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Piero Manzoni è vivo e scalpita

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 27, 2014

Piero Manzoni scultra vivente

Piero Manzoni scultra vivente

Piero Manzoni meteora effimera del Novecento o geniale sperimentatore di nuovi e differenti linguaggi? Passando dai quadri monocromi agli eventi, alle azioni molto prima della stagione dell’arte performativa anni Sessanta. Osservando l’eclettismo e la complessità del percorso dell’artista milanese si è portati a condividere quanto scrive Flaminio Gualdoni nel catalogo Skira che accompagna la mostra Piero Manzoni 1933-1963 ( in Palazzo Reale a Milano fino al 2 giugno). Specie quando il critico e curatore racconta Manzoni come un artista di grande originalità nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo.

Con i suoi monocromi, infatti, Manzoni ebbe il coraggio di prendere le distanze dalla bella maniera, dalla lucente pittura di De Chirico, ma anche dalla sua fredda metafisica, allora egemone in Italia. Imboccando la strada dell’astrattismo, ma senza perdere “calore” e concretezza. Anche quando Manzoni sembra muoversi verso la pittura concettuale. Nel suo fare arte, centrale era rapporto con il corpo. Specie quello della modella nuda sul quale si divertiva ad apporre la propria firma come fosse una scultura vivente!

E centrale era l’esperienza, la vita vissuta, da cui spiccava il volo la sua fantasia. L’immagine interiore ( 1957) si forma sulla tela a partire da olio e catrame. La serie dei quadri Senza titolo realizzati in quello stesso anno e ora esposti a Milano nascono impastando catrame olio e sassi. Il bianco dei suoi celebri achrome non è mai abbagliante, ma morbido color panna.

Così come la tela non è mai uno specchio rigido e teso, ma una superficie solcata da pieghe e rughe. Come la pelle di chi – diversamente da Manzoni che morì  per un infarto a soli 29 anni – ha molto vissuto. Pochi però seppero cogliere il senso e la portata della ricerca di questo ragazzo che cercava, per dirla con le sue stesse parole, «uno stupore immacolato dei sensi», convinto che «non c’è nulla da dire, nulla da capire, c’è solo da essere, c’è solo da vivere».

Lontano dalla religiosità dell’esistenzialismo in voga in quegli anni, Manzoni rivolgeva uno sguardo critico e ironico anche verso un certo greve materialismo capitalista, che sfidava “brandendo” un Rotolo di pittura industriale su cui era tracciata solo una linea, sottile ed essenziale.

Fra i grandi a lui contemporanei solo Lucio Fontana riconobbe il talento di Manzoni, mentre Palma Bucarelli, che gli dedicò una retrospettiva postuma alla Galleria d’arte moderna a Roma, fu indagata per sperpero di denaro pubblico. Oggetto del contendere era la sua scelta di esporre la provocatoria Merda d’artista che Manzoni aveva realizzato nel 1961, in serie sigillata, autografata, numerata e autenticata dal notaio. Per farsi beffe di poeti vate e artisti millantatori di aura. Ma non solo. In Breve storia della Merda d’artista (Skira), Gualdoni riflette sul significato provocatorio dell’opera, riportando la storia dello scandalo e la vicenda parlamentare che vide il democristiano Guido Bernardi lanciarsi in una interrogazione che terminava con questa domanda non esattamente elegante: «Sull’uso che la signora Palma Bucarelli fa da troppo tempo del denaro del contribuente italiano non è il caso di tirare finalmente la catena?»

( Simona Maggiorelli ) dal settimanale Left

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Il bianco infinito di Savelli

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 30, 2013

maestro_del_bianco-angelo_savelliSodale di Barnett Newman e Ad Reinhardt, durante il suo periodo newyorkese, Angelo Savelli non perse mai il rapporto con la sua terra d’origine, la Calabria. Con i suoi monocromi bianchi  ha lasciato un segno importante nella storia dell’arte astratta italiana. Il Marca di Catanzaro gli rende omaggio  con una retrospettiva.

di Simona Maggiorelli

Il museo Marca di Catanzaro, dopo una serie di pregevoli iniziative dedicate alla scultura e alla pittura del secondo Novecento, ora si segnala anche per il recupero di un artista ingiustamente dimenticato come Angelo Savelli (1911-1995).

Calabrese, di Pizzo Calabro, cominciò a farsi conoscere quando si trasferì a Roma e prese a frequentare Renato Guttuso e la scuola romana. Interessato al post cubismo, Savelli trovò una propria cifra originale e coerente, quando si innamorò della pittura astratta intuendo la novità dello spazialismo di Lucio Fontana che rompeva definitivamente con l’idea di quadro bidimensionale e, attraverso i tagli e le prime installazioni, apriva una ricerca sulla terza dimensione in pittura.

Ma determinante per l’abbandono di Savelli dell’arte figurativa e per la scelta esclusiva del bianco in grandi monocromi fu anche l’incontro con l’arte di Piero Manzoni che, accanto a birbanti provocazioni come Merda d’artista, portava avanti una raffinata ricerca astrattista, nella serie Achrome, dominata dal bianco, ma riscaldato da riflessi dorati, oppure reso carnale e materico con tele grinzate che trasformavano il quadro in un dinamico bassorilievo. Grazie a prestiti della Fondazione Prada e della Fondazione VAF-Stiftung, la personale Angelo Savelli. Il Maestro del Bianco curata da Alberto Fiz e da Luigi Sansone raduna nelle sale del Museo Marca una settantina di opere – tele, sculture e ceramiche – che documentano questo suo percorso, dalle prime esperienze figurative degli anni Trenta fino a Where Am I Going una della sue ultime realizzazioni datate 1993-94.

Baricentro dell’esposizione è una data cardine nella carriera di Savelli: il 1954 quando l’artista si trasferì a New York, entrando in contatto con protagonisti della pittura informale come Barnett Newman e Ad Reinhardt. Savelli ne ricevette un input a radicalizzare la propria ricerca nell’ambito dell’astrattismo. Che Savelli riuscì a fare senza annullare mai le proprie origini e il rapporto con la propria terra come raccontano nel museo Marca quadri come White Space (che nel 1957 fu esposto nella galleria newyorkese di Leo Castelli) ma anche e soprattutto le sculture in corda bianca che evocano quelle usate dai pescatori. Da sottolineare di questa mostra è anche il tentativo dei due curatori di ricostruire che cosa realmente spinse Angelo Savelli ad un certo punto della propria carriera a ridurre la tavolozza a un solo colore, il bianco. Ciò che possiamo cogliere al primo sguardo è che il bianco di Savelli, per esempio, non ha niente a che vedere con il bianco spettrale degli irreali templi greci di De Chirico. Né con il bianco agghiacciante che appare nei quadri surrealisti di Magritte e Ernst.

Di primo acchito cogliamo la vivacità e il calore del bianco di Savelli ma è Alberto Fiz a farci capire di più quando nel catalogo Silvana editoriale che accompagna la mostra annota: «Il bianco per Savelli costituisce il luogo germinale della pittura, la vita sotterranea da cui tutto emerge». E ancora: «La sua monocromia è accidentata. tormentata. ruvida, discontinua, diseguale e il bianco non è la purezza, bensì infinito». Del resto lo stesso Savelli scriveva: «Penso che il bianco non sia un colore, lo diventa se appoggiato ad uno degli altri colori dell’arcobaleno, quindi lo chiamerei infinito».

dal settimanale left

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