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Rivoli di sangue. Minoli, Melandri e la crisi dei musei d’arte contemporanea

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 28, 2013

Castello di Rivoli, interni

Castello di Rivoli, interni

A rischio la sopravvivenza del museo piemontese, un luogo d’avanguardia, frutto di un lungimirante progetto di sinistra che dal 1984 metteva in connessione arte e ricerca. Mentre crescono le difficoltà anche per altri spazi pubblici del contemporaneo.

Per oltre vent’anni il Castello di Rivoli è stato il più importante museo di arte contemporanea, l’unico, pionieristico, polo italiano del settore. L’unico anche ad avere anche un’importante collezione e ad entrare a pieno titolo nel circuito internazionale.

Aperto nel 1984 in una elegante residenza sabauda alle porte di Torino, Rivoli è una istituzione di livello europeo, finanziata per l’ottanta per cento dalla Regione e dalla Fondazione Crt, che ha avuto un ruolo d’avanguardia. «Ma oggi – scrive Il Giornale dell’arte – versa in una crisi profonda».

A causa della difficile congiuntura che l’Italia sta attraversando, dei tagli alla cultura e ai trasferimenti agli enti locali ma anche «per una serie di scelte sbagliate che ne hanno compromesso credibilità e capacità d’azione», al punto che la rivista torinese denuncia un «suicidio in corso». E mentre sta per scadere il mandato della direttrice Beatrice Merz (il condirettore Andrea Bellini si è dimesso sei mesi fa) Rivoli si trova senza guida e senza un futuro certo.

Giovanni Minoli e Giovanna Melandri

Giovanni Minoli e Giovanna Melandri

Lo scrivono i lavoratori del museo in un duro comunicato in cui si legge che oggi «questo patrimonio pubblico rischia di andare perduto a causa della mancanza di chiare strategie politiche e amministrative». Alla sbarra, in primis, il presidente del consiglio di amministrazione (Cda), Giovanni Minoli, accusato di assenza di strategia e di disinteresse. «In ventotto anni di storia della nostra istituzione, primo esempio di in Italia di gestione pubblico privata, sono state investite ingenti risorse che hanno consentito la crescita a livello internazionale del museo – scrivono ancora i lavoratori di Rivoli – mentre i problemi già evidenziati nel 2011 sono rimasti di fatto senza soluzione».Denunciando l’inadeguato riconoscimento delle figure professionali e l’assenza di regolamentazione dei contratti.

Intanto, accanto alla Galleria civica diretta da Danilo Eccher (stretta in spazi inadeguati) conquista la ribalta Artissima, la fiera d’arte contemporanea su cui punta molto l’assessore alla cultura della Regione Piemonte Coppola che annuncia la possibilità di far confluire le tre realtà in un’unica superfondazione. Un’ipotesi che suscita molti dubbi da parte di esperti del contemporaneo.

«Rivoli è già una fondazione e nell’ipotesi di una superfondazione si aprirebbero problemi giuridici, se ne dovrebbe quanto meno riscrivere lo statuto» fa notare Michele Dantini docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Piemonte Orientale. «Ma soprattutto – aggiunge – non si può trascurare che Rivoli, in quanto museo, ha una missione scientifica, mentre Artissima ha, per definizione, una finalità commerciale. E in questa fase di grande competizione internazionale difficilmente si può immaginare che Artissima possa determinare profitto».

Castello di Rivoli, esterno

Castello di Rivoli, esterno

E mentre per il 2 marzo i lavoratori lanciano RivoliGotLove, una giornata fino a notte inoltrata di presidio a sostegno delle attività del museo, l’associazione Amaci, che riunisce 25 musei del contemporaneo in Italia, in una nota denuncia «l’estrema gravità del comportamento del Cda del museo che, alla scadenza del mandato del direttore, si è dimostrato impreparato a garantire la continuità operativa e scientifica dell’istituzione che governa». E chiede alle amministrazioni pubbliche che si facciano garanti dell’autonomia storica, culturale e operativa di Rivoli. Richiesta fin qui caduta nel vuoto. Il silenzio del ministro uscente dei beni culturali Lorenzo Ornaghi è stato fin qui assordante, rivela Gianfranco Maraniello, direttore del MaMbo di Bologna e membro del direttivo dell’Amaci: «Che il ministro Ornaghi, nonostante le nostre ripetute richieste, non abbia mai voluto incontrarci mi sembra pazzesco, data la missione pubblica che hanno i musei del contemporaneo, che non sono aziende qualsiasi».

Senza contare che oggi sono più di uno i musei del contemporaneo in Italia a versare in gravi difficoltà. A cominciare dal Museo Madre, fino a pochi mesi fa a rischio chiusura. «A Napoli abbiamo assistito a un lungo braccio di ferro fra l’insediamento di una nuova amministrazione comunale e un direttore il cui mandato era molto legato alla precedente gestione» commenta Marianello stigmatizzando «l’invadenza della politica, in Italia, non solo nei musei, ma in tutta la sfera culturale». E il pensiero corre al MAXXI dove al termine del commissariamento il ministro Ornaghi, a sorpresa, ha nominato Giovanna Melandri alla presidenza. Una nomina molto discussa e che indirettamente ci riporta a Rivoli dacché Melandri è cugina del Giovanni Minoli e il di lui genero, Salvo Nastasi, è il capo di gabinetto del ministro Ornaghi. E se ingerenza della politica non competente e nepotismo sono faccende annose nelle istituzioni italiane, in questo caso, rilancia Dantini, bisogna anche domandarsi quali e quante siano le responsibilità di chi gestisce i musei nel non sapersi conquistare la fiducia. «L’idea di istituire un museo di arte contemporanea in una sede così prestigiosa come Rivoli dotandolo di risorse storicamente fu un progetto politico di cui il Pci poteva andare fiero. Fu un chiaro progetto di sinistra – sottolinea Dantini – creare un museo d’avanguardia in una regione importante nel sistema industriale avanzato, un museo che stabilisse una connessione fra il mondo dell’arte e della ricerca».

Ma oggi quel patto di fiducia fra politica e mondo dell’arte contemporanea sembra essersi incrinato, per ignoranza da parte della classe politica, e non solo. «In un momento come questo in cui ministri come Ornaghi hanno un interesse controegemonico ad impossessarsi delle istituzioni del laicismo metropolitano- spiega Dantini – dobbiamo avere l’autorevolezza scientifica per contrastare chi diffida. Dobbiamo uscire dalla fragilità autoreferenziale, formulando proposte che riattivino il valore pubblico e sociale dei musei del contemporaneo come luoghi che erogano servizi alla scuola, dove si fa ricerca, che accendono la curiosità del pubblico, favorendo il pensiero critico e l’integrazione culturale». (Simona Maggiorelli)

da left-avvenimenti

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I nuovi tesori di Ebla

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 9, 2009

img1-da-scontLa scoperta di due templi nell’antica città siriana. E l’uscita del libro che ripercorre 40 anni di storia di scavi. Una doppia occasione per raccontare le straordinarie avventure dello studioso Paolo Matthiae  di Simona Maggiorelli

Dopo sei anni riapre il museo di Baghdad, tra i musei più importanti al mondo, pesantemente colpito dall’invasione militare anglo-americana. “Un avvenimento importante ma non senza ombre”, avverte il grande archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, l’antichissima metropoli della Siria. Ragioni di sicurezza impongono di tenere aperto il museo della capitale irachena solo alcune ore al giorno, mentre i curatori del Metropolitan Museum di New York in una lettera appello scrivono: “riaprire un museo non significa solo togliere il lucchetto a una porta. I musei non dovrebbero essere vittime del capriccio politico del momento, e venire sacrificati nell’interesse di una campagna di pubbliche relazioni per conto del governo”.

Da parte sua l’accademico dei Lincei Paolo Matthiae ammette: “Verificare quale sia la situazione reale in Iraq è difficile da qua, ma una cosa è certa: non solo il museo di Baghdad ma anche e, soprattutto, molti siti hanno subito uno scempio irreparabile”. E poi in accordo con quanto apparso nelle settimane scorse sul nostro settimanale, Matthiae aggiunge: “Neanche durante la seconda guerra mondale si è assistito a saccheggi intenzionali del panorama culturale di un Paese come è accaduto in Iraq”.

Già nel 2004, del resto, l’archeologo aveva lanciato un appello accorato in difesa del patrimonio della Mesopotamia e del Vicino Oriente a cui il professore si dedica da molti anni. Insieme al lavoro di tutela, Matthiae di pari passo è sempre andato avanti sulla strada di nuove scoperte. L’ultima in ordine di tempo sarà presentata sul numero di marzo de Il Giornale dell’arte e riguarda il ritrovamento di due templi descritti in un testo di 4500 anni fa, conservato negli Archivi Reali di Ebla; un testo in scrittura cuneiforme in cui si parla della cerimonia sacra eblaita di tre settimane che aveva come scopo il rinnovamento della regalità e con essa della fertilità universale.

img2-da-scont“Durante l’ultima campagna – racconta Matthiae- abbiamo scoperto il tempo del dio Kura sull’acropoli di Ebla e un altro nella periferia della città. Sono gli unici templi del terzo millennio che si conoscano nella Siria interna”. E mentre già il professore si sta “mettendo in caccia”del palazzo reale di Ebla risalente al secondo millennio, la recente uscita del suo libro Gli archivi reali di Ebla per la nuova collana Mondadori- La Sapienza, Università di Roma ci offre lo spunto per ripercorrere la straordinaria avventura di scavi in Siria: un vero primato nel panorama internazionale dell’archeologia.

Nell’ottobre del 2008 abbiamo fatto la nostra 45° campagna di scavo – conferma Matthiae – senza mai nemmeno un anno di interruzione dagli inizi ”. La missione archeologica ad Ebla dell’Università di Roma La Sapienza cominciò nel 1964. Undici anni dopo furono scoperti gli Archivi Reali: un tesoro di 17mila numeri di inventario di testi cuneiformi del 2350-2300 a. C , il repertorio testuale che ha aperto le porte della conoscenza su questa antichissima città situata a 60 km a Sud di Aleppo. Ma anche un evento archeologico che ha tutto il sapore delle grandi scoperte ottocentesche degli archivi di Ninive. E che ha fatto entrare Ebla, oltreché nella storia, nella leggenda dell’archeologia orientale.

“La città divenne importante poco dopo il 2500 a. C e fu distrutta intorno al 1600 a. C- ci ricorda Matthiae -. Si parla di un millennio di storia particolarmente importante non solo per la Siria, ma anche per la storia del Vicino Oriente”.  E se la civiltà urbana è nata in Mesopotamia alla fine del IV millennio, nel III millennio Ebla realizza per la prima volta un modello urbano in un territorio del tutto diverso da quello delle valli alluvionali. Ma non solo. Il fascino della scoperta di Ebla sta anche nel modo in cui avvenne.

Allora, nel 1964, Matthie era un giovanissimo laureato, ma già fra i massimi esperti di Siria del II millennio a.C, di cui allora si sapeva ben poco. flickrE fu questa sua approfondita conoscenza, insieme a mix di intuizione e deduzione, che nel 1964, davanti alla particolare sagoma di un sito vicino ad Aleppo, gli fece scattare l’immagine che là sotto doveva esserci qualcosa di molto importante: “Il sito anche per me che allora avevo 22 anni era assolutamente impressionante, dalla sagoma così particolare intuii che poteva trattarsi di un grande centro antico, anche se non si vedeva nulla di affiorante”. Fortuna volle che poco prima fosse stato trovato e salvato un bacino scolpito in modo magistrale. “Attrasse molto la mia attenzione – ricostruisce Matthiae -. Nessuno l’aveva ancora studiato. Lo si pensava del primo millennio,neo ittita o neosiriano. Ma qualcosa mi suggeriva che non era proprio così”.

Benché il tesoro si Ebla fosse sigillato dalla terra, la morfologia del terreno era molto eloquente. Ma il giovane archeologo aveva più di un problema storico da risolvere: “Della radici della Siria del terzo millennio, allora, non si sapeva praticamente nulla dal punto di vista della cultura materiale e urbana. In più – aggiunge Matthiae- era difficile immaginare che questo Tell Mardikh fosse Ebla, perché la si pensava a Nord e non a sud di Aleppo. E tanto meno si sapeva che la città fosse così straordinariamente importante”. Fu solo nel 1968 quando la spedizione italiana trovò un torso di statua dedicato alla dea dell’amore e della guerra con iscritto il nome di Ebla che le cose si fecero più chiare, anche riguardo alla cronologia del sito.

A questo si aggiunse il ritrovamento in Anatolia di un poema bilingue hurrita- ittita sulla distruzione di Ebla, unico poema del Vicino Oriente che sia stato scritto per la conquista di una città: chiarì d’un tratto l’importanza di Ebla, che tanto forte scosse la fantasia dei contemporanei. Il poema, benché frammentario, mostrava chiare assonanze con l’Iliade, narrando di un dio che minaccia Ebla perché teneva illegittimamente prigioniero un principe. “Sono da sempre convinto – chiosa Matthiae – che questo poema sia all’origine di topoi che sono stati ripresi dall‘Iliade stessa”.

E ancora un’altra scoperta importantissima sarebbe avvenuta di lì a poco: quella delle 17mila tavolette intere o frammentarie degli Archivi Reali di Ebla. Matthiae ne fa una ricostruzione scientifica nel suo nuovo libro,Gli Archivi di Ebla, ma quello che colpisce la fantasia del lettore è anche scorgere (tra la messe di tavolette che parlano di transazioni commerciali, di dizionari bilingui e di liste lessicali sumeriche di nomi di piante, di pesci, di pietre preziose) alcuni testi di scongiuri e incantesimi redatti in scrittura cuneiforme.

“Ebla certamente partecipava del livello culturale e delle strutture economiche delle società mesopotamiche del terzo millennio – ci spiega Matthiae -. Ma è anche vero che negli archivi, di fatto, abbiamo trovato poche opere letterarie. La gran parte sono di carattere economico, ma troviamo anche  invocazioni agli dei perché risolvano sul piano della storia problemi analoghi a quelli che si racconta abbiano risolto nel mito”. E se nel pantheon eblaita l’enigmatico dio Kura alle soglie del secondo millennio si eclisserà per lasciare spazio a Haddad, il dio della tempesta, eroe divino che combatté contro un mostro a più teste, dio del mare, sovrana assoluta dei templi e dei riti di Ebla appare la dea pagana Ishtar che le rappresentazioni mesopotamiche raffigurano come una dea alata e con artigli.

Ishtar è la grande dea del cielo e dell’amore e della guerra. E’ una dea potente e complessa- spiega Matthiae- perché dea celeste e insieme identificata con la stella Venere. Ma anche dea ctonia, della fecondità della terra”. Ma forse c’è di più. Quegli artigli- ci raccontava già settimane fa l’archeologo Paolo Brusasco, non sono da leggersi come segno di aggressività , ma come espressione di una femminilità che non si identifica tout court con la “posizione passiva”. Come invece accadeva in Grecia e a Pompei, dove la femminilità – come spiega Eva Cantarella – era sinonimo di passività e poco importava, a Greci e Romani, se a incarnarla fosse un corpo di donna o di fanciullo. left 8/2009 del 27 febbraio

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