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Sol LeWitt, linea e colore

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 15, 2012

Sol LeWittIl Madre di Napoli apre una nuova stagione con una retrospettiva dedicata all’artista Sol LeWitt, protagonista della mimal art americana

di Simona Maggiorelli

L’arte astratta realizza una ricerca nuova rifiutando il realismo figurativo. Questo è un fatto   innegabile, evidente al primo sguardo. E certamente nella prima metà del Novecento segnò una svolta rivoluzionaria.

Ma si può dire che l’arte concettuale della seconda metà del secolo scorso, il minimalismo, oppure i segni grafici e ipnotici della Op art, per quanto si realizzino in liberi giochi di linee, esprimano una ricerca diversa e più profonda rispetto alla pittura che usa la figura come calco del reale?

«Penso che quello che faccio sia realismo e che l’uso di una quantità di linee sia più reale della pittura di un oggetto o di una persona», diceva Sol LeWitt raccontando in sintesi la propria poetica astratta. E in effetti questa sua affermazione all’apparenza paradossale ben inquadra l’uso razionale della linea e della geometria, e qualche volta persino della curva che l’artista americano praticava nei suoi grandi murales, dai colori piatti, puri e sgargianti, che ora tornano ad abbagliare lo spettatore al Museo Madre di Napoli, nella prima importante retrospettiva dedicata a Sol LeWitt dalla sua scomparsa nel 2007.

Una mostra, Sol LeWitt. L’artista e i suoi artisti (aperta fino al primo aprile 2013) che insieme al volume di Adachiara Zevi, L’Ialia nei wall drawings di Sol LeWitt (Electa) permette finalmente di mettere a fuoco come il lavoro di questo protagonista dell’arte contemporanea, più che collocarsi nell’avanguardia, avesse solide radici nella pittura figurativa e in particolare in quella classica e più arcaicizzante (Zevi, per esempio, rintraccia nelle opere dell’arte astratta di LeWitt nessi stringenti con l’opera di Piero della Francesca).

Sol LeWitt

Sol LeWitt

Nelle sue sculture ambientali l’artista americano cercava di ricreare la perfetta geometria della prospettiva rinascimentale e con l’uso di colori freddi, stesi in ampie campiture, la luce radente, quasi metafisica degli affreschi di Piero, di Beato Angelico e più indietro nel tempo lo splendore delle icone sacre. Ma grande merito di questa antologica e della sua curatrice, che ha una formazione da architetto, è anche sottolineare lo stretto legame che l’opera di Sol LeWitt ha sempre avuto con l’arte di progettare spazi e ambienti.

Le sue sculture – ce ne sono molti esempi anche in Italia, dal Pecci di Prato alla Fattoria di Celle vicino a Pistoia – si presentano come grandi sagome rifinite dal punto di vista formale. Come strutture primarie e geometriche. Grandi solidi astratti che modificano lo spazio circostante, anche attraverso il loro gigantismo. Non di rado si tratta di enviroments all’aperto che il passante è in qualche modo costretto ad attraversare, percorrere, scansare. E che, attraverso una molteplicità di scale ambientali e ampie e magnetiche zone  monocrome, tentano una sintesi fra architettura e pittura. Diversamente da altri artisti della Minimal art come Judd e Flavin, che pure hanno in comune con Sol LeWitt questo gusto per la più asciutta geometria, per l’equilibrio, per le auree proporzioni, LeWitt  non sembra cercare quella sospensione dello scorrere del tempo, quella fissità vagamente angosciante che hanno la maggior parte delle opere concettuali nate nel solco del Mainstream americano, iperazionale, lucido, autoriflessivo e quanto mai disseccato dal punto di vista della fantasia. Le sue superfici tranquille  e raggianti e al tempo stesso enigmatiche,  conservano miracolosamente un aspetto giocoso irriducibile.

L’avventura di una vita
IMG_9875_edited-1Nasce l’8 aprile 1928 ad Hartford, nel Connecticut, dove fequenta la Syracuse University dal 1945 al 1948. Dopo la guerra di Corea, si trasferisce nel 1953 a New York per studiare alla Cartoonist and Illustrator School e dove lavora come grafico per l’architetto Ieoh Ming Pei (1955-56). Realizza le prime sculture nel 1963-64, ma è solo nel 1966 che nascono le strutture aperte modulari a forma di cubo, basate su leggi geometriche e matematiche, con le quali epsone nella collettiva Primary Structures al Jewish Museum di New York. Il successo arriva con il minimalismo di moda negli anni Ottanta .Alla Biennale di Venezia del 1988 un suo Wall Drawing occupa tutto il Padiglione Italia. Non disdegnando possibili contaminazioni tra discipline diverse, per il gruppo musicale Contempoartensemble disegna un cofanetto d’autore che, edito nel 1994, è acquistato dal Museum of Modern Art di New York. Al 1997 data la sua partecipazione alla Biennale di Venezia e la realizzazione della Torre irregolare per Colle Val d’Elsa, eseguita nell’ambito del progetto Arte all’Arte. Dopo la retrospettiva organizzata dal Museum of Modern Art di New York nel 1978, una esaustiva ricostruzione del suo lavoro è computa nel 2000 dal San Francisco Museum of Modern Art. Alla XI Biennale di Carrara del 2002 presenta Curved Wall, che con i suoi inconsueti blocchi curvilinei in marmo bianco rappresenta una svolta significativa nella ricerca dell’artista. Muore l’8 aprile 2007 a New York.

da left -avvenimenti

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McCracken, non solo minimal art

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 9, 2011

di Simona Maggiorelli

McCracken Cosmos frontal

Un primo traguardo importante, dopo tante discussioni intorno alla sua direzione, il Castello di Rivoli pare proprio ora averlo raggiunto con questa antologica dedicata all’artista californiano John McCracken (aperta fino al 19 giugno, catalogo Skira). Una mostra che, riprendendo i fili dell’indagine sul Minimalismo cominciata qui da un curatore come Rudi Fuchs con personali di Andre e di Judd, riporta questo signorile centro d’arte direttamente al centro dei circuiti internazionali.

Nella ventina di anni in cui è stato diretto da Ida Gianelli, quello di Rivoli era diventato uno dei più innovativi musei del contemporaneo in Italia; il primo ad affiancare un programma espositivo cosmopolita e aperto alle nuove tendenze ad una meditata collezione permanente che insieme alla già storicizzata Arte povera propone opere di artisti delle ultimissime generazioni. Poi, dopo la dipartita di Gianelli per Roma, un lungo periodo di stasi rotto solo da un paio di belle e immaginifiche mostre curate da Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice della prossima Biennale di Kassel. Ma a distanza di un anno dalla sua nomina alla direzione di Rivoli (insieme a Beatrice Merz) Andrea Bellini  ora si scrolla di dosso definitivamente la fama di ex enfant prodige, che si è fatto le ossa in circuiti mercantili come Artissima, cominciando a firmare mostre di spessore scientifico e storiografico. Come questa retrospettiva di McCracken (Berkeley, 1934) che ci fa conoscere più da vicino un artista che ha segnato la storia della Minimal Art americana fin dagli anni ‘60 affermando al contempo un proprio percorso originale e autonomo, per quanto schivo. Emotivamente distante dall’ala più algidamente geometrica e disseccata del Minimalismo made in Usa. Prova ne è questo allestimento torinese in cui le sculture totemiche e sfaccettate di McCracken riescono a modulare ritmicamente le ampie sale di Rivoli. Le sue strutture primarie diventano luminose note di colore nella settecentesca partitura architettonica di questo nobile e antico castello sabaudo.

Anche le sue tele “segnaletiche” o di gusto vagamente etnico ci appaiono lontanissime dalla fatuità sgargiante della Pop art e dal mitragliamento percettivo della Op art, due movimenti da cui trasse ispirazione il minimalismo di Donald Judd, Dan Flavin, Sol LeWitt e Robert Morris fin dai suoi  esordi. Il gusto stesso per la geometria che è stato il principale trait d’union della Minimal Art in McCracken si apre all’imprevisto di piani specchianti e inclinati, mentre le dimensioni gigantesche tipiche dell’enviroment d’Oltreoceano diventano eleganza classica, distanza pacata, respiro degli spazi. Una mostra, insomma, con cui il Castello di Rivoli riprende decisamente a fare notizia.

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