e che, perlopiù, sta andando in malora.
Com’era quel paesaggio industriale negli anni Cinquanta e Sessanta, quando il design e l’architettura d’avanguardia incontravano la migliore imprenditoria italiana, lo documenta la mostra La Rinascita, aperta fino al 3 novembre in palazzo Mazzetti ad Asti (catalogo Skira), proponendo, fra l’altro, i progetti di Carlo Scarpa per i villaggi Eni e immagini del canavese riprogettato da Olivetti. Come sono diventati molti complessi industriali nel frattempo dismessi lo racconta, invece, Giancarlo Liviano D’Arcangelo nel suo bel libro reportage Invisibile è la tua vera patria pubblicato da Il Saggiatore.
Dalle ciminiere corrose di Taranto, dalla sbrecciata Zisa di Palermo (un tempo rigogliosa casba) a quel gioiello di vetro e di luce che era la fabbrica olivettiana ad Ivrea. In questo viaggio attraverso la penisola Liviano D’Arcangelo fonde inchiesta, memoir, diario, racconto letterario facendo tornare alla mente del lettore uno scrittore come W.G. Sebald e il suo Gli anelli di Saturno  (Adelphi). E in questo pellegrinaggio in cerca di reperti di archeologia industriale sono spesso incontri di forte impatto, anche emotivo. Come quando il giornalista e scrittore, in Puglia, raggiunge una masseria «un tempo bellissima, che è stata inghiottita dall’Italsider quando era già morente». E più avanti: «L’ area della cava è un paesaggio lunare…Il risultato è un enorme pattumiera piena di scorie in lavorazione».  Dal Sud al profondo nord la narrazione civile di Giancarlo Liviano D’Arcangelo è punteggiata di «rovine ribollenti appena sfornate e prive delle carezze del tempo». (Simona Maggiorelli)

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Il vino lucente degli Etruschi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 6, 2012

Ponte verso il Mediterraneo, ma anche aperti a contatti con i popoli del Nord. Gli Etruschi furono i primi ad unire culturalmente la penisola. Lo ricostruisce un’ampia mostra ad Asti

di Simona Maggiorelli

Tarquinia, Tomba della scrofa nera 450a.C circa

Tarquinia, Tomba della scrofa nera 450a.C circa

Non solo ponte verso il Mediterraneo, aprendo la penisola italiana alla cultura greca e orientale. Ma anche cerniera verso il Nord e le regioni dei Celti con cui ebbero diretti contatti, come dimostra l’elmo etrusco in bronzo che fu ritrovato a fine Ottocento nelle acque del fiume Tanaro e che ora è al centro della mostra Etruschi, l’ideale eroico e il vino lucente, aperta in Palazzo Mazzetti ad Asti, fino al 15 luglio (catalogo Electa).

«Più precisamente in questo caso bisognerebbe parlare di elmo villanoviano risalente all’VIII secolo a.C», precisa Alessandro Mandolesi dell’Università di Torino. «Si tratta di una importante testimonianza dei contatti, non solo militari, che ci furono fra le popolazioni del Nord e quelle dell’Etruria che giunsero in queste zone per aprire nuovi sbocchi al commercio etrusco. Probabilmente l’elmo fu proprio un dono da parte di un capo etrusco alle autorità locali della zona del Tanaro»  aggiunge il curatore di questo evento astigiano realizzato in collaborazione con Maurizio Sannibale dei Musei Vaticani, che per l’occasione hanno concesso in prestito ben 140 reperti della collezioni del Museo Gregoriano Etrusco. E il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci nel presentare la tesi e gli obiettivi scientifici di questa mostra si spinge ancora oltre: «Gli Etruschi furono i veri precursori dell’unificazione dell’Italia, almeno sul piano culturale come testimoniava la diffusione di reperti etruschi nei musei nell’Ottocento, da Chiusi e Firenze a Roma, fino a Palermo».
E se l’elmo villanoviano proveniente dai Musei di Torino ci parla di un’antica fase della società e della cultura etrusca basata sul culto del valore militare, splendide anfore dipinte e lacerti di affreschi ci raccontano di una cultura etrusca più matura che aveva fatto proprie, ricreandole, tradizioni  orientali aperte ai piaceri della musica, della lirica e del banchetto conviviale. Una cultura  quella del simposio che (come ha ricostruito Maria Luisa Catoni nel libro Bere vino puro uscito due anni fa per Feltrinelli) si diffuse fra l’VIII e il VII secolo a.C, nel contesto di una forte recettività del mondo greco verso la cultura orientale, ma in varianti diverse la ritroviamo anche in ambito romano ed etrusco. Qui, in particolare, il vino e il banchetto erano un tramite di socializzazione arricchito da echi del culto orientale di Dioniso ma anche della tradizione lirica e omerica. Le anfore istoriate, di foggia greca, in mostra ad Asti, ma anche affreschi da poco restaurati come la straordinaria  scena detta “della scrofa nera”,  che raffigura un banchetto aristocratico del V secolo a.C. (e in cui si possono vedere sia uomini che donne intenti a libagioni) ci dicono che nella società etrusca i simposi non erano per “soli uomini” , come invece avveniva nella tradizione ateniese, dove «fra discorsi, canti e giochi, le bevute insieme preludevano al corteggiamento omoerotico». Così scrive   Maria Luisa Catoni. Che aggiunge: «Il vino in queste occasioni veniva utilizzato per “educare” i più giovani, in un rapporto fra maestro e che comprendeva la pederastia».

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