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Amsterdam festeggia Van Gogh

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 30, 2013

VanGogh-starry_night_ballance1Per i 160 anni dalla nascita del genio olandese riaprono il Rijksmuseum e Van Gogh Museum. Con una attesa mostra Van Gogh at work

di Simona Maggiorelli

Buon compleanno Vincent van Gogh! ( 30 marzo 1853- 29 luglio 1890). In occasione dei 160 anni dalla sua nascita, Amsterdamsi appresta a festeggiarlo con l’attesa mostra Van Gogh at work e la riapertura del Van Gogh Museum, chiuso per restauri dal settembre scorso. Ma non solo.

Il 13 aprile riapre dopo anni un gioiello storico come il Rijksmuseum, epicentro culturale della capitale olandese e raffinato scrigno che ora tornerà a ospitare capolavori di Van Gogh accanto a quelli di Rembrandt di Vermeer e alle opere di tanti altri  protagonisti della storia dell’arte olandese.

Ma procediamo con ordine, cominciando dalla mostra Van Gogh at work che annuncia novità anche per gli studiosi. Frutto di sette anni di ricerche, l’esposizione ricostruisce i rapporti con gli artisti coevi a questo straordinario artista che rivoluzionò la pittura nell’ultimo scorcio dell’Ottocento mandando definitivamente in soffitta la mimesis e la raffigurazione della realtà in termini razionali e oggettivi.

Van Gogh at work

Van Gogh at work

La forza espressiva del colore, una visione onirica e potente, la capacità di creare immagini senza aver bisogno dell’ impalcatura del disegno fanno la cifra personale e originalissima di questo immenso pittore che non conobbe maestri  in senso stretto né allievi. Un’originalità ineguagliabile la sua, frutto di un percorso solitario, ma non avulso dal confronto con il mondo dell’arte  che lo circondava.

Van Gogh è stato spesso considerato genio solitario,  solipsisticamente chiuso nel proprio tormentato mondo interiore, “in realtà – spiega la curatrice Marije Vellekoop nel catalogo  in uscita per la Yale University Press – studiava intensamente le novità che emergevano al suo tempo, si cimentava con varie tecniche, scambiava idee e discuteva con i colleghi”. Insomma Van Gogh fu un genio assoluto, nonostante la malattia mentale; aveva un talento immenso, ma non era affatto un artista incolto e selvaggio. Anzi si impegnava costantemente per fare progressi e imparò a padroneggiare una grande molteplicità di tecniche artistiche in modo da potersi esprimere  in modo pieno, liberamente.

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Il bianco infinito di Savelli

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 30, 2013

maestro_del_bianco-angelo_savelliSodale di Barnett Newman e Ad Reinhardt, durante il suo periodo newyorkese, Angelo Savelli non perse mai il rapporto con la sua terra d’origine, la Calabria. Con i suoi monocromi bianchi  ha lasciato un segno importante nella storia dell’arte astratta italiana. Il Marca di Catanzaro gli rende omaggio  con una retrospettiva.

di Simona Maggiorelli

Il museo Marca di Catanzaro, dopo una serie di pregevoli iniziative dedicate alla scultura e alla pittura del secondo Novecento, ora si segnala anche per il recupero di un artista ingiustamente dimenticato come Angelo Savelli (1911-1995).

Calabrese, di Pizzo Calabro, cominciò a farsi conoscere quando si trasferì a Roma e prese a frequentare Renato Guttuso e la scuola romana. Interessato al post cubismo, Savelli trovò una propria cifra originale e coerente, quando si innamorò della pittura astratta intuendo la novità dello spazialismo di Lucio Fontana che rompeva definitivamente con l’idea di quadro bidimensionale e, attraverso i tagli e le prime installazioni, apriva una ricerca sulla terza dimensione in pittura.

Ma determinante per l’abbandono di Savelli dell’arte figurativa e per la scelta esclusiva del bianco in grandi monocromi fu anche l’incontro con l’arte di Piero Manzoni che, accanto a birbanti provocazioni come Merda d’artista, portava avanti una raffinata ricerca astrattista, nella serie Achrome, dominata dal bianco, ma riscaldato da riflessi dorati, oppure reso carnale e materico con tele grinzate che trasformavano il quadro in un dinamico bassorilievo. Grazie a prestiti della Fondazione Prada e della Fondazione VAF-Stiftung, la personale Angelo Savelli. Il Maestro del Bianco curata da Alberto Fiz e da Luigi Sansone raduna nelle sale del Museo Marca una settantina di opere – tele, sculture e ceramiche – che documentano questo suo percorso, dalle prime esperienze figurative degli anni Trenta fino a Where Am I Going una della sue ultime realizzazioni datate 1993-94.

Baricentro dell’esposizione è una data cardine nella carriera di Savelli: il 1954 quando l’artista si trasferì a New York, entrando in contatto con protagonisti della pittura informale come Barnett Newman e Ad Reinhardt. Savelli ne ricevette un input a radicalizzare la propria ricerca nell’ambito dell’astrattismo. Che Savelli riuscì a fare senza annullare mai le proprie origini e il rapporto con la propria terra come raccontano nel museo Marca quadri come White Space (che nel 1957 fu esposto nella galleria newyorkese di Leo Castelli) ma anche e soprattutto le sculture in corda bianca che evocano quelle usate dai pescatori. Da sottolineare di questa mostra è anche il tentativo dei due curatori di ricostruire che cosa realmente spinse Angelo Savelli ad un certo punto della propria carriera a ridurre la tavolozza a un solo colore, il bianco. Ciò che possiamo cogliere al primo sguardo è che il bianco di Savelli, per esempio, non ha niente a che vedere con il bianco spettrale degli irreali templi greci di De Chirico. Né con il bianco agghiacciante che appare nei quadri surrealisti di Magritte e Ernst.

Di primo acchito cogliamo la vivacità e il calore del bianco di Savelli ma è Alberto Fiz a farci capire di più quando nel catalogo Silvana editoriale che accompagna la mostra annota: «Il bianco per Savelli costituisce il luogo germinale della pittura, la vita sotterranea da cui tutto emerge». E ancora: «La sua monocromia è accidentata. tormentata. ruvida, discontinua, diseguale e il bianco non è la purezza, bensì infinito». Del resto lo stesso Savelli scriveva: «Penso che il bianco non sia un colore, lo diventa se appoggiato ad uno degli altri colori dell’arcobaleno, quindi lo chiamerei infinito».

dal settimanale left

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Il cubismo come arte di pensiero

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 23, 2013

Picasso, nudo,1909

Picasso, nudo,1909

di Simona Maggiorelli

«Trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono», annotava Cézanne. E di questa frase Braque, Picasso, Léger, Gris e molti altri fecero il proprio motto in quel primo decennio del Novecento che vide, a Parigi, la nascita del cubismo. Ad un anno dalla scomparsa di Cézanne, una retrospettiva al Salon d’Automne nel 1907 celebrava finalmente l’opera del maestro di Aix-en Provence e i giovanissimi artisti che al volgere del nuovo secolo alimentavano l’avanguardia ne rimasero profondamente colpiti.

La visione volumetrica e “onirica” di Cézanne li incoraggiava ad esplorare un modo nuovo di fare pittura, sempre meno legato alla visione retinica delle cose e sempre più figlia di una visione interiore e originale dell’artista capace di cogliere l’invisibile. Così, grazie al genio di Picasso  ma anche di Braque, fu subito un grande salto, un radicale cambio di paradigma nella pittura d’Occidente. Come ci avvertono inequivocabilmente le due tele, un nudo di Picasso e un paesaggio di Braque, poste ad incipit della mostra Cubisti cubismo allestita nel Complesso del Vittoriano, a Roma (fino al 23 giugno, catalogo Skira).

Da un lato un nudo femminile del pittore spagnolo, datato 1909 (proveniente da San Pietroburgo), primitivo e potente, tracciato con pochi segni essenziali; magnetico e scultoreo, per quanto scomposto secondo una pluralità di prospettive. Dall’altro la stratificata foresta di Braque, una visone sintetica e instabile, un bagno di verdi brillanti e marroni, in cui lo spettatore ha la sensazione di poter sprofondare fino a precipitare in una quarta dimensione temporale ed emotiva.

Braque 1909

Braque 1909

In entrambi i quadri i piani si aprano, non collimavano più, la “realtà” è ritratta da più angolature, secondo prospettive multiple. Il cubismo «non è arte dell’imitazione, ma arte di pensiero che tende ad elevarsi fino alla creazione» scrisse il poeta Apollinaire, rilanciando quel termine, cubismo, che il critico Luis Vauxcelles aveva coniato recensendo la mostra di Braque nella galleria di Kahnweiler nel 1908. Un’etichetta che diventò felicemente un marchio di fabbrica, fino alla fine degli anni Venti come racconta questa corposa e avvincente collettiva romana curata da Charlotte N.Eyerman e da Simonetta Lux, che raduna più di una decina di opere di Picasso (fra le quali una straordinaria donna accovacciata prestito del museo di Sant’Antonio in Texas) e altrettante di Braque, ma anche una miriade di dipinti di artisti sodali ai due, anche se di minor talento – come Gleizes, Metzinger, Gris, Feininger, Cendrars e molri altri – ma che restituiscono pienamente il vivace fermento artistico e creativo che animò la capitale francese per oltre un ventennio, anche dopo la prima guerra mondiale e fino al “ritorno all’ordine” degli anni Trenta.

Ma interessanti sono anche le finestre aperte da questa mostra sul cubismo russo con opere di Gontcharova e Popova e sul futurismo italiano attraverso opere e collage in stile cubista di Severini e Soffici. E ancora, da non perdere, al piano superiore del Vittoriano, la sezione dedicata alle intersezioni fra il cubismo e il teatro, con i costumi di scena e le scenografie del balletto Parade firmate da Léger ma anche quella che racconta la sperimentazione cubista nella moda attraverso le stoffe realizzate dalla pittrice Sonia Delaunay.

da left avvenimenti

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Javier Cercas: sono fanaticamente europeista

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 18, 2013

Javier Cercas con Bruno Arpaia

Javier Cercas con Bruno Arpaia

In Spagna è da poco uscito il suo nuovo libro Le leggi della frontiera dedicato alla gioventù bruciata del dopo Franco. E con romanzi immaginifici ma anche di forte impatto politico, è diventato negli ultimi vent’anni uno degli autori, non ancora cinquantenni, più letti ed amati in Europa. Tanto che il festival Dedica,  lo scorso marzo, lo ha eletto assoluto protagonista di due settimane di incontri, letture, mostre, convegni a Pordenone. Mentre la rassegna romana Libri Come lo ha invitato a parlare di Europa degli scrittori. «Sono un fiero europeista» racconta di sé lo scrittore e docente di letteratura spagnola all’Università di Girona. «Capisco che la gente sia infuriata oggi, che dica: “Basta, facciamo un referendum sull’Europa!”. Ma penso sia un errore. Beninteso – precisa Cercas ( in arrivo al Salone del libro di Torino) – io non sono d’accordo sulla fisionomia che ha assunto l’Europa come unione di mercati… Io sono per l’austerità, ma non sono per la morte delle persone. Ma l’ Europa è l’unica utopia ragionevole che abbiamo inventato. Io non so quanti anni ha lei, ma io sono nato nel 1964 e la mia è la prima generazione europea senza guerra. Abbiamo la possibilità di preservare la democrazia, di preservare il welfare e possiamo farlo solo se siamo uniti a livello europeo mentre avanzano colossi come la Cina, l’India, il Brasile. È troppo facile dire che è tutta colpa di Bruxelles. Non cerchiamo un nemico esterno. La Spagna da sola non può fare niente, non lo può fare l’Italia, neanche la Germania da sola può fare nulla. Per questo sono fanaticamente europeista.

Nel frattempo i populismi crescono in Europa. Che cosa ne pensa?

Il populismo ha preso piede in Francia. In Spagna è latente, c’è in Grecia e in Italia. Non sono così esperto da poter entrare nello specifico, ma mi interessa molto l’Italia e leggo quel che dicono i giornali… Non so come si possa votare Berlusconi dopo gli ultimi vent’anni. Proprio non lo capisco. Posso capire la furia, il malessere di tante persone che hanno votato Cinque stelle. Però se uno è ammalato non credo che vada a cercare uno sciamano, cerca un medico. Assisto a tutto questo con grande inquietudine, vediamo cosa succede. Dopo Soldati di Salamina (Guanda, 2004), che ha avuto una quarantina di edizioni, sono usciti in Spagna molti romanzi sulla guerra civile.

Questo flusso di narrazioni ha aiutato l’elaborazione della memoria collettiva, specie da parte dei più giovani?

E’ difficile per me dirlo. Ma i “saggi” dicono di sì. Prima di Soldati di Salamina era stato scritto molto sulla guerra civile. Ma è vero che in quel romanzo è stato visto l’inizio di un modo diverso di affrontare la vicenda del conflitto. Ha coinciso con l’inizio di un lavoro di elaborazione da parte della nostra generazione che è nata dopo la guerra, che non ne aveva mai parlato. E credo sia vero che da lì è cominciato un movimento di recupero della memoria storica. Che poi ha portato anche ad una legge. Ma il problema è che non è stata fatta bene. Zapatero è partito con belle intenzioni ma non ha portato a compimento il suo lavoro. Alla fine della dittatura franchista in Spagna ci fu un patto dell’oblìo.

Vede delle analogie con quanto è accaduto in Italia dopo Mussolini?

Si possono rintracciare delle analogie. Ma resta il fatto che la dittatura di Franco è durata ben quarant’anni, fino al 1975: un periodo assai più lungo. E poi il fascismo non ha avuto una dimensione davvero internazionale, anche se è stato molto importante, una vera tragedia, per l’Italia. Quanto avete pagato l’amnesia che ha caratterizzato il dopo Franco? Devo ammettere che non ho una cattiva idea della transizione dalla dittatura alla democrazia. Soprattutto dopo aver scritto Anatomia di un istante (Mondadori e poi Guanda) il libro successivo rispetto a Soldati di Salamina.

Il libro in cui raccontava gli istanti drammatici del tentativo di colpo di Stato del 23 febbraio 1981 in Spagna?

Sì quando il colonnello Tejero entrò armato in parlamento a Madrid. Ho cercato di raccontare quel momento cruciale, quando fischiavano le pallottole e tutti cercavano riparo mentre solo il primo ministro Adolfo Suàrez, il tenente generale Gutiérrez Mellado e il segretario del partito comunista Santiago Carillo, rimanevano seduti ai loro posti a sfidare il golpe. Non è stato facile per me scrivere quel libro. Raccontare i “nudi fatti” è sempre darne un’interpretazione. Fino a quel momento sopravviveva un patto politico fra la sinistra e la destra. Il partito comunista guidato da Santiago Carrillo (che era il nostro Berlinguer, come sapete erano amici) decise che era molto più importante costruire la libertà e la democrazia che fare giustizia. Io non giudico quella decisione. Ma ovviamente c’è stato un prezzo da pagare per tutto questo.E che avremmo dovuto pagare, non dico immediatamente dopo il franchismo, ma almeno qualche anno dopo. Ma così non è stato: un Paese civilizzato non può permettersi di avere centomila morti non identificati. Questo non è accettabile. Quando Zapatero è andato al potere doveva cercare una soluzione, rapidamente. Invece disse che non c’erano i soldi. La questione rimase irrisolta per una questione di denaro! Poteva essere l’ultima ferita della guerra da curare. Zapatero non l’ha fatto. E ha voluto utilizzare tutto questo politicamente. Non è corretto. Vicende così tragiche non si usano; si risolvono e basta.

Il suo nuovo romanzo Le leggi della frontiera che uscirà ad aprile in Italia per Guanda affronta un altro momento importante della storia spagnola: il dopo Franco, il periodo della sua generazione. Quanto c’è di autobiografico? E quanta invenzione?

Tutti i romanzi, a mio avviso, sono autobiografici. Ma non in senso stretto. Questo nuovo libro, per esempio, racconta la storia di un giovanotto di estrazione borghese che si unisce ad una banda criminale come ce n’erano tante in quegli anni. Ma io non ho mai fatto parte di una gang di quel tipo. Mi piacerebbe poter dire di aver avuto un passato così “avventuroso”, ma non mi è capitato. Ciò che voglio dire con questo è che non racconti mai direttamente la tua vicenda in un romanzo. Ma scrivi ogni romanzo con la tua esperienza, con le tue ossessioni, con tutto quello che hai letto e vissuto. In questo senso scrivere un romanzo è tradurre la tua esperienza particolare in qualcosa di universale. Scrivere narrativa è fare del particolare l’universale. Questa è la letteratura.

La prima parte del suo nuovo romanzo si sviluppa nel 1978, c’è un nesso con Anatomia di un istante?

Comincia nel 1978 e, nella seconda parte, arriva fino ai nostri giorni . Ed è vero che la prima parte si può leggere come “l’altra faccia”di Anatomia di un istante che raccontava la transizione dalla dittatura alla democrazia dal punto di vista della politica alta. Ne Le leggi della frontiera racconto quello stesso passaggio ma dal punto di vista personale e sentimentale. Alla fine potrei dire che questo nuovo romanzo è una lunga e complessa storia d’amore. E potrebbe sembrare autobiografico. Il protagonista del libro è un ragazzotto che assomiglia a me da tutti punti di vista. Lui vive dove vivevo io, nella stessa città, frequenta la stessa scuola dove andavo io. La sua esperienza, almeno nella prime pagine, è simile alla mia, ma come dice Milan Kundera ogni personaggio di un libro è un io ipotetico, una possibilità di me stesso non realizzata. Come Cervantes che un giorno si alzò dal letto e si chiese cosa succederebbe se io invece di trovarmi in mezzo alla battaglia di Lepanto fossi un uomo che non si è mai spostato dal suo paesino e ha passato tutta la vita a leggere libri di cavalleria? Così cominciò ad immaginare Don Chisciotte. Ma Cervantes non è solo Don Chisciotte. Lui è tutti i personaggi del libro. Perché l’autore si dissolve nel romanzo. In questo senso Le leggi della frontiera è un libro autobiografico e tutti i libri sono autobiografici.

Scrivere un romanzo è un po’ come fare uno strip tease al contrario, lei ha scritto in uno dei saggi contenuti nel volume La verità di Agamennone (Guanda, 2012)…

Esattamente. Lo scrittore comincia nudo, ha dalla sua solo la sua esperienza. Pagina dopo pagina poi si veste di immaginazione. Come ha detto, per primo, Mario Vargas Llosa. Nei suoi primi romanzi giocava molto con l’ironia, con la metaletteratura, un aspetto che l’avvicinava a uno scrittore come Roberto Bolaño. Quella fase è terminata? Non avverto una cesura. Quando ero giovane mi ha molto influenzato Italo Calvino. Ancora oggi penso che sia stato un grandissimo scrittore. Ma il mio percorso è opposto. Lui ha cominciato come scrittore realista, attento alla storia e alla fine aveva una narrazione postmoderna, fantastica, giocosa. A me è accaduto l’inverso. Ho cominciato con la metaletteratura, con l’ironia, e poi mi sono interessato alla storia e alla politica. Ma non ci sono in me due scrittori diversi. Sono sempre lo stesso autore. Forse il fatto che io abbia una visione diversa della storia e della politica ha una relazione diretta con quei miei inizi più formalisti, più ludici. Ho sempre pensato che l’ironia sia essenziale al romanzo. Quando non è puro intrattenimento è una forma di conoscenza. Per tornare a Cervantes, Don Chisciotte è in parte comico, ridicolo e in parte tragico. L’ironia può comprendere due cose allo stesso tempo. È straordinaria da questo punto di vista. Tutti i miei romanzi hanno un’ironia che porta a una visione complessa della realtà. Ad una visione antidogmatica.

Per tratteggiare meglio questa realtà polisemica le è necessario il castigliano?

È la mia lingua, non ho potuto scegliere. Ci sono degli autori che scelgono una propria lingua, come fecero Nabokov, Conrad, Beckett ma sono casi speciali. Io posso scrivere in catalano. La tradizione catalana è magnifica, è bellissima, ma al fondo non è la mia lingua. Ma c’è anche altro: quando ho iniziato a scrivere c’era una grande fioritura di autori latinoamericani. La lingua spagnola nella seconda metà del Novecento ha recuperato la centralità nella narrativa internazionale. I miei “padri” sono stati Borges, Garcia Marquez, Vargas Llosa, Rulfo, grandissimi scrittori. Io non sono uno scrittore spagnolo, sono uno scrittore in spagnolo. E poi la lingua è sì importante, ma più importante è il linguaggio. Uno scrittore ha sempre due tradizioni: una è la lingua in cui scrive, il suo strumento, e l’altra è la tradizione universale. Queste sono le due ruote del carro, altrimenti non cammina. Per me ci sono autori italiani importanti, ma anche nordamericani e sudamericani più di tutti. Posso essere più vicino a un autore di qualcuna di queste tradizioni e fare una scelta d’elezione, sentendomi più vicino a un autore svizzero, per dire, che a uno spagnolo. Perché no?

( intervista di Simona Maggiorelli, dal settimanale left)

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Le voci di piazza Tahrir oggi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 17, 2013

Le voci di piazza Tahrir

Le voci di piazza Tahrir

C’è una frase del giornalista e scrittore Vincenzo Mattei che mi ha colpita molto quando, durante una presentazione del suo libro alla Fiera del libro, ha detto che la rivoluzione di piazza Tahrir è stata soprattutto una rivoluzione di pensiero, che ha segnato un cambiamento nella testa delle persone, dei giovani soprattutto che ora non sono più disposti a sopportare un regime, come hanno dovuto fare i loro padri e i loro nonni per lunghissimi anni.

Comunque vada questa rivoluzione, gli egiziani hanno alzato la testa e non torneranno ad abbassarla. La cosa decisiva è che gli egiziani hanno acquisito una consapevolezza di sé e una fiducia nella propria possibilità di incidere nella realtà e poter cambiare le cose. E questa consapevolezza è l’arma che gli egiziani hanno per difendersi ora dai tentativi di controrivoluzione e di criminalizzazione del movimento che nel gennaio 2011 fu spontaneo, di massa, non violento.

Ecco è questo sguardo profondo, non solo rivolto ai fatti e a ciò che c’è dietro, ma soprattutto al vissuto delle persone in carne ed ossa, che rende particolarmente affascinante la lettura de Le voci di piazza Tahrir, il libro edito da Poiesis che, insieme all’autore, presentiamo questa sera al Centro culturale egiziano, a Roma.

Vincenzo Mattei non ha scritto solo un bel reportage, ma da scrittore sa restituirci i pensieri, gli umori, le speranze della gente comune che è stata protagonista di questa straordinaria epopea egiziana contro l’oppressione del regime di Mubarak e la sua corte di oligarchi corrotti. Il 25 gennaio del 2011 è stata rotta l’invisibile cappa di acciaio che ha tenuto un intero popolo, per decenni, in balia di un potere assoluto, affaristico e militare. Vincenzo ci fa capire che quel 25 gennaio, quando piazza Tahrir a Il Cairo diventò l’epicentro della rivolta, rappresenta una vera cesura nella storia egiziana. E ci fa vedere come quel terremoto partisse da lontano, quantomeno dal 6 gennaio 2010 quando un ragazzo di 28 anni, Khaled Said, fu ucciso ad Alessandria di Egitto: ad ammazzarlo di botte furono due poliziotti che cominciarono a pestarlo in un Internet Caffè, senza che lui avesse fatto niente. Quel giovane è diventato in tutto il mondo il simbolo di una violenza di regime, senza senso, che compie azioni criminali impunemente. La misura era colma.

Piazza Tahrir

Piazza Tahrir

La violenza non era più accettabile per i cittadini egiziani che – racconta Mattei nel libro – indipendentemente dal sesso, dalla religione, dalla estrazione sociale e culturale sono scesi in piazza per protestare pacificamente. Un fiume di gente che si mosso sfuggendo ad ogni controllo.“Un milione in piazza è solo un numero che può essere disperso e annullato con con qualche kalashnikov”, annota Vincenzo. Che ci fa ben capire che non erano un milione di eroi, di pazzi, votati al sacrificio. Erano studenti, padri di famiglia, impiegati, disoccupati, gente che viveva una vita normale. Fra loro anche tante, tantissime donne che nei diciotto giorni della rivoluzione hanno dormito all’agghiaccio senza che niente di brutto accadesse loro. Quando stupri e violenze, invece, erano stati usati come strumento politico dal regime di Mubarak.

In piazza anche molti scrittori, artisti, cineasti, intellettuali che, come si evince da questo libro, da tempo lavoravano più o meno inconsciamente sui temi messi all’ordine del giorno della rivoluzione: la lotta alla violenza sulle donne, libertà e giustizia sociale…

Alla maniera di un grande reporter come Kapuscinski, ha vissuto insieme a loro, come uno di loro, quasi scomparendo, mimetizzandosi fra i ragazzi di piazza Tahrir, Leggendo si sente che conosce profondamente e dall’interno la realtà che racconta quasi cinematograficamente, attimo dopo attimo. Vincenzo Mattei racconta con passione, in modo partecipe, ma senza tacere nulla.

Compresa la paranoia di essere osservati, spiati. E la paura umanissima di poter essere da un minuto all’altro atterrato da un proiettile, la tentazione di fuggire all’estero, la necessità di restare, di lottare .La tensione civile e la febbrile, contagiosa, atmosfera della rivoluzione che alla fine arriva a farti dimenticare il rischio che corri singolarmente, per condividere qualcosa di più grande, rendono roventi le pagine di questo libro. In cui si succedono volti, incontri, storie di persone diversissime che si intrecciano e si incontrano nella consapevolezza di non poter più abbassare la testa.

Vincenzo Mattei

Vincenzo Mattei

“La passione non confonde la mente, ma anzi accende lo sguardo e rende intelligenti”. Dunque grazie a Vincenzo Mattei di aver trasmesso a noi che non eravamo in quella piazza questo straordinario affresco di coraggio collettivo; un coraggio che è capacità di reagire all’oppressione, saper reagire in modo costruttivo. Come scrive Vincenzo Mattei ne Le voci di piazza Tahrir: “E’ lì negli interstizi fra il fegato e i polmoni che vive una rivoluzione, tra una corsa, un grido, uno sparo, una massa, una fuga e una nuova riunione. E’ lì nelle strade affollate di gente persa, che segue una strada, un istinto di giustizia una volontà che la propria voce per un secondo, conti, nell’indifferenza di chissà quanti anni di oppressione, di sfruttamento, di silenzio sofferto, di voci soffocate, che inizia la marcia per un coraggio collettivo che annulli l’incapacità e l’impotenza del singolo”. (Simona Maggiorelli)

 Testo della presentazione del libro Le voci di piazza Tahrir di Vincenzo Mattei ( edito da Poiesis, prefazione di Marc Innaro), il 14 marzo, al Centro culturale eiziano

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Lo sguardo di Wim Wenders

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 10, 2013

Foto di Wim Wenders (Electa)

Foto di Wim Wenders (Electa)

L’orizzonte sconfinato di Paris Texas, fra il deserto e qualche desolato Motel che evoca i vuoti paesaggi esistenziali dipinti da Edward Hopper.

E poi lo sguardo ipertecnologico che fa impazzire i protagonisti di Fino alla fine del mondo catturandoli in un mondo virtuale, facendoli precipitare in un’altra dimensione, all’apparenza più vera del vero. Oppure, su un versante completamente diverso, pensiamo allo scabro sguardo in bianco e nero, denso di presagi, che si posa su tetti berlinesi trasfigurandoli in un mondo abitato da angeli (Il cielo sopra Berlino).

La macchina da presa di Wenders non si limita a filmare l’oggettività delle cose ma crea immagini e paesaggi a partire dalla realtà. Nel cinema di Wim Wenders, fin dai suoi esordi, s’incontrano e si fondono più linguaggi, dalla videoarte, all’architettura, dalla pittura alla fotografia. Ora un libro dell’architetto e scrittore Carlo Truppi, Vedere i luoghi dell’anima con Wim Wenders (Electa), ne analizza gli intrecci e le inedite alchimie. Confrontando le riflessioni e le memorie dello stesso Wenders con i risultati di una ventina di fotografie realizzate dal cineasta tedesco a margine dei suoi più importanti film: scatti che colpiscono soprattutto per il loro spiccato carattere pittorico, al punto da sembrare veri e propri quadri. Con un appeal di spaesante iperrealismo scorrono davanti ai nostri occhi spazi extraurbani, “terre di nessuno”, come vecchie pompe di benzina in lande californiane semi desertiche oppure scorci metropolitani come i palazzi specchianti di Houston in Texas, cartelloni pubblicitari su muri che si ergono all’improvviso davanti allo spettatore, luccicanti lamiere d’auto in vertiginosi incroci stradali…

Wim Wenders in uno scatto di Donata Wenders

Wim Wenders in uno scatto di Donata Wenders

Ogni scatto crea un ambiente, un luogo da attraversare emotivamente, un mondo a parte, uno speciale paesaggio interiore. Chi guarda viene attratto in un inedito “cronotopo”, in un originale spazio-tempo, che più che uno spazio fisico è una dimensione mentale, un umore, un modo di sentire. I luoghi ricreati da Wenders con l’obiettivo della macchina fotografica o attraverso l’inquadratura della telecamera contagiano lo spettatore, così come i soggetti rappresentati. Come se ogni spazio urbano, ogni quartiere, ogni forma architettonica formasse una speciale stimmung o una sorta di genius loci che contagia abitanti e viaggiatori di passaggio.

Nelle sue opere, cinematografiche o fotografiche, Wenders rende visibile questo “invisibile”. I luoghi, anche quelli più anonimi o devastati, appaiono decontestualizzati e risemantizzati. Con maestria Wenders esplora quelle affinità fra architettura e cinema di cui aveva parlato, fra i primi, Ejzenstein. Che non a caso, prima di darsi al teatro e al cinema, aveva studiato architettura, come ci ricorda Antonio Somaini in un saggio contenuto nel denso volume a più mani Architettura del Novecento (Einaudi, 2012).

E se per Ejzenstein il cinema era «sintesi e memoria delle arti», per Wenders è in primis spazio pittorico, immagine bidimensionale in cui è visibile un disegno, ma anche spazio tridimensionale, con una sua costruzione architettonica, in cui la luce modella e scolpisce le forme, mente i diversi tipi di inquadratura, la relazione fra campo e fuoricampo e il montaggio contribuiscono a dinamizzare le sequenze di immagini.

( Simona Maggiorelli)

dal settimanale left

 

Corriere della Sera 8.3.13
Wenders: «Lasciava le attrici libere di essere se stesse. Era l’unico»
«Blow up, per me esordiente, fu un faro. Un vero inno rock»

Al di là delle nuvolePochi registi hanno conosciuto Michelangelo Antonioni ( a cui Ferrara dedica una mostra dal 10 marzo in Palazzo Diamanti) da vicino come Wim Wenders. Insieme hanno realizzato Al di là delle nuvole nel 1995. Una volta Wenders ha detto che Antonioni è stato uno dei primi cineasti moderni, e uno dei primi a lavorare come un pittore. Gli chiediamo di spiegarci questa intuizione.«Antonioni aveva la mente analitica di un architetto; era uno scrittore, un pittore, e sapeva far confluire tutto questo nei film. All’epoca era una novità: di solito i registi venivano dal teatro, dalla fotografia e dalla narrativa. Inoltre, in un mezzo così monopolizzato dagli uomini, aveva il grande dono di vedere le donne e lasciare che fossero più “se stesse” di quanto era successo finora nella storia del cinema. Non dico che le capisse meglio di altri: di certo dava loro una libertà diversa di fronte alla macchina da presa. La sua modernità nasce da tutte queste cose».Che cosa la affascina nelle sue immagini?
«Le sue inquadrature erano più rigorose e controllate di quelle di chiunque altro. Fu il primo a sapere esattamente come utilizzare il CinemaScope. Altri, come Godard, si limitavano a giocarci. C’era stato Fuller, che lo usava con grande efficacia, e il western. Ma un conto è il paesaggio americano e un conto il nostro mondo, le nostre città. E in ciò Michelangelo è stato unico. Tutte le sue inquadrature erano necessarie ed evidenti. Erano un linguaggio, non solo uno strumento».
A quali suoi film è più legato?
«Ho imparato molto da “Blow-up”, che vidi proprio quando iniziavo a studiare cinema. Che film cool, sexy e intelligente! Non potevo credere che ci fossero Jeff Beck e gli Yardbirds che suonavano e spaccavano le chitarre. Un inno al rock’n’roll! Fu travolgente. Ovviamente amo molto “L’avventura”. E poi “Il grido”, “Professione reporter”, l’inquietante “Zabriskie Point”. Ogni volta si vede un regista che racconta una storia ma non ha la ricetta già pronta, e la inventa dalla base».
Anche all’estero si è parlato di «incomunicabilità»?
«È stato il termine-chiave nella ricezione dei suoi film ovunque, forse per mancanza di fantasia da parte dei critici. In ogni caso nella modernità postbellica ci fu un collasso comunicativo, di cui Antonioni fu probabilmente il primo acuto osservatore».
Quando lo conobbe di persona?
«Quando presentò “Identificazione di una donna” a Cannes, nel 1982. Così gentile, modesto e misurato: il contrario di quello che mi aspettavo. Apparì nel mio corto “Room 666”, dove fu molto acuto ed eloquente. Quando seppi dell’ictus, fu molto doloroso. Per anni cercai senza successo di aiutarlo a realizzare “Due telegrammi”, una sceneggiatura che aveva scritto prima dell’ictus. Poi fui contattato dal produttore Stéphane Tchalgadjieff, che mi chiedeva se ero disposto a fare da stand-by director, per motivi di assicurazione, durante le riprese di “Al di là delle nuvole”. Inoltre avrei scritto (con il grande Tonino Guerra) e diretto una storia-cornice attorno alle quattro “storie d’amore impossibile” tratte da “Quel bowling sul Tevere”. Accettai, non appena seppi che era stata un’idea di Michelangelo. Il progetto prese un anno della mia vita, ma fu un periodo memorabile».
Ci racconti della lavorazione di «Al di là delle nuvole».
«Ero sul set dal mattino alla sera, tutti i giorni. Cercavo di aiutare come potevo, “traducendo” i suoi desideri alla troupe. Non era sempre facile, a volte dovevo indovinare. Deve averlo fatto impazzire il fatto che non sempre capivamo che cosa avesse in testa. A volte si metteva un dito sulla fronte, per dire “Siete tutti matti”, e scoppiavamo a ridere. Il fatto che non potesse parlare non gli impedì di fare esattamente il film che voleva».
Come lavorava con gli attori?
«Il rapporto che aveva con le attrici per me rimane un po’ un mistero. Era molto speciale e diverso da quello con tutti gli altri. Ovviamente l’impossibilità di parlare qui diventava nodale e dolorosa. Ma Michelangelo aveva un modo di osservarle, e di accompagnarle con gli occhi durante ogni ripresa (posso assicurare che non aveva la stessa attenzione per gli uomini…), che dava loro molta sicurezza. A volte, finita la scena, rivolgeva loro un piccolo gesto delicato, in cui condensava le sue sensazioni».
Che cosa le manca di Antonioni?
«Quando penso a Michelangelo, rivedo il suo sorriso triste. Erano gli occhi, più che la bocca, a mostrare che sorrideva. Lo vedo che guarda Enrica. Il suo nome era una delle poche parole che riusciva a pronunciare. E vedo una lacrima nei suoi occhi. In quegli ultimi anni, a volte, era molto emozionabile, ma lo si capiva solo dal quel piccolo luccichio. Dava l’impressione di essere una persona dura, ma si commuoveva facilmente per ciò che amava». ( Alberto Pezzotta)

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Lorenzo Lotto nella Reggia di Venaria

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 10, 2013

Lotto. Laura da Paola

Lotto. Laura da Paola

“Difficile discriminare se più nuoccia alla fama di un artista essere dimenticato che mal conosciuto: e vien voglia di decidere che se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il silenzio alle mezze parole”, così scriveva la scrittrice Anna Banti ad incipit del suo libro dedicato a Lorenzo Lotto (1480-1556): un agile volume opportunamente recuperato e pubblicato nella collana Sms dell’editore Skira, un paio di anni fa. Il prezioso ritratto a parole firmato della romanziera e studiosa d’arte, sulla strada aperta dagli scritti di Roberto Longhi, finalmente restituiva la giusta statura a questo inquieto pittore, dalla vena sensibile e popolare, lontano anni luce dallo splendore e dal trionfo dei colori della pittura veneta a lui contemporanea.

Benché fosse veneziano e ventenne alla svolta del Cinquecento, la sua cultura visiva sembrava alquanto provinciale al confronto con il raffinato e poetico tonalismo di Giorgione o se paragonata al vigoroso realismo, laico ed espressivo di Tiziano.

Ma i suoi santi scavati dal tormento interiore, le sue timide Madonne, i suoi aguzzi e veritieri ritratti sono, se possibile, ancor più lontani dal classicismo idealizzante di Giovanni Bellini, che secondo la tradizione sarebbe stato suo maestro nei primi anni veneziani. Brusco ed immediato, poco propenso alla ricerca formale e alla trasfigurazione aulica dei soggetti rappresentati (anche nelle pale sacre) Lorenzo Lotto è stato forse il maggiore interprete in Italia di quello spirito nordico e riformista che si era andato diffondendo in modo più o meno sotterraneo nella piccola “borghesia” delle regioni del Nord della penisola. Ma non solo.

Lorenzo Lotto fu anche il cantore delle terre marchigiane e dei suoi rustici personaggi, come racconta la mostra Un maestro del Rinascimento. Lorenzo Lotto nelle Marche, aperta dal 9 marzo al 7 luglio nella piemontese Reggia di Venaria e incentrata dal curatore Gabriele Barucca su una ventina di opere realizzate da Lotto ad Jesi, a Recanati e dintorni.

Dedicata al periodo più fertile della produzione lottesca, l’esposizione, che ha fatto tappa anche al Museo Puškin di Mosca, in realtà è una piccola grande summa dell’arte di questo schivo e appartato artista: un viaggio sfaccettato nella sua poetica antieroica e borghese, dove trionfano penetranti primi piano di sarti e altri artigiani al lavoro, di ricche e addobbate signore di provincia, di giovani di belle speranze, di persone anonime che conquistano per la prima volta la ribalta della storia dell’arte.

In questo percorso espositivo sono tante anche le opere che raccontano episodi mutuati dai testi sacri e che appaiono sempre calati nella concretezza della vita di tutti i giorni, in modeste abitazioni e in brulli tratti di paesaggio, scavati da calanchi, come i volti dei solitari santi che Lotto metteva al centro della sua pittura altamente drammatica e narrativa. Calati nella quotidianità, nella storia, fuori da ogni distanza metafisica, così appaiono i suoi San Gerolamo e il suo San Vincenzo Ferrer proveniente dalla chiesa di San Domenico di Recanati e appena restaurato. Ma folgoranti sono anche i pannelli dell’annunciazione, dipinti a Jesi intorno al 1526 in cui le figure sacre si sporcano le mani con la faticosa quotidianità contadina, mentre lo sgomento che si legge sul volto di Maria arriva a sfiorare l’eterodossia. ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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Tiziano e la forza del colore

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 3, 2013

Tiziano, Danae di Capodimonte

Tiziano, Danae di Capodimonte

La rivoluzione del colore. Di una pittura che – con grande scandalo di Michelangelo e di altri maestri toscoemiliani – modernamente faceva a meno del disegno, dando corpo e tridimensionalità alla rappresentazione con la forza di una tavolozza cangiante, ricca di riflessi di luce e di un tonalismo che, sulla strada aperta da Giorgione, permetteva una inedita fusione fra personaggi e paesaggio. E poi l’orgoglio di una pittura laica, espressiva, carnale ed elegante, che teneva alta la fama della Repubblica di Venezia, fieramente indipendente, nonostante i venti cupi di controriforma che, nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa cattolica alzava non solo nella penisola.

La pittura di Tiziano Vecellio (1490 circa – 1576) seppe farsi interprete di queste istanze in un modo straordinariamente creativo e originale, per un lungo e fertile sessantennio. Una mostra alle Scuderie del Quirinale, dal 5 marzo al 16 giugno (catalogo Silvana editoriale) offre l’occasione di ripercorrerlo attraverso una selezione di quaranta opere di questo forte protagonista della pittura del XVI secolo.

A conclusione di un ciclo di mostre sulla pittura veneta e scandito da capitoli monografici dedicati a Antonello da Messina (che dal 1474 fu in Laguna), a Giovanni Bellini, a Lorenzo Lotto e a Tintoretto, il curatore Giovanni C.F. Villa in dieci sale è riuscito a costruire un percorso dedicato a Tiziano che evoca due storiche retrospettive, quella del 1935 e quella del 1990 in Palazzo Ducale a Venezia. E anche se questa mostra a Roma – ovviamente – non può giovarsi degli affreschi che il pittore realizzò, per esempio, ai Frari e in altri luoghi, ha comunque il merito di esporre importanti opere conservate all’estero come L’allegoria del tempo (1550-1565) della National Gallery in cui Tiziano ricreava un tema caro a Giorgione e poi ritratti conservati a Vienna, a Budapest e a Washington e ancora capolavori come il Supplizio di Marsia (1576) proveniente dal Castello ceco di Kromeriz, opera che testimonia la capacità che Tiziano ebbe, anche nei suoi ultimi anni, di rinnovare radicalmente il proprio linguaggio espressivo.

Tiziano Supplizio di Marsia

Tiziano Supplizio di Marsia

L’episodio mitologico, mutuato da Ovidio, prende vita sulla tela con una pittura rapida e materica che mira all’essenziale. Con una fiammeggiante scelta di toni rosso-bruni Tiziano decise di rappresentare il momento più cruento della vicenda di Marsia punito da un feroce Apollo perché aveva osato sfidarlo nella musica. In un angolo di questa scena dalle tonalità arse e profonde, dipinta in modo impressionistico e drammatico con pennellate spezzate, quasi sommarie, spunta anche un singolare autoritratto di Tiziano, come una sorta di scettico Nicodemo dallo sguardo smagato e pensieroso. Un cammeo e insieme una eretica e coraggiosa sfida da parte di un artista che per tutta la vita aveva rappresentato per immagini gli ideali repubblicani, sempre guardandosi dal diventare pittore di corte, nonostante la vicinanza con letterati come Bembo e l’Aretino, nonostante le profferte papali e gli inviti a trasferirsi a Roma (cosa che Tiziano rifiutò sempre), nonostante l’attenzione di committenti come l’imperatore Carlo V e Filippo II di Spagna.

Uno spirito di indipendenza di cui raccontano le pagine dei cronisti del suo tempo (Giorgio Vasari in primis), ma che si può leggere in filigrana anche nella sua eccezionale produzione ritrattistica. Fu proprio quel suo spiccato senso di estraneità, quel suo essere e sentirsi “altro” rispetto ai potenti della sua epoca a dare originalità al suo sguardo e a consentirgli quella sua speciale e penetrante capacità di cogliere gli aspetti psicologici dei soggetti rappresentati.

Per rendersene conto, visitando la mostra alle Scuderie del Quirinale, basta osservare l’arcigno papa Paolo III che Tiziano dipinse nel 1543, oppure l’espressione di tronfia stolidità che caratterizza il ritratto di Carlo V proveniente dal Prado di Madrid.

Tiziano, Ritratto di Ranuccio Farnese

Tiziano, Ritratto di Ranuccio Farnese

E ancora, sul versante opposto, basta  prestare attenzione  allo sguardo timido, sensibile e quasi impaurito del giovane Ranuccio Farnese, in palese contrasto con la posa e l’abito inamidato in cui lo costringe il suo rango sociale.

Ma grande immediatezza e forza comunicativa hanno anche i tanti ritratti di personaggi liberi e anonimi che Tiziano dipinse in momenti di vita quotidiana come l’elegante Uomo con guanto del Louvre o il pianista de Il concerto. Una libertà espressiva che si fa sensuale carnalità in ritratti femminili come Flora o come la Danae di Capodimonte, in cui Tiziano si divertiva a ritrarre giovani e misteriose  bellezze del suo tempo.

Un omaggio al fascino muliebre era la cifra viva e vibrante dei suoi ritratti femminili ma anche di opere di soggetto sacro, come la sensuale Maddalena penitente di Pitti, un’opera al limite dell’eterodossia.

Ma Tiziano, amico e sodale di umanisti, seppe evitare pericolose condanne da parte della Chiesa, invocando raffinate letture neoplatoniche del Cristianesimo, come nel celebre Amor sacro e amore profano (1515) della Galleria Borghese in cui, come ricostruì Erwin Panofsky (Studi di iconologia, Einaudi), operava un sapiente rovesciamento: rappresentando l’amore profano come una giovane donna sontuosamente vestita e l’amor sacro come una giovane nuda: come nuda, secondo la dottrina, è la verità dell’anima davanti a dio.

( Simona Maggiorelli)

dal settimanale left

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Modì, tutto l’essenziale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 2, 2013

MilanoModigliani_352-288 di Simona Maggiorelli

La linea nitida, la solidità scultorea di forme essenziali, il colore rossastro delle terre che riscaldano la tavolozza. E poi le curve morbide del nudo femminile, il fascino misterioso di figure dal collo lungo e di volti in cui un occhio appare cieco verso la realtà circostante e come rivolto ad una dimensione interiore.

E’ una perfetta sintesi di classicità e avanguardia l’arte di Amedeo Modigliani (1884-1920) che la mostra Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti aperta in Palazzo Reale a Milano dal 21 febbraio all’8 settembre (catalogo Il Sole 24 ore Cultura) torna a raccontare attraverso una selezione di quindici tele dell’artista livornese appartenute al collezionista Jonas Netter (1866-1946).

Capolavori che, insieme a un centinaio di opere di pittori che furono anche compagni di vita di Modì nelle notti folli di Montparnasse e di Montmartre (Utrillo, Chaïm Soutine e Suzanne Valadon e altri) formano uno spaccato della scena artistica parigina nei primi, effervescenti, anni del Novecento.

Modigliani, come è noto, approdò in Francia nel 1906, l’anno della retrospettiva in memoria di Cézanne, avendo già alle spalle una solida formazione accademica, viaggi di studio in Italia che gli avevano permesso di conoscere dal vivo i capolavori dell’arte antica, gotica e protorinascimentale, a cominciare dall’amato Duccio di Buoninsegna dal quale aveva tratto ispirazione per auratiche presenze femminili.

Alcune opere di Modigliani (1)Non resta molto di queste prime esperienze pittoriche di Modigliani che, molto esigente e critico verso se stesso, fece in modo che andassero in gran parte distrutte.

Così a Milano visitando questa collettiva curata da Marc Restellini, direttore della Pinacothèque de Paris (da cui proviene l’intera mostra) si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un artista “nato” maturo, con il dono di uno stile unico, personalissimo, che mescola semplicità, arcaismo, ieraticità, raffinata eleganza e purezza formale. Basta guardare i suoi ritratti della giovane compagna, la pittrice Jeanne Hèbuterne, che hanno il fascino elegante e la femminilità delle dame di Parmigianino e l’aura onirica delle figure di Cézanne.

Oppure le scultoree cariatidi, figure enigmatiche che punteggiano tutta la carriera di Modì: con esse tentò una radicale rivisitazione della forma pittorica stimolata dalla passione per l’arte africana, oceanica, orientale e precolombiana.L’artista livornese, che si era sempre pensato sculture, prima che pittore, cercava nell’antico l’ispirazione per creare una immagine di donna universale senza tempo né radici geografiche.

Jeanne_Hebuterne_seated

Jeanne Hebuterne

Affascinato dalla rivoluzione cubista di Picasso e dalle sue magnetiche Demoiselles, tuttavia Modì mirava ad un’immagine di bellezza femminile capace di sussumere la ieraticità del Trecento senese e la lineare sinuosità delle Veneri botticelliane.

Come Picasso riconosceva in Cézanne un vero maestro ma ne trasse una lettura molto distante da quella volumetrico-spaziale che ne fece il cubismo. Più che dalla destrutturazione della spazialità pittorica Modì fu attratto dalla semplificazione formale di Cézanne, dal tono riflessivo e malinconico dei suoi soggetti. Come ci racconta il ritratto della poetessa Beatrice Hastings (1915) per arte del lavare, con una estrema stilizzazione del volto, Modì  riuscìa tratteggiare uno straordinario ritratto psicologico della donna.

dal settimanale left-avvenimenti

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Rivoli di sangue. Minoli, Melandri e la crisi dei musei d’arte contemporanea

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 28, 2013

Castello di Rivoli, interni

Castello di Rivoli, interni

A rischio la sopravvivenza del museo piemontese, un luogo d’avanguardia, frutto di un lungimirante progetto di sinistra che dal 1984 metteva in connessione arte e ricerca. Mentre crescono le difficoltà anche per altri spazi pubblici del contemporaneo.

Per oltre vent’anni il Castello di Rivoli è stato il più importante museo di arte contemporanea, l’unico, pionieristico, polo italiano del settore. L’unico anche ad avere anche un’importante collezione e ad entrare a pieno titolo nel circuito internazionale.

Aperto nel 1984 in una elegante residenza sabauda alle porte di Torino, Rivoli è una istituzione di livello europeo, finanziata per l’ottanta per cento dalla Regione e dalla Fondazione Crt, che ha avuto un ruolo d’avanguardia. «Ma oggi – scrive Il Giornale dell’arte – versa in una crisi profonda».

A causa della difficile congiuntura che l’Italia sta attraversando, dei tagli alla cultura e ai trasferimenti agli enti locali ma anche «per una serie di scelte sbagliate che ne hanno compromesso credibilità e capacità d’azione», al punto che la rivista torinese denuncia un «suicidio in corso». E mentre sta per scadere il mandato della direttrice Beatrice Merz (il condirettore Andrea Bellini si è dimesso sei mesi fa) Rivoli si trova senza guida e senza un futuro certo.

Giovanni Minoli e Giovanna Melandri

Giovanni Minoli e Giovanna Melandri

Lo scrivono i lavoratori del museo in un duro comunicato in cui si legge che oggi «questo patrimonio pubblico rischia di andare perduto a causa della mancanza di chiare strategie politiche e amministrative». Alla sbarra, in primis, il presidente del consiglio di amministrazione (Cda), Giovanni Minoli, accusato di assenza di strategia e di disinteresse. «In ventotto anni di storia della nostra istituzione, primo esempio di in Italia di gestione pubblico privata, sono state investite ingenti risorse che hanno consentito la crescita a livello internazionale del museo – scrivono ancora i lavoratori di Rivoli – mentre i problemi già evidenziati nel 2011 sono rimasti di fatto senza soluzione».Denunciando l’inadeguato riconoscimento delle figure professionali e l’assenza di regolamentazione dei contratti.

Intanto, accanto alla Galleria civica diretta da Danilo Eccher (stretta in spazi inadeguati) conquista la ribalta Artissima, la fiera d’arte contemporanea su cui punta molto l’assessore alla cultura della Regione Piemonte Coppola che annuncia la possibilità di far confluire le tre realtà in un’unica superfondazione. Un’ipotesi che suscita molti dubbi da parte di esperti del contemporaneo.

«Rivoli è già una fondazione e nell’ipotesi di una superfondazione si aprirebbero problemi giuridici, se ne dovrebbe quanto meno riscrivere lo statuto» fa notare Michele Dantini docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Piemonte Orientale. «Ma soprattutto – aggiunge – non si può trascurare che Rivoli, in quanto museo, ha una missione scientifica, mentre Artissima ha, per definizione, una finalità commerciale. E in questa fase di grande competizione internazionale difficilmente si può immaginare che Artissima possa determinare profitto».

Castello di Rivoli, esterno

Castello di Rivoli, esterno

E mentre per il 2 marzo i lavoratori lanciano RivoliGotLove, una giornata fino a notte inoltrata di presidio a sostegno delle attività del museo, l’associazione Amaci, che riunisce 25 musei del contemporaneo in Italia, in una nota denuncia «l’estrema gravità del comportamento del Cda del museo che, alla scadenza del mandato del direttore, si è dimostrato impreparato a garantire la continuità operativa e scientifica dell’istituzione che governa». E chiede alle amministrazioni pubbliche che si facciano garanti dell’autonomia storica, culturale e operativa di Rivoli. Richiesta fin qui caduta nel vuoto. Il silenzio del ministro uscente dei beni culturali Lorenzo Ornaghi è stato fin qui assordante, rivela Gianfranco Maraniello, direttore del MaMbo di Bologna e membro del direttivo dell’Amaci: «Che il ministro Ornaghi, nonostante le nostre ripetute richieste, non abbia mai voluto incontrarci mi sembra pazzesco, data la missione pubblica che hanno i musei del contemporaneo, che non sono aziende qualsiasi».

Senza contare che oggi sono più di uno i musei del contemporaneo in Italia a versare in gravi difficoltà. A cominciare dal Museo Madre, fino a pochi mesi fa a rischio chiusura. «A Napoli abbiamo assistito a un lungo braccio di ferro fra l’insediamento di una nuova amministrazione comunale e un direttore il cui mandato era molto legato alla precedente gestione» commenta Marianello stigmatizzando «l’invadenza della politica, in Italia, non solo nei musei, ma in tutta la sfera culturale». E il pensiero corre al MAXXI dove al termine del commissariamento il ministro Ornaghi, a sorpresa, ha nominato Giovanna Melandri alla presidenza. Una nomina molto discussa e che indirettamente ci riporta a Rivoli dacché Melandri è cugina del Giovanni Minoli e il di lui genero, Salvo Nastasi, è il capo di gabinetto del ministro Ornaghi. E se ingerenza della politica non competente e nepotismo sono faccende annose nelle istituzioni italiane, in questo caso, rilancia Dantini, bisogna anche domandarsi quali e quante siano le responsibilità di chi gestisce i musei nel non sapersi conquistare la fiducia. «L’idea di istituire un museo di arte contemporanea in una sede così prestigiosa come Rivoli dotandolo di risorse storicamente fu un progetto politico di cui il Pci poteva andare fiero. Fu un chiaro progetto di sinistra – sottolinea Dantini – creare un museo d’avanguardia in una regione importante nel sistema industriale avanzato, un museo che stabilisse una connessione fra il mondo dell’arte e della ricerca».

Ma oggi quel patto di fiducia fra politica e mondo dell’arte contemporanea sembra essersi incrinato, per ignoranza da parte della classe politica, e non solo. «In un momento come questo in cui ministri come Ornaghi hanno un interesse controegemonico ad impossessarsi delle istituzioni del laicismo metropolitano- spiega Dantini – dobbiamo avere l’autorevolezza scientifica per contrastare chi diffida. Dobbiamo uscire dalla fragilità autoreferenziale, formulando proposte che riattivino il valore pubblico e sociale dei musei del contemporaneo come luoghi che erogano servizi alla scuola, dove si fa ricerca, che accendono la curiosità del pubblico, favorendo il pensiero critico e l’integrazione culturale». (Simona Maggiorelli)

da left-avvenimenti

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