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Le sculture soffici di Marisa Merz

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2012

Una grande mostra a Torino  ripercorre il lavoro dell’artista torinese, punteggiato di opere intime e fiabesche

di Simona Maggiorelli

Marisa Merz

Nella Fondazione che continua a far vivere l’opera di Mario Merz conservandone le opere e divulgandone il pensiero, Marisa Merz la compagna di una vita del maestro dell’Arte Povera, ha finalmente allestito una propria antologica, aperta fino al 16 settembre. Occasione preziosa per rivedere l’opera che Marisa va dipanando dagli anni Sessanta, con coerenza, fuori dai riflettori, con quel piglio schivo e attento ai tempi della vita che la contraddistingue. Da sempre l’esperienza vissuta, densa di emozioni, fa da filo rosso e forte alle morbide sculture dell’artista torinese e alimenta le sue pitture in cui danzano figure e forme sfumate e indefinite. «La sua arte nasce ed abita sulla soglia: tra astrazione e figura, tra materia e forma, tra visione interiore e realtà esteriore, tra presente e passato. Abita su una soglia che non è confine né separazione; ma luogo, passaggio disponibile agli attraversamenti, permeabile a transiti e ritorni», scrive il critico Pier Giovanni Castagnoli, toccando il cuore della poetica della Merz, ben sintetizzata da Senza titolo, la scultura mobile, smontabile e rimontabile realizzata nel 1985 e che è stata la prima opera dell’artista acquistata da un museo pubblico. Poco fuori Torino campeggia nella collezione permanente del Castello di Rivoli, il più longevo e importante museo di arte contemporanea in Italia. Dentro una grande scatola di legno, che fa da cornice, un cartoncino a sfondo grigio su cui l’artista ha delineato un ritratto con un fitta trama di linee sottili. Il quadro è appoggiato su un tavolino, senza alcuna saldatura, come se la scultura fosse pronta ad essere rimodellata a seconda delle esigenze nate nel fluire della quotidianità e dai cambiamenti che porta con sé. Quella di Marisa è un’arte nomade in costante movimento, l’opera esce dalle sue mani come un organismo vitale che poi continuerà a crescere e modificarsi nel tempo. Il divenire morfologico dell’opera, il suo fluttuare, il suo collocarsi sempre fra arte e vita è la cifra che connota anche questa attesa retrospettiva torinese in cui tornano opere intime, essenziali e fiabesche come l’Altalena di Bea, dedicata alla figlia Beatrice, allora bambina, e oggi direttrice di museo e curatrice di mostre. E tornano qui anche le soffici sculture di panno lenci e altri materiali poveri, i lampadari scultura rivestiti di materiali industriali, le poetiche ed eteree sculture fatte di riflessi di luce che si modificano a seconda dei contesti in cui sono di volta in volta riproposte. Forme flessibili e lucenti sempre pronte a ridisegnare segrete armonie, a ricomporsi in forme non casuali, “magiche” e magnetiche. E poi ecco le piccole teste dai colori delicati cui Marisa Merz lavora dal 1982, in argilla non cotta, in cera o in gesso, figure classiche che omaggiano Rodin e Brancusi. Forme primarie, talora vagamente arcaicizzanti, altre volte delicate e poetiche come volti di neonati che si protendono in cerca del rapporto umano. Qui come al MAXXI di Roma dove è esposto un nucleo di una decina di opere di Marisa Merz, ad ammaliare è il suo modo “gentile” di scolpire.

da left-avvenimenti

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